Il blog chiude
Ringrazio gli amici che in questi due anni hanno seguito questo blog, ma una serie di problemi mi impediscono di poter continuare a seguirlo con la cura che vorrei.
Grazie a tutti
Paul
L’enigma di Kaspar Hauser
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26 maggio 1828,Norimberga
E’ una splendida giornata di sole.
Un giovane cammina lentamente,malfermo sulle gambe. Ha la pelle diafana,come quella di chi non è abituato al sole. Cammina dondolando,sembra reduce da lunghe giornate passate nell’immobilità.
Dimostra un’apparente età di circa 16 anni,e viene avvicinato dalla gente del posto.
Ripete come in una cantilena solo due parole,Kaspar Hauser, e ha con se due documenti: un biglietto dove si affida il piccolo Kaspar Hauser, nato il 30 aprile del 1812, a una persona non menzionata, e una lettera che questa persona aveva scritto per il capitano dei cavalleggeri di Norimberga, pregandolo di voler arruolare il sedicenne Kaspar nel corpo dove già aveva servito suo padre.
E’ davvero uno strano ragazzo,Kaspar;si nutre solo di pane,acqua e poco altro.
Odia la carne,non beve,sembra spaventato a morte da suoni e rumori,è affetto da fotofobia,parla pochissimo,non sa leggere ne tanto meno scrivere.
Detesta la luce solare,come detto,ma al contrario ha una vista eccezionale al buio,sembra un giovane vissuto in assoluta solitudine,lontano da qualsiasi forma di associazione civile.

I cittadini di Norimberga,incuriositi,iniziano ad accalcare per vedere quello strano giovane venuto dal nulla,con la conseguenza di sviluppare ancor più l’asocialità del ragazzo.
Le autorità,non sapendo cosa fare di lui,decidono di affidarlo ad uno studioso,il dottor Daumer,che in poco tempo,riesce a insegnargli a scrivere e a leggere;fu a quel punto che si venne a sapere parte del suo passato.
Aveva passato molti anni della sua vita,probabilmente dodici o tredici,in una cella,custodito da un uomo che gli dava da mangiare pane e poco altro,lo teneva pulito,gli tagliava i capelli,ma lo picchiava ogni volta che faceva rumore.
Un giorno l’uomo lo aveva tirato fuori dal suo nascondiglio,lo aveva accompagnato lontano,gli aveva messo in mano le due lettere e lo aveva abbandonato al suo destino
Kaspar era comunque un ragazzo dall’indole docile,e mostrava grande interesse per le cose,oltre ad un’ottima capacità di apprendimento,si comportava come un bambino innocente,a dispetto della sua età anagrafica.
La sua vera passione erano i cavalli,una delle poche parole che pronunciava correttamente quando giunse nella città tedesca;venne affidato ad un istruttore d’equitazione,e mostrò una sorprendente capacità di comunicazione con l’animale,oltre ad una innata capacità di cavalcare.
Un anno dopo i progressi del ragazzo erano evidenti;la sua intelligenza pronta,unita alla sua indubbia simpatia,lo avevano portato a farsi benvolere da tutti,e sembrava destinato ad un inserimento nella comunità cittadina.
Ma proprio quell’anno accadde qualcosa di misterioso;un giorno,mentre era solo in casa del dottor Daumer,qualcuno lo colpi alla testa,tramortendolo.

La figlia di Daumer lo trovò per terra,con la testa coperta di sangue,lo soccorse e il ragazzo potè riprendersi.
Un episodio inquietane,che arrivava poco tempo dopo l manifestata decisione di Kaspar di scrivere la propria biografia,notizia ripresa da un giornale che l’aveva pubblicata.
Qualcuno aveva evidentemente paura di quello che poteva scrivere.
Trovò lavoro,e sembrò che la sua vita dovesse diventare la vita di uno qualsiasi,fino al Il 14 dicembre 1833
Quel giorno Kaspar fu avvicinato da qualcuno,che gli disse che era al corrente di particolari della sua vita a lui sconosciuti;Kaspar si recò,come da istruzioni,al parco di Aschbac,dove l’uomo gli porse una borsa.
Ma nel momento stesso in cui il giovane la afferrava,l’uomo lo accoltellò e subito dopo sparì.
Kaspar,ferito gravemente,riuscì a tornare a casa,ma la gravità delle ferite era tale che morì tre giorni dopo.
All’interno della borsa non c’era nulla,tranne un biglietto,sul quale c’era un messaggio sibillino:
Hauser potrebbe dirvi esattamente che aspetto ho e di dove vengo. Per risparmiargli la fatica, ve lo dirò io di dove vengo. Vengo dal confine bavarese. Voglio dirvi perfino il mio nome: M L O.”
La polizia indagò,andò al parco,dove trovò la pozza di sangue ma nient’altro,nessun’orma o segno della presenza di un’altra persona.
In mancanza di indizi,si giunse alla conclusione che il ragazzo si fosse ferito da solo.
Secondo le autorità,il ragazzo aveva creato una messinscena per attirare su di se l’attenzione;si portarono a sostegno della tesi la straordinaria capacità del giovane nell’apprendimento,la sua costituzione regolare,atipica in una persona che diceva di essere stato allevato a pane ed acqua.
Ma il giovane aveva però delle caratteristiche articolari,come le ginocchia deformate,che confermavano la sua versione di essere stato sempre tenuto in catene,impossibilitato a camminare.
Allora chi era,Kaspar Hauser?
Furono molti quelli che avanzarono teorie,la più probabile delle quali è che fosse figlio illegittimo di qualche nobile,che non aveva avuto coraggio nell’ammazzarlo da piccolo,che aveva pagato qualcuno per tenerlo prigioniero fino ad una certa età,quando i ricordi dell’infanzia fossero fatalmente scomparsi.
Solo che aveva sottovalutato la prodigiosa capacità del ragazzo di adattarsi alla vita civile,per cui,sentendosi minacciato,l’aveva fatto uccidere.
Anselm von Feuerbach,l’uomo che maggiormente aiutò Kaspar ad inserirsi nella vita sociale,decise di indagare sul suo nome,Hauser,ma morì in circostanze misteriose,alimentando ancor più il fitto mistero sulla vita e la morte di Kaspar.
Un’enigma irrisolto,uno dei tanti.
Ai giorni nostri la tecnologia è venuta incontro alla storia,sciogliendo almeno un dubbio su chi non era Kaspar.
Riporto,di seguito,l’articolo di Marco Fornari.
(Da “Oltre la conoscenza” n. 19 – dicembre 1997 – articolo di Marco Fornari)
Più tardi si pensò verosimilmente che i genitori vollero sbarazzarsi di lui in ben altro modo, uccidendolo, ma che il suo carceriere non lo soppresse, avendone compassione. Decise quindi di risparmiarlo e di crescerlo a proprio rischio e pericolo. Dopo la sua morte si pensò che fosse stato di famiglia nobile, forse un principe del Baden, forse un discendente di Napoleone, ma forse anche un impostore. Sulla sua romanzesca e tragica vicenda esistono un’infinità di scritti storici e polemici pro e contro. Paul Verlaine e Georg Trakl non furono i soli a dedicargli una poesia, Jakob Wassermann ne fece il protagonista di un romanzo (Kaspar Hauser, 1908), Werner Herzog vi girò il suo più premiato film Every Man for Himself and God Against All (Il mistero di Kaspar Hauser, 1974, con le bellissime musiche di Florian Fricke dei Popol Vuh) e perfino una cantautrice americana, Suzanne vega, ne ha scritto una canzone (Wooden Horses – The Caspar Hauser’s Song). “Kaspar Hauser è stato anche il soggetto del dramma Kaspar Hauser diretto nel 1994 dal regista Peter Sehr. Nel 1996 la prova del Dna su macchie di sangue della sua giubba sembra aver escluso infine la sua appartenenza alla dinastia del Baden, senza però sciogliere l’enigma della sua apparizione dal nulla e della sua identità. Il titolo di prima pagina “Kaspar Hauser, il principe disincantato: ricerche genetiche sciolgono un enigma secolare” pubblicato su Der Spiegel (25 novembre 1996) ha fatto grande scalpore in Germania. In questo articolo si mette in risalto il fatto che due istituti di ricerche genetiche, uno tedesco e uno inglese, indipendentemente l’uno dall’altro, hanno constatato che il sangue trovato sugli indumenti che Kaspar Hauser indossava al momento dell’assassinio non poteva appartenere a un figlio di Stephanie de Beauharnais. Un nuovo risultato di ricerche va naturalmente preso sul serio e va tuttavia esaminata la sua forza di convincimento. In primo luogo non è da escludere un ulteriore dubbio: se veramente si tratti del sangue di Kaspar Hauser. Inoltre bisogna prendere in considerazione anche le sorgenti d’errori del metodo usato, tanto più che i ricercatori – secondo le proprie parole – “sono arrivati vicinissimi al limite della prova”. Con questa scoperta dovrebbe venir confutato il risultato di una seria ricerca condotta su Kaspar Hauser nei secoli diciannovesimo e ventesimo che Hermann Pies, il suo più importante ricercatore, nel 1966, dopo quaranta anni di indagini, così riassume: “Giunti a questo punto, ritengo di poter affermare di aver portato prove indiziarie consistenti a favore dell’appartenenza di Hauser al Principato del Baden tali che difficilmente se ne possono portare di più stringenti, anche se si trattasse di crimini dinastici compiuti”.

Il terzo segreto di Fatima e la fine dei tempi
Il testo originale in portoghese che rivela il Terzo segreto di Fatima
Uno dei segreti meglio custoditi dalla chiesa.
Il terzo mistero di Fatima, venne rivelato a suor Lucia Dos Santos e ai pastorelli Francisco e Giacinta a partire dal 13 maggio 1917, durante l’apparizione della Vergine nel paesino portoghese.
Papa Giovanni Paolo II il 13 Maggio 2000, promise che di li a poco avrebbe reso pubblico il testo del messaggio della Vergine, scegliendo una data fortemente simbolica, perchè quel giorno vennero beatificati i due pastorelli che accompagnavano Suor Lucia, ma sopratutto perchè il 13 maggio del 1981 sopravvisse all’attentato di piazza San Pietro ad opera di Ali Agca
Cosa che avvenne puntualmente nel luglio del 2000, quando il cardinale Sodano rese pubblico il testo della lettera scritta da suor Lucia, il cui testo deluse le aspettative di tanta gente che si aspettava rivelazioni clamorose dal messaggio; un testo, però, che in realtà di rivelazioni terribili ne fa, eccome.
Ma non secondo la chiesa, che minimizzò, in qualche modo, la portata dirompente del messaggio Mariano, alla luce anche della personale versione data da Giovanni Paolo II, che ci vide la profezia dell’attentato subito ad opera di Agca.
In realtà il testo, nella sua semplicità, è foriero di novità enormi per l’umanità ma sopratutto per la chiesa.
Leggiamo quanto scritto da Suor Lucia, secondo i dettami della Vergine:
“« Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio. »
L’attentato a Giovanni Paolo II
La lettura del testo, così come riportato dagli organi ecclesiali, presta il fianco ad una serie di domande, che partono dalla principale per poi incastrarsi come in un puzzle una nell’altra.
Perhè Giovanni Paolo II ci vide un esplicito riferimento all’attentato da lui subito, visto che la profezia dice testualmente “venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce”?
Wojtila venne colpito da spari provenienti da una pistola, non di certo da frecce; la Vergine, così precisa nell’indicare a Suor Lucia l’avvento della seconda guerra mondiale e del comunismo, fa una profezia assolutamente imperfetta, nella quale in pratica indica la morte del Pontefice, vaticinando un bagno di sangue che in realtà non ci fu.
Appare quindi abbastanza chiaro come il Pontefice abbia adattato la profezia alla sua personale storia, senza alcun riscontro, fatta salva la sua personale convinzione che quel giorno, in piazza San Pietro, sia stata proprio la Vergine a deviare i colpi di Agca, cosa che Giovanni Paolo II ha sempre sostenuto, tanto da conservare il proiettile che quasi l’uccise e farlo incastonare nella corona della Vergine di Fatima.
L’analisi del testo della profezia combacia, viceversa, con le visioni dell’Apocalisse dell’apostolo Giovanni, con parte della profezia di san Malachia e con quanto detto da Gesu sulla parusia ( il ritorno di Gesù sulla terra, predicato sopratutto da San Paolo); nel Vangelo di Matteo (24, 26-51), è il Messia stesso a parlare del suo ritorno:
-«Guardate che nessuno vi inganni; molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarranno molti in inganno. Sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine. Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, ed essi si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà. Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato. Frattanto questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine.
Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi legge comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, 18 e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. Pregate perché la vostra fuga non accada d’inverno o di sabato.
Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe; ma a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati. Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o: È là, non ci credete. Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l’ho predetto“
San Malachia
Le parole di Gesù sembrano anticipare quanto poi rivelato da Giovanni, nella sua “Rivelazione” (Apocalisse in greco), e in qualche modo anche se con parole diverse, dalla Vergine a Fatima
Leggiamo ancora Matteo:
” Se dunque vi diranno: Ecco, è nel deserto, non ci andate; o: È in casa, non ci credete. Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi.
Subito dopo la tribolazione di quei giorni,
il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce,
gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte.
Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli.
Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo accada. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre.
Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà.
Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l’incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! In verità vi dico: gli affiderà l’amministrazione di tutti i suoi beni. Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, arriverà il padrone quando il servo non se l’aspetta e nell’ora che non sa, lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti.”
Le parole di Gesù, come quelle della Vergine a Lourdes, a La Salette, a Fatima, ammoniscono l’umanità sui peccati tipici dell’uomo; la superbia, l’egoismo, la continua sfida alle leggi di Dio.
Ecco dunque che le parole della Vergine a Fatima sembrano un vero e proprio ultimatum, un ammonimento senza più mediazioni.
La marea nera
La profezia è chiara, almeno nelle sue conseguenze immediate.
Le parole “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi” sono anticipate, come già visto, sia da Gesù che da San Giovanni; paradossalmente la chiesa nulla ha detto riguardo a queste rivelazioni, limitandosi a laconici commenti solo nella parte che riguarda l’attentato a Giovanni Paolo II.
Il che, ovviamente, ha spiegazioni molto semplici, che non necessitano di particolare acume per essere interpretate; sin dall’antichità le visioni apocalittiche sulla fine dei tempi hanno riscosso un consenso sempre più tiepido da parte delle organizzazioni ecclesiastiche.
Se fin dopo il medioevo lo spauracchio del “mille e non più mille”, del millenarismo, dell’inferno per i peccatori ha visto modificarsi la proposizione ai fedeli della visione apocalittica e punitiva della figura di Dio, dopo il secolo dei lumi la chiesa ha preferito puntare sull’evangelizzazione, sull’internalizzazione della parola del Vangelo il diffondersi del messaggio divino.
Di pari passo però è cresciuta nella gente la paura del futuro, del domani, assieme all’evolversi delle conquiste sociali.
Le sperequazioni, la fame, l’incertezza della vita terrena hanno di pari passo marciato con l’aumento esponenziale della diffusione della cultura, aumentando il senso si smarrimento dell’umanità, sempre più stretta negli angosciosi interrogativi esistenziali del senso della vita stesso.
I messaggi evangelici hanno iniziato ad essere guardati sotto nuova luce, così come, di pari passo, le profezie dei mistici, unite alle varie apparizioni Mariane, hanno seminato il germe del dubbio nei fedeli, alla luce anche delle sinistre coincidenze tra le profezie e gli avvenimenti stessi.
Suor Lucia Dos Santos
Se a Fatima la Vergine profetizzò l’avvento della seconda guerra mondiale, l’avvento e la fine del comunismo e un’epoca di diffuso materialismo che avrebbe finito fatalmente con il portare l’umantà su sentieri affatto difformi da quelli evangelici, nuova luce hanno preso le profezie di molti mistici, che sembrano andare nella stessa direzione del terzo segreto di Fatima, quello così minimizzato dalla chiesa e che invece sembra gettare un’ombra pesantissima sul futuro dell’umanità stessa.
Leggiamo per un attimo la profezia di San Malachia:
“In persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus; quibus transactis, civitas septicollis diruetur, et Judex tremendus iudicabit populum suum. Finis, ovvero “Durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa siederà Pietro il Romano, che pascerà il gregge fra molte tribolazioni; passate queste, la città dei sette colli crollerà ed il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Amen.“
Appare evidente il nesso tra la profezia della Vergine, con il papa colpito a morte e la citta eterna disseminata di cadaveri e il crollo della stessa profetizzato da San Malachia.
Le coincidenze non finiscono certo qui; un’altra mistica, la Monaca di Dresda, una religiosa vissuta tra la seconda metà del 1600 e la prima del 1700, profetizzò qualcosa di molto simile sia alle parole della Vergine sia a quelle dell’Apocalisse, sia a quelle di Malachia.
L’incontro tra Giovanni Paolo II e Suor Lucia
“In quel tempo si renderà necessaria una pulizia generale, perchè l’uomo avrà fatto scempio di ogni cosa. E la pulizia richiederà sofferenza e dolori per tutta l’umanità, perchè tre piaghe verranno a mondare la fine di questo tempo.Ci sarà una pestilenza mortale , che cadrà come una pioggia e colpirà sopratutto i corrotti nella carne, i viziosi, i figli si Sodoma e Gomorra.E poi ci sarà il fuoco; ma nessuno vedrà le fiamme e nessuno
vedrà il fumo. E tutto sarà trasformato in cenere e quella cenere conterrà la morte.
Ci sarà la grande siccità e la grande fame e sulla terra si apriranno ferite profonde e non crescerà più il grano; ma cresceranno solamente erbe avvelenate.
E tutto questo avverrà in un tempo in un tempo in cui l’uomo avrà sperperato il grano e avrà sperperato l’acqua.“
Il messaggio apocalittico della Monaca di Dresda contiene quindi, ancora una volta, elementi comuni a molte profezie, e sembra una conferma del messaggio mariano di Fatima, un ampliamento, se vogliamo, delle parole della Vergine.
Abbiamo visto come San Malachia parli dell’ultimo pontefice di Roma, Petrus Romanus, Pietro Romano; che non necessariamente sarà un papa che assumerà il nome dell’apostolo fondatore della chiesa, ma che potrebbe indicare, semplicemente, un Pietro inteso come pontefice di origine romana, italiana quindi, oppure molto più banalmente un generico “pontefice di Roma”
Giovanni Paolo II e il suo attentatore, Ali Agca
C’è una coincidenza davvero forte con la lettera inviata dalla Monaca di Dresda a Federico I di Prussia , in cui la religiosa predice che “l’ultimo Pietro giungerà dalla tua terra“; non va dimenticato che nell’epoca in cui viveva la religiosa la Prussia era una regione della Germania, oggi compresa tra i confini della Lituania, della Russia, della Polonia e della Germania, e che com’è noto Benedetto XVI viene proprio dalla Germania.
E’ solo speculazione parlare di un messaggio della Vergine che indica la fine dei tempi fissata nei nostri giorni, in cui un papa tedesco guida la chiesa tra “molte tribolazioni”, come predetto anche da San Malachia?
Può la Vergine aver fornito lo stesso vaticinio della Monaca di Dresda, che vide il nostro pianeta avvelenato e distrutto dalla peste, così come San Giovanni lo vide avelenato da ua marea nera e dalla caduta di massi dal cielo?
Il ragno nero, un monaco così chiamato perchè vergava i suoi vaticini scritti con il simbolo di un ragno stilizzato , vissuto nel XVI secolo grosso modo conferma quanto scritto dalla Monaca di Dresda, una costante quindi che mostra una continuità tra i vaticini di mistici e profeti.
Ritornando al terzo segreto di Fatima, le parole riportate da Suor Lucia non lasciano spazi a dubbi o interpretazioni e trovano conferma proprio nella profezia di san Malachia; quando la fine dei tempi sarà vicina, la chiesa sarà la prima ad essere colpita, proprio nella sua figura più importante, il Pontefice.
La visione dei corpi dei vescovi, unita alla visione della città in rovina indica la drammatica fase delle traversie che attendono la chiesa, unita al martirio dei suoi rappresentanti e di conseguenza dei fedeli ( i cadaveri che costellano le strade); ancora una volta, una visione degna dell’Apocalisse, in cui San Giovanni vede la rovina di Babilonia, la grande peccatrice (all’epoca dell’evangelista Babilonia era identificabile con Roma)
In definitiva il messaggio della Vergine a Fatima, il suo terzo segreto (che in realtà altro non è che il proseguimento delle due rivelazioni precedenti) sembra indicare una conferma di quanto anticipato da mistici e veggenti nel corso dei secoli; nonostante gli ammonimenti, l’umanità resterà sorda, con la conseguenza del precipitare degli avvenimenti.
Assumono così una sinistra luce gli avvenimenti degli ultimi anni, dal disastro ambientale nel golfo del Messico (la marea nera vista da San Giovanni) alle guerre sparse nel globo, passando per l’effetto serra,la devastante crisi economica la cui portata non è ancora ben chiara fino alle grandi tragedie ambientali, causate da inondazioni, cataclismi e terremoti che con preoccupante puntualtà stanno ricorrendo in questo periodo.
Lo stesso Pontefice Benedetto XVI ha parlato del terzo segreto di Fatima riferendosi al terribile scandalo scoppiato nella chiesa cattolica con le tristi vicende dei preti pedofili.
Uno scandalo che ha scosso dalle fondamenta la chiesa, attaccata ormai da un nemico subdolo e invisibile, anche questo un sinistro avverarsi delle visioni apocalittiche di san Giovanni, che aveva vaticinato un attacco delle forze dell’anticristo alla struttura stessa della chiesa.
Le parole di Benedetto XVI, “”Oltre la missione della sofferenza del Papa, il messaggio di Fatima è l’indicazione della realtà del futuro della Chiesa“, “Oggi le più grandi persecuzioni contro la Chiesa non vengono da fuori, ma dai peccati che sono all’interno della Chiesa stessa“, testimoniano di una visione diversa del messaggio Mariano di Fatima.
E’ come se la chiesa abbia finalmente deciso di testimoniare quanto volutamente omesso non più di un decennio fa, ovvero l’interpretazione di un messaggio che non è legato solo ad un singolo avvenimento, pur molto grave, come l’attentato a Giovanni Paolo II, ma che va ben oltre, coinvolgendo il destino stesso dell’umanità.
Un destino appeso davvero ad un filo, a voler leggere con attenzione profezie e vaticini.
L’Apocalisse e le apparizioni Mariane, un sottile filo rosso
I Quattro cavalieri dell’Apocalisse secondo la visione di Duhrer
C’ è un sottile filo che sembra collegare avvenimenti distanti nel tempo, legati a predizioni sul futuro dell’umanità e collegate a visioni mistiche sia in forma di rivelazione (l’esempio classico è L’Apocalisse di San Giovanni), che in forma di apparizioni, legate alla figura della Vergine Maria.
Un filo che passa attraverso le terribili immagini evocate da San Giovanni quasi 2000 anni addietro e gli inviti fatti dalla Vergine alla preghiera, alla penitenza attraverso le sue apparizioni che la stessa chiesa ha riconosciuto come autentiche (Fatima, La Salle e Lourdes, solo per ricordare le più famose)
Se il messaggio dell’Apocalisse di San Giovanni può apparire confuso e contraddittorio, per la sua caratteristica specifica oscura e allegorica, in cui le visioni appaiono legate a caratteristiche fortemente simboliche, come la bestia, i cavalieri dell’Apocalisse, i sigilli eccetera, le apparizioni Mariane hanno invece una costante che è comune alle stesse, ovvero il messaggio della richiesta di conversione, di preghiera, di riconoscimento attraverso l’umiltà della potenza di Dio.
Santa Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes
Prima di addentrarci su questo terreno minato già in partenza dalla presenza, in ognuno di noi, della scintilla della fede, occorre far caso alla coincidenza che più ricorre nelle apparizioni stesse, cioè il fatto che la stragrande maggioranza di loro sia legata temporalmente ad un arco storico che va dai primi dell’ottocento alla prima metà del novecento, escludendo però così altre apparizioni su cui molto si discute, come quelle di Medjugorje, nella ex Jugoslavia o quelle di Grushew, in Ucraina e di molte altre ancora al vaglio delle autorità ecclesiastiche.
Le apparizioni Mariane, nel corso della storia, sono più di 1500; quelle ben documentate, quelle ritenute dalla chiesa autentiche viceversa sono davvero poche, e sono state sottoposte, com’è giusto che sia, a studi approfonditi e indagini prima di essere definite autentiche.
Altra costante, è il momento storico in cui l’Apocalisse viene scritta e in cui avvengono le apparizioni Mariane; sono momenti cruciali per il popolo dei credenti, momenti di grave difficoltà in cui la fede è messa a dura prova.
Francisco e Giacinta Marto, Lucia dos Santos, i veggenti di Fatima
Così San Giovanni scrive le sue rivelazioni (Apocalisse significa proprio questo) più o meno sul finire del primo secolo dopo Cristo, durante la dominazione dell’imperatore Domiziano, che coincide con il momento di massima persecuzione del popolo cristiano e nasce quindi anche dal bisogno di confortare lo stesso popolo, smarrito e sottoposto ad una dura repressione.
Il linguaggio di San Giovanni è quindi rivolto al gregge, intimorito, e si carica di speranza di riscossa, attraverso la visione di un futuro in cui Gesù, figlio dell’unico Dio, guiderà le armate del bene contro la bestia, fino alla battaglia dell’Armageddon, quando Gesù stesso guiderà il suo popolo all’inevitabile vittoria sul signore del male, che culminerà con lo sprofondamento dello stesso in una prigionia di mille anni, durante i quali lo stesso gesù sarà chiamato a governare il mondo.
Una delle rare immagini del pellegrinaggio di Fatima nel 1917
Il linguaggio di San Giovanni è simbolico, è espresso per allegorie, per visioni inquietanti e oscure; non va dimenticato che l’uomo parla XX secoli addietro, che quindi le sue visioni sono legate alla sua cultura.
Quando San Giovanni parla dei cavalieri dell’Apocalisse, da una visione di quello che lui vede e interpreta; immaginiamo, per esempio, che il santo veda una bomba esplodere, oppure un aereo bombardare o un mitra sparare. Che spiegazione può dare un uomo che vede combattere i suoi simili con le spade coperti solo da leggere armature?
Quindi le sue visioni offrono una doppia chiave di lettura, profetica da un lato, pastorale dall’altro.
Le visioni ammoniscono l’uomo sul suo futuro, mentre hanno contemporaneamente la funzione di rincuorare e animare il popolo dei fedeli smarrito.
Suor Lucia Dos Santos
Le visioni Mariane, in qualche modo, hanno la stessa funzione; il comportamento dissennato dell’umanità offende Dio, la Vergine, quindi, invita alla preghiera e alla redenzione, utilizzando anche il mezzo della profezia per mettere in guardia l’umanità.
La Vergine appare a Bernadette Soubirous l’ 11 febbraio 1858; siamo a Lourdes, piccolo centro situato sui Pirenei e il luogo deputato è una piccola grotta a Massabielle, una località poco fuori il paesino.
La giovane Bernadette, che ha appena 14 anni, è figlia di povera gente, non è istruita e sicuramente appartiene a quella categoria degli umili ai quali Gesù ha rivolto il suo messaggio di salvezza; la continuità è quindi evidente, il messaggio della Vergine deve arrivare ai prediletti da Dio, gli umili, coloro che erediteranno il regno dei cieli.
La Vergine parla alla ragazza per 18 volte, da giovedì 11 febbraio 1858 fino a giovedì 16 luglio 1858, con parole molto forti, ripetute mille volte dalla giovane Bernadette nel corso degli interrogatori che seguirono le apparizioni. Le frasi “Penitenza! Penitenza! Penitenza! Pregate Dio per i peccatori! Andate a baciare la terra in penitenza per i peccatori!” sono un chiaro monito all’umanità.
La vicenda di Bernadette è nota a tutti, il suo percorso anche, a partire dallo scetticismo con cui venne accolta la sua rivelazione delle visioni della “bella signora” fino alla scoperta della sorgente miracolosa e ai miracoli che seguirono.
Il percorso umano di Bernadette è fatto anche di dolore; la veggente morirà infatti a soli 35 anni il 16 aprile 1879, secondo quanto la stessa Vergine le aveva predetto.
Una costante, anche questa, che ritroveremo in altre apparizioni Mariane, ovvero la morte precoce di molti veggenti, quasi un simbolo della sofferenza sulla terra ripagata però con la vita ultraterrena.
Maximin Giraud e Melània Calvat, i due veggenti di La Salle
Se l’apparizione Mariana di Lourdes è avvenuta in un momento storico particolare, con la Francia scossa dalla disastrosa guerra con la Prussia, l’avvento della Comune e i successivi disordini, quindi in un momento di grave crisi della fede, quella di Fatima riveste ancor più importanza, ammesso che si possa fare una classificazione tra loro.
Siamo nel 1917, con il mondo intero scosso dalla drammatica guerra che sconvolge da tre anni sopratutto l’Europa; milioni di morti, carestia, fame, dolore, sono i risultati ancora una volta di quella che la Vergine chiama follia umana.
Francisco e Giacinta Marto (9 e 7 anni) e la loro cugina Lucia dos Santos (10 anni), il 13 maggio 1917,tre pastorelli, vedono la figura di una donna vestita di bianco con in mano un rosario; la visione della signora assomiglia per molti versi a quella di Bernadette, difatti la signora invita i tre pastorelli a presentarsi il 13 di ogni mese nello stesso posto, cosa che avvenne fino al 13 ottobre dello stesso mese.
E’ un’apparizione Mariana, difatti la signora alla domanda di Lucia “Da dove venite?”, risponde con un “Vengo dal cielo”
Inizia così una serie di colloqui tra la Vergine e i tre pastorelli, che saranno caratterizzati, a differenza di quelli di Bernadette a Lourdes, da visioni; in una di queste la Vergine mostra ai tre ragazzi uno squarcio della vita ultraterrena, come ricorderà Lucia nelle sue memorie:
Una raffigurazione pittorica della Vergine apparsa a La Salle, mentre piange su una roccia
“La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell’incendio, portate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti simili al cadere delle scintille nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e disperazione che mettevano orrore e facevano tremare dalla paura. I demoni si riconoscevano dalle forme orribili e ributtanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e neri. Questa visione durò un momento“
Anche in questo caso la Vergine ammonisce l’umanità, invitandola a lasciare la via del peccato, profetizzando che ben presto due grandi avvenimenti avrebbero colpito, come calamità, le genti della terra.
Le rivelazioni della Vergine verranno ricordate come i “Tre segreti di Fatima“, anche se è improprio parlare di tre messaggi distinti, visto che il dialogo tra la Vergine e i tre pastorelli avviene con un unico filo conduttore, la redenzione dell’umanità attraverso la preghiera e l’espiazione.
Più che di dialogo, quindi, si può parlare di un monologo, nel corso del quale la Vergine mostra dapprima la sorte che attende i peccatori che non si sono pentiti attraverso la visione dell’inferno, passando poi attraverso la rivelazione del dolore portato dal comunismo ateo al Signore stesso.
Come ricorda sempre suor Lucia, la Vergine dice:
“Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire; ma se non smetteranno di offendere Dio, durante il Pontificato di Pio XI ne comincerà un’altra ancora peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace “.
La Vergine come apparve a Lourdes, secondo la descrizione di Santa Bernadette….
… e la Vergine di Fatima come apparve ai tre pastorelli
Ancora una volta va notato il collegamento con l’Apocalisse, attraverso la descrizione dei lutti provocati da una guerra che devasterà il mondo.
Non è difficile trovare un continuum tra la bestia e il comunismo, tra le forze del male e l’ateismo.
Sulla terza parte del messaggio, divenuto famoso come il Terzo segreto di Fatima, si è molto parlato e scritto,quindi evito qualsisi accenno perchè in questo tema specifico può valere tutto e il contrario di tutto; ci sono le parole di Suor Lucia a dare un punto fermo alla vicenda, e in mancanza di prove ulteriori esse sono da ritenere quelle valide.
Anche la sorte dei tre pastorelli fu simile a quella di Bernadette; se è vero che Suor Lucia ha vissuto una lunga vita, lontano dai riflettori, spegnendosi nel 2005 alla veneranda età di 98 anni dopo una vita vissuta in meditazione e preghiera, sorte diversa toccò a Francisco Marto e Giacinta Marto ; il primo morì il 4 aprile 1919, per le conseguenze dell’epidemia di spagnola che devastò l’Europa, all’età di 11 anni, mentre Giacinta morì a Lisbona, 20 febbraio 1920, anche lei per i postumi della terribile epidemia.
Bernadette, Francisco, Giacinta; vite brevi, caratterizzate dagli straordinari eventi dei quali furono testimoni, che conservarono, nei momenti ultimi della loro vita, un’invidiabile serenità, un’accettazione della sofferenza che ha davvero del miracoloso.
Miriam Banardy, la veggente di Alessandria d’Egitto
La Salette, Francia, 19 settembre 1846; siamo nel dipartimento d’ Isere, vicino Corps.
La scena vede presenti,ancora una volta, due pastorelli analfabeti, Maximin Giraud di 11 anni e Melània Calvat di 15.
I due ragazzi vedono una giovane signora dagli abiti splendenti china su una roccia, con la testa tra le mani che piange.
La signora dice di essere la Vergine e racconta nella lingua locale di essere venuta per mettere in guardia l’umanità dalla sua empietà, racomandando la preghiera per poter evitare l’ira di Dio.
Come riferirà la giovane Melania, la Vergine affida un messaggio profetico alla ragazza, nel quale vaticina il futuro dell’umanità:
“……Nell’anno 1865 si vedrà l’abominio nei luoghi santi; nei conventi i fiori della Chiesa saranno putrefatti e il demonio diventerà come il re dei cuori.
Coloro che sono a capo delle comunità religiose si guardino dalle persone che esse devono ricevere, perché il demonio userà tutta la sua malizia per introdurre negli ordini religiosi delle persone dedite al peccato, perché i disordini e l’amore dei piaceri carnali saranno diffusi su tutta la terra.
La Francia, l’Italia, la Spagna e l’Inghilterra saranno in guerra: il sangue scorrerà per le strade; il francese combatterà contro il francese, l’italiano contro l’italiano, vi sarà poi una guerra generale che sarà spaventevole. Per qualche tempo Dio non si ricorderà piú della Francia né dell’Italia, perché il Vangelo di Gesú Cristo non è piú conosciuto.
I malvagi userano tutta la loro astuzia; ci si ucciderà, ci si massacrerà reciprocamente perfino nelle case….(….)
Improvvisamente i persecutori della Chiesa di Gesú Cristo e tutti gli uomini dediti al peccato moriranno e la terra diventerà come un deserto.
Allora si farà la pace, la riconciliazione di Dio con gli uomini; Gesú Cristo sarà servito, adorato e glorificato; dappertutto fiorirà la carità.
I nuovi re saranno il braccio destro della Santa Chiesa, che sarà forte, umile, pia, povera, zelante e imitatrice delle virtú di Gesú Cristo.
Il Vangelo sarà predicato dappertutto e gli uomini faranno grandi progressi nella fede perché vi sarà unità tra gli operai di Gesú Cristo e perché gli uomini vivranno nel timor di Dio.
Questa pace tra gli uomini non sarà lunga: venticinque anni di abbondanti raccolti faranno loro dimenticare che i peccati degli uomini sono causa di tutte le pene che arrivano sulla terra “.
Mariette Beco, protagonista dell’apparizione di Banneux
Un messaggio chiaro e forte, con una parte ancor più ammonitrice e che ci riporta ancora una volta alla visione apocalittica di San Giovanni, visione che collima in diversi punti con quella dell’evangelista, e che ha davvero molti punti in comune con le predizioni della Vergine a Lourdes e a Fatima:
“Un precursore dell’anticristo, con le sue truppe di parecchie nazioni, combatterà contro il vero Cristo, il solo Salvatore del mondo, egli spargerà molto sangue e vorrà annientare il culto di Dio per farsi guardare come un Dio.
La terra sarà colpita da ogni sorta di piaghe, (oltre la peste e la carestia che saranno dovunque), vi saranno delle guerre fino all’ultima guerra, che sarà allora fatta da dieci re dell’anticristo, i quali re avranno tutti lo stesso progetto e saranno i soli a governare il mondo.
Prima che ciò succeda vi sarà una specie di falsa pace nel mondo; non si penserà che a divertirsi; i malvagi si abbandoneranno a ogni sorta di peccato; ma i figli della Santa Chiesa, i figli della fede, i miei veri imitatori crederanno nell’amore di Dio e nelle virtú che mi sono piú care. “
Sembra davvero un’anticipazione della venuta di Hitler e dell’ascesa del nazismo.
La parte più importante, comunque, rinvia ancora una volta all’Armageddon, allo scontro finale tra il bene e il male:
“Sarà durante questo tempo che nascerà l’anticristo da una religiosa ebrea, da una falsa vergine che sarà in comunicazione con il vecchio serpente, il padrone dell’impurità; suo padre sarà Vescovo, nascendo vomiterà delle bestemmie, egli avrà dei denti, in una parola sarà il diavolo incarnato; egli lancerà delle grida spaventose, farà dei prodigi, non si nutrirà che di impurità.
Egli avrà dei fratelli che, sebbene non siano dei demoni incarnati come lui, saranno dei figli del male; a dodici anni essi si faranno notare per le prodi vittorie che otterranno; presto essi saranno ognuno alla testa degli eserciti assistiti dalle legioni dell’inferno.
Le stagioni saranno cambiate, la terra non produrrà che frutti cattivi, gli astri perderanno i loro movimenti regolari, la luna non rifletterà che una debole luce rossastra; l’acqua e il fuoco daranno al globo terrestre dei movimenti convulsi e degli orribili terremoti che inghiottiranno delle montagne, delle città.
Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’anticristo. I demoni dell’aria con l’anticristo faranno dei grandi prodigi sulla terra e nell’aria e gli uomini si pervertiranno sempre piú.
Dio avrà cura dei suoi fedeli servitori e degli uomini di buona volontà; il Vangelo sarà predicato dappertutto, tutti i popoli e tutte le nazioni conosceranno la verità.
Io rivolgo un appello urgente alla terra; Io chiamo i veri imitatori di Cristo fatto uomo, il solo e vero Salvatore degli uomini; Io chiamo i miei figli , i miei veri devoti, quelli che si sono dati a Me perché io li conduca dal Mio divin Figlio, quelli che Io porto, per cosí dire, nelle mie braccia, quelli che sono vissuti del Mio Spirito; infine Io chiamo gli Apostoli degli ultimi tempi, i discepoli di Gesú Cristo che sono vissuti nel disprezzo del mondo e di loro stessi, nella povertà e nell’umiltà, nel disprezzo e nel silenzio, nella preghiera e nella mortificazione, nella castità e nell’unione con Dio, nella sofferenza e sconosciuti al mondo.”
Eugene Barbedette, il veggente di Pontmain
Ecco dunque che la visione di La Salette assume un aspetto unico: mentre a Lourdes e a Fatima la Vergine ha parlato del futuro prossimo, anticipando le sofferenze della prima guerra mondiale, dell’ascesa del comunismo e profetizzando i lutti della seconda guerra mondiale, a La Salette profetizza gli ultimi giorni, in una visione davvero apocalittica del futuro dell’umanità.
Molti sono i punti di contatto con l’Apocalisse, tanto da sembrare, se fosse necessario, una conferma dei tristi tempi che attendono l’umanità in mancanza di una conversione e dell’abbandono della strada del peccato.
Troviamo un’anticipazione, che è poi una conferma delle parole di san Giovanni, nell’ultima parte della profezia:
“Chi potrà vivere se Dio non diminuirà il tempo della prova ?
Dal sangue, dalle lacrime e dalle preghiere dei giusti Dio si lascerà placare; Enoch ed Elia saranno messi a morte; Roma pagana sparirà; il fuoco del cielo cadrà e distruggerà tre città; tutto l’universo sarà colpito dal terrore e molti si lasceranno sedurre perché essi non hanno adorato il vero Cristo vivente tra loro.
È tempo, il sole si oscura; la fede sola vivrà.
Ecco il tempo, l’abisso si apre.
Ecco il re delle tenebre.
Ecco la bestia con i suoi sudditi, sedicente salvatore del mondo.
Egli si alzerà con orgoglio nell’aria per andare fino al Cielo; egli sarà soffocato dal respiro di San Michele Arcangelo.
Egli cadrà e la terra che da tre giorni sarà in continue evoluzioni, aprirà il suo seno pieno di fuoco; egli sarà sprofondato per sempre con tutti i suoi nei baratri eterni dell’inferno.
Allora l’acqua e il fuoco purificheranno la terra e consumeranno tutte le opere dell’orgoglio degli uomini e tutto sarà rinnovato: Dio sarà servito e glorificato. “
Fernande e Albert Voisin,protagonisti dell’apparizione di Beauraing
Da notare l’accenno a Roma pagana che sparirà, visione contenuta anche nelle profezie di San Malachia,
“Durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa siederà Pietro il Romano, che pascerà il gregge fra molte tribolazioni; passate queste, la città dei sette colli crollerà ed il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Amen.”
Abbiamo quindi visto come ci sia davvero un filo che congiunge 2000 anni di storia, dall’Apocalisse alle visioni di Lourdes, Fatima e La Salette, solo per citare naturalmente le più famose, così come c’è lo stesso filo a collegare le visioni apocalittiche alle varie profezie di religiosi come Malachia, La monaca di Dresda e altri.
Se nel caso delle profezie dei religiosi c’è la possibilità di un ‘interpretazione del testo apocalittico mediata dalla personale storia e cultura dei vari profeti in abito talare, in possesso quindi di una buona cultura, di solidi fondamenti religiosi, nel caso delle visioni di Fatima, Lourdes e La Salette siamo di fronte ad un capovolgimento della situazione.
Agnese Katsuko Sasagawa, la veggente di Akito
A rivelare il messaggio divino è la Vergine, che sceglie gente umile e ignorante, incapace di capire anche il messaggio profondo a loro rivelato.
Bernadette, Lucia e Melania sono pastorelle, gente umile e analfabeta, che con i testi sacri non ha davvero dimestichezza.
Sono loro i latori del messaggio, ambasciatori senza poteri, incapaci di giudicare, di interpretare, quindi ancor più affidabili, perchè non corrotti dal sapere o dalla cultura.
Se i messaggi della Vergine appaiono improntati alla severità, all’ammonimento, contengono tuttavia elementi di speranza, legati alla sempre possibile redenzione dell’umanità.
Quanta differenza con il messaggio apocalittico di san Giovanni, che non lascia viceversa alcuno spazio alla speranza: la sua è una predizione assoluta, in cui all’umanità non è lasciata possibilità di modifica degli avvenimenti.
Tutto è scritto e avverrà secondo quanto deciso dall’Onnipotente, e seguirà uno schema specifico, testimoniato dall’apparizione dei quattro cavalieri dell’Apocalisse e dei sette angeli che romperanno i sette sigilli, dando il via alla fine dei tempi:
Emmanuel Segatashya, uno dei veggenti di Kybeho
- “I sette angeli che avevano le sette trombe si accinsero a suonarle. Appena il primo suonò la tromba, grandine e fuoco mescolati a sangue scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra fu arso, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde si seccò.Il secondo angelo suonò la tromba: come una gran montagna di fuoco fu scagliata nel mare. Un terzo del mare divenne sangue, un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto.Il terzo angelo suonò la tromba e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare.Il quarto angelo suonò la tromba e un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e si oscurò: il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente.Vidi poi e udii un’aquila che volava nell’alto del cielo e gridava a gran voce: “Guai, guai, guai agli abitanti della terra al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!”.l quinto angelo suonò la tromba e vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; egli aprì il pozzo dell’Abisso e salì dal pozzo un fumo come il fumo di una grande fornace, che oscurò il sole e l’atmosfera. Dal fumo uscirono cavallette che si sparsero sulla terra e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. E fu detto loro di non danneggiare né erba né arbusti né alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. Però non fu concesso loro di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il tormento è come il tormento dello scorpione quando punge un uomo. In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte li fuggirà.
Queste cavallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini. Avevano capelli, come capelli di donne, ma i loro denti erano come quelli dei leoni. Avevano il ventre simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all’assalto. Avevano code come gli scorpioni, e aculei. Nelle loro code il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi. Il loro re era l’angelo dell’Abisso, che in ebraico si chiama Perdizione, in greco Sterminatore.
Il primo “guaio” è passato. Rimangono ancora due “guai” dopo queste cose.Il sesto angelo suonò la tromba. Allora udii una voce dai lati dell’altare d’oro che si trova dinanzi a Dio. E diceva al sesto angelo che aveva la tromba: “Sciogli i quattro angeli incatenati sul gran fiume Eufràte”. Furono sciolti i quattro angeli pronti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno per sterminare un terzo dell’umanità. Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. Così mi apparvero i cavalli e i cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo. Le teste dei cavalli erano come le teste dei leoni e dalla loro bocca usciva fuoco, fumo e zolfo. Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che usciva dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità. La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code; le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse nuociono.
Il resto dell’umanità che non perì a causa di questi flagelli, non rinunziò alle opere delle sue mani; non cessò di prestar culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; non rinunziò nemmeno agli omicidi, né alle stregonerie, né alla fornicazione, né alle ruberie…..(…)
Gladys Herminia Quiroga de Motta, la veggente di Rosario di San Nicolás
Il destino è quindi segnato, secondo San Giovanni, può essere cambiato, secondo la Vergine; pure i due messaggi contengono una costante comune, ovvero l’indicazione delle terribili sofferenze che attendono l’umanità.
Il tutto si lega poi ad eventi apocalittici descritti da altri popoli, non cattolici, che posseggono nelle loro tradizioni scritte e orali, il racconto di un’Apocalisse per molti versi simile a quella annunciata alle genti cattoliche.
Leggendo le parole della Vergine, o di san Giovanni, ci si rende conto come proprio oggi, in un mondo globalizzato, positivista e materialista , si possano riscontrare tracce di quelle predizioni che indicano come prossimi i tempi dell’Apocalisse; se è vero che molte volte in passato l’umanità ha temuto di essere arrivata alla fine della strada (si pensi al terrore dell’anno 1000 o anche all’attesa del 2000) è altresì vero che mai come in questo periodo l’umanità ha perso per strada l’orientamento, dibattendosi tra mille problemi intrecciati fra loro, come l’evidente disparità tra paesi ricchi e paesi poveri, le innnumerevoli guerre che costellano a macchia d leopardo il pianeta, uniti a problemi di cataclismi, effetto serra, desertificazione ecc. che affliggono l’umanità.
La piccola Adelaide Roncalli, che assistette all’apparizione della Madonna delle Ghiaie di Bonate
La lettera con cui la Roncalli confermò le sue visioni
E c’è davvero da leggere con attenzione il passo in cui san Giovanni accenna alla marea nera che ricorpirà larga parte dei mari; come non leggere un accenno al devastante inquinamento partito da un pozzo di petrolio nel golfo del Messico?
Comunque la si pensi, da ateo positivista o da credente, le parole della Vergine potrebbero trovare tutti d’accordo sulle soluzioni piuttosto che un’indagine sul se sia vera o no l’origine divina delle stesse rivelazioni; la fame nel mondo, le disparità sociali, la povertà sono bombe a orologeria, che inevitabilmente faranno prima o poi scoppiare in maniera insanabile le stesse contraddizioni.
Allora avremo davvero la conferma che aldilà dell’origine divina delle parole vaticinate dai profeti, l’umanità sarà arrivata ad un bivio; ancora una volta il libero arbitrio farà la differenza, dicendo se sia possibile oppure no una nova speranza per l’umantà stessa.
La Vergine delle lacrime di Siracusa
Appendice
Alcune frasi attribuite alla Vergine dai veggenti
Apparizione Mariana ad Alessandria d’Egitto, Beata Mirijam Banardy (1846 – 1878)
“Sii contenta anche se dovrai soffrire e soffri per Dio; Egli ti invia solo quello che è necessario, accettalo sempre per il bene”.
Apparizione Mariana di La Salette
“Sciagura agli abitanti della terra!
Vi saranno guerre spaventose e carestie; pesti e malattie contagiose; pioverà una grandine spaventosa di animali; tuoni che scuoteranno le città; terremoti che inghiottiranno paesi; si udiranno delle voci nell’aria; gli uomini batteranno la testa contro i muri, essi chiameranno la morte, da un’altra parte la morte li supplizierà; il sangue scorrerà da ogni parte.
Chi potrà vivere se Dio non diminuirà il tempo della prova ?
Dal sangue, dalle lacrime e dalle preghiere dei giusti Dio si lascerà placare; Enoch ed Elia saranno messi a morte; Roma pagana sparirà; il fuoco del cielo cadrà e distruggerà tre città; tutto l’universo sarà colpito dal terrore e molti si lasceranno sedurre perché essi non hanno adorato il vero Cristo vivente tra loro.
È tempo, il sole si oscura; la fede sola vivrà.
Ecco il tempo, l’abisso si apre.
Ecco il re delle tenebre.
Ecco la bestia con i suoi sudditi, sedicente salvatore del mondo.
Egli si alzerà con orgoglio nell’aria per andare fino al Cielo; egli sarà soffocato dal respiro di San Michele Arcangelo.
Egli cadrà e la terra che da tre giorni sarà in continue evoluzioni, aprirà il suo seno pieno di fuoco; egli sarà sprofondato per sempre con tutti i suoi nei baratri eterni dell’inferno.
Allora l’acqua e il fuoco purificheranno la terra e consumeranno tutte le opere dell’orgoglio degli uomini e tutto sarà rinnovato: Dio sarà servito e glorificato. “
Lourdes, apparizione a Santa Bernadette
“Ed ora, figlia mia, va a dire ai sacerdoti che qui, in questo luogo, si deve erigere una cappella e che si deve venire in processione“
Il terzo segreto di Fatima, nelle parole di Suor Lucia Dos Santos , luglio 1917
“Abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio “.
Apparizione Mariana di Kibeho
“Il mondo va male… Il mondo corre verso la sua rovina, sta per cadere in un baratro… Il mondo è in ribellione contro Dio, vi si commettono troppi peccati, non c’è più né amore né pace… Se voi non vi pentite e non vi convertite i vostri cuori, voi cadrete tutti in un baratro“.
“Verrà il tempo in cui voi desidererete pregare, pentirvi e obbedire, senza più la possibilità di farlo, a meno che non lo cominciate a fare subito adesso, pentendovi e facendo tutto quello che io attendo da voi“.
“Il mondo va assai male, e se voi non fate nulla per pentirvi e per rinunciare ai vostri peccati, guai a voi! E’ proprio questo che continua a farmi male; perché io voglio liberarvi da un baratro perché voi non vi cadiate, ma voi rifiutate. Raddoppiate quindi lo zelo, figlia mia, per la preghiera in favore del mondo, affinché i peccati diminuiscano e siano perdonati a coloro che lo desiderano. Come potrei io essere contenta, allorché vedo i miei figli prendersi gioco di me ed essere sul punto di cadere in un abisso e di perdersi?… Sono venuta da voi per comunicarvi un messaggio che vi richiama quello che avete dimenticato; ma voi rifiutate di accoglierlo. da allora io soffro molto; ma so sopportare tutto con pazienza“.
Apparizione Mariana di Medjiugorjie
“Dio da voi non desidera nulla, soltanto il vostro abbando. Perciò, figlioli, decidetevi seriamente per Dio, perché tutto il resto passa, solo Dio rimane. Pregate per poter scoprire la grandezza e la gioia della vita che Dio vi dà.”
Il rapimento Dozier
Il generale James Lee Dozier e sua moglie Judith
Se c’è un punto terminale della ascesa terroristica delle Brigate rosse, lo si può far coincidere grosso modo con il clamoroso fallimento del sequestro Dozier, che mise la parola fine alla già incrinata immagine del gruppo del “fuoco geometrico”e che ebbe come conseguenze immediate la liberazione del generale americano e lo smantellamento della rete veneta dell’organizzazione terroristica.
Verona, 17 dicembre 1981, attorno alle 17,30; il comandante della NATO nell’Europa meridionale James Lee Dozier è a casa, con sua moglie, che sta preparando la cena, mentre il marito è in relax dopo la giornata lavorativa.
Suonano alla porta e la signora Judith va ad aprire; davanti a lei ci sono due uomini vestiti da idarulici, che dicono di essere venuti per verificare una perdita nell’appartamento.
I due, una volta all’interno, estraggono le armi, e mentre uno di essi blocca la signora Judith, l’altro colpisce il generale Dozier e lo tramortisce, nonostante il tentativo di difesa dell’uomo.
Poi, lo caricano in una cassa e svaniscono nel nulla.


Quando la notizia viene diramata dalle agenzie di stampa, l’opinione pubblica si rende conto che questo non è un atto terroristico come gli altri, perchè per la prima volta le BR attaccano uno dei membri più importanti dell’esercito americano in Europa, un alto papavero della Nato, e ci si rende conto che gli equilibri delle alleanze, i rapporti diplomatici tra paesi amici, alleati, da adesso in poi rischiano di incrinarsi.
Che siano state le Brigate rosse a rapire l’alto ufficiale è chiaro a tutti, anche prima della rivendicazione del gruppo, che arriva in giornata, mentre il 18 dicembre la cellula Anna Maria Ludman Cecilia (nome di battaglia della terrorista uccisa con altri tre terroristi nel covo di via Fracchia a Genova) rivendica la paternità del sequestro, dicendo di aver “rapito il boia della Nato Dozier”
Le polemiche infuriano immediatamente; l’estrema facilità con cui le BR hanno portato a termine il loro gesto appare sospetto a molti, che paventano dietro il rapimento la solita regia occulta dei paesi dell’est.
In realtà il sequestro è gestito in proprio dalla colonna veneta, il cui capo militare è Antonio Savasta, ed è un’azione che, ci si renderà conto in seguito, è solamente propagandistica.
Basti pensare che le BR rapiscono il generale, che parla malissimo l’italiano e non hanno nessuno che sia in grado di interrogarlo, perchè nessuno di loro parla bene l’inglese.
Il drammatico appello della signora Judith
James Lee Dozier a quel tempo aveva 50 anni, era un generale di brigata laureato a West Point, e aveva combattuto per due anni in Vietnam, ed era stato insignito della prestigiosa Purple heart, prima di diventare vice capo maggiore del Comando delle forze armate Nato per il sud Europa; è quindi una personalità di spicco, ma non gode di alcuna protezione personale.
La tensione monta subito altissima; il generale è in possesso di importanti segreti militari, ed è convinzione dei servizi segreti americani che il tutto sia organizzato da un paese comunista, così la pressione sugli inquirenti italiani diventa subito fortissima.
Posti di blocco attorno a Verona
Ma le Brigate rosse non hanno rapito Dozier per estorcergli segreti militari; la loro è un’azione volta a farsi propaganda, a coinvolgere se possibile quella parte di opinione pubblica che segretamente parteggia per loro, in cui confusamente si mescolano sentimenti anti americani, da sempre presenti nelle frange estremistiche tra studenti e operai, alimentate dal ricordo della guerra in Vietnam.
Nelle Brigate rosse, del resto, si era favoleggiato a lungo sul SIM, lo stato imperialista delle multinazionali, di cui gli Usa erano ovviamente i genitori genetici; con il sequestro Dozier le BR tentano il salto di qualità, anche se va detto che la scelta di Dozier fu assolutamente casuale, come preciseranno Novelli e Savasta, in quanto nell’ottica brigatista il rapito poteva essere un qualsiasi ufficiale americano.
Mentre scatta il piano d’emergenza dei servizi segreti italiani, coadiuvati da quelli americani e mentre viene allestita una gigantesca operazione di ricerca e di setaccio della zona, Savasta interroga il suo prigioniero tra mille difficoltà, ottenendo in cambio risposte frammentarie, una breve biografia del generale e informazioni prive di alcun valore.
Dozier è un militare esperto, quindi ha la situazione in pugno, per quanto possa averla un uomo costretto a vivere in una tenda da campeggio, incatenato e continuamente minacciato di morte.
Negli Usa la reazione del presidente americano Ronald Reagan è molto dura; anche se ufficialmente elogia le forze di polizia italiane impegnate nelle ricerche, in privato stigmatizza l’inefficienza delle stesse, testimoniate a suo dire dalla cattiva gestione dell’affaire Moro.
Convocati i capi dei servizi segreti americani, in primis la Cia, deputata all’intelligence fuori dai confini statunitensi, Reagan incaricò il suo vice Bush di persuadere l’Italia ad accettare la consulenza dei suoi agenti, ricevendone (almeno ufficialmente, per quello che ne sappiamo) un cortese ma fermo diniego.
Gli stessi americani mettono subito in chiaro che non sarà possibile nessuna trattativa ne aperta nè segreta con i terroristi, facendo così subito chiarezza sulla gestione del sequestro; in Italia si prende atto della decisione americana, del resto ampiamente condivisa dai vertici politici e investigativi e si nomina subito la task force che dovrà seguire il delicato caso.
A capo del gruppo viene nominato Umerto Improta, vice capo dell’Ucigos, affiancato da De Francisci e da Salvatore Genova, tutti uomini preparati ed esperti, il massimo su cui potesse contare l’intelligence italiana.
Improta da subito una sterzata alle indagini; Verona, ma non solo, vengono cinte quasi d’assedio, mentre gli inquirenti vanno a caccia di indizi, mirando sopratutto alle complicità, ai fiancheggiatori che il gruppo indubbiamente possiede. La strategia è volta anche a fare terra bruciata attorno alla direzione strategica, caduta la quale si avrebbe partita vinta.
Si indaga nel mondo dell’estremismo, della contiguità al partito armato, proprio mentre Patrizio Peci, primo grande pentito delle BR, rivela a Dalla Chiesa i segreti del gruppo, squarciando il muro impenetrabile in cui sembrava rinchiuso il gruppo terroristico.
I giorni passano, e la tensione si fa sempre più sfibrante, con gli inquirenti che indagano senza sosta mentre il tempo è scandito dai comunicati delle Brigate rosse.
Il 1982 si apre con altri attentati, ma anche con i successi degli inquirenti, come l’arresto dell’ultimo capo brigatista, Senzani, responsabile del sequestro del fratello di Peci , Roberto e del sequestro Cirillo.
Il successo più grande comunque sta per arrivare; le indagini certosine degli uomini di Improta arrivano ad una svolta, quando, indagando sui vari passaggi di proprietà di appartamenti e immobili, gli inquirenti arrivano ad un garage acquistato dal BR Paolo Galati, nel quale vengono rinvenuti documenti e volantini relativi al tragico sequestro taliercio, anch’esso opera della colonna veneta delle Brigate rosse.
Attraverso galati, gli uomini di Improta risalgono ad una terrorista la De Angelis, che viene fermata in casa sua mentre è in compagnia di Ruggero Volinia.
Portato in caserma, l’uomo si dichiara prigioniero politico.
Gli uomini di Improta capiscono di essere sulla strada giusta e mettono sotto torchio l’uomo, che alla fine crolla, Davanti al procuratore Papalia, l’uomo ammette le sue responsabilità nel sequestro, dicendo di essere stato l’autista dell’auto furgonata che ha trasportato Dozier da Verona a Padova.
Da quel momento gli avvenimenti prendono una piega frenetica.
Volinia dichiara di essere disposto a collaborare, così gli inquirenti raccolgono tutte le notizie utili per identificare la prigione, la composizione del commando che tiene in ostaggio Dozier, la pianta dell’appartamento.




Il covo BR
Identificata la base in cui è prigioniero il generale, in un quartiere periferico di Padova, in via Ippolito Pindemonte civico 2, situato su un supermercato al secondo piano dello stabile scatta l’operazione che dovrà portare al blitz.
Dapprima viene mandata un’auto civetta che passa a velocità normale per via Pindemonte, in modo da verificare l’esatta poszione dellì’appartamento e delle finestre, che sono ovviamente chiuse da tapparelle, in seguito, poichè nello stabile c’è un laboratorio dentistico, vengono mandati due agenti in borghese ,con la scusa di una visita, a verificare la situazione in situ.
La prima foto di Dozier libero
Grazie sempre alle rivelazioni di Volinia, gli uomini di Improta apprendono che il generale è tenuto prigioniero sotto una tenda da campeggio, legato con una catena e guardato a vista dai teroristi, armati fino ai denti.
Il 28 gennaio è la data fatidica per l’operazione; la preparazione è stata meticolosa, nulla è lasciato al caso.
La mattina un bulldozer inizia delle finte operazioni di scavo, mentre coppie di agenti in borghese sono per strada, travestiti da fidanzatini, da semplici passanti; i NOCS sono pronti all’intervento.
E’ gente esperta, preparata; indossano giubbotti antiproiettile, cappucci, qualcuno ha bombole subacquee, posseggono attrezzi da montagna, necessari per calarsi dal terrazzo, hanno picconi da rocciatore e le immancabili armi pesanti e leggere.
Il curioso camuffamento di un agente dei NOCS
I Nocs sono arrivati con un insospettabile camioncino adibito al trasporto di verdure; il blitz scatta puntuale e perfetto.
Alcuni uomini si calano dal terrazzo e fanno saltare la finestra sulla strada mentre contemporaneamente altri fanno saltare la porta dell’appartamento, che sanno non essere blindata, come dedotto dai sopralluoghi precedenti.
Nell’appartamento la sorpresa, uno degli elementi fondamentali su cui Improta ha basato tutte le sue carte è totale; i terroristi vengono disarmati, mentre un uomo dei Nocs colpisce con il calcio della pistola, alla testa, un terrorista che era corso verso Dozier puntandogli la pistola alla testa.
I giornali pubblicano le foto di Savasta e della Libera
Il blitz è tecnicamente e tatticamente perfetto, perchè l’ostaggio è libero, i terroristi sono arrestati e ammanettati, non è stato sparato un solo colpo; il tutto è durato meno di due minuti, segno dell’assoluta professionalità degli uomini dei NOCS.
Antoni Savasta, Emilia Libera, Cesare Di Lenardo e Daniela Frascella, figlia dell’ignaro proprietario dell’appartamento, giacciono in manette; Di Lenardo è l’unico ad avere dei danni, perchè il poliziotto che l’ha colpito non è andato tanto per il sottile.
Dozier, barba lunga, smagrito, prorompe in un “meraviglioso lavoro”
I pubblici ringraziamenti di Dozier
In quella giornata frenetica, la notizia rimbalza attraverso imedia; il TG mostra le fasi successive alla liberazione di Dozier che, nel frattempo, ha chiamato sua moglie Judith per rassicurarla sul suo stato di salute.
E’ una pioggia di elogi continua e incondizionata che piove su Rognoni, ministro degli interni, su De Francisci capo della polizia, su Rino Genova e naturalmente su Improta e sui suoi uomini.
Arriva anche l’elogio incondizionato di pertini e quello di Ronald Reagan, che esalta il ruolo dell’intelligence italiana, a nome suo personale e degli Stati Uniti.
L’assedio dei giornalisti dopo il blitz
La liberazione di Dozier significa non solo la riscossa dello stato, che quell’anno piazzò colpi mortali ai danni delle BR, ma anche lo smantellamento della rete terroristica in Veneto.
Il tutto può essere ampiamente simboleggiato dal comunicato delle Brigate Rosse che seguì l’operazione Dozier, nel quale l’organizzazione affermò la necessità di una “ritirata strategica, diretta conseguenza dell’offensiva dello stato”; da quel momento, formalmente, le Brigate Rosse originarie cessano di esistere, spacandosi in tre tronconi, le BR-Walter Alasia ,le BR-Partito Guerriglia , le BR-Per la Costruzione del Partito Comunista Combattente (BR-PCC)
La signora Judith, con sua nipote, apprende della liberazione del marito
Dozier e la signore Judith dopo la liberazione del generale

L’annuncio del blitz dato dal presidente americano Ronald Reagan

La liberazione in prima pagina
L‘identikit di Antonio Savasta
Il fantomatico astronauta di Palenque

Veduta della città Maya di Palenque
E’ il sogno di qualsiasi esploratore, di qualsiasi archeologo quello di imbattersi in un’antica città, priva di vita da secoli, ma conservata tutto sommato bene; una città che presenti ancora iscrizioni e monumenti, che racconti in qualche modo la vita di coloro che la hanno abitata, e che possibilmente restituisca qualcosa che possa servire per capirne la cultura, le dinamiche di vita sociale, religiosa e politica, e perchè no, che dia modo di trovare l’immancabile tesoro, che sia sotto forma di gioielli, di oro o di qualsiasi cosa di prezioso.
Palenque ha esaudito tutti questi desideri, rivelando, sopratutto nel corso della seconda metà dello scorso secolo, una storia che ci ha permesso di conoscere meglio gli antichi abitanti che la popolavano, su una estensione di circa 15 km, e che la abbandonarono inspiegabilmente nel pieno del suo fuglore.
Alberto Riuz Lhuillier, l’archeologo che scoprì la tomba di Pacal il grande
Situata a 3000 mt di altitudine, nello stato messicano del Chiapas, sull’estremo lembo del confine messicano non lontano dai confini con il Guatemala, la città stato è rimasta quasi invisibile agli occhi umani per secoli, protetta dall’onnipresente giungla e da una nebbia provocata dallo scorrere del fiume Usumacinta, che provoca uno scambio termico con l’aria; già abitata nel corso del I secolo AC, Palenque ha visto crescere il suo prestigio lentamente ma con costanza, fino al massimo splendore che coincide con il regno di Kin Pacal detto il grande, che regnò dal 615 al 683 DC, data della sua morte.
Pacal portò lustro e splendore nella città stato, edificando templi e inaugurando una stagione di prosperità senza precedenti: alla sua morte lo splendore e la magnificenza della città stato diminuirono progressivamente, fino al X secolo, quando come già detto all’inizio la città venne progressivamente abbandonata, fino a diventare deserta del tutto.
Questo è uno degli enigmi che da sempre fanno ammattire gli studiosi; cosa può aver spinto la pololazione locale ad abbandonare un territorio così avanzato dal punto di vista della civiltà, una città ricca di templi, costruzioni e abitazioni?
Pacal il grande
Un catastrofe naturale è poco probabile, visto che avrebbe dovuto colpire non solo gli abitanti, ma anche i manufatti; forse vi fu un’emigrazione di massa di altri popoli che cacciarono i residenti, ma anche in questo caso vien da chiedersi dove siano finiti poi i nuovi abitanti, e sopratutto come abbiano fatto a conquistare la città stato senza intaccarne i monumenti.
L’ipotesi più probabile è un’emigrazione di massa dovuta all’improvviso inaridimento del suolo, che costrinse i Maya a lasciare la zona alla ricerca di un territorio fertile.
Ma ovviamente è solo una supposizione, perchè gli stessi Maya, se lasciarono scritto qualcosa sugli avvenimenti, videro tutte le loro testimonianze scritte distrutte dalla furia iconoclasta degli spagnoli, con i tristemente famosi auto da fè che bruciarono tutta la cultura scritta Maya salvo sporadiche eccezioni.
La stupenda maschera funeraria di Pacal
Comunque sia andata, Palenque diventò una ghost town, cosa dimostrata dall’arrivo degli spagnoli nel 1519.
I conquistadores, affamati di oro e pietre preziose, giunsero nella città con un piccolo corpo di spedizione guidato da Padre Pedro Lorenzo de la Nada; fu lui a dare il nome di Palenque alla città, traducendo male il nome Maya della città, ricordata dai discendenti del grande popolo che abitavano quella zona nel 1561 come la “terra con forti case, delle case robuste”
Pedro Lorenzo de la Nada la chiamò fortezza, Palenque in spagnolo e da quel momento la città stato prese la denominazione che conosciamo ancor oggi; il religioso si integrò bene con la popolazione locale, riuscì a creare una comunità di indigeni locali e li convinse a ripopolare la città.
Lasciò i suoi protetti per tornare in Spagna, dove si preoccupò di costituire uno stato giuridico per la sua gente, portando con se tre campane da mettere nelle chiese che aveva costruito, una delle quali soltanto è sopravissuta fino ai giorni nostri.
Glifi a Palenque
Palenque ritornò nell’oscurità della storia, prima di essere nuovamente scoperta da Stephens e Catherwood, i due archeologi e viaggiatori che girarono in lungo e in largo il Messico, e che contribuirono in maniera determinante alla riscoperta di Chichen Itza; ma ancora una volta la città stato scomparve dalle cronache, prima di essere scoperta nuovamente, e questa volta in maniera definitiva, nel 1930, quando un gruppo di archeologi capitanati da M. A. Fernandez in collaborazione con F. Blom e Ruz Lhuillier intraprese una campagna di scavi che riportò alla luce tutti i templi più importanti della città, in particolare il Tempio delle iscrizioni.
Ed è qui che quasi vent’anni dopo avvenne un ritrovamento eccezionale, paragonabile per importanza a quello della tomba di Tutankamen, che, come vedremo, porterà a parlare dell “tomba del faraone Maya”
Nel 1949 Alberto Ruz Lhuillier stava svolgendo una campagna di scavi sul territorio di Palenque; un giorno, mentre studiava con attenzione i petroglifi sul Tempio delle iscrizioni, che recavano 625 glifi ispirati alla storia del più grande dei capi di Palenque, Pacal, vide un passaggio segreto nel suolo, ostruito da macerie.
Con il fiuto che accompagna sempre l’archeologo di razza, Lhuillier intuì che quel passaggio doveva portare a qualche cosa di importante.
L’ingresso della tomba di Pacal
Iscrizioni sulle pareti della tomba
L’intuizione si trasformò in certezza quando l’archeologo vide che sotto le macerie c’erano delle scale; ma dovette attendere tre anni, prima di vedere la sua curiosità appagata; il tempo necessario a rimuovere le oltre 300 tonnellate di macerie che ostruivano il percorso.
Ma fu un’attesa premiata con una scoperta che rivoluzionò le conoscenze ul mondo Maya; perchè al termine di quella scalinata c’era una sala a volta, con al centro un sarcofago decorato, chiuso da una pesante lastra (5 tonnellate); sui lati della stanza, sulle pareti, erano raffigurati 9 dignitari; la stanza stessa misurava 9 mt di lunghezza, 4 di larghezza e 7 di altezza.
Quando venne rimosso il pesante coperchio, all’interno del sarcofago si rinvenne il corpo di un uomo, sul cui volto c’era una splendida maschera di giada.
La lastra tombale che ricopriva il sarcofago di Pacal
La stessa lastra vista nell’angolazione preferita dai cultori dell’ipotesi aliena
Era il corpo di Pacal il grande, sepolto con tutti gli onori, come il faraone egizio Tutankamen, come lui con il volto coperto da una maschera di straordinaria bellezza; come Carter rispose sinteticamente a Lord Carnavon “Vedo cose meravigliose”, così Lhuillier rispose sinteticamente a chi gli chiedeva dell’emozione provata nel momento in cui venne sollevata la pesante lastra tombale di Pacal.
“La prima impressione fu quella di contemplare un mosaico verde, rosso e bianco, ma poi il mosaico si scompose in dettagli e vidi ornamenti di verde giada, ossa e denti dipinti di rosso e frammenti di una maschera“
Veniva quindi smentita la teoria che voleva le piramidi utilizzate solo a fini religiosi o politici; la cripta contenente il sarcofago di Pacal stava a dimostrare clamorosamente il contrario.
La eco della scoperta mise in subbuglio il mondo impolverato degli archeologi, sempre poco disponibili a rivedere le loro teorie; ma buona parte dello stesso mondo si schierò a difesa dell’autenticità del corpo di Pacal quando alcuni misero indiscussione l’identità del corpo ritrovato.
La principale obiezione riguardò lo stato di corrosione dei denti, che non corrispondevano ad un uomo di ottantanni; tuttavia non va dimenticato che Pacal non era un uomo qualsiasi del suo popolo.
Era un sovrano con dignità pari a quella di un dio, e con molta probabilità non doveva certo nutrirsi di mais o carne dura.
Una visione in bianco e nero che permette di apprezzare i dettagli
Ma la polemica più grande, quella che ebbe più vasta eco, riguarda la strana decorazione della lastra tombale del “faraone di Palenque“; la raffigurazione di Pacal, che ascende dal mondo terreno per avviarsi a diventare un dio venne scambiata per un astronauta che è a cavalcioni su un veicolo spaziale.
Uno dei primi a parlare dello “sconvolgente rinvenimento” fu lo scrittore Erich von Däniken, una specie di scienziato della domenica specializzato nell’elaborazione di fantasiose teorie che spiegano, attraverso l’intervento alieno, tutte quelle cose che richiedono conoscenze approfondite o studi completi.
L’ameno scrittore svizzero sostiene da tempo che sono stati gli alieni a contribuire all’edificazione delle piramidi e della sfinge, che sempre gli alieni sono intervenuti massicciamente per influenzare le civiltà Maya, Incas, Azteca, quella dell’isola di Pasqua e via dicendo, arrivando anche a vedere gli alieni dietro le apparizioni mariane di Lourdes e Fatima.
Accanto a lui va citato l’italiano Kolosimo, scomparso da tempo; lo stesso fervore “interventista alieno” pervade gli scritti di Kolosimo, che sposò la tesi stravagante di Von Daniken.
La probabile spiegazione della lastra tombale:
La parte inferiore, Il mostro della terra
La parte centrale, L’albero della vita (la vita terrestre)
La parte superiore, Il Queatzcoatl, il serpente piumato (il passaggio allo stato di Dio)
In realtà guardando la lastra funeraria di Pacal, si scorgono elementi classici della religione Maya; c’è il mostro della terra, una pianta di mais (alimento fondamentale dei Maya), l’uccello piumato, il queatzl, comune amche agli Inca, che simboleggia l’essenza stessa della vita.
Ovviamente i cultori del mistero si sono affannati a spiegare con l’intervento alieno la non comune raffigurazione tombale.
Dimenticando, per esempio, che Pacal è raffigurato con addosso solo il perizoma, abbigliamento con il quale, fosse stato alla guida di un veicolo spaziale, avrebbe potuto al massimo alzarsi dal suolo per pochi metri.
Non solo; la raffigurazione è limitata solo alla lastra tombale, e se fosse stato vero un incontro ravvicinato tra i Maya e presunti alieni, sarebbe rimasta qualche traccia sulle pareti della tomba, sotto forma di documentazione, vista la rilevanza della cosa.
Del resto nel Tempio della croce, per esempio, elementi religiosi presenti sulla lastra tombale di Pacal sono raffigurati su alcune pareti.
Particolare del Tempio dei teschi
Tornando a Palenque, il sito presenta numerosi monumenti degni di grande attenzione.
In primis va citato il gruppo costituito da tre templi ,il Tempio della Croce, quello della Croce Fogliata e il Tempio del Sole, edificati sotto il governo del figlio del grande Pacal, quello di Chan Bahlum (o Chan Balám – Serpente Giaguaro), salito al potere lo stesso anno della morte del padre, il 683.
Siamo nel periodo di massimo fulgore dell’architettura Maya, e i risultati sono visibili; il Tempio della Croce presenta la complessa struttura delle consegne del potere da parte di pacal al figlio, simboleggiata dall’albero della vita, che affonda le radici profondamente nel terreno, nel regno del sotto mondo, che presenta il tronco in superficie a simboleggiare la vita terrena e infine le foglie e i rami che simboleggiano il cielo e quindi la natura divina del re.
Altare sacrificale davanti al Tempio delle iscrizioni
Nel Tempio della Croce Fogliata sono presenti le stesse allegorie, impreziosite dalla rpesenza del mais, fonte di vita come l’acqua;i ll Tempio del Sole si distingue invece per le allegorie dedicate alla guerra, vista la presenza di rilievi raffiguranti giaguari.
Anche a Palenque è presente il tradizionale campo per il gioco della palla, la cui complessa ritualità è ancora oggi fonte di studio (per la descrizione del rituale sportivo/religioso simboleggiato dalle strutture vedere l’articolo su questo blog dedicato a Chichen Itzà).
Il Tempio del sole
La parte centrale di Palenque è occupata dal Palacio, un complesso di più strutture che contiene splendide raffigurazioni di battaglie, ritratti di sovrani precedenti, e che venne edificato in più di cento anni, aggiungendo alla struttura originaria altri edifici dedicati probabilmente non solo all’esaltazione del potere, ma che fungevano da centro amministrativo e di giustizia.
La regina Zak Kuk, madre di Pacal, fece decorare l’interno degli edifici anche con simboli del calendario; particolarmente importanti sono i glifi studiati da Heinrich Berlin, che rivelarono come in una specie di Stele di Rosetta i nomi dei sovrani che si erano alternati nella guida della città.
Una delle sorprese che attendevano gli archeologi era rappresentata dalle vistose colorazioni degli edifici, adesso perdute, ma presenti ancora in tracce sulle costruzioni; abbondavano i colori come il giallo, il verde e il blu, oltre al rosso mattone che decorava gli esterni degli edifici.
Una raffigurazione ottocentesca

Una raffigurazione ottocentesca del Tempio del sole
Palenque deve davvero molto a Alberto Ruz Lhuillier; l’uomo si dedicò anima e corpo al restauro e alla conservazione del sito, tanto che dopo la sua morte venne sepolto all’interno della città, di fronte al Tempio delle iscrizioni. Fu lui a far lievitare l’interesse per il sito archeologico, grazie alla citata scoperta della tomba di Pacal.
Oggi il sito è meta di un incessante pellegrinaggio di turisti, attirati dal fascino misterioso della città Maya, conservatasi splendidamente nonostante le ingiurie del tempo.
Mappa del sito archeologico
Sono presenti sul sito anche equipe archeologiche, alla ricerca di ulteriori elementi di informazione sui Maya; l’epoca delle scoperte archeologiche,a Palenque, probabilmente non è terminata.

Il sistema numerico Maya

Chichen Itza

Pianta del complesso di Chichen Itza’
La riscoperta di Chichen Itzá, la perla dello Yucatan, una delle più importanti città Maya ha una data precisa, quella del 1839, quando John Lloyd Stephens viaggiatore ed esploratore statunitense in compagnia dell’amico Frederick Catherwood, giovane architetto inglese, bravissimo disegnatore e anche lui gran viaggiatore, giunsero nello Yucatan, affascinati dai resoconti di sporadici viaggitori che si erano avventurati nelle giungle dello Yucatan.
Uno di questi, il conte Jean Frédéric Maximilien de Waldeck, aveva pubblicato a Parigi nel 1838 un libro, Viaggio romantico e archeologico nello Yucatan, che descriveva le bellezze di quel mondo assolutamente sconosciuto agli europei, un pò com’era accaduto con la spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto, che aveva dissepolto letteralmente, dalla sabbia del tempo, la civiltà dei faraoni.
Edward H.Thompson, l’uomo che esplorò e poi acquistò Chichen Itza’
Stephens e Catherwood viaggiarono per alcuni mesi, visitando tra l’altro Palenque e Uxmal, oltre a Copan, interessandosi a quella che era una civiltà pressochè sconosciuta, scrivendo e disegnando senza posa; i risultati delle loro esplorazioni diventarono due libri che possono essere definiti la Bibbia degli archeologi interessati alle civiltà sud americane, ovvero Incidents of Travel in Central America, Chiapas and Yucatán, pubblicato nel 1841 e Incidents of Travel in Yucatan,che vide la luce nel 1843.
Le fatiche immani, i pericoli, ma anche la grande soddisfazione dei due amici nel portare alla luce quella che consideravano la più grande civiltà del suolo americano prendono forma in due libri ricchi di aneddoti, scritti con uno stile scorrevole, che ebbero subito un lusinghiero successo presso il pubblico.
Thompson esplora il sacro cenote
Chichen itza, (che significa letteralmente “Alla bocca del pozzo degli Itza”, dal nome del popolo che abitava quelle zone, anche se con ogni probabilità non ne furono i fondatori), sorgeva nelle vicinanze di due grossi pozzi d’acqua naturali, chiamati cenotes, merce assolutamente rara in uno Yucatan tutto sommato abbastanza arido, divenne politicamente e socialmente importante attorno al 600 DC.
Il declino di centri come TiKal, l’arrivo del sovrano tolteco Quetzalcoatl (classico nome di una divinità, il serpente piumato) avvenuto poco prima del 1000 DC stabilirono il primato della città sull’intera penisola dello Yucatan; primato che però non durò molto, tant’è vero che la città ben presto vide diminuire il uo prestigio.
Francisco de Montejo, capitano spagnolo al seguito di Cortez, conquistò la città nel 1531, ma ben presto fu costretto ad abbandonarla; su Chichen Itza, dopo la decapitazione della cultura Maya operata dai conquistadores di Cortes, calò il silenzio.
Il cenote
Furono quindi Stephens e Catherwood a far riemrgere dalle oscurità del tempo la città; così come Augustus Le Plongeon, fotografo e archeologo inglese fece riemergere dalla notte dei tempi una poderosa statua di guerriero maya, definita Chacmool, nome che da quel momento presero tutte le sculture con le stesse fattezze.
Nel 1894 il console degli Stati Unit, Edward H. Thompson, acquistò dal governo l’intera zona archeologica, e iniziò ad esplorarla con profitto.
E’ a lui che va ascritta la scoperta della vera funzione dei cenote, del resto raccontata con dovizia di particolari dal sacerdote Diego De Landa, il tristemente famoso autore degli autodafè, i roghi nei quali vennero bruciati i testi sacri dei Maya.
Thompson confermò quanto raccontato da De Landa, in merito ai sacrifici umani rituali che i Maya facevano per propiziarsi gli dei; sul fondo del cenote da lui esplorato c’erano corpi di vittime sacrificali,unitamente a monili d’oro, carcasse di animali, vasellame e incenso.

Due esempi di Chac mool rinvenuti a Chichen Itzà
Tra il 1913 e il 1924 una spedizione americana mappò il sito, con la collaborazione del governo messicano, nonostante la precaria situazione politica dovuta alla rivoluzione di Pancho Villa;nel 1926 lo stesso governo messicano espropriò a Thompson la proprietà del sito archeologico, accusando il console di aver derubato del tesoro Maya trovato nel cenote il polo messicano, salvo poi restituire agli eredi nel 1944 la legittima proprietà del sito stesso (Thompson era morto nel 1935)
Gli eredi vendettero tutto a Fernando Barbachano Peon, che sfruttò abilmente l’attrattiva archeologica del sito, facendo diventare l’area un importante luogo turistico.
Chichen Itza, che si è conservata splendidamente, nonostante secoli di incudia, presenta una serie di monumenti di assoluto interesse storico e artistico.




Alcune delle splendide illustrazioni di Frederick Catherwood
Il più famoso dei quali è il tempio dedicato a Kukulcan, che sorge esattamente al centro del sito, ed è chiamato dai messicani “Il castillo”; la struttura, una piramide a gradoni tipica dell’architettura precolombiana, sorge su un’area che anticamente era occupata da un altro tempio, come evidenziato dagli scavi del 1930, che portarono alla luce una scala situata sul lato nord della piramide, che portava all’interno del tempio originale.
Nel tempio stesso si rinvenne un chacmol e un prezioso trono a forma di giaguaro con pietre di giada incastonate, a simboleggiare le macchie della pelle del giaguaro. Per permettere l’accesso ai turisti venne scavato un tunnel dalla base della piramide alla sala centrale, che però è stata chiusa alle visite 4 anni addietro.
La prima edizione di Incidents of Travel in Yucatan
Per capire l’importanza che doveva avere la struttura durante il periodo di massimo fulgore del sito di Chichen Itza, si pensi allo straordinario effetto che genera la visione, durante gli equinozi di primavera e d’autunno, del serpente piumato Kukulcan che si staglia lungo la parete nord; uno spettacolo che sicuramente non lasciava indifferenti gli abitanti della città.
John Lloyd Stephens
La struttura si alza per circa 30 metri, poggia su una base di 55 mt ed è ornata ai lati da raffigurazioni proprio del serpente piumato; costruito dopo il 1000, segue perfettamente il corso di un anno solare, poichè ha 91 gradini per ogni lato, per un totale di 364 che diventano 365 con l’unico gradino che conta il tempio posto alla sommità della piramide. Un esempio della precisione astronomica dei maya.
El castillo non è l’unica struttura piramidale di Chichen Itza; Il tempio dei guerrieri, una struttura piramidale e grandi gradoni, quattro per la precisione, mostra il grado di implementazione a cui erano giunti i Maya assorbendo le concezioni architettoniche dei toltechi. Sulla sommità della struttura c’è un chacmol, che guarda verso il basso, dove fa bella mostra di se l’imponente porticato, sulle cui colonne sono raffigurate come sempre aquile, giaguari guerrieri….
El castillo
All’interno del sito sono state rinvenute le fondamenta di ben sette campi per il gioco della palla; nato probilmente a Paso de la Amada, dove gli archeologi hanno rinvenuto il campo più antico per il gioco stesso, veniva praticato, nella sua variante più importante, con una palla di gomma molto pesante, circa tre chili per un diametro di 20 cm,che veniva colpita con le anche e con le spalle, per essere indirizzata verso degli anelli conficcati nei muri.
A Chichen Itza gli anelli sono sospesi a sei metri dal suolo, il che la dice lunga sulla difficoltà del gioco stesso, che terminava, sopratutto nel periodo della conquista spagnola, con feriti anche gravi e alle volte con il sacrificio rituale della squadra perdente.
Il campo più grande per il gioco della palla
Particolare dell’anello in cui passava la palla di gomma, posto a metri 6 di altezza
Il campo principale di Chichen Itza è lungo 166 metri e largo 68; è di gran lunga il più grande del sud America; sulle basi del campo stesso ci sono raffigurazioni del gioco, con scene allegoriche raffiguranti un giocatore privo della testa dalla quale si diramano sei rivoli di sangue più uno centrale che si trasforma in un albero.
Curioso il tempietto posto a nord del campo stesso, al cui interno c’è un bassorilievo che reca incisa una figura assolutamente inusuale nell’iconografia Maya, ovvero un uomo che sembra in possesso di una barba, da cui la denominazione Tempio dell’uomo barbuto.
Akab Dzib, ovvero La casa delle iscrizioni misteriose
Uno dei complessi più affascinanti è costituito dal quadrilatero di edifici chiamato “Las monjas”, ovvero Le monache, in seguito all’errata convinzione, da parte dei conquistadores, che si trattasse di un edificio religioso.
In realtà il complesso era adibito a funzioni di governatorato, e sul portale c’è una figura umana coperta da un ventaglio di piume; anche in questo caso siamo di fronte ad una eccezione nell’iconografia Maya.
Sicuramente affascinante è il complesso denominato El Caracol , la chiocciola, così chiamato perchè per raggiungere la sommità della costruzione bisogna salire su una scala a forma di chiocciola; l’edificio era un osservatorio, costruito su una larga piattaforma.
Qui i sacerdoti e gli studiosi Maya osservavano il cielo, con strumenti rudimentali, che erò non impedirono loro di arrivare a dividere l’anno solare in 365 giorni esatti, con uno scarto davvero irrilevante che rivaleggia con i moderni strumenti di datazione del tempo.
El Caracol, l’osservatorio Maya
Akab Dzib, ovvero La casa delle iscrizioni misteriose, è un edificio piuttosto piccolo rispetto alle dimensioni degli altri; è chiamato così per la presenza nel rettangolo che compone lo stesso ( 50 mt di lunhezza, 6 di altezza e 15 di larghezza) di iscrizioni petroglifiche, fra le quali si distingue una figura umana.
Qualche chilometro fuori del complesso di Chichen Itza ci sono le grotte Balankanche, esplorate nel 1954, che restituirono alla luce moltissimi manufatti Maya, impreziositi 5 anni dopo dal casuale ritrovamento di una parete finta dietro le quali c’era un vasto complesso di gallerie, anche queste ricche di manufatti.
Las monjas
Il tempio dei guerrieri
Su decisione del governo messicano vennero lasciati al loro posto, dopo essere stati inventariati.
Oggi Chichen Itza è una delle mete più visitate dai turisti, che restano incantati davanti alla monumentale opera degli architetti Maya, attraverso la visione di uno dei complessi cittadini meglio arrivati ai nostri giorni; una viita in Messico non può prescindere dalla visita di una città che sembra magicamente sospesa tra un passato lontano e un futuro che la vede ergersi orgogliosamente sfidando i secoli.

Lo Yucatan
1979, le morti di Iurilli,Civitate, di Charlie e Carla a Torino

Una scia di sangue percorre Torino tra il 28 febbraio e il 18 luglio del 1979.
Siamo nel periodo più cruento della lotta armata, il cuore degli anni di piombo, la sua appendice più crudele e dolorosa.
Il 28 febbraio due terroristi di Prima linea, nomi di battaglia Charlie e Carla, seguono un presidente circoscrizionale in piazza Stampalia; l’uomo è Michele Zaffino, ed è l’obiettivo di un’indagine di Prima linea atta a verificare la possibilità di colpire l’uomo politico.
Zaffino è pedinato da Carla, che lo segue in autobus fino a quando l’uomo, arrivato a destinazione, scende dal mezzo.
E’ il prossimo bersaglio scelto da Prima linea, ma non lo sa.
Per sua fortuna, i due terroristi compiono un grave errore; entrano in una tabaccheria e comprano due maschere di carnevale.
Il bar dell’Angelo, teatro dei tragici avvenimenti
In quei giorni bui basta anche un minimo sospetto per scatenare la paura e la fobia dell’attentato; il proprietario della tabaccheria, insospettito dalla strana decisione dei due giovani di acquistare maschere di carnevale in piena quaresima, avvisa la polizia, e indica loro il punto in cui i due giovani si sono fermati.
Loro sono Charlie e Carla, ovvero Matteo Caggegi e Barbara Azzaroni, due giovani terroristi , perchè Matteo è un operaio Fiat di 20 anni, mentre la Azzaroni è una maestra elementare di 29 anni.
Si fermano a prendere un caffè nel Bar dell’Angelo, proprio in piazza Stampalia; sono le 10,00 di mattina,e i due giovani attendono la loro vittima.
Ma ecco l’imprevisto; arriva un agente, che si avvicina al loro tavolo e chiede i documenti ai due giovani seduti.
E’ un attimo, si scatena l’inferno.
Sparano i due terroristi, spara l’agente.
Al termine del breve conflitto a fuoco, sul pavimento del bar ci sono due corpi, quelli di Charlie quello di Carla.
Nelle tasche dei due ci sono le foto di Zaffino, il loro bersaglio, responsabile, secondo l’organizzazione terroristica di prima linea, di aver invitato la popolazione del quartiere alla delazione, attraverso un questionario distribuito capillarmente, in cui si chiedeva alla stessa popolazione di segnalare individui sospetti.
I corpi dei due terroristi
Il questionario dice testualmente: “Avete da segnalare fatti concreti che possano aiutare gli organi della magistratura e le forze dell’ordine a individuare coloro che commettono attentati, delitti, estorsioni?”
Zaffino aveva fatto distribuire oltre 100.000 copie del questionario alla popolazione del quartiere Madonna di Campagna, ottenendo in cambio la restituzione di meno di 13.000 questionari compilati, e solo una trentina di risposte affermative al quesito più importante.
Questo, agli occhi dei terroristi, è un delitto punibile con la morte.
Barbara Azzaroni
Matteo Caggegi
La morte di Matteo Caggegi e Barbara Azzaroni scatena la rabbia dell’organizzazione, che decide di vendicarsi.
E lo fa 10 giorni dopo, esattamente il 9 marzo.
Un commando di terroristi, composto da Maurice Bignami, Fabrizio Giai, Silveria Russo, da suo marito Bruno Laronga e da Giancarlo Scotonia,prepara un agguato mortale ad una volante della polizia.
Due terroristi travestiti con in mano due vassoi di pasticcini, entrano in una bottiglieria di via Millio; nei vassoi ci sono due mitra, i due sequestrano la famiglia proprietaria della stessa.
Lo sfortunato Emanuele Iurilli
La signora Iurilli, madre di Emanuele
Un terrorista, spacciandosi per il proprietario della bottiglieria chiama la polizia, dicendo testualmente “Ho preso una ragazzino di 17 anni che stava prendendomi l’autoradio, nel bar in via Francesco Millio, al 64/A”
L’agente di servizio alla centrale annota la chiamata e conferma che invierà una volante.
Nella bottiglieria, intanto, sale la tensione; tre terroristi sono pronti all’agguato,Maurice Bignami, Fabrizio Giai e Giancarlo Scotonia mentre fuori gli altri due,Silveria Russo e Bruno Laronga che hanno funzioni di copertura, attendono.
L’ordine è di sparare quando gli agenti sono entrati.



La battaglia di via Millio
Intanto dalla scuola aereonautica Carlo Grassi esce dopo le lezioni un ragazzo Emanuele Iurilli; la scuola, nel quartiere Madonna di Campagna, è di fronte al Bar dell’angelo, il bar in cui hanno perso la vita Matteo Caggegi e Barbara Azzaroni. Il giovane ha 18 anni, e non sa che sta andando incontro ad un tragico destino.
Emanuele Iurilli prende l’autobus e torna verso casa, nel quartiere San Paolo, mentre avvengono gli avvenimenti descritti.
Quando scende dall’autobus, il ragazzo si avvia verso casa, mentre una volante della polizia sta arrivando alla bottiglieria.
Lasciamo Emanuele e osserviamo la scena che si svolge all’interno della bottiglieria.
Davide, nome di battaglia di uno dei terroristi, appena vede sulla soglia l’agente di polizia,l’appuntato Gaetano D’Angiullo, venuto a prendere il fantomatico ladro d’autoradio, spara.
Il corpo dell’ennesima vittima innocente, Carmine Civitate
Ma ha sparato troppo in anticipo, l’agente è ferito, ma non gravemente e riesce a portarsi all’esterno del bar.
Scoppia il finimondo, con gli agenti della volante che rispondono al fuoco e i tre terroristi all’interno che sparano all’impazzata.
Contemporaneamente, entra in azione il gruppo in copertura. Sono minuti d’inferno, con pallottole che sibilano all’impazzata da ogni parte.
Emanuele Iurilli, che abita sopra la bottiglieria, al numero 64, ode gli spari e tenta di nascondersi.
Troppo tardi, perchè un proiettle vagante lo centra in pieno petto, sotto gli occhi sgomenti della madre, affacciatasi dal balcone.
I funerali di Civitate
L’ambulanza che viene a prenderlo lo trasporta a tutta velocità verso l’ospedale delle Molinette, ma è una corsa inutile.
L’unica vittima della furibonda sparatoria, della volontà di vendetta di prima linea, non è un poliziotto o un “nemico di classe”; è un bravo ragazzo di 18 anni, che morirà senza alcuna colpa, se non quella di essere rientrato da scuola come tutti i giorni proprio nel momento sbagliato.
E il destino cinico vuole che venga colpito proprio mentre passa di la, proprio mentre tenta disperatamente di nascondersi dietro un auto.
Come racconterà Silveria Russo, componente del gruppo di fuoco di Prima linea, lei e suo marito gli urlano contro di mettersi al riparo, inutilmente.
Il gruppo di fuoco riesce a disimpegnarsi e a fuggire sulla pantera della polizia; quando arrivano in rinforzo le altre volanti, trovano solo una miriade di bossoli sparati in quegli interminabili minuti, mentre all’inerno della bottiglieria ci sono ancora gli spaventatissimi proprietari del locale e un volantino che riporta le foto di Charlie e Carla,uccisi il 28 febbraio, con la scritta “Ricordiamo i compagni Charlie e Carla morti combattendo per il comunismo. Prima linea”
L’ultimo atto di questa tragedia assurda si compie il 18 luglio, e ha per protagonista ancora il Bar dell’angelo.
Davide,ovvero Maurice Bignami, il componente di Prima linea che ha partecipato al conflitto a fuoco di via Millio, entra nel bar; questa volta ha il compito di uccidere il delatore che ha chiamato la polizia il giorno in cui vennero uccisi Charlie e Carla.
Il bar dell’Angelo chiuso per lutto
Carla, la Azzaroni, era la sua donna; alle motivazioni politche, quindi, si legano bieche motivazioni personali.
L’uomo si avvicina al bancone, dove c’è Carmine Civitate, il proprietario, e gli spara contro sette colpi di pistola.
Carmine si accascia sul bancone colpito a morte, mentre Davide si allontana indisturbato.
Per Prima linea si tratta di un’azione di ritorsione verso un delatore, un infame; ma il gruppo ha commesso un errore tragico, uccidendo un povero immigrato meridionale senza alcuna colpa.
Perchè Carmine Civitate non è ancora il proprietario del bar, e il 28 febbraio non c’era, nel Bar dell’angelo.
A chiamare la polizia, il giorno della morte di Matteo Caggegi e Barbara Azzaroni non era stato di certo lui, ma il tabaccaio che aveva segnalato i due giovani che avevano comprato le maschere di carnevale.
Quando ci sarà il processo al gruppo di fuoco di Prima linea, in un silenzio sgomento, Bignami e gli altri terroristi apprenderanno dalla viva voce del tabaccaio la vera dinamica dei fatti.
Come ricorda il giudice Caselli, in aula scese il silenzio e il gelo più totale.
Ogni morte è una tragedia, sia che la vita spezzata appartenga ad un teroorista, sia che appartenga ad un uomo delle forze dell’ordine.
La rivendicazione di Prima linea
Ma ci sono tragedie che lasciano dolori incanllabili anche per l’insensatezza degli avvenimenti che le causarono.
Morire come Emanuele Iurilli mentre si torna da scuola, sotto gli occhi atterriti della propria madre è lontano da ogni comprensione, così come morire completamente innocenti, solo perchè si è sospettati di qualcosa che non si è commesso, come nel caso dello sventurato Civitate, lascia davvero l’amaro in bocca.
Se negli anni di piombo si moriva spesso solo per fatalità, il destino volle accanirsi su due persone qualsiasi, uno studente che aveva una vita davanti a se, che tornava a casa per l pranzo, atteso dai suoi come ogni giorno e un brav’uomo che si accingeva a rilevare un’attività commerciale, sognando per se e la sua famiglia un avvenire dignitoso.
Due morti particolarmente emblematiche di un periodo storico dramatico, scandito dalla lugubre conta degli attentati, uno stillicidio giornaliero che portava la gente ad incupirsi come quelle giornate plumbee, segnate dalla morte.
Giornate simili a quelle vissute in guerra, solo che, in questo caso, c’era una guerra unilaterale, proclamata in nome di ideali che paradossalmente porteranno davvero le persone ad essere uguali.
Unite tutte dalla disperazione e dalla morte.
Morte in via Fracchia

“Prima della cattura di Patrizio Peci e delle sue confessioni, le nostre conoscenze sulle Brigate Rosse erano all’anno zero”
Con queste parole il generale Carlo Alberto dalla Chiesa commentò , intervistato da Sergio Zavoli per il suo splendido programma televisivo La notte della repubblica, l’episodio chiave che portò alla riscossa dello stato nei confronti dell’organizzazione terroristica, che solo 17 mesi prima del citato arresto di Peci era sembrata un’organizzazione invincibile, in seguito ai tragici fatti di Via Fani, dove morirono 5 uomini della scorta del presidente della DC Aldo Moro e con il sequestro dello stesso statista.
I corpi riversi nel corridoio
L’episodio dell’arresto di Peci, avvenuto, il 18 febbraio del 1980 mentre era a Torino in compagnia di un altro capo brigatista, Carlo Micaletto, permise al Generale Dalla Chiesa di squarciare le tenebre in cui erano avvolte le vite dei brigatisti, il loro modo di vivere, il loro organigramma, la struttura stessa dell’organizzazione clandestina, fino ad allora impermeabile alle infiltrazioni, fatti salvi sporadici casi come l’operazione Girasole e altro.
Peci racconta tutto in due giorni interi di colloquio con il Generale, che diligentemente prende nota per verificare l’attendibilità del primo vero pentito di casa BR; un fiume in piena, che costringe Dalla Chiesa a far correre i suoi uomini alla ricerca di riscontri oggettivi dei racconti di Peci.
Durante i colloqui, Patrizio Peci fa il nome di uno dei covi più importanti che posseggono le Brigate Rosse.
E’ un appartamento intestato ai genitori di Annamaria Ludmann, una militante non clandestina, quindi in grado di fornire un supporto sicuro alle Brigate Rosse.
La Annamaria Ludmann è figlia di una famiglia benestante, ha studiato in Svizzera e si è avvicinata come molti, troppi altri alla lotta armata spinta dall’ideologia, dalla voglia di cambiare il “sistema”.
L’ingresso con la pozza di sangue lasciata dal maresciallo Rinaldo Benà
I suoi possiedono un appartamento, molto grande, in via Fracchia n.12,all’interno 1, nel quartiere Oregina a Genova, in un condominio posto a non più di cento metri dal punto nel quale il 24 gennaio 1979 un commando composto da Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi aveva ucciso con 6 colpi di pistola il sindacalista Guido Rossa, colpevole di aver testimoniato contro un brigatista poi suicida in carcere, Francesco Berardi, sopreso da Rossa mentre deponeva volantini BR dietro un distributore di bevande dell’Italsider.
La notizia è ghiotta, per Dalla Chiesa; così l’appartamento viene messo sotto sorveglianza, ma è necessario agire subito, per evitare fughe.
L’appartamento è al piano terra del condominio, ha tre stanze grandi, un bagno, una cucina e un ripostiglio;




I corpi dei brigatisti: nell’ultima foto, la Ludmann con una bomba a mano
Così, la notte del 28 marzo 1980 alle 4,00 del mattino, nel buio e con la pioggia, scatta l’operazione pianificata da Dalla Chiesa; secondo quanto riportato dai carabinieri nel loro rapporto le cose cose ebbero questo svolgimento.
6 carabinieri, con in avanscoperta l’oggi colonnello Michele Riccio, affiancato dal maresciallo Rinaldo Benà, antrano nel palazzo al civico 12; Michele Riccio sfonda a calci la porta e urla, nell’appartamento immerso nel buio.
I dialoghi, così come riportati dagli agenti, sono drammaticamente sintetici.
” Carabinieri, arrendetevi”.
Una voce risponde: “Va bene ci arrendiamo”
Dai carabinieri si alza la voce di Riccio ” Venite avanti con le mani alzate”
Dall’interno si sente esplodere un colpo di pistola, che centra il maresciallo Rinaldo Benà ad un occhio.
L’uomo, pur ferito, apre il fuoco con il mitra così come fanno gli altri militi.
Pochi istanti dopo il fuoco d’inferno scatenato dalla reazione dei brigatisti all’interno, il silenzio.
Riccio entra con prudenza nell’appartamento alla ricerca di eventuali altri brigatisti nascosti, ma ormai c’è solo silenzio; per terra ci sono quattro corpi stesi nel corridoio, tutti senza vita.
Sono quelli di Annamaria Ludmann, la compagna Cecilia, suo soprannome in battaglia, Lorenzo Betassa, il compagno Antonio, Riccardo Dura ( il cui nome si apprenderàin seguito e che resterà non identificato per vari giorni fino a quando le BR non forniranno il nome del terrorista ad un giornale), nome di battaglia Roberto e infine Piero Panciarelli, Pasquale.
Riccardo Dura, nato a Roccalumera (ME), il 12 settembre 1950 è la personalità più importante; è membro della direzione strategica delle Br, un operaio marittimo entrato in clandestinità autore di numerosi attentati, fra i quali quello citato ai danni di Guido Rossa, da lui stesso giustiziato con un colpo di pistola alla testa.
La sala da pranzo dopo il conflitto a fuoco
Il letto sul quale dormivano tre dei quattro brigatisti
Lorenzo Betassa, nato a Torino, il 30 marzo 1952, è un dirigente Br, operaio della Fiat, mentre Piero Panciarelli, nato a Torino, il 29 agosto 1955 è operaio alla Lancia di Chivasso.
Annamaria Ludmann, nata a Chiavari (GE), il 9 settembre 1947, è una segretaria, l’unica a non avere un ruolo da clandestina nel gruppo.
I quattro sono stati evidentemente sorpresi nel sonno, perchè, come testimoniano le immagini, sono semisvestiti.
Dura è in magliettina e slip, la Ludmann ha addosso una maglietta, Betassa e Panciarelli sono vestiti sommariamente; i carabinieri entrano quindi nella varie stanze e iniziano a perquisire la casa, mentre Dalla Chiesa chiama Riccio, annunciandogli il suo immediato arrivo.
L’appartamento si rivela da subito un covo di fondamentale importanza per le Br, e a maggior ragione per gli uomini di Dalla Chiesa.
Una parte delle 3000 schede con nomi di giudici, magistrati poliziotti e giornalisti
Particolare di una scheda
All’interno, c’è di tutto: armi, munizioni, un lancia granate, documenti falsi, un’ attrezzatura per fabbricare targhe false e cosa più importante, un archivio delle BR con 3000 schede segnaletiche, che mostrano il grado di capillarità raggiunto dall’organizzazione terroristica nell’identificazione degli obiettivi da combattere e perseguire.
Per Dalla Chiesa sono informazioni vitali, oltre che un successo operativo senza precedenti.
Nelle mani dei carabinieri ci sono documenti e armi, schede segnaletiche ma sopratutto c’è la convinzione di aver sferrato un colpo decisivo alle invincibili BR.
L’arsenale
Si notino i razzi sul lato destro
In primo piano un razzo anticarro
Pistole, munizioni, manette
Sul posto, poco dopo il conflitto a fuoco, arrivano i iornalisti; ma a difendere in senso lato l’appartamento c’è un nugolo di polizia e carabinieri.
I giornalisti vengono fermati all’ingresso dello stabile, e solo dopo diversi giorni furono fatti accedere nell’appartamento, per una visita che durò non più di tre minuti.
Tutto il necessario per falsificare targhe
La notizia della strage di via Fracchia ebbe immediata eco sui giornali e in tv e montarono immediatamente le polemiche; venne fatta subito notare la sproporzione tra i quattro caduti delle BR e il ferito dei carabinieri.
Polemiche alle quali rispose stizzito il generale Dalla Chiesa, ricordando come il primo a cadere, miracolosamente solo ferito, fosse stato il maresciallo Rinaldo Benà.
Ai più apparve chiaro che il livello dello scontro ormai si era alzato; sembrava quasi che il messaggio proveniente da via Fracchia fosse: ” d’ora in poi useremo le maniere forti”, un chiaro avvertimento alle BR che da quel momento la battaglia sarebbe stata senza quartiere.
Indubbiamente i segnali usciti dai fatti di via Fracchia furono molto forti; da un lato lo stato mostrò l’intenzione di adottare la linea dura,dall’altro la presunta invincibilità delle Brigate rosse veniva demitizzata e ridimensionata.
Come avrebbe detto il compianto Walter Tobagi, in un suo celebre articolo, “Non sono samurai invincibili”, riferendosi a quell’aura alla Robin Hood di cui godettero le Brigate Rosse per tutto il decennio settanta.
Altro materiale rinvenuto in Via Fracchia 12
I drappi con la stella a cinque punte
La notizia sui giornali
La pianta dell’appartamento all’interno 1
Il maresciallo Benà
Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio

Ci sono storie, vicende umane, che sembrano in qualche modo segnate sin dalla nascita; storie che ineluttabilmente appaiono indirizzate verso finali già scritti, quasi che un’oscura nemesi abbia in qualche modo deciso percorsi di vita, azioni e conclusioni delle vite dei protagonisti. La storia di Leonarda Cianciulli è una di queste; una storia terribile, sia a livello personale sia per l’impatto che ebbe sulla vita di altre tre persone, ma non solo.
Una storia che inizia in un paesino dell’avellinese, Montella, verso il finire del 1800, precisamente il 14 novembre 1893 quando Leonarda viene alla luce. Sua madre non la vuole; la donna, Emilia Marano, ha subito uno stupro da Mariano Cianciulli, è nel sud questo significa avere una colpa, aggravata se la vittima non accetta il matrimonio riparatore. Così Emilia e Mariano convolano a nozze, nozze non di certo felici, con quelle premesse.
Leonarda così cresce guardata con disprezzo dalla madre, tanto che Leonarda, nel suo famoso memoriale Le confessioni di un’anima amareggiata scritto in carcere e che costituisce la parte più importante per comprenderne il carattere prima e la natura dei suoi gesti poi, racconta di come Emilia fosse rimasta indifferente ai suoi tentativi di suicidio, avvenuti quand’era poco più che una bambina. Tentativi originati da quel suo sentirsi odiata dalla propria madre, priva di punti di riferimento sopratutto dopo la morte del padre e le nuove nozze della madre. Se è vero che l’infanzia di Leonarda è triste, la bambina cresce e si trasforma in un’adolescente testarda, intelligente. Tanto da guadagnarsi se non l’affetto almeno il rispetto di coloro che la conoscono.
Una delle ultime foto di Leonarda Cianciulli
A 21 anni Leonarda si sposa; nel secolo scorso era un’età avanzata, sopratutto per la mentalità meridionale, e lo fa in aperto contrasto con la sua famiglia, sopratutto con sua madre che la voleva sposa ad un giovane che aveva scelto lei. I rapporti già difficili tra Leonarda e sua madre si interrompono bruscamente e fungeranno da ulteriore motivazione nelle successive gesta della Cianciulli. Per 15 anni la donna e suo marito vivono in un paese del confine lucano, Lauria, dove Leonarda sforna gravidanze una dietro l’altra. Ma quell’oscuro destino al quale accennavo all’inizio del racconto, sembra non debba darle pace. Nel corso del matrimonio saranno ben 17 le gravidanze iniziate da Leonarda, ma saranno solo 4 quelle portate a termine con la nascita di figli.
Una vicenda, quella dei figli, che avrà un’importanza capitale nell’economia della sua storia, con la donna che difenderà con le unghie l’unica cosa a cui tenne veramente nella vita. Nel 1930 il disastroso terremoto che sconvolse la Lucania costrinse la famiglia Pansardi (il cognome del marito) a trasferirsi in Emilia, alla ricerca di miglior sorte.
Dagli archivi Luce: la casa degli orrori
Leonarda si adatta immediatamente alla nuova vita, mentre suo marito si lascia andare, diventando un alcolizzato, e contribuendo ancor più al percorso di compimento dell’oscuro destino di Leonarda. Che è costretta a rimboccarsi le maniche per dar da mangiare ai suoi figli, che ama sopra ogni cosa. Si inventa commerciante d’abiti, si improvvisa combinatrice di matrimoni, fa la cartomante e la chiromante; così riesce in qualche modo a sopperire all’assenza del marito, che alla fine la donna caccia di casa e del quale non si saprà più nulla. La donna quindi porta avanti la sua famiglia, che ora è composta da Norma, l’unica femmina, da Bernardo e Biagio, che studiano, e dal più grande dei figli, Giuseppe, quello che ama di più. Lo scoppio della seconda guerra mondiale manda in tilt l’equilibrio tanto faticosamente raggiunto dalla donna; il figlio tanto amato, Giuseppe, è in età per essere chiamato al fronte, così Leonarda inizia uno strano percorso.
Il forno sul quale la Cianciulli bolliva le sue vittime
Come racconterà nelle sue memorie, inizia a interessarsi di stregoneria, spiritismo, magia nera, nel tentativo di salvare quel suo figlio che considera vitale per lei. Così matura in lei l’insana decisione di offrire altre vite umane in olocausto per salvare quella di suo figlio; ma è credibile questo percorso umano degno di una mente malata, folle? Il primo delitto è antecedente all’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania; probabilmente questa sua confessione, affidata al famoso memoriale, altro non è che cercare una giustificazione alle sue terribili gesta.
Ma riprendiamo il racconto. Leonarda è conosciuta, a Correggio; ha fatto molte amicizie e una di queste è la signora Faustina Setti, una signora anziana di oltre settant’anni, che le si è affezionata. Leonarda la individua come vittima, e la circuisce con la promessa di trovarle un marito; la donna ingenuamente cade nel trabocchetto, le affida i suoi beni. La attira in casa e la uccide e la fa a pezzi usando un’ascia; ma deve far scomparire il cadavere così decide di smembrarlo, mette le parti del corpo in un pentolone e vi aggiunge della soda caustica, mescola il tutto e ne ottiene una sostanza orribile, che la donna getta a secchi nel pozzo nero della casa. La cosa più orribile che compie però è raccogliere il sangue in un bacile, lo fa coagulare e alla fine, mescolandolo a farina e cioccolato ne ottiene dei dolci che servirà alle amiche che la andranno in seguito a trovare.
Il pentolone in cui bolliva la carne, le asce che usò per smembrare i corpi
La sua descrizione degli avvenimenti è agghiacciante, perchè raccontata con dovizia di particolari. E’ attendibile? Difficile a dirsi. La donna potrebbe aver escogitato il trucco di rendere orribile il suo racconto per invocare l’infermità mentale. Chissà. La seconda vittima è Francesca Soavi, insegnante in un asilo, che Leonarda attira nella sua tela di ragno con la promessa di trovarle un lavoro meglio retribuito. Le raccomanda di non raccontare nulla a nessuno della cosa, la uccide e segue il percorso del primo delitto. Per sviare i parenti e i conoscenti della donna, invia cartoline ai famigliari della donna scritte antecedentemente alla morte e le fa imbucare dal figlio. Si impossessa dei pochi beni di Francesca e si prepara a colpire ancora.
La terza vittima è Virginia Cacioppo, soprano di discreta fama, che al momento della morte ha 60 anni;ripete il copione, attirando la donna con la promessa di un ingaggio per il suo lavoro, la spoglia dei suoi beni e la uccide. Questa volta con il corpo non fa dolci, ma saponette, allungate con eau de toilette per renderle profumate.
L’ascia mortale (archivio Luce)
Ma Leonarda ha superato i limiti, ed è diventata imprudente; Virginia è una donna conosciuta, e non ha mantenuto la promessa di non rivelare nulla a nessuno. Ha scritto a sua cognata Albertina Fanti per raccontarle, eccitata, quella che crede una nuova avventura; quando Albertina non riceve più notizie da Virginia, si insospettisce e contatta le amiche delle altre due scomparse. Il commissario Serrao, di fronte alle denunce di sparizione delle tre donne inizia delle indagini; scopre così che Leonarda ha ricevuto somme di denaro proprio dalle tre scomparse, ricostruisce le vicende personali delle tre donne, indaga sulla Cianciulli, scoprendo che la stessa ha a suo carico denunce per truffa, che la stessa madre della donna ha elevato denuncia contro di lei. A questo punto il passo successivo è la perquisizione della casa di Leonarda; qui vengono ritrovati oggetti personali appartenuti alle tre donne. Le prove sono abbastanza per un’incriminazione per omicidio volontario; Leonarda viene arrestata, con suo figlio Giuseppe. La donna ammette le sue responsabilità, ma fa di tutto per scagionare suo figlio. Si batte come una belva, sopratutto al processo che inizia a Reggio Emilia nel 1946.
La cucina della morte
La corte nutre seri dubbi sulla versione della donna, perchè Leonarda non a una corporatura tale da permetterle una gran forza, quella necessaria a trasportare giù in cantina le sue vittime. C’è anche il particolare dei corpi smembrati che sembra suggerire l’aiuto del figlio nella macabra operazione. La donna al processo dichiara: “ Sono venuta a pagare il mio debito; torturatemi, fucilatemi, sarebbe il più bel giorno della mia vita” La corte, pur dubitando sulla effettiva sequenza degli avvenimenti, così come descritti da Leonarda, accetta la tesi difensiva, così come giudica parzialmente inferma di mente la donna, che così viene condannata a 30 anni di carcere, oltre a tre anni di ricovero in un manicomio criminale.
Il processo
Leonarda e suo figlio ascoltano il dibattimento
La Cianciulli ha 53 anni, quando entra in carcere; salvo imprevisti, dovrebbe uscire quando avrà superato gli 80 anni. Anche suo figlio è stato condannato, ma la sua pena è leggera; 5 anni di carcere per aver spedito le lettere. Una pena esagerata, per una complicità minima nell’omicidio, che genera il sospetto che la corte abbia comunque ritenuto l’uomo come implicato in misura maggiore di quanto raccontato dalla madre. Per Leonarda si spalancano le porte del carcere, dove vivrà fino al giono della morte. Scrive le sue memorie, Le confessioni di un’anima amareggiata , settecento pagine in cui ripercorre la propria vita, raccontando la sua infanzia difficile e il suo rapporto tempestoso con la madre, il suo matrimonio e l’amore per i figli, la decisione di affidare alle potenze delle tenebre la vita di suo figlio fino alla descrizione particolareggiata dei tre omicidi.
La parola alla difesa
In una parte del memoriale racconta:
“La notte, quando tutti dormivano, io chiamavo la morte. La chiamavo per 8, 10 volte; le dicevo che era bella, che volevo venisse a prendermi. Le parlavo da buone amiche,la imploravo, le promettevo che quando ero lassù, la aiutavo in tutto, le facevo da schiava. La dinoccolata, la scheletrita,la ladra, la spolpata consunta dai bachi: non venne, non volle venire. E’ la morte che ha paura di me: non mi vuole.”
Un memoriale drammatico, nel quale appare chiaro il tentativo della donna di tener fuori dalla sua orribile storia il figlio maggiore. Rinchiusa nel manicomio di Aversa, Leonarda si comporta da detenuta modello; sarà la sua condotta futura, quasi volesse espiare, anche con il comportamento, le sue colpe. Non uscirà più dal carcere; il 15 ottobre del 1970, all’età di 77 anni Leonarda Cianciulli, colpita da una devastante emorragia cerebrale si spegne. Una donna, come detto all’inizio, con un destino segnato; non bella, molto gracile di costituzione, che riuscirà a rivalersi sulla vita solo con le sue gesta criminali.
Una donna intelligente, anche, dai modi gentili, che riuscì in qualche modo a sconfiggere la miseria, allevando i suoi figli e facendoli studiare, la piccola dalle suore, i due maschi più giovani al liceo classico, il più grande all’università.
Ma anche una donna dalla personalità contorta, con problemi evidenti, manifestati dalla freddezza con cui soppresse le sue tre amiche, distruggendone i corpi e sopratutto usando i loro poveri resti per creare dolci e saponi che utilizzò sia personalmente, come da lei raccontato nel memoriale, sia servendoli alle sue compagne e amiche. Leonarda Cianciulli spesso figura tra i serial killer.
Probabilmente la sua carriera in questo triste “ mestiere” sarebbe continuata non fosse stato per Albertina Fanti, che al processo testimoniò contro di lei. Una donna anche furba, che riuscì ad evitare l’ergastolo grazie al quel suo crudo memoriale, all’aver raccontato i suoi dialoghi con la morte, grazie a quei dettagli macabri dei pasticcini mangiati da lei e dalle sue amiche. Una storia terribile, la sua, come quella di Rina Fort. Storie di un’Italia di provincia che nasconde belve travestite da esseri umani.
Alfredino Rampi, una tragedia italiana

Quella di Alfredino Rampi è una tragedia italiana, una terribile storia in cui si mescolano il meglio e il peggio di un paese capace di gesti eccelsi e di piccolezze ignobili. Una storia lunga 63 ore, che cambiò il modo di interpretare il soccorso alle vittime di incidenti,che cambiò le vite dei protagonisti della stessa, che cambiò anche la televisione.
Una storia fatta di improvvisazione, di gesta eroiche, di presappochismo, di cinismo ributtante, di generosità, in cui si mescolano persone comuni dalla statura di eroi, sciacalli è professionisti dello sciacallaggio, politici e perditempo, oscuri eroi del quotidiano.Una vicenda che inizia alle ore 19,00 di mercoledi 10 giugno 1981, nelle campagne di Selvotta, una frazione di campagna situata lungo la strada di Vermicino, sulla via che congiunge Frascati a Roma.

Il quarantunenne Ferdinando Rampi passeggia per i campi con Alfredino, suo figlio, di sei anni. Il bimbo ha una malformazione cardiaca, ma è ugualmente un bimbo vivace, solare. Le foto ce lo mostrano con un sorriso intelligente e aperto; un sorriso che sarà spento per sempre proprio in quelle maledette campagne. E’ ancora giorno quando Alfredino chiede al padre di tornare a casa; il padre acconsente, anche perchè la distanza tra il posto in cui sono e la casa di campagna dei Rampi è davvero esigua meno di cento metri.

Quando Ferdinando torna a casa, non trova il piccolo; la moglie Franca decide immediatamente di andare in cerca di Alfredino, ma le ricerche sono vane. Il bambino sembra sparito nel nulla, così i due genitori, affranti, chiamano la polizia. Per circa tre ore, gli agenti della polizia con l’aiuto dei cani battono la campagna, alle 0,30 ecco che arriva la terribile notizia. Un agente ha sentito dei lamenti provenire da un pozzo artesiano, si è avvicinato ma non ha potuto far altro che correre dai colleghi, perchè l’imboccatura del pozzo stesso è coperta da una lamiera.
La mamma di Alfredino, Franca Rampi
Un particolare inquietante, questo, che però verrà spiegato dal proprietario del fondo, che interrogato dagli inquirenti racconta come lo abbia coperto attorno alle 21,00 di quel maledetto 10 giugno, senza sospettare che il piccolo Alfredo era là sotto. Sono ormai sei ore che il piccolo è prigioniero del pozzo, e sul posto accorrono, oltre ai genitori e agli agenti, i vigili del fuoco di Roma, allertati dalla polizia.
Il primo sopralluogo genera immediatamente paura e sgomento; il pozzo è profondo almeno 80 metri, ha un’imboccatura di 30 cm e il bambino è incastrato in una rientranza dello stesso, a circa 36 metri di profondità. Il primo dei tragici errori commessi nelle operazioni di salvataggio lo commettono proprio i vigili del fuoco, e renderà ancor più complicati i tentativi di raggiungere il bimbo. Nella fretta, i vigili calano un’asse di legno sperando che il bimbo possa aggrapparsi ad essa, ma la tavola, a 20 metri, si incastra e ottura il pozzo.
Il poliziotto che per primo sentì Alfredino
L’errore, fatale, costringe i vigili a rivedere i loro piani; decidono quindi di scavare un pozzo parallelo a quello in cui è prigioniero Alfredino, ma anche questa idea è assolutamente sbagliata. La natura del terreno, come verrà drammaticamente rilevato quando entrerà in funzione la trivella, è tale da impedire di creare un pozzo sufficiente a permettere poi una comunicazione tramite un cunicolo (cosa che avverrà, ma molto in ritardo). Purtroppo, nella concitazione manca la lucidità; a nessuno viene in mente di chiamare un geologo e accertarsi della fattibilità della cosa.
Lo speleologo Tullio Bernabei
I vigili lanciano un appello tramite le tv locali per chiedere una trivella in grado di bucare il terreno; è così che poco alla volta prima Roma, poi l’Italia intera apprende la notizia della prigionia di Alfredo. Sul posto, poco prima dell’alba, arrivano anche degli speleologi del soccorso alpino; vogliono offrirsi per calarsi nel pozzo. E’ la soluzione migliore, ma al momento viene scartata.
Ancora un’errore, quindi, uno dei tanti che costelleranno questa vicenda incredibile e tragica. Mentre nell’accampamento improvvisato affluiscono vigili del fuoco, polizia, volontari, inizia un incredibile fenomeno; la diffusione della notizia via Tv porta a Vermicino migliaia di persone, per la massima parte curiosi, che finiscono per occupare tutto il terreno attorno al tragico pozzo con conseguenze facilmente immaginabili. Tutto diventa un circo Barnum rumoroso e fastidioso, finendo per ostacolare anche chi deve lavorare sul serio. A questo va aggiunta la decisione della Rai di trasmettere in diretta gli avvenimenti di Vermicino, accantonando per un attimo i problemi del paese.

Quell’estate del 1981 è densa di avvenimenti, per il paese; lo scandalo P2, le dimissioni del governo in carica e il successivo affido al primo laico che guiderà un governo italiano dal dopoguerra, il repubblicano Spadolini, il rapimento di Roberto peci da parte delle Brigate Rosse,sono notizie importanti ma passano in secondo piano davanti a quella tragedia che la tv porta in ogni casa.
Edizione straordinaria del TG
Così l’intero paese si incolla davanti alla tv, in attesa di buone notizie da Vermicino. Nel frattempo nel campo accade qualcosa; Tullio Bernabei, uno speleologo, si cala nel pozzo e arriva quasi a toccare la tavoletta. Vede Alfredino e gli parla; il bambino soffre, com’è ovvio che sia, ma ha fiducia nei suoi soccorritori.
Tullio resiste 20 minuti a testa in giù, ma deve desistere, così come il soccorritore successivo; nessuno dei due raggiunge la tavoletta maledetta, che è incastrata tra la parte più larga del pozzo e quella più stretta. Sono all’incirca una decina di centimetri, ma sono fondamentali.

La trivella in azione
Pastorelli, capo dei vigili di Roma decide di non mandare più gli speleologi nel pozzo; annuncia di voler scavare un pozzo parallelo. Così la mattina del 11 giugno, alle ore 8,30 di quel giovedi convulso, la trivella entra in azione; è un tentativo che si rivelerà inutile, perchè purtroppo a nessuno è venuto in mente di accertarsi sulla natura del terreno. Intanto il paese assiste attonito alle immagini che la Rai ha registrato nella notte, che mostrano il pozzo, la mamma di Alfredino che tenta di rincuorare il bimbo e lo stesso che piange e si lamenta. Difficile immaginare una situazione più orribile, con un bambino sepolto vivo a 30 metri di profondità, con la madre che gli parla e lui che non può muoversi, prigioniero com’è in quei 30 centimetri di spazio.
La disperazione dei protagonisti è palpabile.
Il drammatico colloquio con Alfredino
Alle 13,00 i telegiornali stravolgono i loro palinsesti, e diventano delle edizioni straordinarie; i problemi dell’Italia, le crisi nel mondo sono accantonate, perchè gli italiani vogliono notizie, perchè l’intero paese è stretto attorno al povero Alfredino. Nel frattempo il caos a Vermicino ha raggiunto l’apice; le migliaia di persone che si sono accalcate aggiungono confusione, togliendo lucidità ai soccorritori, anche perchè nel frattempo sono arrivati venditori ambulanti di panini, bibite…. Alle 14,00 salgono a 19 le ore di prigionia di Alfredino; la trivella lavora, ma il terreno ben presto si rivela essere roccioso. Un vigile del fuoco, Nando Broglio, parla con Alfredino, gli tiene compagnia; tra i due si stabilisce un dialogo surreale, con il piccolo Alfredino che in qualche modo dimentica il suo stato per parlare con il vigile.

Alle 21,30 viene presa una decisione importante; viene calato all’interno del pozzo Isidoro Mirabella, l’uomo ragno, che riesce solo a parlare con Alfredino, che lo implora di fare presto. Il bimbo viene alimentato con una soluzione di glucosio, grazie ad un tubicino calato nel pozzo; ma le ore passano implacabili, la trivella avanza lentamente e la disperazione sembra ormai sostituirsi alla speranza. Purtroppo il bambino alterna ormai momenti di silenzio preoccupante a lamenti; appare chiaro che la situazione sta precipitando. Venerdi mattina, poco dopo l’alba, la tragedia sembra imminente. Dalla folla ad un certo punto si alza un applauso; la trivella porta su terreno, finalmente. Sembrerebbe che abbia bucato lo strato roccioso. Così non è , e si decide allora di non scavare il pozzo per intero ma di interrompere tutto a 30 metri, in modo da scavare un tunnel di collegamento tra il pozzo in cui c’è Alfredino e quello nuovo.
Alle 19,30 i vigili abbattono l’ultimo diaframma che separa i pozzi paralleli; sembra fatta ma sta per arrivare la più cocente delle delusioni. Nel frattempo la folla si anima, perchè inaspettato arriva il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, a testimoniare in qualche modo la vicinanza delle istituzioni e del popolo italiano ad Alfredino e alla sua famiglia. La confusione è all’apice, e molti si chiedono se la visita di Pertini sia opportuna.I vigili guardano nel pozzo e non trovano Alfredino; il bambino è scivolato più giù, molto più giù. Pastorelli chiama gli speleologi e chiede loro di guardare la situazione.
L’eroico Angelo Licheri
Tullio Bernabei si cala nel pozzo con una torcia e vede Alfredino; con una corda misura la distanza che separa il tunnel dal bambino. La distanza è di circa 40 metri. Il che vuol dire che Alfredino è quasi sul fondo del pozzo.
Sono le 21,00 ed è chiara una cosa; l’unica soluzione è trovare un uomo magrissimo che, calato a testa in giù, riesca ad imbragare il piccolo e a tirarlo su a mano. Una cosa che doveva essere fatta da subito; ora è troppo tardi.
I due tentativi più importanti li faranno, nell’ordine, Claudio Aprile, uno speleologo, poi Angelo Licheri, un sardo ventottenne, che riuscirà ad arrivare fino ad Alfredino,il bambino è però coperto di fango, e l’eroico Licheri non riuscirà in nessun modo ad imbragarlo. Ci proverà in ogni modo, martoriandosi le carni, ma il destino vuole che Alfredino non esca più da quello che sarà il suo ultimo rifugio. Le immagini drammatiche del tentativo di salvataggio arrivano in tutte le case; gli italiani, oltre 21 milioni, guardano con ansia. A Vermicino lo scoramento è palpabile, così come il nervosismo,quando Licheri esce, stravolto, tutti si rendono conto che è finita.
L’ultimo, disperato tentativo, è affidato ad un giovane speleologo, che ha tutte le caratteristiche necessarie per calarsi nel pozzo; è giovane, ha sangue freddo, è magrissimo. Rincuorato e ringraziato dallo stesso Pertini, che lo accompagna fino al pozzo parallelo, Donato Caruso si cala nel pozzo. Sono le 5,00 di mattina, Caruso scende verso Alfredino, percorre i 60 metri che lo separano dal bambino. Inizia un drammatico colloquio tra Caruso e gli uomini che sono fuori dal pozzo, che gli chiedono notizie sul bambino.
L’ultimo tentativo, quello di Donato Caruso
Caruso arriva ad Alfredino, riesce anche a legarlo in qualche modo con delle fettucce, quelle usate in alpinismo, ma il destino vuole che Alfredino, coperto di fango, scivoli via da esse. E’ il momento cruciale della tragedia. Caruso si rende conto che è impossibile tirar fuori di la Alfredino, e ritorna su, sconvolto dalla fatica e dalla frustrazione. Arriva al cunicolo scavato dai vigili e avvisa gli uomini in superficie che riproverà appena si sarà riposato. Ha con se delle manette, e prova ad infilarle ai polsi del bimbo, ma non c’è nulla da fare, così, alle 7,00 del mattino di sabato 13 giugno, Caruso ritorna in superficie, sconfitto.
Porta con se anche una notizia dolorosa; il bambino non si muove più, per cui probabilmente il suo cuore malato ha ceduto. Il professor Fava, con voce mesta, annuncia alla nazione la morte presunta di Alfredino Rampi; sono passate 63 ore da quel maledetto 10 giugno, la storia si è avviata purtroppo verso il suo tragico epilogo. La mattina il campo di Vermicino si svuota, mestamente.
E’ il momento del dolore, della rabbia delle polemiche. I gravi errori commessi, come l’aver puntato sul pozzo parallelo, la tavoletta gettata nel pozzo, la scarsa fiducia data agli speleologi, gli unici che avrebbero potuto salvare Alfredo pesarono come macigni. L’improvvisazione unita all’incompetenza dovuta alla mancanza di esperienza in casi simili giocò un ruolo fondamentale; un altro elemento triste fu il circo mediatico, un vero reality show sulla morte in diretta che ottenebrò molti cervelli, con quella folla rumorosa che ostacolò in qualche modo gli aiuti, pressando psicologicamente i soccorritori che avrebbero avuto bisogno di calma e tranquillità.
Ma le polemiche, di fronte all’insuccesso, rimangono uno sterile esercizio di forma. Franca Rampi, la mamma di Alfredino, affranta, decise di fondare un’associazione che si occupasse di protezione civile e tutela dei minori, chiamandolo Centro Rampi I poveri resti di Alfredo vennero recuperati 31 giorni dopo la tragedia,l’11 luglio del 1981
Di lui restano le poche foto che mostrano il suo volto sbarazzino, la sua semplicità di bambino di 6 anni, strappato alla vita da un destino atroce. Il nostro paese non ha più dimenticato quella tragedia, e il nome di Alfredino Rampi è diventato, con gli anni, l’emblema di tutti quei bambini morti per le assurde dimenticanze dei grandi, di coloro che dovrebbero tutelarne la vita, e che finiscono per diventare, anche se solo colposamente, i loro assassini.
Il mistero delle strane morti di Alleghe
L’albergo Centrale di Alleghe
Alleghe, 9 maggio del 1933.
E’ un martedi mattina, quel 9 maggio del 33, un giorno qualsiasi, per il paesino del bellunese; la vita scorre tranquilla, come sempre. Scorre tranquilla anche in piazza, il posto principale per ogni paese, dove si radunano coloro che non hanno impegni lavorativi, dove si concentra la vita sociale, quella economica. In quella piazza c’è un albergo,il Centrale, gestito dalla famiglia Da Tos, in primis da Fiore Da Tos, da sua moglie Elvira, da Adelina Da Tos, loro figlia, dal marito di quest’ultima, Pietro De Biase, da Aldo Da Tos, il figlio più piccolo, gestore della macelleria.
Nell’albergo c’è anche una donna addetta al servizio ai piani, Emma De Ventura ; ed è con lei che inizia una storia che per certi versi ricorda un’antica tragedia, una storia fatta di omicidi, rivalità, gelosie, segreti inconfessabili. Il tutto in una catena di avvenimenti difficili da raccontare per esteso. Poco prima di mezzogiorno, tra le 11,30 e le 11 e 40, Adelina Da Tos esce di corsa dall’albergo Centrale e corre in piazza; mentre andava in una stanza dei piani superiori, si è imbattuta in una scena terrificante: ha trovato il corpo della giovane cameriera Emma riverso sul pavimento, immerso in una pozza di sangue.
La prima vittima, Emma De Ventura
Accorrono tutti, anche i carabinieri, che possono solo constatare l’avvenuta morte della ragazza; il corpo è riverso, e quando viene sollevato si nota subito che la sventurata Emma ha la gola tagliata. Ha macchie di tintura di iodio sul volto e sulla bocca. I carabinieri, a cui si è aggiunto anche il responsabile locale del fascio, ipotizzano un suicidio spiegando così la dinamica. La ragazza ha tentato di uccidersi ingerendo la tintura di iodio, ma non ha retto al dolore terribile del potente disinfettante, che deve averle bruciato le corde vocali. Così, presa dalla disperazione, ha raccolto un rasoio e si è tagliata la gola.
Adelina Da Tos
Uno strano suicidio, quello di Emma, perchè ha dapprima tappato la bottiglietta con la tintura, la ha appoggiata al suo posto, poi si è uccisa tagliandosi la gola e riponendo la lama su un tavolo, lontano un paio di metri da dove giace il suo corpo.Ancor più strano perchè a ben guardare Emma non aveva motivi per suicidarsi; fidanzata ad un camionista che abitava in una località vicina, era una ragazza semplice, senza nessun grillo per la testa.Difatti il giorno della tragedia nulla lasciava presupporre gli eventi successivi; Emma era allegra, come sempre, era stata vista affacciarsi regolarmente, qualcuno l’aveva sentita canticchiare.
Ma le autorità e i carabinieri, non avendo alcun motivo per pensare che le cose fossero andate diversamente, decidono di chiudere il caso archiviandolo come suicidio.
Il marito di Adelina, Pietro De Biase
La vita riprende, ad Alleghe. Ma il 4 dicembre 1933, alle 8,00, accade qualcosa; due bambini che stanno giocando in riva al lago del paese, notano qualcosa di strano che galleggia nell’acqua. Si avvicinano e poi scappano terrorizzati. Nell’acqua c’è il corpo di Carolina Finazzer, moglie di Aldo Da Tos, figlio del gestore dell’albergo Centrale. Anche questa volta arrivano i carabinieri e il federale locale, anche questa volta la prima ipotesi è suicidio. Carolina si era sposata da poco con Aldo, ed era di ritorno dal viaggio di nozze, che avevano concluso il giorno prima, il 3 dicembre. A sentire il marito, la donna era depressa; la sua versione convince i carabinieri, che decidono di archiviare il caso come suicidio.
Il patriarca della famiglia, Fiore Da Tos
Eppure la strana dinamica della morte di Carolina non convince tutti; qualcuno ha notato, sul collo della donna, delle strane macchie rosse. Ma il medico legale le ha attribuite al primo sorgere dei segni della putrefazione; il che cozza anche con la logica, perchè siamo in dicembre, il lago è quasi gelato e la temperatura dell’acqua è bassissima.Tutto finisce nel dimenticatoio, fino al 18 novembre 1946.
E’ piena notte, il paese è addormentato; ma la quiete viene interrotta da due spari in rapida successione, che si avvertono nitidamente. Qualcuno accorre e rinviene i corpi di Luigi Del Monego e Luigia De Toni, gestori di uno spaccio e di un panificio; i due sono stati freddati con due colpi precisi, dalla borsa della donna manca l’incasso del club. Una rapina, quindi, finita tragicamente. Ma che rapina è quella in cui i due assassinati giacciono molto distanti tra loro, con la donna da una parte e l’uomo riverso più giù, con un colpo nel cranio sparato a bruciapelo alle spalle, in cui si sono sentiti due colpi quasi simultanei, segno che non c’è stata reazione da parte dell’uomo? Ma le autorità, misteriosamente, archiviano il tutto dopo frettolose indagini, in cui vengono coinvolti anche degli innocenti, che riescono a dimostrare la loro innocenza.
Aldo Da Tos
E’ una strana rapina, che va ad aggiungersi a due suicidi ben strani. Una storia lugubre, con molti inquietanti interrogativi. Sui quali decide di investigare uno scrittore, Sergio Saviane; che decide di raccogliere testimonianze, mezze ammissioni, verità celate, confidenze.
Saviane era amico di Luigi Del Monego e Luigia De Toni, Gigia come la chiamava affettuosamente; l’uomo gli aveva confidato che i Da Tos nascondevano un segreto inconfessabile. Così, appresa la notizia della morte della coppia, Saviane collega la morte avvenuta in maniera misteriosa della coppia ai due suicidi avvenuti negli anni trenta ad Alleghe.
Il giovane giornalista, perchè tale era all’epoca il futuro scrittore, ne parla con il capo redattore del giornale nel quale lavora, Pasquale Festa Campanile, regista di successo nei futuri anni 60 e 70;il quale lo invia ad Alleghe con l’incarico di scrivere un articolo su quello che appare, ai loro occhi, come una sequenza sospetta di avvenimenti.Così, nel 1952, Saviane si reca ad Alleghe e inizia a fare discretamente le sue personali indagini; si imbatte in un muro di omertà,mezzi silenzi, omissioni. Scriverà un articolo, Saviane, dal titolo emblematico: La Montelepre del nord, accostando così l’omertà mafiosa alla tranquilla cittadina in riva al lago. L’articolo nell’inverno di quell’anno vale al giovane giornalista una denuncia per diffamazione e una successiva condanna ad 8 mesi di reclusione con la condizionale; a sporgere denuncia sono stati proprio i Da Tos. Ancora una volta, sui misteri di Alleghe, sembra calare un nero sipario; ma nel 1956 accade finalmente qualcosa.
Le altre due vittime, i coniugi Luigi Del Monego e Luigia De Toni
Un giovane carabiniere, curioso e intelligente, Ezio Cesca, decide di vederci chiaro; si fa autorizzare dal suo comandante e inizia delle personali indagini sui misteri di Alleghe. Uda, il superiore di Cesca, indaga a sua volta; lui è conosciuto e non può esporsi perchè la gente non romperebbe mai il muro di omertà creatosi in paese; ma Cesca no, è in incognito, non lo conosce nessuno, e il giovane ne approfitta per fare amicizia in paese.
Inizia un’amicizia con Giuseppe Gasperin, un operaio del paese, e inizia a indagare su una signora anziana del paese, Corona Valt, che qualche voce sommessa indica come un’importante testimone. La signora Corona ha una casa che si affaccia proprio sul vicoletto in cui è avvenuto il duplice omicidio dei coniugi Del Monego;Cesca aggancia una nipote della donna e così entra in casa della signora. Che racconta a Cesca la verità su quella notte: la donna ricorda di aver visto quella sera due uomini fuggire subito dopo i due spari che hanno freddato i coniugi e di aver riconosciuto un terzo uomo, che è passato proprio sotto la sua finestra
Il nome dell’ uomo è Giuseppe Gasperin. Con uno stratagemma, Cesca finge di essere un disperato pronto a tutto, e chiede al Gasperin se è disponibile per un’azione che può richiedere l’uso di armi da fuoco. Ingenuamente Gasperin racconta a Cesca di aver già fatto un’azione criminale, e a quel punto scatta la trappola. Convocato in caserma da Uda, Gasperin trova con sua sorpresa Cesca, che si qualifica come carabiniere. Messo alle strette, l’uomo, dopo un breve tentativo di depistaggio, parla. I carabinieri arrestano Fiore e Aldo Da Tos, e in seguito anche Adelina. La ricostruzione fatta da Cesca e Uda porta all’identificazione dell’assassino di Emma Di Ventura; a uccidere la ragazza è stata Adelina, che ha poi inscenato con l’aiuto del padre e del marito il finto suicidio, contando anche sulle potenti amicizie della famiglia.
I due brillanti investigatori, Uda e Cesca
Il matrimonio di Aldo con Carolina crea ulteriori problemi alla famiglia Da Tos, perchè l’uomo racconta l’accaduto alla neo moglie;la donna interrompe il viaggio di nozze e tornata in paese parla con la madre. Ma i De Tos intuiscono l’accaduto e corrono ai ripari; con la collaborazione di Piero e Adelina, Pietro Da Tos uccide la donna, mentre suo marito Aldo assiste senza reagire.Poi l’uomo, con il corpo senza vita di Carolina sulle spalle, si avvia verso il lago, per simulare il secondo suicidio. La casualità vuole che Pietro venga visto mentre si dirige verso il lago da una coppia che rientrava a casa, una coppia di fidanzati che assiste alla scena. Sono Luigi De Monego e Luigia De Toni; gli stessi che verranno uccisi tredici anni più tardi, quando forse hanno deciso di parlare o forse per qualche altro motivo. La sera dell’agguato alla coppia, Aldo e Pietro, con la collaborazione di Giuseppe Gasperin,entrano in azione. Pietro uccide Luigia, e mentre Luigi accorre verso la moglie, Gasperin di spalle lo fredda con un colpo alla testa. L’ostinazione dei due inquirenti alla fine ha vinto, e la ricostruzione dei quattro delitti quanto meno dal punto di vista della dinamica degli avvenimenti è chiara e precisa. Così, a marzo del 1960, inizia il processo alla famiglia Da Tos e a Gasperin.Per quattro mesi l’opinione pubblica italiana si appassiona alle vicende della famiglia omicidi, come qualcuno la definisce. Quattro mesi dopo la corte, dopo 9 ore di camera di consiglio, arriva la sentenza: Pietro, Adelina e Aldo Da Tos sono condannati all’ergastolo, Gasperin a 30 anni di carcere, perchè ha collaborato. Due anni dopo la corte d’appello conferma la sentenza, la Cassazione chiude definitivamente la vicenda nel 1964, confermando le pene.

Scattano gli arresti
Se è tutto chiaro nella dinamica, manca però il movente vero che ha scatenato la furia omicida della famiglia Da Tos. Viene elaborata una tesi, con molti indizi ma con poche prove. Ricostruiamola così.
Pietro Da Tos, piccolo bracciante agricolo, conosce Elvira Riva, proprietaria dell’albero Centrale. Siamo agli inizi del secolo, e i due decidono di sposarsi, ma c’è un problema rappresentato dal fatto che la donna aspetta un bambino da un altro uomo. Quando la donna sta per partorire, parte destinazione Venezia, dove da alla luce Giovanni. Il piccolo viene affidato a degli zii, ma Pietro affronta la cosa come se avesse subito un torto mortale. Un giorno due donne che entrano nella macelleria di Aldo Da Tos vedono nel canestro della carne una mano umana.

E’ una storia vera o semplicemente una leggenda metropolitana? Quella mano può appartenere al figlio di Elvira venuto a reclamare la sua parte di eredità? Emma è stata uccisa perchè ha visto il corpo del misterioso Giovanni? Forse è andata così oppure i motivi delle morti sono da ricercarsi altrove.
Sergio Saviane, che ha scritto il best sellers I misteri di Alleghe è convinto della versione che vede il tutto originato dal ritorno di Giovanni ad Alleghe, mentre Pietro Ruo, autore di I misteri del lago è convinto del contrario. Vengono fatte ricerche sul misterioso Giovanni, ma il bambino non risulta mai registrato all’anagrafe; o è stato registrato con un altro nome, oppure non è mai esistito.
Il libro di Saviane
Sulla vicenda di Alleghe cala il sipario, nonostante dubbi e perplessità. Una storia inquietante, come abbiamo visto, con troppe bugie, omertà e silenzi. Sulla quale sarebbe calata una pietra tombale non fosse stato per l’ostinazione di un giovane giornalista e di due funzionari delle forze dell’ordine coscienziosi e onesti.
Il vecchio teorema che vuole che il delitto non paghi alla fine viene ancora una volta confermato; le quattro vittime hanno avuto giustizia. Resta il caso misterioso di Giovanni, così come restano misteriose le vere motivazioni che spinsero Adelina ad uccidere Emma, originando così le tre morti successive.
Ma l’arco temporale passato non permetterà più, salvo clamorosi sviluppi, di indagare ancor più a fondo sulla storia.
Orrore e morte al Circeo

Il vigile notturno di servizio sulla strada avverte distintamente dei gemiti provenire dal bagagliaio di una 127 regolarmente chiusa e parcheggiata. L’istinto lo porta a pensare immediatamente a qualcosa di grave.Telefona alla polizia,e subito dopo tenta di forzare il bagagliaio. Ne emerge una figura spettrale, una maschera di dolore e orrore, coperta di ferite e ematomi, completamente nuda. E’ una ragazza di appena 17 anni, si chiama Donatella Colasanti, e la foto scattata al momento del ritrovamento la ritrae con gli occhi sbarrati, quasi increduli, di chi ha fatto un viaggio di andata e ritorno dall’inferno.
Tutto era iniziato qualche giorno prima di quel terribile 1 ottobre 1975.
Gianni Guido
Due ragazze diciassettenni, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, conoscono un ragazzo, Carlo. Si scambiano i numeri di telefono con la promessa di rivedersi il giorno dopo. E’ un venerdi, e all’appuntamento si presentano altri due giovani, che dicono di chiamarsi Angelo e Gianni. Parlano del più e del meno, infine decidono di rivedersi. I due giovani propongono la domenica seguente. Ma a Donatella la cosa non piace,per la domenica ha altri programmi, e convince anche la sua amica Rosaria a rinviare l’appuntamento, che viene fissato, dopo aver parlato e discusso ancora, per il lunedì alle 16,00.
La terribile maschera di sangue di Donatella Colasanti
Con ritardo, si presentano solo Angelo e Gianni, dicendo che Carlo è impegnato nella preparazione di una festa a Lavinio. I due giovani invitano le ragazze alla festa. Donatella e Rosaria accettano, ma immediatamente si rendono conto che qualcosa non và. La direzione presa dai due porta a San Felice Circeo, non a Lavinio.Gianni, alla richiesta di spiegazioni da parte delle due ragazze risponde che la villa è più su di Lavinio, meta originaria. Quindi si ferma ad un bar per telefonare. Torna in macchina e convince le due ragazze a seguirlo, dicendo loro che Carlo avrebbe raggiunto il gruppo direttamente dal mare dov’era,e che i quattro potevano nel frattempo usare la villa.
Un’altra belva, Angelo Izzo
A Donatella gli inquirenti chiederanno spiegazioni sul perché non abbia chiesto al Guido (Gianni) di fermarsi e di farle scendere. La risposta della ragazza fù che non si erano rese conto di correre dei pericoli, e che fino a quel momento il comportamento dei due era stato irreprensibile.
Arrivano alla villa, si siedono nel salotto. Il tempo passa e le due ragazze iniziano a spaventarsi, chiedono di essere riaccompagnate. Gianni, dapprima con fare gentile, propone alle due ragazze di avere un rapporto sessuale, promettendo loro la somma di un milione di lire. Alla risposta negativa delle due, estrae una pistola, e racconta loro che in effetti ad arrivare non doveva essere Carlo, bensì Jacques Berenger, che, a suo dire, è il capo della banda dei marsigliesi e che è per suo ordine che le ragazze sono state portate nella villa.
Donatella Colasanti all’epoca del processo
Sotto la minaccia delle armi,Rosaria e Donatella vengono chiuse in bagno. Il presunto Jacques arriva la notte, ma per le ragazze è una sorpresa. Ha più o meno trent’anni, parla perfettamente l’italiano,senza cadenza francese. Le guarda, ma non dice nulla. Anzi, in compagnia di Angelo se ne và. Secondo Donatella abbandona addirittura la villa.
La quale racconta confusamente lo scenario di violenza bestiale e brutale che si abbatte su di loro l’indomani .Le due ragazze vengono dapprima selvaggiamente picchiate, poi sottoposte a violenze e brutalità inenarrabili. I tre tentano di somministrare del narcotico alle loro vittime. Vengono iniettate loro tre siringhe di sonnifero, che però non sortiscono alcun effetto. A questo punto Rosaria viene separata da Donatella. E quello che le succede può solo essere ipotizzato.
Un’altra immagine della 127 con i corpi della Lopez e della Colasanti
Donatella sente la sua amica urlare, poi lamentarsi sempre più lentamente. Infine, il silenzio. I tre tornano da lei e la brutalizzano ancora. La legano, la spogliano nuda e la trasportano tirandola per i polsi per tutta la casa. La ragazza sviene e rinviene varie volte. La colpiscono ancora, violentemente, questa volta con una spranga. Sono pugni,calci, colpi violenti di spranga, colpi inferti anche con il calcio della pistola. Donatella è semiincosciente, ma è viva. Gli uomini hanno perso il controllo, e probabilmente, in preda ad una furia cieca e incontrollata, bestiale, vogliono ucciderla.
La Colasanti torna nella villa degli orrori
In un ultimo barlume di coscienza, Donatella capisce che se vuole salvarsi deve fingersi morta. I tre ci cascano, e decidono di sbarazzarsi del cadavere. Viene gettata letteralmente nel portabagagli, nel quale poco dopo viene aggiunto il corpo esanime della sventurata Rosaria. Quando Donatella, dopo il ricovero in ospedale, verrà interrogata, dirà più volte che nonostante le violenze subite è riuscita ad evitare quella più umiliante, la violenza carnale. Cosa che sarà confermata dall’esame ginecologico a cui viene sottoposta. Per Rosaria non è così: l’autopsia conferma la violenza carnale, avvenuta probabilmente nel momento della separazione delle due amiche.
Izzo e Guido, imperturbabili, durante il processo
E’ probabile che nel tentativo di salvarsi, Rosaria abbia accondisceso alle turpi richieste dei suoi sequestratori. Donatella racconta anche particolari scabrosi della vicenda. Angelo viene descritto come un semi-impotente, incapace di eccitarsi sessualmente; Gianni invece ne è capace, ma non vuole metter in imbarazzo l’amico, per cui non và oltre blandi tentativi. Infine Donatella racconta come sia riuscita a raggiungere un telefono, in un stremo tentativo di salvezza, e di come sia riuscita a comporre il 113;ma le sue indicazioni sono lacunose. Non dimentichiamo che è convinta di essere a Lavinio. Fatto stà che la cosa cade drammaticamente nel vuoto. Di Rosaria Lopez si scopre che non è morta in seguito alle percosse, ma che è stata soffocata nell’acqua.Colpita più volte mentre veniva immersa, ha subito l’estrema umiliazione di essere violentata anche mentre moriva. Visto che le lesioni agli organi sessuali sono ovunque. Le indagini scattano immediatamente, e portano all’arresto del proprietario della 127, Gianni Guido.
Donatella Colasanti in ospedale
Subito dopo viene arrestato Angelo Izzo. Il terzo componente della banda, Andrea Ghira, non verrà mai più catturato.Gianni Guido viene arrestato mentre si aggira attorno alla sua auto. E’ probabile che avesse ascoltato le urla che provenivano dal bagagliaio della sua auto e volesse dare alla Colasanti il colpo di grazia. Chi è Gianni Guido? Un esaltato, gravitante nell’orbita degli ambienti neofascisti della capitale. Angelo Izzo è in libertà provvisoria, è stato da poco condannato per violenza carnale. Forse è per questo motivo che hanno ammazzato Rosaria e tentato di fare lo stesso con Donatella. Cos’ì com’è possibile che la situazione sia loro sfuggita di mano: hanno tentato infatti, prima di usare la violenza, di comprare la “compiacenza” delle sventurate.
Nel bagagliaio, l’orrore
Dopo un processo velocissimo, Guido e Izzo vengono condannati all’ergastolo nel 1976. tentano di fuggire nel 1977, prendendo in ostaggio un agente di custodia, ma vengono fermati. Nel 1980 Guido si vede ridotta la pena a trent’anni,in virtù dell’accordo di risarcimento della famiglia Guido con quella delle vittime.Trasferito in un altro carcere, a San Gimignano, diventa un detenuto modello. A tal punto di godere di ampia libertà. Infatti a gennaio 1981 Guido evade e ripara a Buenos Aires, dove viene successivamente arrestato:faceva il venditore di automobili.
Rosaria Lopez
Donatella Colasanti
Andrea Ghira
Siamo nel 1985 e Guido, ricoverato in ospedale perché si è ferito nel tentativo di sfuggire alla cattura, mentre è in attesa di estradizione fugge nuovamente. Verrà definitivamente arrestato nove anni dopo a Panama. Izzo diviene un vero e proprio pentito di mafia,politico e quant’altro.Evade dal carcere di Alessandria il 25 agosto del 1994, ma viene arrestato venti giorni dopo in Francia.
Entrerà, con le sue farneticanti accuse a tutti e a tutto in diverse inchieste a fine anni 90.

La leggenda nera di Olimpia Maidalchini, la Pimpaccia
Olimpia Maidalchini, la Pimpaccia
La storia di Olimpia Maidalchini è un intrecciarsi inestricabile di leggenda e maldicenze, mescolate abilmente, nel corso dei secoli, dai suoi innumerevoli detrattori, tanto da farne una figura nera, una delle tante che ci arrivano dal 1600, periodo storico complesso, ricco di contraddizioni e di figure manipolate, in cui sembrano assommarsi i peggiori vizi uniti a poche virtù.
La figura di Olimpia, spregiativamente chiamata dai romani la Pimpaccia, in effetti presenta zone d’ombra molto ampie, anche sfrondata dalle innumerevoli esagerazioni costruite attorno alla sua figura.
Una donna di potere, quindi una persona malvista già in partenza per il suo ruolo; ma anche una donna testarda, volitiva, capace di imporsi in un universo popolato esclusivamente da figure maschili.
Olimpia nasce a Viterbo il 26 maggio 1594, figlia di un uomo d’affari, che oggi definiremmo un capitano d’industria; e lo era davvero un capitano, Sforza Maidalchini, mentre sua madre Vittoria Gualterio era una rampolla della buona nobiltà.
Quarta figlia di una famiglia in cui c’erano un maschio e tre femmine, Olimpia venne destinata al convento; il padre aveva intenzione di lasciare il suo patrimonio all’erede maschio, com’era consuetudine a quei tempi; ma lei, a cui il carattere certo non difettava, non aveva alcuna intenzione di prendere i voti.
L’obiettivo del Capitano Sforza era evidente; mandare la figlia in convento in modo da evitare di doverla sposare con la conseguenza di dovere metter su la dote necessaria per un matrimonio onorevole.
Ma aveva fatto i conti senza il carattere e la volontà di quella sua figlia ribelle, decisa ad avere un posto nella società, a non lasciarsi intristire e avvilire dietro le mura di un convento.

Così, quando suo padre la affidò ad un sacerdote per la necessaria preparazione spirituale, la donna trovò un escamotage poco onorevole ma assolutamente funzionale alle sue mire; accusò il povero e incolpevole sacerdote di aver tentato di usare violenza carnale, provocando uno scandalo enorme e costringendo la chiesa a sospendere l’incolpevole uomo dalle sue funzioni. Olimpia ebbe quindi partita vinta, perchè il padre fu costretto a rinunciare all’idea di farla suora e si industriò per trovarle marito.
Aveva all’incirca 16 anni o poco meno, Olimpia, quando andò in sposa al ricco Paolo Nini; ed ebbe la fortuna (naturalmente per lei, non certo per lo sposo) di restare vedova dopo soli tre anni, con un’eredità cospicua.
Poichè non era certo il carattere a mancarle, ne l’ambizione, si mosse con abilità e furbizia in quella giungla che era la società nobile romana, alla ricerca di un altro marito, che aggiungesse ai soldi anche la nobiltà, un titolo che la facesse diventare una patrizia.
Scaltra, accorta e lungimirante, cercò a lungo il nome adatto e alla fine lo individuò in quello di Pamphilio Pamphilj, che era discendente di uno dei rami della famosa famiglia Pamphilj, ricca di titoli nobiliari ma povera di denaro. Intelligentemente, la donna aveva scelto con cura il futuro marito; lei aveva poco più di diciotto anni, l’uomo ne aveva 50. Un matrimonio che quindi andava benissimo per entrambi, perchè Olimpia si ritrovava ad essere imparentata con una delle famiglie romane più importanti mentre l’uomo prendeva in moglie una donna giovane e ricca, che rinsanguava le esauste casse della famiglia.
Una scelta dettata da motivi venali, ma che si rivelerà la sua fortuna.
Il fratello di Pamphilio, Giovanni Battista, stava scalando i vertici ecclesiastici; lei ebbe l’intelligenza, spinta dall’ambizione, di favorirne in ogni modo l’ascesa, grazie anche al patrimonio che il defunto Nini le aveva lasciato.
Così un pò corrompendo, un pò lusingando,la donna riuscì a portare suo cognato fino all’elezione a papa; Giovanni Battista diventò Innocenzo X , e da quel momento il suo potere e il suo prestigio aumentarono a dismisura.
Allo stesso tempo iniziava a crescere in egual modo una leggenda nera attorno a lei; le voci popolari la volevano segretamente amante del papa, si mormorava che per qualsiasi carica, onore o lavoro presso la Santa sede bisognasse obbligatoriamente passare da lei. Allo stesso modo si diffondevano notizie, non sappiamo quanto veritiere, sulla sua smodata avidità di denaro.
Pasquino
Si mormorava che facesse la cresta su tutto, dall’assistenza ai pellegrini per il Giubileo indetto da papa Innocenzo X per il 1650 ai generosi lasciti elargiti a cortigiane e donne varie che popolavano le corti.
A proposito di questo si diceva che Olimpia in realtà favorisse un losco giro di prostituzione, dal quale ovviamente ricavava denaro ma non solo; era in questo modo al corrente dei segreti inconfessabili di patrizi e prelati, che usava per aumentare il suo potere e prestigio.Pasquino, la voce parlante di Roma, si scatenò con la solita arguzia: “Chi dice donna, dice danno – chi dice femmina, dice malanno – chi dice Olimpia Maidalchina, dice donna, danno e rovina”
Fu lo stesso Pasquino a soprannominarla Pimpaccia, deformando in romanesco il titolo di una commedia assai famosa nel 1600, Pimpa, la cui protagonista era come donna Olimpia una donna furba e arrivista; da quel momento il soprannome le restò come una seconda pelle, accompagnandola per l’eternità; un’altra versione dice che l’autore, sempre Pasquino, abbia creato un gioco di parole con Olim-pia, nunc impia”
preso dal latino olim = una volta e pia =religiosa; nunc = adesso e impia, ovvero una donna una volta pia e religiosa e ora esattamente all’opposto.
Va detto che Donna Olimpia era comunque una donna in gamba; fu lei secondo alcune cronache dell’epoca a permettere al Bernini di creare la fontana di piazza Navona; al solito, i bene informati sostennero che il Bernini ebbe dal papa l’appalto per la splendida opera solo perchè il geniale scultore e architetto mandò un modello in argento massiccio della stessa fontana a Donna Olimpia, che in pratica sovraintendeva tutti i lavori che si svolgevano nella capitale. Il Papa, che vide il modellino, ne rimase entusiasta e affidò a Bernini il compito di realizzare la fontana, mentre il modello ovviamente rimase nelle capienti tasche di Donna Olimpia.
Nel 1639 l’anziano marito muore, tra i sospetti generali; la solita leggenda nera vuole che la donna abbia avvelenato il marito, ma anche in questo caso siamo di fronte a dicerie; Pamphilio aveva un’età ragguardevole, era quasi ottantenne, può quindi starci una morte per cause naturali.
Comunque sia, la donna, a 45 anni, ritorna vedova,smodatamente ricca e sempre più ambiziosa. Suo cognato, il Papa, la nomina principessa e feudataria.
Ma il popolino continua a mormorare alle sue spalle cose terribili; quando nel 1655 il suo protettore ,Innocenzo X morì, donna Olimpia si impadronì di tutto quello che il papa possedeva.
Pare che la donna si imposessasse di due casse piene di monete d’oro; non solo, non volle nemmeno partecipare economicamente alle spese del funerale, tanto che papa Innocenzo X rimase per un intero giorno in attesa di essere collocato in una cassa da morto. Fu il maggiordomo del Papa a mettere di tasca sua i soldi per comprare una cassa in cui deporre il pontefice.
La morte del papa mise fine all’enorme potere di Donna Olimpia; la donna, che aveva brigato in maniera tale da far eleggere suo figlio Camillo al soglio cardinalizio, subì l’onta della rinuncia dello stesso alla porpora cardinalizia. Il giovane infatti sposò Olimpia Aldobrandini,figlia del principe Borghese, con la quale la omonima e terribile suocera Olimpia Maidalchini ebbe un rapporto tempestoso.

Fabio Chigi , Papa Alessandro VII, salito al trono di Pietro dopo la morte di Innocenzo X la allontanò da Roma, mettendo fine alla sua carriera di donna di potere.
La papessa, com’era anche soprannominata Donna Olimpia, visse soltanto due anni nel suo esilio dorato nelle campagne viterbesi; la peste del 1657 la portò via, come una qualsiasi mortale.
La sorpresa arrivò da quello che Donna Olimpia lasciò agli eredi; si calcola che i beni ammontassero alla cifra iperolica di due milioni di scudi.
La gente, il popolino non l’aveva però dimenticata.
E da quel momento nacque la sua leggenda nera.
Si diffuse la voce che il suo fantasma prendesse a correre, la sera del 7 gennaio, in corrispondenza dell’anniversario della morte di Innocenzo X, su una carrozza in fiamme per piazza Navona, che percorreva fino a raggiungere il Tevere, dove sprofondava con tutto ciò che la rapace donna aveva accumulato nella sua vita.
Ancora, un’altra versione della stessa leggenda nera raccontava come la donna percorresse di gran carriera la strada che portava alla villa del papa, sempre su un carro di fuoco, e che giunta a destinazione, il carro sprofondasse in un abisso spalancatosi per terra, nel quale c’era una legione di diavoli ad attenderla.
La sua figura divenne, con il passare degli anni, un sinonimo di avidità, sete di potere; le si attribuirono nefandezze di ogni genere che ovviamente si gonfiarono a dismisura, demonizzando storicamente la sua figura ben aldilà della reale portata del personaggio.
Se Olimpia fu davvero una donna senza scrupoli, assetata di denaro e potere, non va dimenticato che si mosse in un universo completamente dominato dagli uomini, che sfuggi alla triste sote di dover diventare suo malgrado monaca solo con l’astuzia, e che ebbe di conseguenza una vita accelerata dalla decisione di sposarsi ancor giovanissima.
Una donna che seppe sfruttare al meglio le non comuni doti di intelligenza, che si unirono ad altrettanto poco invidiabili doti di avidità; alla fine il suo nome oggi è ricordato molto più del suo grande protettore, papa Innocenzo X, segno che nel bene o nel male la Pimpaccia era un donna fuori dal comune.
La colonia perduta di Roanoke Island
Mappa di John White, 1585
Al largo della Carolina del nord c’è una piccola isola,Roanoke.
Davvero piccola,con i suoi 19 chilometri di lunghezza e i circa 5 di larghezza. Un fazzoletto di terra,davvero poco importante,anche storicamente,non fosse per il fatto che è stato il secondo insediamento inglese in America,attorno al 1583,ma anche e soprattutto per un mistero storico mai risolto,quello cella sparizione di 116 fra uomini,donne e bambini,della cui sorte non si è mai saputo più niente.
Questa storia inizia con un ardito navigatore inglese,sir Walter Raleigh,cui la regina vergine,Elisabetta I,aveva affidato il compito di colonizzare la Virginia,del cui territorio faceva parte,all’epoca,Roanoke.
Nel 1505 proprio Raleigh tentò una prima colonizzazione dell’isola,che ebbe un esito assolutamente disastroso;i suoi uomini,sbarcati sull’isola,ebbero da subito problemi con i nativi,che mal sopportavano la presenza di gente straniera sulla propria terra,a cui va aggiunta la inevitabile diffidenza verso gente che non si faceva scrupolo nel depredare di viveri e bestiame gente che viveva solo grazie a quel poco che la natura offriva.
Gli scontri continui,le avverse condizioni climatiche finirono per indebolire il primo insediamento,tanto che di li a poco sir Francis Drake,famoso ex pirata e ammiraglio della flotta inglese fu costretto ad evacuare i superstiti,lasciando solo una guarnigione di 15 uomini a difesa del fortilizio presente sull’isola,in attesa di un nuovo insediamento.
Nel 1587 Raleigh tornò a Roanoke Island,con un nuovo consistente gruppo di persone;ma del presidio umano lasciato da Drake non venne trovata alcuna traccia.
Sir Walter Raleigh
Gli uomini,probabilmente uccisi dai nativi,erano scomparsi nel nulla;era il luglio del 1587,e di li a poco sarebbe nata Virginia,la prima bimba inglese a nascere sul suolo americano.
Virginia era la nipote del governatore dell’isola,White,nominato da Elisabetta I,che aveva seguito la nuova spedizione di Raleigh;l’uomo,ben presto,si rese conto che le particolari condizioni sia climatiche che naturali dell’isola richiedevano molte più attrezzature di quelle che i coloni avevano con se,e a malincuore decise di tornare in Inghilterra per approvvigionarsi.
Lasciò quindi i suoi uomini,sua moglie,sua figlia e sua nipote sull’isola e verso ottobre veleggiò con rotta l’Inghilterra;ma arrivato in patria dovette perdere molto tempo prezioso per convincere le autorità a farlo ripartire.Un atteggiamento,quello inglese,comprensibile alla luce della guerra che era in atto con la Spagna e che costrinse White ad armare due piccole navi cariche di beni di prima necessità che portò con se verso la rotta del rientro verso Roanoke.
Ma il destino era in agguato,e si presentò nelle vesti di navi francesi,che fermarono i due vascelli inglesi,li rapinarono di tutto ciò che contenevano,lasciando così il povero White in preda alla disperazione. L’uomo fu quindi costretto a rientrare in patria,dove le autorità proibirono al disperato comandante White di ripartire.Per tre lunghissimi anni White,come un topo in trappola,attese che dalla corte arrivasse un cenno che gli permettesse di tornare a Roanoke;e un giorno l’occasione si presentò quando il capitano Irish riuscì,grazie al finanziamento di alcuni mercanti,ad armare una spedizione,ufficialmente per portare aiuto alla colonia.
La cappella di Fort Raleigh a Roanoke Island
In realtà il furbo capitano sperava di poter esplorare la costa americana alla ricerca di nuove risorse,oltre che con il vecchio,mai tramontato sogno di mettere le mani su metalli preziosi.
A marzo del 1590 tre navi partirono da Plymouth,destinazione la Virginia;a bordo c’era White,ovviamente angosciato per la lunghissima assenza.
Il 18 di agosto le navi approdarono a Roanoke,dove i peggiori timori di White ebbero purtroppo conferma;nel posto dove aveva lasciato l’insediamento ora c’era un’altissima palizzata,segno che i coloni avevano dovuto difendersi probabilmente dagli attacchi dei nativi;ma dei coloni nessuna traccia.
Con la morte nel cuore,White,aiutato dall’equipaggio,esplorò il fortino,le abitazioni,i dintorni,alla ricerca di un segnale che indicasse dove i coloni si fossero diretti.
Ma del fortilizio restava solo la palizzata e le case,tutte in rovina,quasi che gli abitanti avessero lasciato tutto in fretta e in furia,fu solo ispezionando la palizzata che un uomo trovò una strana scritta: CROATOAN
Era il nome di un’isola vicina;venne esplorata,ma non si trovò alcuna traccia dei coloni.
Villaggio nativo, disegno di John White
Con la morte nel cuore,dopo settimane passate a cercare traccia dei suoi cari,White fu costretto a tornare in Inghilterra,dove morì poco più tardi,senza aver mai più saputo cosa fosse realmente successo a Roanoke.
Nei 15 anni successivi ci furono molte spedizioni verso l’isola,anche se,per la verità,solo quelle organizzate da Walter Raleigh si mossero con l’intento di accertare la verità;le altre erano spedizioni alla ricerca di terre vergini,di metalli,di ricchezze,anche se,per onor di cronaca,qualcuno cercò di capire cose fosse davvero successo nell’isola.
Gli esiti furono disastrosi;dell’insediamento colonico non venne più ritrovata alcuna traccia;e ad accrescere il mistero contributi il fatto che non venne ritrovato mai nemmeno un corpo di uno qualsiasi di coloni.
Il forte ricostruito
Nel 1607 gli inglesi crearono la prima colonia effettiva in America,a Jamestown;ma nonostante tutti i nuovi coloni si impegnassero nelle ricerche,degli sfortunati abitanti di Roanoke non si trovò alcuna traccia.
Dopo oltre un secolo,Lawson,un esploratore,visitò Roanoke e subito dopo Croatoan;qui i nativi gli raccontarono che oltre un secolo prima erano vissuti dei bianchi,che avevano fatto parte della tribù,unendosi in matrimonio con i nativi.
Lawson teorizzò che i coloni,dopo i tre anni di abbandono,senza l’ausilio della civiltà,avessero finito per unirsi ai nativi,regredendo a tal punto da dimenticare anche le loro origini.
Lo stesso Lawson lasciò scritto che aveva incontrato nativi con caratteristiche somatiche tipiche degli inglesi: carnagione bianca,capelli biondi e occhi chiari.
Nativi
Da quel momento il mistero di Roanoke divenne assolutamente impenetrabile,e il tutto sarebbe finito nascosto nelle pieghe della storia senza la burla del 1937,quando qualcuno si divertì a disseminare nella Carolina pietre con fantomatici messaggi della figlia di White,che si rivelarono falsi.
Cosa accadde realmente a Roanoke?
Nel corso dei secoli sono state avanzate molte teorie.
-Quella del disastro ambientale,ovvero una serie di terribili tempeste,che avrebbe ucciso tutti gli abitanti dell’insediamento. Ipotesi che regge poco,soprattutto tenendo conto del fatto che questi eventi naturali avrebbero colpito solo gli uomini ma non le cose;come abbiamo visto,il fortino costruito dai coloni conservava ancora la sua struttura,ed era stato abbandonato,non distrutto.
-Quella dell’attacco dei nativi,la più probabile,ma che non spiega in alcun modo che fine abbiano fatto i corpi dei 116 appartenenti all’insediamento. A meno di non propendere per uno scenario in cui dopo l’attacco,i nativi,vincitori,abbiano portato via i corpi per qualche strano rituale.
-Quella di un’improvvisa e devastante siccità,che provocò l’inaridimento della zona;ipotesi suffragata da recenti studi sugli alberi dell’isola,che hanno evidenziato un periodo,attorno al 1600,di eccezionale siccità.Ma ancora una volta non spiegherebbe dove siano finiti i corpi dei coloni.
-Quella dell’amalgama con i nativi dell’isola,che. come abbiamo visto,era anche la teoria di Lawson,che non spiega però perché le successive spedizioni non abbiano trovato nessuno dei superstiti presso le tribù.
Mappa della Virginia
Ogni teoria ha una falla,proprio per la mancanza assoluta di un segno,di una testimonianza,se si esclude la scritta Croatoan;secondo molti,tra l’altro,la scritta non era completa,ma composta solo da tre lettere,CRO.
Un mistero assoluto e insondabile,quindi.
Oggi c’è una teoria,molto accreditata,che dice che molti dei coloni si trasferirono verso Chesapeake,dove per un certo periodo si integrarono con i nativi. Poi,in seguito a liti territoriali,vennero uccisi,per la maggior parte,proprio dai nativi.
Gli storici sono giunti a questa conclusione basandosi sugli scritti di Jon Smith,il primo colonizzatore di Jamestown,che ebbe un lungo colloquio con il capo indigeno Powhatan,che raccontò di come avesse ucciso gran parte di loro,mostrando come prova parte di un moschetto.
Una parte consistente di coloni,appunto.Perchè un’altra parte,quella più piccola,venne inglobata dagli abitanti di Croatoan,come indicato da Lawson.
Due gruppi di coloni,quindi con due distinti destini.
Quale sia stato quello della piccola Virginia,è impossibile a sapersi.
Oggi,a Roanoke,sopravvivono tracce di insediamenti di molto successivi a quello fondato da White,da sua figlia e dagli altri 116 coloni;della piccola Virginia rimane traccia solo in una stele,che ne ricorda la figura come prima cittadina americana autoctona.
Mappa di White De Bry, 1590
Appendice e curiosità
Sir Walter Raleigh non fu fortunato dopo il suo rientro in patria; l’uomo, che aveva contribuito in maniera determinante all’insediamento di coloni sul suolo della Carolina, organizzò a proprie spese delle spedizioni per accertare cosa fosse successo ai coloni svaniti nel nulla.
Si riempi di debiti, tanto da finire ben presto in prigione; accusato anche di aver cospirato contro Re Giacomo I, venne imprigionato con tutta la sua famiglia nella famigerata torre di Londra.
Fini decapitato;ingloriosa fu la sorte dell’uomo che tanto aveva fatto per la corona, incluso portare in Irlanda le rpime piante di patate e di tabacco.
Poco dopo la metà degli anni 30, nel secolo scorso, una serie di pietre incise con simboli vennero rinvenute nei terreni della Carolina: recavano parti di un testo scritto da Eleanor White a suo padre, nel quale la donna spiegava cosa realmente era successo ai coloni perduti. Con sospetta combinazione, vennero alla luce circa una quarantina di pietre, che servivano guarda caso a completare il racconto di Eleanor White.
Era uno scherzo, di pessimo gusto, come venne accertato agli inizi degli anni 40.
L’anello di Roanoke
L’anello di Roanoke è probabilmente il più vecchio manufatto inglese trovato in strati databili in America del Nord. Gli strati hanno 400 anni,datazione al radio carbonio.. La decorazione sull’anello è registrata in Inghilterra a nome della famiglia Kendall. Un Abraham Kendall e un capitano Kendall erano sul libro di bordo del viaggio del 1585 di. L’anello è stato trovato a Croatan

Nella foto:L’ Elizabeth Elks’
L’ Elizabeth Elks’ il documento legale per la vendita del territorio indiano di Croatan, scritto nel 1802 ed è stato registrato nel 1823. È l’ultima prova di una proprietà indiana di Croatan. Sono stati trovati tredici documenti legali che liquidano la proprietà indiana, e questa è l’ultima testimonianza del possesso della terra da parte dei nativi.Tutti gli altri redatti erano intestai a europei.

La statua dedicata a Virginia Dare,prima cittadina inglese a nascere sul suolo americano, Roanoke Island
La maledizione dei Templari
Filippo IV di Francia il bello
Il 18 marzo 1314 Jacques de Molay, ultimo maestro dell’ordine dei Cavalieri del Tempio, i Templari e il nobile Goffredo di Charney si avviavano verso sull’isola della Senna detta dei giudei, nei pressi di Notre Dame; entro poche ore si sarebbe consumata la vendetta di Filippo IV il Bello, detto anche il Falsario, verso l’Ordine che aveva osato sfidarlo, diventando un potere nel potere, probabilmente più forte del potere reale, sicuramente molto più ricco.
Come racconta Goffredo di Parigi, che assistette a quello che potremmo definire un assassinio di stato, De Molay si comportò più che dignitosamente, andando incontro alla morte su una pira che era stata preparata per lui e per il suo inseparabile amico di Charney. Ecco le parole del testimone: “” Il Gran Maestro, quando vide il fuoco acceso, si spogliò senza esitazioni. Riferisco come lo vidi. Egli si tolse gli indumenti, esclusa la camicia, lentamente e con aspetto tranquillo, senza affatto tremare, sebbene lo spingessero e lo scuotessero molto. Lo presero per assicurarlo al palo e gli legarono le mani con una corda, ma egli disse ai suoi carnefici:” almeno, lasciatemi congiungere un po’ le mani e dire a Dio la mia preghiera, poiché questo ne è il momento, essendo in punto di morte; e Dio sa, ingiustamente. Ma accadranno ben presto disgrazie a coloro che ci condannano senza giustizia. Dio vendicherà la nostra morte; muoio con questa convinzione. Quanto a voi, Signore, rivolgetemi la faccia, vi prego, verso la Vergine Maria, Madre di Gesù Cristo (Cattedrale di Notre Dame de Paris)”. Gli fu concessa questa grazia e la morte lo prese così dolcemente, in questo atteggiamento, che ognuno ne restò meravigliato”
Jacques De Molay
Molte cronache dell’epoca riportano come veritiere le parole che De Molay avrebbe pronunciato rivolto a Filippo IV e al suo degno compare di complotto, il papa Clemente V, quel “Dio vendicherà la nostra morte”, riportandole come ” Davanti a Dio intimo a Filippo il Bello e Clemente V di comparire davanti a lui entro un anno da oggi”
Pochi minuti dopo che il rogo venne acceso, di De Molay e di Goffredo di Charney non restava che la cenere; con loro scomparivano 196 anni di storia tumultuosa, fatta di atti eroici compiuti dai Cavalieri templari offuscati solo dal processo, costruito da Filippo il Bello, con prove false, con confessioni estorte con la tortura e la violenza, grazie alla complicità di Clemente V,colui che Dante descrisse così:
“chè dopo lui verrà di più laida opra,(papa Bonifacio VIII NDR)
di ver’ ponente, un pastor sanza legge
Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge Filippo il Bello NDR)
e che confinò nell’inferno della Divina Commedia,(XIX.83), ovvero Bertrand de Gouth, eletto dopo la morte di Bonifacio VIII e passato anche alla storia per essere stato il Papa della cattività avignonese, cioè colui che trasferì la sede del papato da Roma ad Avignone.
Un periodo di tempo che durò dal 1309 al 1377; ma Clemente V sopravvisse solo 5 anni alla decisione storica di spostare la sede del papato e di pochi mesi soltanto all’infamia di aver avallato la fine dell’Ordine del Tempio; come del resto successe al re Filippo il Bello, morto anche lui nello stesso anno, come vaticinato da De Molay e come accadde all’anima nera dello stesso re, Guglielmo di Nogaret, l’uomo che si era reso protagonista dello schiaffo di Anagni e che aveva imbastito il processo contro i templari.
Tre uomini uniti dallo stesso destino; morire in quel 1314, anno funesto in cui la chiamata a correo di De Molay si trasformò in una sinistra predizione che puntualmente si avverò, generando la leggenda della maledizione dei Templari.
Il rogo del 18 marzo 1314
Ma cosa accadde realmente ai tre personaggi implicati nella storia?
Clemente V morì improvvisamente a Roquemaure-Gard il 20 aprile del 1314; erano passati soltanto 33 giorni da quel tragico rogo di Parigi;le cronache dicono che il papa morì di dissenteria, a causa di un’indigestione, ma qualcuno riporta la testimonianza del papa sul letto di morte con i lineamenti stravolti e la lingua nera, chiaro sintomo di avvelenamento.
Filippo IV il Bello ( meglio sarebbe il falsario) morì in maniera altrettanto improvvisa a Fontainebleau, il 29 novembre 1314, in seguito alle conseguenze di una caduta da cavallo accorsa mentre partecipava ad una battuta di caccia.
Infine Guglielmo di Nogaret, il primo a morire, nel marzo del 1313, un anno prima del rogo.
Tre morti improvvise, come del resto accadeva spesso nel medioevo; ma tre morti pesanti, perchè in qualche modo, se escludiamo il Nogaret, morto prima degli ultimi maestri templari, le scomparse improvvise di Filippo il Bello e di Clemente V appaiono decisamente sospette.
Lungi dal voler attribuire le due scomparse a fenomeni sovrannaturali, ci si può soffermare, però, sulle strane combinazioni che portarono alla morte dei due personaggi.
Come già detto, Clemente V morì ufficialmente per un’indigestione; il papa era odiato, disprezzato e mal visto un pò da tutti.
Era stato un papa simoniaco, sul quale si allungavano ombre cupe dovute come già detto alla sua elezione, voluta fortemente dal re falsario, per finire con la sua smodata avidità.
Aveva di fatto accumulato grandi ricchezze, usando mezzi indegni del vicario di Cristo; nepotista, aveva eletto a cariche importanti molti familiari, non riuscendo però a conquistarsi l’affetto di nessuno.
Lo prova quello che accadde dopo la sua morte, quando con il cadavere ancora caldo, servi e amici corsero a impossessarsi di tutto quello che il papa aveva lasciato.
Guglielmo di Nogaret
Uno dei suoi servitori fece cadere dei ceri sul letto di morte del papa, con la conseguenza che buona parte dei suoi resti mortali andarono bruciati, quasi a confermare in qualche modo la sinistra predizione di De Molay. Difficile dire se morì davvero per un’indigestione: con tanti nemici, ci può essere stato qualcuno, manovrato dai templari, che abbia somministrato al papa stesso del veleno, contribuendo cosi alla scomparsa di quello che i cavalieri stessi consideravano il braccio armato del re falsario.
In quanto al Re falsario, mori con sospetta coincidenza il 29 novembre del 1314 esattamente nell’arco temporale previsto da Jaques de Molay; molti libri di storia concordano nel descrivere, come causa della morte, una caduta da cavallo. Non tutti, va detto. Altri sono abbastanza fumosi sull’argomento e non chiariscono le cause del decesso. Con lugubre puntualità, una serie di sciagure colpì la progenie del re: appena due anni dopo la morte di Filippo, mori Luigi X di Francia, detto l’Attaccabrighe, figlio di Filippo ed erede designato al trono di Francia.Aveva appena 27 anni, e lasciò la moglie incinta dell’erede al trono, quel Giovanni I, detto il Postumo che visse solo 5 giorni, sotto la tutela del futuro re di Francia, suo zio Filippo V detto Il Lungo. Una morte improvvisa, molto sospetta, sul quale si scatenarono illazioni a non finire; a molti sembrava quasi di vedere la mano di De Molay allungare un dito e maledire le generazioni successive al re falsario.
Clemente V
Per pura combinazione, anche Filippo V visse molto poco: morì nel 1322, quando aveva 29 anni, in maniera oscura. Si ammalò improvvisamente e in cinque mesi morì, lasciando la Francia senza un erede designato.
Quando a morire a soli 34 anni fu il successore di Filippo V, ovvero Carlo IV,il quindicesimo in linea dinastica nella stirpe dei Capetingi, sembrò davvero che la maledizione dell’ultimo maestro templare diventasse reale.L’ultimo re Capetingio scomparve senza lasciare eredi maschi al trono, rendendo quindi attuale il funesto vaticinio di De Molay. Alla morte del re, difatti, si apri la famosa Guerra dei Cent’anni, periodo durante il quale il trono francese si trovò ad essere conteso tra due pretendenti, i due nipoti di Filippo IV: Filippo di Valois, figlio di Carlo di Valois, ed il re d’Inghilterra Edoardo III, figlio di Isabella di Francia.
Un periodo denso di fatti difficilissimo da seguire sopratutto nelle lotte tra i pretendenti al trono di Francia e che non ha più a che fare con quanto raccontato sinora.
Come abbiamo visto, in qualche modo la vendetta di De Molay si compì per intero; a parte Nogaret, sia Clemente V che Filippo e i suoi successori ebbero vita breve e travagliata.
E quando il 21 gennaio 1793 Luigi XVI sali lentamente sul palco dove era eretta la ghigliottina che lo avrebbe decapitato, sembrò che la maledizione di De Molay arrivasse a compimento quasi cinque secoli dopo quel rogo sulla Senna. La leggenda narra che subito dopo che Sanson lo ebbe decapitato, peraltro in maniera orribile, perchè come raccontarono alcuni, la lama della ghigliottina non cadde sul collo, provocando un macabro maciullamento del capo, un uomo abbia sollevato il capo di Luigi e abbia gridato “Jacques de Molay sei stato vendicato”
Un’altra raffigurazione del rogo della Senna
Da ricerche che ho fatto in lunghi anni di studio sui templari, sulle leggende che ne hanno contaddistinto la bicentenaria storia, quella sulla presunta maledizione è sicuramente la più suggestiva, anche perchè il caso ha voluto che le parole di De Molay, ammesso che siano state pronunciate davvero, abbiano poi avuto un effetto devastante sulla casa reale francese.
Nulla vieta di pensare che qualche cavaliere abbia dato davvero una mano al destino, entrando in qualche modo nelle morti sospette dei vari protagonisti.
Prove storiche, ovviamente, non ci sono.
Tanti indizi, tante curiose coincidenze ma nient’altro.
La decapitazione di Luigi XVI
Certo, per i patiti dei complotti, per coloro che vogliono ad ogni costo vedere il sovrannaturale in ogni cosa la serie di eventi funesti è un’occasione troppo ghiotta; resta però un punto interrogativo enorme sulle parole di De Molay (furono pronunciate o sono solo frutto di leggenda?), sullo stesso episodio della decapitazione di Luigi XV, con quell’uomo che afferra il capo ghigliottinato dell’ultimo re di Francia e pronuncia parole non riportate dagli storici.
Tante ipotesi, tanti indizi, che però non fanno una prova.
Ma che hanno alimentato, per secoli, la leggenda della maledizione dei Templari
Anna Laura Pedron, un giallo risolto?

Una mattina piovosa, il 2 febbraio del 1988, una di quelle mattine tipicamente invernali in cui Pordenone, operosa cittadina friulana si risvegliava per riprendere il lavoro quotidiano; una città di provincia, tranquilla, bella e a misura d’uomo. Uno di quei posti che sembra essere al riparo dalla follia quotidiana delle metropoli, in cui la vita scorre serenamente.
Un posto in cui non immagini possa accadere quello che invece accadde a Anna Laura Pedron, 21 anni, bella e irreprensibile ragazza di buona famiglia.
Una ragazza come tante, dalla vita ordinaria; aveva da poco terminati gli studi, aveva un fidanzato, un impiego temporaneo come baby sitter.
Una ragazza che fino all’età di sedici anni non aveva dato nessun problema alla famiglia; una data fatidica quello del compimento del sedicesimo anno, perchè proprio allora accadde qualcosa che la cambiò profondamente.
Spinta da una cugina, la ragazza si avvicinò alla setta Telsen Sao, creata da Renato Minozzi, sulla base delle sue teorie su una presunta civiltà extraterrestre che migliaia di anni prima avrebbe colonizzato la terra; una setta innocua, se vogliamo, ma che aveva coinvolto la ragazza a tal punto da modificarne profondamente il carattere.
Anna Laura, che fino ad allora era stata una tranquilla e solare adolescente, con uno splendido rapporto in famiglia, sia con i genitori, sia con le sorelle più piccole, si trasformò in una ragazza chiusa, diffidente.
La madre la descrive ancora oggi come una ragazza che all’improvviso creò un muro tra se e la famiglia.
Torniamo a quel fatidico 2 febbraio.
Dopo 4 anni di assoluto estraneamento dalla vita familiare, la ragazza aveva all’improvviso ritrovato la sua allegria; da qualche giorno aveva anche un lavoro temporaneo, faceva la baby sitter accudendo un bimbo di 20 mesi, Andrea, per conto di una famiglia bene della città, in una via periferica e tranquilla, via Colvera, in condominio altrettanto tranquillo e popolato da poche famiglie irreprensibili; le cose cambiano però in maniera drammatica quella mattina, poco prima delle 13,00, quando la signora Marina, che ha assunto Anna Laura come baby sitter, torna a casa dopo aver preso da scuola la sua bambina più grande.
La donna arriva a casa e infila le chiavi nella toppa della serratura, ma c’è qualcosa di strano che la colpisce immediatamente: dall’interno dell’appartamento si ode il pianto di un bambino, lungo e intenso.
La signora Marina cerca di girare la chiave nella serratura, ma non ci riesce, perchè qualcosa blocca la serratura; allora prova a suonare, dapprima con qualche scampanellata, poi più a lungo.
Ma dall’interno della casa arriva solo il pianto disperato del piccolo Andrea; ormai preoccupata, la donna sale al piano superiore e chiede ai vicini di poter fare una telefonata.
Dal suo appartamento il telefono da sempre il segnale di occupato, così la donna chiede ai vicini del quinto piano di potersi affacciare per vedere il suo balcone. Chiama ad alta voce la ragazza, ma non ottiene nessuna risposta.
A questo punto la signora Marina chiama i pompieri, che arrivano di gran lena; forzano la porta e fanno una scoperta agghiacciante.

All’interno della casa Anna Laura effettivamente c’è, ma non avrebbe mai potuto rispondere.
Perchè la ragazza è morta; giace riversa su un tavolo, con accanto una lampada da tavola rotta. A parte questi particolari, l’appartamento è in ordine.
Dopo pochi minuti arriva la scientifica, perchè è chiaro che la ragazza è stata uccisa.
I primi rilievi muovono immediatamente dei sospetti: accanto al volto della ragazza, che è riversa sul tavolino, c’è un cuscino. Lei è supina sul tavolo, con le gambe quasi a formare un angolo retto e le braccia in croce.
E’ discinta, perchè ha la maglia sollevata sul petto e pantaloni e slip abbassati sotto le ginocchia.
Presenta molte ferite da taglio, ma nessuna di esse è mortale.
Come stabilirà in seguito l’autopsia di rito, la ragazza non è morta per le ferite, ma è stata soffocata, proprio con quel cuscino accanto a lei, al suo corpo.
Sempre l’autopsia stabilisce che non ha subito violenza e che le ferite sul corpo sono prodotte dai frammenti di quella lampada che è sul pavimento, rotta.
Non è stata uccisa quindi con il coltello ritrovato accanto a lei, perchè lo stesso è seghettato ed è assolutamente pulito.
E’ un depistaggio, così come sono un depistaggio le macchie di sangue sparse in giro, sul citofono, in cucina; l’assassino si è lavato le mani e ha ucciso apparentemente senza movente; si, perchè Anna Laura non ha segni di violenza carnale sul corpo.
L’assassino ha agito in preda ad un raptus?
Sembrerebbe di si; si è accanito sul corpo, perchè prima di soffocare la povera ragazza, ha tentato di strangolarla, come si desume dal segno che Anna Laura presenta sul collo.
Un omicidio quasi perfetto, perchè l’assassino non ha lasciato tracce.
Apparentemente.
Le indagini partono immediatamente, ma devono scontrarsi con una serie di problemi, originati in primis dalla vita assolutamente senza macchie e ombre di Anna Laura, e poi con le modalità stesse dell’omicidio.
Nessuno ha visto nulla, in quel condominio poco abitato, anche perchè la strada adiacente è tranquillissima.
Per cui appare evidente sin dall’inizio che sarà dura dare un nome al misterioso assassino.
Si scava nella vita della ragazza, che presenta solo un lato oscuro, quell’appartenenza alla setta Telsen; vengono interrogati in tanti, con risultati inesistenti.
Anche il fidanzato della ragazza, interrogato, fornisce un alibi di ferro e ben presto le indagini si infilano nel classico vicolo cieco.
Resta la pista setta, quel gruppo che però appare inoffensivo, con rituali strani che impongono agli adepti di imparare una lingua che il guru del gruppo definisce come la lingua parlata dagli antichi; ci sono quei viaggi astrali che gli stessi adepti compiono per congiungersi con gli antichi, ma anche questi sono frutto al limite solo di un’immaginazione che potrebbe essere utilizzata con più costrutto.
Poco alla volta, l’omicidio misterioso di Anna Laura diventa un cold case, un caso freddo.
Le indagini diventano meno assidue, il delitto passa alla storia della cronaca nera come l’omicidio della baby sitter, in maniera riduttiva, perchè dietro l’appellativo c’era una ragazza per bene, con tutta la sua voglia di tornare a vivere dopo i quattro anni in cui si era estraneata dal mondo per seguire le illusioni della Telsen.
Ma 21 anni dopo, quasi come una nemesi, visto che Anna Laura aveva 21 anni il giorno in cui venne rinvenuta morta, ecco il colpo di scena che getta una luce inquietante sul caso, con la scoperta di quello che potrebbe essere stato il suo assassino, delle sue motivazioni.
Quando nel 1988 la polizia scientifica aveva rilevato le tracce biologiche dalla scena del delitto, aveva conservato dei reperti.
Così nel 2009, grazie alle nuove tecniche di estrazione del Dna, con un lavoro paziente la scientifica raccoglie i dna dei vari sospettati che all’epoca dei fatti avevano avuto a che fare in qualche modo con il delitto.
Ed ecco saltare fuori un nome; il Dna del probabile assassino (uso il termine probabile perchè le indagini sono in corso e sarà la magistratura a valutare il tutto) appartiene a David R., che all’epoca dei fatti aveva poco più di 14 anni.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il ragazzo, infatuato di Anna Laura, quel fatidico 2 febbraio l’aveva raggiunta sul posto di lavoro e si era fatto aprire la porta.
Poi aveva tentato in qualche modo di abusare della stessa, che si era difesa; il ragazzo aveva perso la testa e l’aveva soffocata, dopo aver tentato di strangolarla.
Con l’aiuto della madre, anch’essa aderente alla setta, aveva inscenato il depistaggio.
Era stata proprio la madre a posizionare il corpo nel modo in cui venne ritrovato, per far cadere i sospetti sugli aderenti alla setta.
Questa la ricostruzione, molto attendibile, della storia; appare chiaro che la ragazza doveva conoscere il suo assassino, perchè gli aveva aperto la porta.
Ed è anche chiaro che l’assassino doveva per forza essere qualcuno che non creasse imbarazzo alla ragazza, qualora i proprietari di casa, ovvero i genitori del piccolo Andrea, fossero rientrati in anticipo.
Così siamo alla svolta; la procura indaga David, che oggi ha 37 anni, e che si proclama innocente.
A giudicare il tutto è la procura di Trieste, competente sul caso perchè all’epoca dei fatti l’uomo era minorenne.
Di Anna Laura, bella e brava ragazza strappata alla vita in una brutta mattina di febbraio si torna quindi a parlare oggi, grazie alla buona volontà degli inquirenti, che spesso hanno la memoria di un elefante; è un modo per dare giustizia ad Anna Laura, ai suoi genitori e alle sue sorelle, che hanno vissuto questi vent’anni in attesa sospesa, sempre ricordando la loro congiunta, uscita di casa la mattina del 2 febbraio 1988 e mai più ritornata.
Ora sarà guerra di perizie e di abilità oratorie, scontro su tracce e battaglia di nervi.
Nulla potrà ovviamente ridare la vita ad Anna Laura, ma si può sperare che venga resa giustizia al suo nome.
E che venga cancellato, sopratutto, quel brutto appellativo di “l’omicidio della baby sitter”
Il rapimento di Paul Getty

Paul Getty III
Una delle definizioni più usate per definire gli anni 70 è quella di anni di piombo; in realtà oltre al terrorismo, che fu una delle componenti caratterizzanti di quegli anni, si ebbe l’inizio di un’altra stagione, altrettanto cruenta e dolorosa per i protagonisti,quella dei sequestri di persona. La malavita fa un salto di qualità, in concomitanza con la drammatica crisi economica che sin dal 1970 attanaglia l’Italia; l’inflazione sale al 10, poi al 15 e arriva a sfondare il 20%, nel 1973 la crisi petrolifera, che si unisce alla svalutazione del dollaro, porta la lira a fluttuare, con conseguenze disastrose per l’economia di un paese che non ha materie prime, ma che è costretta ad importare buona parte di quello che consuma. In questo quadro fosco, in cui si agitano pulsioni legate all’estremismo politico, a rivolte studentesche o popolari, come quella per Reggio capoluogo, si consuma un sequestro che mostrerà, al paese, la drammatica escalation della malavita organizzata, passata, in pochi anni, da rapine quasi sempre incruente a sequestri che ben presto si concluderanno con l’uccisione del rapito.

Il miliardario Getty
La madre di Paul,Gail Harris
Non è il caso di Paul Getty III,nipote di quello che era l’uomo più ricco del pianeta, Paul Getty, magnate del petrolio, uomo tanto ricco quanto avaro. Paul Getty III tornerà, per sua fortuna, a casa, anche se privo di un orecchio, che gli verrà tagliato quando i rapitori, indispettiti dal silenzio di Getty senior, useranno le maniere forti per raggiungere i loro scopi.
La sera del 10 luglio 1973, il giovane Paul, figlio di uno dei 4 figli del magnate, che ha anche avuto 5 mogli e 11 nipoti, scompare misteriosamente. E’ un giovane dai capelli lunghi, tanto di moda agli inizi del 70, passa per essere un giovane hippy, e tira a campare vendendo quadretti a piazza Navona. La notizia passa praticamente inosservata, sepolta dalle drammatiche notizie del colera, della crisi, da problemi strutturali di un paese in crisi di crescita. Quattro colonne in cronaca, nulla più, anche perché all’inizio gli inquirenti pensano più che altro ad uno scherzo o ad un tentativo di estorsione del giovane nei confronti del nonno miliardario.




I giornali con le notizie sul caso Getty
Il telefono dei familiari viene comunque messo sotto controllo, e vengono svolte indagini presso le amicizie del ragazzo. A poco a poco il quadro investigativo porta gli stessi a convincersi che il rapimento è reale; viene intercettata la comunicazione tra i rapitori e la mamma di Paul, una donna benestante, che ha una boutique a piazza di Spagna, ma non di certo in grado di pagare il riscatto richiesto dai rapitori, che si aggira attorno all’iperbolica cifra di 1,3 milioni di dollari. I rapitori però hanno rapito Paul convinti che a pagare debba essere Getty senior, l’uomo più ricco del mondo, i cui pozzi petroliferi tirano su 80 milioni di barili di petrolio, che è tanto ricco, come dice un Tg, da poter pagare le tasse di tutti gli italiani. Ma Getty senior nicchia;è un uomo venuto su dal nulla, e ha fama di essere molto, troppo attaccato al suo denaro.
La drammatica foto di Paul Getty mutilato
Nel frattempo la notizia del sequestro inizia ad occupare i giornali e la tv, che mostra le forze dell’ordine sguinzagliate nella perlustrazione di luoghi impervi, alla ricerca, vana, del sequestrato. Le trattative continuano, ma non approdano a nulla. Gail Harris, la madre, tenta inutilmente di convincere il ricco nonno ad intervenire. Nel frattempo i rapitori sono diventati più pressanti,e inviano alla donna anche una lettera autografa di Paul. Inizia una guerra dei nervi, con offerte e contro offerte, e ad agosto un’altra lettera di Paul, drammatica, rivela che il giovane teme seriamente per la propria vita. Passano tre mesi, logoranti; Paul è in mano ai rapitori da quattro mesi,. Siamo in novembre, e il 10 ecco la svolta. In una lettera inviata al quotidiano Il Messaggero viene rinvenuto un brandello di orecchio, appartenente a Paul Getty, mentre i rapitori con un’altra telefonata, avvertono la signora Harris che se non verrà pagato il riscatto , il giovane verrà mutilato fino alla capitolazione della famiglia. La famiglia cede, e in segreto si mette d’accordo con i rapitori.
Paul Getty dopo la liberazione
Il 13 dicembre un emissario della famiglia Getty porta con se sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, la somma concordata con i rapitori, 1,7 miliardi di lire, li depone in un posto convenuto tra Lauria e Lagonegro e ritorna indietro. Il giorno dopo, più o meno nello stesso punto, il giovane Paul viene ritrovato. E’ vivo, anche se in cattive condizioni fisiche. Il giovane viene ricoverato in una clinica romana, per riprendersi dai 158 giorni di prigionia.
Antonio Tedesco,il camionista che per primo trovò Paul vagante sulla Salerno-Reggio
Scattano le indagini, che ben presto si concentrano su alcune figure di spicco della mafia calabrese,Giuseppe Mammoliti, Antonio Nirta e Giacomo Piromalli. Sono tutti boss, i veri capi della delinquenza calabrese. Nel frattempo l’opinione pubblica seguiva, in maniera distratta, la vicenda della fine del sequestro e delle successive indagini. Il sequestro, se da un lato aveva in qualche modo colpito l’immaginazione collettiva, per la storia dell’orecchio tagliato, aveva lasciato in realtà la gente abbastanza indifferente. Erano in molti a pensare che i banditi, in fin dei conti, avevano alleggerito di qualche spicciolo un miliardario spilorcio.
Paul in conferenza stampa
E la stessa stampa non era immune da una certa indifferenza verso l’accaduto. La prova è la registrazione di un’intervista fatta al giovane Paul, durante il processo ai suoi sequestratori;uno dei giornalisti che lo interrogava, sembrava voler accusare il giovane del torto di essere ricco. I rapitori vengono arrestati, anche se, in effetti, a cadere nella rete sono i pesci piccoli; al processo verranno condannati Antonio Mancuso, proprietario dell’auto che trasportò materialmente il riscatto e Giuseppe La Manna, guardiano notturno, nel cui appartamento venne rinvenuta una grossa quantità di banconote usate per il riscatto. I boss se la caveranno con una insufficienza di prove.

La prigione
Il rapimento segnò profondamente il giovane Getty; appena un anno dopo il rilascio, Paul sposa una modella tedesca, entra nel tunnel della droga, e subisce un colpo apoplettico che lo lascia quasi cieco e paralizzato. Un destino decisamente crudele con un ragazzo colpevole solo di essere nipote dell’uomo più ricco del mondo.
L’ultimo mistero di Tutankamon
Cartiglio di Tutankamon
La conferenza stampa convocata da un emozionato Zaki Hawass, direttore alle antichità egizie del Cairo il 17 febbraio ha svelato alcuni retroscena delle lunghe e meticolose indagini fatte su un campione di Dna prelevato dal corpo mortale di Tutankamon. Alla conferenza stampa c’erano giornalisti arrivati da ogni parte del mondo, in febbrile attesa per le annunciate novità riguardanti il misterioso faraone Tutankamon.
Mistero legato principalmente alla natura della sua morte, oltre che al mistero fitto sulla sua reale identità: generazioni di egittologi hanno sostenuto la paternità di Akhenaton e la maternità di una delle sue consorti, la leggendaria Nfr t ii ti, da noi conosciuta come Nefertiti la bella, che cambiò poi il suo nome in Nefer-neferu-Aton per onorare Aton, il disco solare, il dio della nuova religione concepita dal marito, Neferkheperura-Waenra Amenhotep, che a sua volta lo cambiò in Akhenaton.
Zahi Hawass con il corpo di Tutankamon
Così scopriamo che re Tut, come ormai chiamano familiarmente tutti il faraone egizio “Immagine vivente di Amon”, vissuto tra il 1341 a.C. – 1323 a.C., al quale ho dedicato un lungo articolo che troverete in questo blog,è figlio non di Nefertiti, ma della mummia Mummia KV35YL, nome in codice di una salma reale ancor oggi non identificata.
L’aver potuto isolare il dna del faraone permetterà ora di poterlo comparare con quello delle altre mummie identificate, in modo tale da stabilire l’esatta genealogia del faraone stesso; l’altra notizia riguarda il mistero della morte del faraone, che viene finalmente dissolto.
Il trasporto della mummia dalla tomba
Non ci fu nessun omicidio di stato, nessun complotto; Tutankamon mori per la Malattia di Kohler, una rara forma di osteocondrite che colpisce l’osso navicolare del tarso,una malattia che interessa i bambini, più frequentemente i maschi, tra i 3 e i 5 anni, dovuta probabilmente ad una forma di malaria che colpì il faraone.
Del resto all’ipotesi dell’omicidio credevano in pochi; i segni di fratture sul capo e sul corpo del faraone derivano certamente da una causa nota e da un colpevole altrettanto noto e famoso, l’egittologo Howard carter, scopritore della tomba di Tutankamon.
Il volto del faraone
Quando Carter entrò nella tomba KV62 nella valle dei Re, usò tutta la sua perizia per catalogare i reperti trovati; grazie alui abbiamo un indice ragionato delle migliaia di cose recuperate dalla tomba; ma l’egittologo non usò le stesse precauzioni per la salma di Tutankamon, che violò con martello e scalpello, ma non solo.
Utilizzò lampade che emanavano forte calore per sciogliere il bitume usato per la mummificazione del faraone, con la fatale conseguenza di ottenere una calcificazione delle ossa.
Finora le notizie sulla salma di Tutankamon provenivano dallo studio che fece il dottor Douglas E. Derry, che nel 1922 per primo studiò la stessa ricavandone dati importanti; il faraone era alto 1, 65 metri ed era morto, presumibilmente in un’età compresa tra i 17 e i 19 anni.
La meravigliosa maschera d’oro
Nel 1968 ulteriori studi sulla salma del faraone confermarono a ditanza di quasi 50 anni i dati di Derry, aggiungendo l’ipotesi che il re fosse morto per cause violente; la presenza di macchie sulla nuca, evidenziate dai sistemi diagnostici dell’epoca, i famosi raggi X, avvalorarono la tesi dell’incidente o dell’micidio.
Quando però nel 2005 Zahi Hawass autorizzò una lunga serie di esami approfonditi sulla salma, apparve chiaro alla luce delle moderne tecnologie usate, che i colpi alla testa non erano stati la causa della morte, che i frammenti ossei all’interno del cranio erano dovuti probabilmente all’uso di strumenti acuminati da parte degli imbalsamatori e che viceversa ben più importante era la ferita alla coscia che risultava dalla Tac, ferita poi infettatasi e che aveva contribuito alla fine rapida del re.
Akhenaton, padre di Tutankamon
Ora, le recenti scoperte hanno permesso quindi una ricostruzione abbastanza veritiera sia sulle origini del faraone sia sulle vere cause della sua morte.
Era figlio davvero di Akhenaton? Con ogni probabilità si, anche se l’ultima parola spetta all’onnipotente Dna; risolto anche il mistero dei due feti ritrovati nella tomba.
Appartengono a due figlie nate morte del faraone, sposato con sua sorella o sorellastra Ankhesenapaaton, che diverrà poi la sua vedova; la regina, che probabilmente in prime nozze sposò Smenkhkhara, successore di Akhenaton, fu colei che con ogni probabilità tributò gli onori funebri a Tutankamon, allestendo la sua tomba nel modo in cui l’abbiamo conosciuta noi, con l’eccezione di quello che venne trafugato dai primi e unici violatori della tomba, probabilmente presi e giustiziati.
Il faraone Horemhab raffigurato nella sua tomba
La regina, che avrebbe potuto cambiare la storia d’Egitto sposando il figlio del re Ittita Shuppiluliuma, assassinato mentre andava in Egitto per impalmare la vedova di Tutankamon, sposò invece in terze nozze Ay, che divenne così il tredicesimo sovrano della XVIII dinastia egizia, per poi sposare successivamente Harhemab, successore dell’anziano Ay, anche lui non di stirpe reale.
Ankhesenapaaton potrebbe essere stata sepolta nella tomba KV63, in cui è stato ritrovato nel 2005 un corpo reale chiuso in un sarcofago, recante la scritta abrasa dal tempo paaton, parte finale del nome della regina che lo cambiò in Ankhesenamon quando suo marito restaurò, con l’aiuto dei sacerdoti del clero di Amon, l’antico culto religioso egizio.
L’aver isolato il Dna di Tutankamon equivale quindi oggi ad una scoperta archeologica senza precedenti; l’intera genealogia della XVIII dinastia egizia potrebbe essere ricostruita per intero, portando ordine nell’esatta paternità dei vari faraoni che si succedettero.
Attualmente la cronologia della dinastia a cui appartiene Tutankamon è la seguente:
Ahmose
Amenhotep I
Thutmose I
Thutmose II
Hatshepsut (l’unico faraone donna della storia egizia)
Thutmose III
Amenhotep II
Thutmose IV
Amenhotep III
Amenhotep IV
Smenkhkhara ( forse Achencheres)
Tutankhamon
Ay
Haremhab
Cronologia della XVIII dinastia
Una dinastia che ha coperto un periodo che va dal 1530 a.C. al 1290 a.C., diventata famosa ai tempi d’oggi proprio grazie a Tutankamon, faraone che ha regnato da un minimo di 6 anni ad un massimo di 10; diventato famoso anche per essere stato l’unico faraone trovato sepolto con un corredo funerario pressochè intatto.
L’aver scoperto che non era figlio di Nefertiti per mette anche di gettar luce su una serie di questioni legate proprio alla parentela con la regina consorte di Akhenaton; la quale, dal canto suo, continua ancora oggi ad essere oggetto di studio nel tentativo di individuare la sua salma mortale.
Se la scoperta ha di fatto tolto un pò di fascino e romanticismo alla storia che lo voleva figlio del faraone eretico e della bella tra le belle, ha però restituito verità storica alla sua figura, raccontandoci quello che avvenne
quasi 3500 anni addietro, in un periodo in cui la nostra civiltà, quella europea era ben lungi dall’essere concepita come tale.
Tutankamon con sua moglie Ankhesenamon
Fascino che si attenua anche quando apprendiamo che il faraone soffriva anche di altre disfunzioni, dovute a tare ereditarie conseguenza di troppi matrimoni incestuosi; la piccola farmacia scoperta all’interno della tomba, tra le offerte al re che si apprestava a diventare un dio, riportano il faraone ad una dimensione umana che a noi non produce impressione, visto che siamo gente vissuta in un’epoca altamente civilazzata, ma che durante il periodo della vita del faraone era assolutamente impensabile.
Pensiamo per un attimo ad un faraone/dio affetto da ginecomastia (lo sviluppo delle mammelle nell’ uomo), dalla Malattia di Kohler, dalla Sindrome di Marfan, terribile malattia del sistema connettivo, che camminava zoppo appoggiandosi ad un bastone per le conseguenze della sua malattia alle ossa….una figura decisamente poco adattabile a quella di un dio.
Aldilà di tutte le considerazioni, gli studi proseguono.
La storia egizia sembra aver accelerato le sue rivelazioni, fornendo dati su dati agli studiosi che si occupano dell’esatta cronologia degli eventi.
Paradossalmente, oggi conosciamo molte più cose su alcuni periodi storici egiziani , a distanza di 3 o 4 mila anni, di quante cognizioni avessero i biografi vissuti poche centinaia di anni dopo gli eventi.
Altre sfide quindi attendono gli egittologi, altri tasselli da inserire in un mosaico gigantesco.
Il teschio di cristallo Mitchell-Hedges

I teschi di cristallo sono uno degli enigmi più autenticamente misteriosi dell’archeologia.
Un simbolo di morte,il cranio,che assurge a documento visivo di antiche civiltà,senza che abbiano,però,una spiegazione certa,accettata da tutti.
A meno di non prendere per buone le varie versioni che parlano di straordinarie virtù curative,assolutamente non dimostrate,o anche la versione più accreditata nel mondo della fanta archeologia,quella che vuole che siano stati costruiti dai Maya,e che,una volta riuniti tutti e tredici,siano in grado di determinare in qualche oscuro modo il futuro dell’umanità. Da quando hanno iniziato a spuntare come funghi,i teschi di cristallo hanno affascinato archeologi e studiosi,anche se,per onor del vero,la maggior parte di essi li ha sempre bollati come dei falsi.
In questo primo articolo dedicato ad essi,parliamo del più famoso di essi,che è anche il più controverso

Frederick Mitchell-Hedges
Il teschio di cristallo più famoso e misterioso è il teschio di Mitchell-Hedges, per due motivi. In primo luogo, è molto simile nella forma ad un cranio umano reale, ed è caratterizzato da una mandibola smontabile. La maggior parte dei crani a cristallo conosciuti sono di una struttura più stilizzata, spesso con caratteristiche non realistiche o comunque dalla fattura abbastanza primitiva.
In secondo luogo, è impossibile dire come il teschio di Mitchell-Hedges sia stato costruito. Da un punto di vista tecnico,naturalmente che parte dal presupposto tutt’altro che dimostrato che siano antichi, sembra essere un oggetto impossibile da realizzare se non con strumenti modernissimi.
Questo teschio è stato scoperto nell’Honduras britannico nel 1927
La scoperta di questo manufatto “ impossibile” è un autentico mistero. Secondo la versione di Anna Mitchell,suo padre,Frederick,lo avrebbe rinvenuto tra le rovine Maya di Lubaantun, in Belize (allora Honduras britannico), mentre cercava le prove dell’esistenza di Atlantide.
Il teschio, del peso di 5kg, e’ lungo 18cm, largo 12 ed alto 13,e venne rinvenuto privo della mandibola,smontabile,che guarda caso comparve qualche settimana più tardi nelle vicinanze,durante gli scavi.
Anna Mirchell non ha mai fornito prove documentate sul ritrovamento;mancano sia prove fotografiche che documenti scritti sul posto esatto del rinvenimento.
Il teschio Mitchell è costruito con un pezzo unico di cristallo di quarzo e sia il cranio che la mandibola sono ritenuti provenienti dallo stesso pezzo originale

Anna Mitchell Hedges
Tranne per le leggere anomalie nelle tempie,è una replica virtualmente anatomicamente corretta di un cranio umano. Per le caratteristiche di essere di piccole dimensioni ed altre, si è pensato che possa essere un cranio femminile.
Nel 1970 la famiglia Mitchell ha prestato il teschio ai laboratori della Hewlett-Packard per uno studio approfondito
I ricercatori hanno trovato che il cranio era stato intagliato contro l’asse naturale del cristallo. Gli attuali scultori di cristallo considerano sempre l’asse di orientamento della simmetria del cristallo come il punto di partenza della lavorazione.
Ma su di esso non c’era alcuna traccia di strumenti moderni; secondo i tecnici della Hewlett, sono state utilizzate punte di diamante ,con l’ausilio di acqua e silicio.
Il che porterebbe a concludere che la lavorazione ha richiesto non meno di 300 anni.
Da allora Anna Mitchell si è rifiutata di far sottoporre il teschio in suo possesso a nuovi e più approfonditi esami. Il dubbio che si tratti di un manufatto di recente costruzione è molto forte;il tipo di lavorazione sembra sia quello in uso tra alcuni orefici tedeschi,abilissimi nel lavorare sia il quarzo che il cristallo di rocca.
Nel frattempo,nonostante non ci sia alcuna certezza sulla sua autenticità,i cultori dell’archeologia misteriosa si sono scatenati in ipotesi anche abbastanza divertenti,come quella che vorrebbe il teschio come manufatto extraterrestre.
Il tutto senza che sia possibile sottoporre l’oggetto ad esami approfonditi.
Il sequestro di Mario Sossi

“Lo prendemmo la sera del 18 aprile 1974, verso le otto. Lui non oppose resistenza e i compagni lo caricarono senza troppa fatica dal portellone posteriore. L’unico contrattempo fu la portinaia. Cercò di intervenire correndo in mezzo alla strada davanti al furgone, ma un compagno l’afferrò per un braccio e la fece rientrare con calma in casa, dicendole di stare tranquilla, non sarebbe successo niente di grave. Sossi, appena fu sul furgone, domandò chi eravamo, cosa volevamo, gli fu risposto: “Siamo le Brigate rosse”. Non chiese più nulla, la nostra dichiarazione di identità lo aveva spaventato.” Chi parla è Alberto Franceschini, ideologo e leader delle Brigate Rosse, all’epoca dei fatti ventisettenne, essendo nato il 26 ottobre 1947 a Reggio Emilia. Il rapito è Mario Sossi, 42 anni, di Imperia, sostituto procuratore della Repubblica presso la Corte di Genova, che nel 1973 è stato PM nel processo al Gruppo XXII Ottobre, imputato per il rapimento Gadolla e dell’ omicidio di Alessandro Floris, un commesso ucciso nel corso di una rapina, immortalata da un fotografo dilettante. L’operazione che porterà al sequestro del giudice Sossi prende il nome in codice di Girasole, e scatta nel momento esatto in cui Mario Sossi stà per rientrare a casa, in via Forte dei Giuliani 2, zona Albaro, a Genova.

Le Polaroid diffuse dai brigatisti: si noti il volto tumefatto di Sossi

Il giudice si era attardato con un collega e aveva preso in ritardo l’autobus n.42. Ad attenderlo un nucleo forte di venti brigatisti, equipaggiati e divisi su sette auto e un furgoncino, sul quale il sequestrato salirà bendato. Sossi viene colpito violentemente, caricato a forza sul furgone e ammanettato. Un brigatista gli dice :” Le hai cercate le Brigate Rosse? Adesso le hai trovate”.

Le auto ripartono e si dividono. Franceschini carica il giudice su una A112, Margherita Cagol (la compagna Mara), moglie di Renato Curcio lo segue su di una 128. Ma ad un tratto incappano in un posto di blocco: Franceschini lo forza, mentre Mara Cagol che sopraggiunge si ferma all’alt. I carabinieri sparano verso la A112, che miracolosamente sfugge ai proiettili, e si dirige verso le colline. Avviene un episodio tragicomico nella sua drammaticità: Mara Cagol, che è riuscita a ripartire senza problemi dal blocco stradale segue la 112 di Franceschini. Il quale, scambiandola per una pattuglia dei carabinieri, esplode una raffica di Mab contro l’auto. La donna, urlando e bestemmiando, scende dall’auto: una raffica di mitra l’ha sfiorata, due proiettili si sono conficcati nel sedile. La cartella di Sossi, per uno strano scherzo del destino frena la loro corsa.


I componenti della XXII ottobre, dei quali le Brigate Rosse chiesero la liberazione
Sossi è lucido e silenzioso. Viene scaricato dall’auto e rinchiuso in quella che,pomposamente, i brigatisti chiamano “prigione del popolo”. La stanza è di circa 6 metri, insonorizzata con pannelli di polistirolo; ci sono solamente un tavolino, una sedia richiudibile una branda.
Su di una parete campeggia un drappo con la scritta ” Portare l’attacco al cuore dello stato”. Con questo sfondo, i brigatisti scatteranno la famosa foto inviata ai giornali, nella quale il giudice Sossi appare con il volto tumefatto. Iniziano gli interrogatori di Sossi. A condurli è Franceschini, con la collaborazione di Pietro Bertolazzi, definito da Sossi ” un gregario rozzo e limitato, molto differente da Franceschini,più colto”. Nel frattempo le indagini sull’identificazione dei terroristi segnano il passo. Il capo della polizia, Zanda Loy, ammette di non aver nessun indizio né sugli autori né sul luogo dove è rinchiuso il giudice. Nella prigione del popolo inizia un processo sommario a Sossi. Gli si imputa il suo ruolo nel processo celebrato a carico di Mario Rossi, il suo ruolo di servitore dello stato, l’essere parte ” del cuore stesso dello stato”. Il giudice chiede ripetutamente di poter comunicare con la moglie e con le due figlie, mentre intorno al rifugio si sentono i rumori prodotti


Nelle foto: la drammatica sequenza dell’omicidio Floris, per il quale la XXII ottobre venne processata; Mario Sossi era il Pubblico Ministero
da un elicottero, impiegato nelle operazioni di ricerca. Ricorda Franceschini:”Prima del sequestro avevamo discusso con i compagni delle “forze regolari”, un programma di massima che prevedeva la richiesta di scambio tra Sossi e i compagni della XXII ottobre e la eliminazione fisica del prigioniero se l’obiettivo non fosse stato raggiunto.

Il presupposto di questa nostra linea era la certezza che uno come Sossi, che avevamo visto spietato nelle sue vesti di pubblico ministero non avrebbe mai collaborato. Quando chiese di scrivere quel messaggio capii invece che non era un duro e che il sequestro stava prendendo una strada diversa da quella che avevamo previsto. Mara, il Nero e io decidemmo di accogliere la sua richiesta, di fargli scrivere il biglietto. Ma prima di recapitarlo ritenemmo giusto discuterne almeno con Renato e Mario, perché decidere di consegnare quel messaggio significava mutare radicalmente la gestione dell’azione. Toccò a Mara andare alla cascina Spiotta una nostra base dove era stato stabilito che Mario e Renato sarebbero restati durante tutta la durata del sequestro, perché potessero essere facilmente rintracciati in caso ci fossero stati problemi urgenti da discutere”. Si riunisce la direzione strategica delle Brigate Rosse, che deve deliberare sulla contropartita da chiedere allo stato per la liberazione del giudice,oltre che per esaminare la sua richiesta. L’intesa è raggiunta sulla richiesta di liberazione di Mario Rossi e del gruppo XXII ottobre. L’alternativa ad una risposta negativa da parte dello stato è l’eliminazione fisica dell’ostaggio. Ma si verifica una spaccatura all’interno delle BR sul messaggio che Sossi vorrebbe inoltrare all’esterno:Franceschini è d’accordo, Curcio e Moretti no.

Nella tempestosa seduta notturna, Franceschini di fatto esautora tutti e decide di portare avanti il sequestro a modo suo. A Mario Moretti e a Renato Curcio non resta altro da fare che accettare il fatto compiuto. Da questo momento a dirigere il sequestro ci saranno Franceschini,la Cagol e Bertolazzi. L’interrogatorio di Sossi continua, anche se il magistrato terrà a dire, nelle sue memorie, che in pratica fù più una constatazione di fatti avvenuti che una vera e propria acquisizione di notizie. Nella prigione la vita è dura: alla costrizione fisica e psicologica si aggiunge l’impossibilità, da parte di Sossi, di far sapere all’esterno notizie certe sul suo stato di salute.

Sossi teme anche per la propria vita: sa delle intenzioni dei suoi sequestratori, teme la risposta dello stato. Le Brigate Rosse trasmettono il loro ultimatum:libertà per Rossi e la XXII ottobre o Sossi verrà giustiziato.
Nel frattempo scoppia una rivolta nel carcere di Alessandria, a pochi chilometri dalla prigione,sedata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel sangue.Muoiono sette tra detenuti e ostaggi. Ad agire sono stati i gruppi speciali di recente costituzione. Sembra una prova generale per un intervento armato contro la prigione dove è rinchiuso il giudice.
Sossi viene informato e ricorda:” I miei carcerieri si preoccuparono di informarmi immediatamente dello spiegamento di forze conseguente al mio sequestro, ma a queste informazioni, che certamente non ero in grado di controllare, in un primo tempo, salvo poi poterle verificare attraverso ritagli di giornale che saltuariamente mi venivano forniti, si aggiungevano considerazioni e battute di Franceschini, soprattutto, ma anche di Bertolazzi, come: “Ma qui facçiamo la fine dei topi”, ” Cercano il morto”, ” C’è la volontà di fare un’irruzione e poi di uccidere te e noi”. Franceschini e Curcio cercano intanto un posto dove far giungere i prigionieri dopo la liberazione: ma Cuba prima,Algeria e Corea poi,negano l’asilo. La corte d’appello di Genova decide il rilascio dei prigionieri:sembra che la strategia delle BR funzioni. Ma il Procuratore generale della Repubblica Francesco Coco,tra l’altro amico personale di Sossi si oppone fermamente, impugna la sentenza e blocca tutto. In poche ore il quadro è cambiato del tutto e le BR sono davanti ad un bivio: o uccidono il prigioniero oppure lo liberano senza un’apprezzabile contropartita.
Sossi è libero
Racconta Franceschini:” Poteva essere l’inizio della fine ma non stemmo al gioco: cercammo di sfruttare al massimo i punti che avevamo segnato a nostro favore liberando ugualmente Sossi, malgrado avessimo minacciato in modo esplicito la sua uccisione se non fossero stati liberati i nostri compagni. Avevamo parlato tra noi della sua eventuale morte, ma senza mai fare un piano preciso, decidere chi e come doveva farlo. La decisione che sarei stato io a sparargli addosso era stata soltanto mia e quando l’avevo comunicata al prigioniero forse l’avevo fatto più per darmi forza che altro. Anche se portavamo sempre la pistola in tasca e avevamo già fatto molte azioni armate non avevamo mai discusso di un’uccisione a freddo, dell’assassinio di un ostaggio.
La conferenza stampa dopo la liberazione
Prima di avere Sossi con noi dicevamo che, se le cose non fossero andate nel modo giusto, lo avremmo “giustiziato”. Ma usavamo questa parola come fosse scritta su un libro, in modo impersonale, riferendo di un atto formale come è, ai fini della storia, una fucilazione. Vivendo con lui, provvedendo ai suoi bisogni elementari, vedendolo piangere, non ci commuovevamo certo, ma la frase “lo giustiziamo” sparì dai nostri discorsi”. Franceschini, in accordo con la Cagol e Bertolazzi, decide di liberarlo, perché così facendo avrebbero “messo in difficoltà lo stato,esasperandone le contraddizioni”. La notizia viene comunicata a Sossi, che viene sbarbato e rifocillato. Gli vengono forniti documenti falsi, applicati due cerotti sugli occhi, per impedirgli di vedere il percorso e caricato in auto. Dopo un lungo giro viene lasciato su una panchina di un parco. Franceschini congeda il giudice con una frase ironica:”vai Mario,metti giudizio,adesso”.
Il giudice, appena libero, non chiama la polizia, ma si reca in taxi alla stazione. In treno si fa riconoscere da un viaggiatore. Il perché lo racconta lui a Sergio Zavoli,durante la trasmissione La notte della Repubblica: ” Mi rendevo conto,vista la mia decisione di non fermarmi a Milano, che a meno di non venire riconosciuto da qualcuno, ma non era facile riconoscermi con il berretto, gli occhiali scuri, la barba incolta e così via, difficilmente sarei stato creduto e avrei conservato la freddezza di non chiedere soccorso, di non rivelare la mia identità, di non consegnarmi anche al primo viandante, per dire: ecco, sono qua, avvisate mia moglie, avvisate i miei figli, sono stato liberato”.Il sequestro si chiude felicemente con il ritorno del giudice a casa. Sossi dopo la liberazione ebbe un incontro con l’amico Francesco Coco,nel corso del quale vennero chiariti gli equivoci che si erano creati durante la detenzione. Il procuratore capo spiegò al giudice Sossi le ragioni della sua ferma opposizione alla liberazione della XXII ottobre. Franceschini verrà arrestato poco dopo,insieme a Renato Curcio;Margherita Cagol cadrà durante un conflitto a fuoco in seguito ad un’operazione dei carabinieri volta alla liberazione dell’industriale Gancia,sequestrato dalle Br ; Francesco Coco verrà assassinato dalle Brigate Rosse in un agguato con il suo autista.
Dendera

Dendera, o Lunet, come la chiamavano gli antichi egizi, è una località famosa per la presenza di un complesso di templi fra i meglio conservai fra quelli arrivati fino ai giorni nostri. Costruito su una superficie di oltre 40.000 metri quadri, il tempio risale al 2250 avanti Cristo, anche se i lavori più importanti vennero svolti in epoca tolemaica. La versione che conosciamo noi è esattamente quella costruita attorno al 360-300 avanti Cristo, ed è dedicato alla dea Hathor.
Il tempio di Hathor
Fu il primo direttore del museo del Cairo, Auguste Mariette, a scoprire casualmente alcune cripte nel tempio, cripte affascinanti per la presenza di numerosi bassorilievi di grande livello artistico, ma non solo. Uno di questi bassorilievi, venuto casualmente alla luce quando alcuni ladri asportarono parti del rivestimento della cripta, fa arrovellare gli studiosi sin dall’epoca della sua scoperta; il motivo è la presenza, su di esso, di una strana raffigurazione.
Vi è inciso, infatti, un sacerdote che sembra sostenere ( ma la prospettiva rende difficile l’interpretazione) una strana forma oblunga, simile ad una valvola di quelle che anni addietro erano contenute nei televisori; allo strano oggetto è collegato un corsone, un cavo che è allacciato all’oggetto e che scompare nello stesso, coperto nella parte dell’innesto da una specie di fiore a tre protuberanze; all’interno dell’ovale deformato c’è una raffigurazione stilizzata di un serpente, che parte da un lato dell’oggetto fino ad arrivare alla sua fine.
L’incisione del mistero
Sotto l’oggetto, due figure contrapposte sono inginocchiate con le mani tese, mentre, sulla destra, un’altra figura da le spalle alla coppia e guarda in un’altra direzione. Il bassorilievo non ha alcun precedente, fra quelli conosciuti, nella cultura egizia. Ed è questo il primo mistero; come mai fra tutto quello che abbiamo ritrovato, questo bassorilievo non è mai stato più replicato? Inoltre: qual è la ragione dell’utilizzo di una raffigurazione così stridente con la realtà, ossia senza alcun riferimento conosciuto con essa?

Gli studiosi che ebbero occasione di vedere il bassorilievo subito dopo la scoperta, pur stupefatti dal ritrovamento elaborarono una teoria; l’oggetto era un fiore di loto, e il serpente la raffigurazione primordiale della vita che sboccia da esso; quello che sembra un cavo altro non sarebbe che la raffigurazione stilizzata della colonna vertebrale di Osiride, e il tutto rimanderebbe ad una cerimonia collegata alla costruzione del tempio. L’interpretazione che gli studiosi ne danno sembrerebbe quindi smentire qualsiasi ipotesi misteriosa legata alla scoperta di apparecchiature elettriche o di fenomeni legati all’elettricità nell’Egitto antico.
Le liste reali egizie

Canone reale di Torino
Fino al rinvenimento assolutamente casuale della Stele di Rosetta, con la sua iscrizione trilingue, che permise a Champollion di decifrare i geroglifici, tutto cio che conoscevamo delle antiche dinastie egizie era affidato alla lista reale di Manetho o Manetone, sacerdote vissuto in epoca tolemaica, che la aveva compliata grazie a documenti o iscrizioni che abbiamo in gran parte perso. Manetone, vissuto all’incirca nel III secolo avanti Cristo, era probabilmente addetto al culto di Serapide durante il regno di Tolomeo I Sotere, fondatore della dinastia tolemaica, che terminò ingloriosamente la sua storia con la regina Cleopatra. Come già detto, ebbe la possbilità di consultare documenti che, per quanto vecchi di secoli, si sono poi rivelati abbastanza attendibili, alla luce delle successive scoperte archeologiche. Tuttavia la sua opera è giunta a noi non in originale, ma attraverso i sunti o le traduzioni di storici come Flavio Giuseppe, Sesto Africano o Eusebio di Cesarea, che scrissero in greco la traduzione di quello che rimaneva della lista di Manetone per renderla comprensibile ai conquistatori macedoni al comando di Alessandro Magno. L’opera, importantissima, contiene però errori molto gravi, imputabili probabilmente a cattive traduzioni, a rimaneggiamenti o semplicemente alle fonti stesse del sacerdote, che supplì alla mancanza di informazioni attendibili con l’ascolto di tradizioni orali, spesso mitiche o infarcite di particolari leggendari.

Lista reale di Abydos
Il risultato fu un’opera che, sopratutto nel secolo scorso, è stata guardata con diffidenza dagli storici. Con il passare del tempo, tuttavia, gli storici hanno potuto stabilire quanto di vero c’era nella lista, sfrondandola da particolari spesso non corrispondenti alla storia, e salvando comunque la distinzione in dinastie fatta dal sacerdote, che viene ancora oggi utilizzata. Manetone stese l’Aegptyaca, che oltre a riportare i nomi dei faraoni dalla prima alla 30a dinastia, raccontava i fatti più importanti accaduti nella storia d’Egitto. Opera andata perduta, che forse avrebbe potuto illuminare periodi della storia d’Egitto che ancora oggi appaiono densi di icognite. La sua lista dinastica parte da 0tt0 re di Tinis, di cui non si conoscono i nomi, per riprendere poi da Menes (Narmer), il faraone che unificò l’alto e basso Egitto, per arrivare a Nectanebo, ultimo re della XXX dinastia citato.

La tavola di Saqqara
Attraverso le sue annotazioni, apprendiamo che Menes, per esempio, mori nel Nilo per colpa di un ippopotamo, che sotto Semempses l’Egitto subì una durissima carestia, che sotto Binotris le donne ebbero più influenza e quindi maggior potere. Curioso l’episodio citato a proposito di Cheope (Khufu): Manetone riporta la seguente frase “Costruì la grande piramide che Erodoto, nei suoi scritti riteneva fosse stata costruita da Cheope. (lui lo chiama Sufis ndr).Ebbe in spregio gli dei e scrisse un libro sacro che ebbi in Egitto come opera di gran pregio .”
Se diamo credito a Manetone, è andato perso purtroppo un testo che avrebbe fatto chiarezza su un periodo che conosciamo poco, quello della IV dinastia, periodo storico fondamentale per l’evoluzione della cultura e della storia egiziana, con la costruzione delle grandi piramidi. Ma l’opera di Manetone, meritoria, non è l’unica fonte alla quale gli studiosi si sono ispirati per la compilazione della storia dei faraoni egizi. Il rinvenimento fortuito di una lastra in basalto di 43 cm. di altezza per 30, 5 di larghezza, anch’essa giunta a noi molto rimaneggiata, ha gettato luce sul periodo più antico della storia egizia, quello che va dalla prima alla quinta dinastia; è la cosidetta Pietra di Palermo, dal nome della città dove è custodita, portata là da Ferdinando Gaudiano, un collezionista che la ebbe in qualche modo nel 1877. E’ un’opera fondamentale, perchè scolpita durante la Va dinastia, quindi con riferimenti di prima mano, e che contiene citazioni storiche relative ai primi settecento anni della storia egizia, ricostruiti attraverso i nomi dei re, delle loro madri e mogli, le piene del Nilo e le festività religiose. L’opera è largamente incompleta, ma ci da un quadro unico su quel periodo storico. I 15 re predinastici che contiene sono stati confermati dagli studiosi, e grazie ad essa abbiamo appreso come già nel periodo che va, grosso modo dal 2890 AC al 2680 AC, gli egizi conoscessero l’uso del rame, che si muovevano in lungo raggio per catturare schiavi o semplicemente importare materie prime, che realizzavano statue e che quindi non erano affato una popolazione allo stato nomade, ma che avevano già la struttura sociale che poi sarebbe diventata la vera forza dell’Egitto antico.
Un altro documento molto importante a cui gli studiosi hanno potuto attingere è il Canone reale di Torino; anch’esso deve il suo nome alla città che lo custodisce, nello splendido museo egizio della città. In questo caso non abbiamo di fronte un documento in basalto o diorite, ma un fragilissimo papiro, ridotto in oltre 160 frammenti, recuperati da Drovetti a Tebe. In origine, al momento del ritrovamento, era integro, ma venne trasportato male e conservato peggio, con il risultato funesto che oggi è lungo 1,70 metri per un’altezza di 41 cm. Scritto da tutti e due i lati, il papiro manca oggi sia dell’inizio sia della fine; ma resta un documento importantissimo ,perchè contiene l’elenco dei re protodinastici fino ai re dinastici della XXVII a dinastia, durante la quale venne scritto in scrittura jeratica. Parte da Ptah, re-dio e cita anche numerosi re Hyksos, e sopratutto contiene nomi dire sconosciuti, non essendo una lista celebrativa ma semplicemente storica.
Un documento particolare, che risiede ancora sul posto dove venne realizzato è la cosidetta Lista di Abydos; incisa sul tempio funerario del grande Seti I, padre di Ramsete II, venne scoperta da uno dei padri dell’archeologia egizia, il fondatore del museo del Cairo, Auguste Mariette. Su di essa è raffigurato il grande faraone, che tiene la mano al giovane Ramsete, mentre rende omaggio a 76 antenati, il primo dei quali è il solito Menes, per giungere al faraone stesso.
Anche Saqqara, nella sua necropoli, ha la sua brava Bibbia di pietra. Il solito Ramsete è raffigurato, sulle pareti di una tomba di un funzionario, nell’atto cerimoniale di sacrificare agli antenati. Curiosamente però il primo faraone della lista, che contiene una cinquantina di nomi in parte illeggibili, non è il solito Menes, bensi il faraone Aha. Questa lista si discosta molto da quelle già citate, contendo nomi differenti.

La pietra di Palermo
Nel complesso funerario di Karnak il faraone Thutmosis III fece invece scolpire un’altra lista di predecessori, in quella che è definita la Stanza degli antenati; qui l’ordine cronologico dei re non è rispettato, e compaiono nomi di faraoni che probabilmente tali non furono, appartendo in realtà all’aristocrazia. Erano principi o reggenti; in questo caso il valore storico dell’iscrizione è davvero relativo.
Accanto a questi reperti, che hanno importanza capitale per la conoscenza della successione al trono dei faraoni egizi, esistono altri documenti che gettano luce su alcuni periodi storici particolarmente precisi. E’ il caso del papiro Abbott, che venne steso durante il regno di Ramsete IX, e che se non contiene nomi di re, ci racconta la storia di come venivano celebrati i processi ai ladri di tombe. Quello dei furti nelle tombe reali era ormai diventato un problema quasi insolubile, e in questo papiro vengono descritte le indagini e il processo a cui furono sottoposti alcuni ladri, descrivendone il nome e la successiva condanna.
Un documento conosciuto solo dagli addetti ai lavori, e che sembrerebbe minore, chiamato I decreti di Coptos, ha invece un’importanza capitale per gli studiosi; scritto da Shemai, una sorta di visir vissuto durante il Primo periodo intermedio, quindi attorno al 2200 e 2040 AC, riporta i privilegi che lo stesso ebbe da alcuni sovrani della IX e X dinastia. Un periodo storico in cui l’Egitto subì grossi cambiamenti a livello politico, con il deterioramento del potere centrale a favore della periferia, retta spesso da governatori che agivano in maniera quasi indipendente. Essendo questo un periodo assolutamente povero dal punto di vista documentale, grazie a Shemai abbiamo qualche notizia in più sia sulla forma assunta dallo stato, sia i nomi di alcuni re che continuavano comunque a reggere lo stato centrale.

La lista reale di Abydos
Accanto a iscrizioni su pareti di templi come quelle di Abydos, Saqqara, Karnak, altre sono state trovate recentemente, e sono oggetto di studi approfonditi; ci sono larghe zone d’ombra, nella cronologia egizia
La tragedia della Gustloff

La più grave tragedia del mare verificatasi è anche una delle meno conosciute; avvenne 64 anni fa, il 30 gennaio del 1945, nel mar Baltico, al largo delle coste del porto di Gotenhafen. Provocò la morte di un numero di persone mai stabilito con esattezza, tra le 9000 e 11.000 vittime, per la massima parte civili, che sfuggivano da una Germania ormai stretta d’assedio dalle truppe russe. Gli unici numeri sicuri riguardano i membri non civili, ovvero i 918 ufficiali, i 173 appartenenti all’equipaggio, le 373 donne delle Unità Navali ausiliarie. In realtà il numero di passaggeri venne comunicato, dopo la tragedia, dalle autorità tedesche: 4425 persone, uomini donne e bambini che avevano trovato rifugio sulla nave. Ma questo numero è assolutamente aleatorio, perchè all’ultimo momento la nave caricò un numero imprecisato di persone dal porto di Gotenhafen, che premevano dalla banchina del porto per tentare una via di fuga che ormai era l’unica speranza per sfuggire alle armate russe, delle quali si mormoravano atrocità di ogni genere compiute ai danni delle sventurate popolazioni civili che le stesse avevano incontrato nella loro marcia di avvicinamento alla Germania.

La Gustloff era una nave impressionante, una delle più belle della flotta tedesca: duecento metri di lunghezza, quasi 29.000 tonnellate di stazza, ponti e cabine lussuose; in origine avrebbe dovuto chiamarsi con il nome del Fuhrer, Adolf Hitler, ma in seguito aveva preso il nome di Wilhelm Gustloff in memoria del capo della locale sezione svizzera del partito nazional socialista, ucciso durante un attentato da uno studente ebreo.
La sera del 30 gennaio del 45 era una delle peggiori, per mettersi in viaggio.
Il mar Baltico era sferzato da un vento molto forte, gelido, con una temperatura esterna che diminuiva a vista d’occhio, e che passò rapidamente a un meno 20°; come se non bastasse, nevicava, e sul pelo dell’acqua affioravano blocchi di ghiaccio, il che rendeva la navigazione quanto di più pericoloso si potesse immaginare. Il problema principale, tuttavia, era eminentemente militare: nelle acque del Baltico incrociavano sommergibili russi, a caccia di qualsiasi nave tedesca che incrociasse le acque. L’ordine era tassativo, per i comandanti delle unità sottomarine: affondare qualsiasi nave che uscisse dai porti tedeschi.
Il varo della Gustloff

Il comandante Peterson, sulla plancia di comando della gigantesca nave, guardava con i suoi ufficiali con occhi preoccupati verso il mare scuro e agitato; aveva dovuto salpare di corsa da Gotenhafen, con solo due navi vedetta di scorta invece delle tre previste. Durante la navigazione ne venne meno un’altra, che si era provocata un grosso squarcio in un fianco per la collisione con un pezzo di ghiaccio affiorante dalle acque. A fare da scorta c’era rimasta solo la Loewe, una torpediniera; troppo poco per sperare in un’efficace barriera difensiva da opporre ad eventuali attacchi nemici. Il rischio di avere una collisione con un grosso pezzo di ghiaccio era dunque elevato; la notte era buia, c’era neve, il mare in tempesta: fu così che il comandante Peterson dette ordine di accendere le luci, per cercare di guadagnare un minimo di visibilità esterna. Per fatalità, da Gotenhafen partì un messaggio di allerta, che indicava la presenza possibile di unità sottomarine russe, che non arrivò mai a destinazione, e per colmo di sventura, il sistema difensivo della Loewe, che avrebbe potuto intercettare il sottomarino, a causa del freddo polare smise di funzionare. Una somma di vari fattori negativi, quindi, portò la Wilhelm Gustloff ad essere un gigantesco bersaglio indifeso.

Vita a bordo prima della guerra

La Gustloff in crociera
Nel frattempo nelle gelide acque del Baltico incrociava un sottomarino russo S-13, ai comandi dell’ufficiale Marinesko; aveva, come ricordato agli inizi, il compito di vigilare e pattugliare quel tratto di mare, alla ricerca di carghi tedeschi che avessero staccato gli ormeggi, diretti in alto mare. Anche per il sottomarino russo c’erano gli stessi problemi della nave tedesca: la visibilità era praticamente azzerata, per cui quando il comandante Marinesko avvistò la grossa preda, con una decisione molto pericolosa ordinò l’emersione, per controllare da vicino di che tipo di nave si trattasse.
Un sottomarino in emersione è come un bimbo con le mani nella marmellata; il rischio era davvero enorme, sopratutto se i russi avessero trovato di fronte una nave armata.Ma la fortuna, per il comandante russo, quella sera, girava dal lato giusto. Senza essere visti, i russi poterono controllare la loro preda, tanto che il comandante Marinesko diede ordine di girare attorno alla Gustloff, in modo da mettersi tra la stessa e la riva, in posizione ottimale per il lancio dei siluri. Alle 21 e 16 Marinesko ordina il lancio dei siluri: quattro testate cariche di esplosivo si dirigono simultaneamente contro la nave tedesca.
Una delle rare immagini prima della tragedia
Nel frattempo, a bordo della Gustloff, l’atmosfera era quasi rilassata. Come testimoniato dai superstiti, molti erano tranquilli, perchè finalmente avevano lasciato la zona di guerra, ed erano carichi di speranza per il futuro. Si rideva, si scherzava, si canticchiava. Il tutto venne interrotto dalla prima, gigantesca esplosione, che colpì la nave tedesca; il primo siluro squarciò la nave sulla parte anteriore, quella dove erano situate le cabine e gli alloggi delle sventurate Ausiliarie. Il secondo, pochi secondi dopo, centrò la parte dov’era situato il ponte E, con la sua magnifica piscina. Il terzo colpì in pieno la sala macchina, nella quale non c’erano solo i membri dell’equipaggio deputati al funzionamento della nave, ma anche tanti profughi, in maggioranza donne e bambini. Le tre esplosioni, quasi simultanee, strapparono dal sonno per portarli alla morte almeno metà delle eprsone viaggianti. Ufficiali, donne, bambini, anziani, tutti condivisero la terribile sorte della morte istantanea. Ma fu davvero una morte pietosa, perchè molti altri ebbero, per qualche ora, l’atroce illusione di essere scampati alla morte. A bordo scoppiò l’inferno, con scene d’eroismo e scene di basso egoismo, come quella raccontata da una superstite, che ebbe la fortuna di salvarsi assieme alla sorella, e che narrò come un ufficiale dovette sparare su un uomo che voleva ad ogni costo salire su una delle scialuppe di salvataggio, riservate viceversa a donne e bambini.
Obiettivo agganciato

La Gustloff affonda
Furono moltissimi quelli che non trovando posto sulle scialuppe, scelsero di tuffarsi in acqua: ben presto trovarono la morte per ipotermia nelle gelide acque del Baltico, che permettevano una sopravvivenza di due- tre minuti al massimo. Molti risucirono a salvarsi grazie alla generosità di persone che rischiarono a loro volta l’affondamento delle scialuppe pur di tirare su qualche naufrago. L’agonia della Gustloff durò meno di un’ora; sessanta minuti drammatici, con gente che continuava ad urlare e a gettarsi fuori dalla nave, morendo quasi all’istante, con altri invece che si uccidevano buttandosi sui ponti inferiori. Altri, pur caricati a bordo delle scialuppe, morirono ugualmente per gli abiti bagnati, che congelavano e diventavano un freddo sudario. L’alba del giorno dopo illuminò un paesaggio spettrale: scialuppe che galleggiavano con il loro carico di umanità disperata, migliaia di corpi che galleggiavano a pelo d’acqua, mentre altre migliaia erano ormai in fondo al mare, custoditi da una bara d’acciaio. Una nave tedesca incrociò quella zona; aveva raccolto l’ultimo sos lanciato da bordo, e il suo comandante, rischiando la vita personale e di quella del suo equipaggio, riuscì a trarre a bordo oltre mille eprsone, fra le quali c’era il serafico comandante Peterson, in uniforme e senza un graffio.
Le straordinarie immagini del relitto


Aveva scelto di vivere, evidentemente, senza condividere il destino della sua nave.Probabilmente le vittime furono 10.000, non si è mai avuto altro che un conteggio molto approssimativo delle vittime. Il comandante del sottomarino russo S13, Marinenko, uomo dedito all’alcool e alle donne, ma lucido e spietato quando combatteva, affondò un’altra nave civile e alla fine della guerra reclamò per se l’onoreficenza di eroe dell’Unione Sovietica. Che gli venne accordata dopo un soggiorno in Sberia, per cause sconosciute; la citta russa di Kaliningrad gli dedicò un monumento bronzeo.
L Germania nazista, ormai avviata alla disfatta, non amplificò l’episodio; la propaganda ormai non serviva più, non poteva cambiare più nulla ne orientare in qualche modo il pensiero di una popolazione che, stanca delle vuote promesse del suo Fuhrer, ormai aspettava con rassegnazione la definitiva capitolazione, e che cercava disperatamente di salvare il salvabile.
Così sulla Gustloff cadde l’oblio; una tragedia di proporzioni immani, molto più disastrosa di quella del Lusitania, del Titanic, del Doria e della Goya messe assieme. I russi furono i primi a cercare all’interno del relitto della nave tedesca, probabilmente alla ricerca di prove che testimoniassero come la Gustloff in realtà fosse adibita al trasporto di truppe e materiale bellico.
Il mare restituisce alcuni corpi
Oggi il nome della sventurata nave da crociera tedesca, affondata nel Baltico con il suo carico di sventurati è tornato alla ribalta grazie a Günter Grass, il cui libro Im Krebsgang (Il passo del gambero), edito nel 2002, ha riesumato la tragedia, con particolari inediti e per molti versi agghiaccianti, come i ricordi di alcuni superstiti. A marzo del 2008 la rete televisiva Zdf ha trasmesso uno sceneggiato in due puntate, Die Gustloff, dedicato alla tragica storia; alla presentazione della prima era presente anche il cancelliere tedesco Angela Merkele, commossa e silenziosa.
La misteriosa belva del Gevaudan

Una delle fantasiose raffigurazioni della belva
Una mattina di un giorno imprecisato, nel periodo tra aprile e giugno del 1764, una ragazza che passeggiava tranquillamente in un bosco nei pressi del Gevaudan, area del meridione della Francia si imbattè in una misteriosa creatura, che tentò di aggredirla. L’animale assomigliava ad un vitello, era coperto da una fitta peluria nera, aveva gli occhi rossastri e due grossi canini che sporgevano dalla mandibola. La ragazza fu fortunata, perchè l’animale venne messo in fuga da alcuni bovini impauriti, e la stessa se la cavò con un grosso spavento e con alcune ferite superficiali, dovute ai robusti artigli della belva. La sua descrizione dell’avvenimento non creò grossi scompigli; qualcuno giudicò esagerate le dimensioni e la descrizione della belva, che venne ritenuta un parto della fantasia della ragazza; erano tutti convinti, gli abitanti di Langogne, che si trattasse di un grosso lupo, uno dei tanti che si aggirava in cerca di facili prede ai margini del bosco. Tuttavia molti dovettero ricredersi quando, nei giorni successivi, una ragazzina venne ritrovata sbranata da quella che sembrava la copia della belva descritta dalla prima vittima. Ben presto gli attacchi del misterioso animale si moltiplicarono; ragazze, bambini e donne che portavano a pascolare il loro bestiame, vennero assaliti, e sbranati senza pietà.

La belva in azione, disegno dell’epoca
I loro corpi, orrendamente straziati, vennero rinvenuti in vari posti del Gevaudan, e ben presto la psicosi del mostro si diffuse in tutta la zona; ma nonostante la maggior prudenza adottata, nonostante il maggior controllo da parte di gruppi di volontari, che si unirono per pattugliare la zona, gli attacchi continuarono, mietendo un numero imprecisato di vittime. Il re di Francia, Luigi XV, decise di inviare sul posto uno squadrone di dragoni, con il compito di eliminare la belva; nel frattempo i pochi signori locali avevano più volte incrociato la misteriosa belva, senza tuttavia riuscire mai ad abbatterla. Il comandante dei dragoni, Duhamel, organizzò grandi battute di caccia, forte dell’aiuto di oltre 400 volontari; il risultato non fu quello sperato, perchè la belva, sospettosa e in qualche modo furba, sembrava avere un diabolico sesto senso, che le permetteva di sfuggire tutte le trappole tese. Duhamel ebbe la ventura di incrociarla solo per pochi istanti, senza avere il tempo nemmeno di imbracciare il fucile. Ne dette una descrizione sommaria; era, disse, “una specie di ibrido, ma non un lupo” Il risultato della battuta di caccia, alquanto deludente,convinse Duhamel a tornare a corte.

Illustrazione ricavata da testimonianze dell’epoca
Nel 1765 Luigi XV cambiò tattica, e inviò nella zona un famoso cacciatore di lupi, d’Enneval, che rastrellò i boschi e le campagne, uccidendo 75 lupi, fra i quali però, ancora una volta, spiccava l’assenza della preda più ambita. Che continuò a terrorizzare gli abitanti della zona; un ragazzino, che la incontrò, si salvò grazie al suo eccezionale sangue freddo. Armato semplicemente di una baionetta, con la’iuto di alcuni amici, riuscì a metterla in fuga. Nella primavera di quell’anno tre fratelli, tutti cacciatori, colpirono, probabilmente a morte, un gigantesco lupo che stava per attaccare un ragazzo. La belva, colpita, sparì nei boschi, lasciando dietro di se una scia di sangue.

I cacciatori del Re uccidono la belva
La mancanza di un corpo creò una specie di mito attorno alla belva; erano molti coloro che credevano che fosse dotata di poteri sovrannaturali, oppure che possedesse una specie di istinto magico. Ancora una volta la caccia si interruppe, e d’Enneval tornò anche lui a corte con le pive nel sacco. Re Luigi ricorse allora al miglior archibugiere del regno, Francois Antoine de Beauterne e asuo figlio, che portava l’identico nome. I due, forti di una compagnia formata da 15 guardacaccia tra i più famosi del regno di Francia, da una muta enorme composta da 40 cani da fiuto e da 5 mastini d’attacco, cani micidiali in grado di afferrare una preda senza mai più lasciarla, arrivarono nel Gevaudan. E i risultati si videro subito; Rinchard uno dei guardacaccia, uccise un enorme lupo nero, ma fu Francois Antoine a colpire una bestia mostruosa con 1colpo di una speciale spingarda che conteneva la carica di 5 normali archibugi.

La più fedele tra le raffigurazioni della belva
La bestia era impressionante: alta più di 90 cm, era lunga dal cranio alla coda quasi due metri. La questione sembrava risolta, e de Beauterne tornò a corte convinto di aver risolto il problema; lo attendeva la gratitudine del re, oltre alla colossale taglia che lo stesso aveva messo sulla belva. Tutto sembrava risolto, ma in realtà fu solo nel 1767 che si mise la parola fine alla strana storia; dopo altri attacchi isolati, un certo Chastel abbattè un altra bestia dalle grandi dimensioni. Il corpo di quest’ultima venne sezionato, e si potè stabilire che era a tutti gli effetti un canide, quindi non un felino. Aveva 42 denti, come i canidi; Chastel portò il corpo a Parigi, a corte, sperando in una lauta ricompensa. Ma il re rifiutò ogni elargizione in denaro, ritenendo l’unica belva del Gevaudan quella uccisa da de Beauterne. Il corpo della bestia, che tra l’altro era stato sommariamente imbalsamato e altrettanto sommariamente conservato e trasportato fu distrutto dietro ordine esplicito del re.

La belva nell’immaginario collettivo
Dall’analisi della cronistoria dei fatti appare evidente come nel caso della belva del Gevaudan non si possa parlare di un solo esemplare ma di una famiglia di almeno tre bestie. Animali probabilmente divenuti aggressivi anche nei confronti dell’uomo, e che vennero sterminati tutti come dimostra il fatto che dopo il 1767 la storia non riporta più annotazioni relative ad altri attacchi.
Di che animali si trattasse è difficile dirlo; forse erano davvero lupi mutati geneticamente da condizioni assolutamente straordinarie. Come risulta dall’autopsia dell’esemplare ucciso da Chastel, si trattava sicuramente di un canide, anche se particolarmente sviluppato; quindi sono da escludere le fantasiose teorie relative a Tigri del Caucaso scampate all’estinzione, proprio per la particolare dentatura tipica dei canidi, differente da quella dei grossi felini. E’ probabile che le tre bestie altro non fossero che appartenenti ad un ceppo affetto da acromegalia, una malattia che provoca una crescita abnorme del cranio e degli arti.
Naturalmente, nel corso dei secoli successivi, non sono mancati i fautori delle teorie più strampalate; c’è chi ha suggerito la mano dell’uomo, dietro l’ondata di morti, una specie di serial killer ante litteram; chi ha suggerito l’ipotesi di un uomo della preistoria coperto da una pelliccia di lupo che andava a caccia di qualsiasi cosa e che difendeva il suo territorio; altri ancora una congiura reale, come suggerito poi in un fortunato film dei nostri tempi, Il patto dei lupi.

Luigi XV, Re di Francia all’epoca dei fatti
Il risultato finale, comunque, lasciò come triste eredità la conta dei morti: assolutamente parziale e provvisoria, perchè Luigi XV ad un certo punto applicò una rigida censura sulle morti, per evitare un’ondata di panico e sopratutto per limitare le accuse di inefficienza.
Secondo le stime ufficiali, i morti furono 116, su un globale di circa 300 attacchi; probabilmente la cifra più veritiera è da attestare sui 170- 180 morti.
Una cifra davvero impressionante, per delle comuni bestie.
Via Osoppo, la rapina dei sette uomini d’oro
Via Osoppo: la scena della rapina (archivio Corsera)
Venne definito con pomposità “Il colpo del secolo”, e riempì i giornali di cronaca per mesi. Gli stessi giornali che, per aumentare le vendite, cambiavano di volta in volta la definizione della stessa rapina, chiamandola quella dei sette uomini d’oro, eleggendo gli autori della stessa a inafferrabili Fantomas di casa nostra, ed evocando, nella gente, l’immagine di super professionisti addestrati, capaci di portare a termine il colpo che tutti conoscevano come la rapina di via Osoppo. Quando, tempo dopo quel fatidico 27 febbraio 1958, la verità venne a galla, e gli autori della rapina catturati tutto sommato in maniera molto banale, furono molti a provare un senso di delusione nello scoprire la reale portata dei fatti, a cominciare dalla vita assolutamente normale dei sette uomini d’oro, per finire con un processo e delle condanne che misero fine alla vicenda e alla carriera criminale di sette uomini che per qualche giorno pensarono di aver fatto il colpo perfetto, con cui sistemarsi per tutta la vita.
Il 1958 fu, per il nostro paese, una data cruciale per il suo sviluppo socio economico, con l’inizio del periodo del boom economico, fatto di motorizzazione di massa, di crescita del prodotto interno, di vacanze per tutti e di generale allargamento del benessere. Era solo l’alba di un sogno, che sarebbe poi declinato tristemente a metà anni sessanta, ma l’Italia sognava; e sognavano anche sette uomini. Sognavano un futuro con i danè, un futuro fatto di lusso e divertimenti, lontani dal tran tran quotidiano, dalla vita normale che conducevano. E progettano un colpo, ma non un colpo qualsiasi, bensì il colpo che li sistemi per sempre; e individuano il bersaglio ottimale, il trasporto valori della Banca d’Italia, che rifornisce il lunedì mattina tutte le filiali della Banca Popolare di Milano.

Il colpo viene progettato minuziosamente; si studia il percorso, la strategia da utilizzare per assaltare il furgone blindato, nel quale c’erano solamente tre persone: l’autista, un commesso e una guardia di pubblica sicurezza. Erano tempi in cui la malavita si occupava di rapine veloci, in cui la strategia stessa dei malviventi era indirizzata a colpi semplici, che non richiedessero spreco di tempo e rischi superflui. Il 27 gennaio scatta il primo tentativo, con i sette uomini completamente mascherati, vestiti con tute blu da meccanico, e pronti ad agire. Ma quel giorno, mentre sta per scattare l’agguato, due auto della polizia incrociano la sentinella della banda, e per precauzione si decide di rinviare. Il 15 febbraio, nuova data stabilita per il colpo, è di nuovo tutto pronto, ma anche questa volta le cose vanno male. Accade che l’uomo deputato a fare da sentinella, Ferdinando Russo detto il “terrone”, in modo tragicomico scambi il furgone grigio della centrale del latte per il furgone trasporta valori, che è dello stesso colore. Delusi, gli uomini rinviano ancora il colpo, che viene fissato per la mattina del 27 febbraio, alla solita ora. Oggi, sa un po’ di comico immaginare una banda di rapinatori che per ben tre volte prepara un colpo e lo rinvia per motivi così banali; ma all’epoca le comunicazioni erano praticamente inesistenti, visto che solo la polizia aveva in dotazione radio trasmittenti. Il tutto era quindi preparato in maniera approssimativa, con conseguenze che, abbiamo visto, avevano anche risvolti farseschi.
(archivio Corsera)
Ma quel giorno, viceversa, il piano scatta ed è eseguito in maniera perfetta. Un uomo passeggia per via Osoppo, nascondendo sotto gli abiti una mazza ferrata, mentre poco più lontano, in un furgoncino, altri due uomini attendono nervosamente, imbracciando un mitra; ancora poco più lontano un signore legge distrattamente un giornale, seduto nella sua auto, ma tenendo d’occhio tutto quello che accade intorno. Ha nelle mani una pistola, ed è pronto ad entrare in azione. C’è, fuori dalla sua auto, un giovanotto molto nervoso; nasconde una pistola, ed è anche lui un componente della banda. L’ultimo componente della banda è a bordo di un camion Om, ed è quello che ha il compito più delicato; ed entra in azione appena il blindato con i soldi imbocca il punto previsto per l’agguato; si lancia contro il furgone con violenza, tanto che l’impatto paralizza gli uomini al suo interno. Ognuno dei sette svolge il suo compito alla perfezione; uno di essi punta la pistola sull’autista, mentre l’altro, con la mazza ferrata, sfonda il finestrino sinistro e intima all’agente di Ps di non muoversi. Nel frattempo l’uomo che leggeva nell’auto ha bloccato l’ingresso sulla via Osoppo, lasciando l’auto, con il motore acceso, di traverso; l’auto finisce contro un muro, mentre attorno si raduna una piccola folla di curiosi, che pensa ad un incidente.

I sette uomini nel frattempo non hanno perso tempo e hanno svaligiato il blindato, hanno caricato le cassette metalliche con il loro contenuto nel furgoncino e stanno per dileguarsi. I banditi, tutti irriconoscibili dietro i loro passamontagna, si dividono:due di loro guidano il furgoncino, gli altri quattro salgono su un auto che li aspettava, e si dileguano. Sono passati pochi minuti, il colpo, audace, è riuscito alla perfezione. Non è stato sparato nemmeno un colpo, nonostante un incauto abitante di uno dei palazzi su via Osoppo abbia tentato di colpire i rapinatori con dei vasi. Il furgone Leoncino e la Giulietta con i rapinatori si allontanano, e da quel momento nessuno li vede più.
L’impatto del colpo sui giornali fu impressionante; titoloni e caratteri cubitali campeggiavano sulle prime pagine, ponendo in risalto la geometrica precisione della banda. Nel frattempo la polizia si mosse immediatamente, sguinzagliando un apparato impressionante in uomini e mezzi. C’era di mezzo il prestigio della stessa, oltre ad un bottino da favola, stimato tra gli ottanta e i 150 milioni di lire, parte in contanti e parte in assegni e titoli. Venne ricostruito il percorso fatto dai rapinatori dopo il colpo, con la sosta nella zona Lorenteggio, dove i banditi si erano disfatti di parte della refurtiva, quella pericolosa da piazzare, ovvero i titoli e alcuni assegni;poco più lontano, nella stessa zona, si rinvenne il furgone usato per la rapina, privo di qualsiasi impronta digitale. La voce che circolava sugli autori della rapina riguardava una presunta banda venuta dall’estero, una equipe di professionisti, che difatti non aveva lasciato tracce di nessun genere.
Colpo perfetto, quindi, ma solo all’apparenza. Un errore, molto grossolano, e che diede il via alle indagini che portarono all’identificazione dell’intera banda, fu il tributo della banda all’inesperienza e al teorema che vuole che il colpo perfetto non esista.

La refurtiva recuperata (archivio Corsera)
Il 6 marzo un uomo che passava accanto ad un canale del fiume Olona, che era stato deviato per permettere i lavori di interramento dello stesso, notò un grosso sacco sul greto del fiume. Incuriosito, si avvicinò , lo aprì e trovò al suo interno 7 tute blu, sette passamontagna, un caricatore per una pistola e delle munizioni. Un autentico colpo di fortuna, per gli inquirenti, che risalirono immediatamente al fabbricante, visto che imprudentemente i rapinatori avevano lasciato le etichette sul tessuto. Un errore imperdonabile. Le etichette recavano la scritta “Casa della tuta Malpighi, tessuti e confezioni, via dei Servi 32”; era un’azienda di Modena, che aveva fornito quelle tute ad una ditta di Milano. Il commerciante che le aveva rivendute, si ricordò di colui che le aveva acquistate, un ragazzo italiano. Fu Pucci, un piccolo delinquente marginale che viveva di furtarelli, a rivelarsi determinante; raccontò agli inquirenti i suoi sospetti sul conto di Luciano De Maria, giovane di belle speranze ma con la passione per il gioco d’azzardo; è lui che ha acquistato le tute. In breve tempo il commissario capo Paolo Zamparelli, a capo delle indagini, individua l’organigramma della banda, e scatta l’ondata di arresti.
Il cervello della banda, De Maria (archivio Corsera)
Viene arrestato il capo della banda, e probabile ideatore del piano, il trentenne Ugo Ciappina, un giovane in gamba ,che era però passato al crimine; viene arrestato Luciano De Maria, poi è la volta di Arnaldo Gesmundo, detto Jess, l’uomo della macchina usata per la fuga, un giovane figlio di gente perbene, onesti lavoratori, la cui madre si chiuderà in un silenzio attonito e doloroso, incredula delle azioni del figlio. Tocca quindi a Ferdinando Russo, il “terrone”, persona giudicata da tutti a modo, sposato con figli, finire in carcere. Segue la stessa sorte Arnaldo Bolognini, l’uomo che aveva guidato il Leoncino usato per speronare il furgone, una persona all’apparenza irreprensibile, sposato e con due figlie;ancora Enrico Cesaroni, soprannominato il droghiere,infine cade nella rete Eros Castiglioni, giovane playboy innamorato della bella vita e delle donne. Gli interrogatori portano a fare piena luce sia sulle responsabilità individuali, sia sulla dinamica dei fatti, dalla preparazione del piano alla divisione del bottino, con il retroscena dei banditi che si tengono il contante e lasciano nelle cassette i valori e i titoli, gettati poi nel canale. I 35 milioni a testa, frutto della rapina, vennero immediatamente divisi, ma in realtà solo De Maria e Gesmundo ebbero l’idea di darsi alla pazza gioia, spendendo una piccola fortuna a Cortina.
I soldi, dopo l’arresto dei sette uomini d’oro, vennero rapidamente recuperati, almeno in parte, nonostante i componenti della banda si fossero dati da fare per occultare il bottino; vennero ritrovati sotto uno zerbino, dietro le mattonelle del bagno, insomma in posti poco probabili. Ma gli espedienti non servirono a nulla, e gli uomini d’oro, beffati, finirono dietro le sbarre. Nel mese di ottobre iniziò il processo, ed emerse il quadro completo delle responsabilità; Ciappina confessò che la vera mente del piano era il De Maria, venne ricostruita nei minimi particolari tutta la vicenda, e dopo un processo molto veloce, il 12 novembre venne emessa la sentenza:Ugo Ciappina venne condannato a 17 anni, Ferdinando Russo a 10, Arnaldo Bolognini a 12 anni e mezzo, Arnaldo Gesmundo a 14 anni, Enrico Cesaroni a 19, Eros Castiglioni a 12.
Arnaldo Gesmundo, uno degli autori della rapina (archivio Corsera)
Pene severissime, considerato il metro attuale di applicazione della giustizia; i sette uomini d’oro non avevano sparato un colpo, non avevano versato sangue,si fecero catturare senza opporre resistenza. Le porte dei vari carceri si chiusero alle spalle del gruppo che aveva escogitato la rapina perfetta, fallita solo per una sbadataggine e per un banale dettaglio. E fa sicuramente tenerezza un dettaglio della rapina; Cesaroni, che aveva un mitra, venne visto da un testimone mentre agiva con i complici. Invece di imbracciare l’arma e sparare, si limitò a fare, con la bocca, il tipico rumore degli spari dell’arma, un “tatata” che mostra come anche la delinquenza, negli anni 50, aveva più lo stile delle bande di Robin Hood che quello della mala che negli anni successivi avrebbe insanguinato il paese.
La misteriosa strage di via Caravaggio
Via Caravaggio n.78, Napoli. Un palazzo tranquillo, abitato da gente tranquilla; un palazzo con qualche pretesa di eleganza, nel quale abitano Mimmo Santangelo, sua moglie Gemma e sua figlia Angela. Gente dalla vita irreprensibile, che conduce una esistenza assolutamente normale. E’ il 29 ottobre 1975. Dal 20 ottobre l’appartamento è inspiegabilmente silenzioso, il telefono squilla in continuazione; e la cosa dovrebbe sorprendere, in qualche modo, gli abitanti dello stabile, visto che la famiglia Santangelo ha un cane, il piccolo Dick, e conduce comunque una vita sociale. Angela, per esempio, è fidanzata; Mario Zarrelli, nipote di Gemma, è insospettito da quel silenzio, troppo lungo e innaturale. L’ipotesi di una partenza improvvisa della famiglia Santangelo è da scartare; avrebbero avvisato il nipote, o quantomeno avrebbero detto a qualcuno che intendevano lasciare la casa, Non hanno fatto nulla di tutto questo, e quindi il giovane Mario si reca alla polizia, per esternare le sue preoccupazioni. La polizia si reca al civico 78, e suona il campanello, che resta muto. Non filtra luce, dalla casa. Arrivano i vigili del fuoco, che forzano la porta dell’appartamento; appare subito chiaro che nell’appartamento c’è qualcosa di terribile, perchè per terra c’è una striscia di sangue, che corre per tutta la lunghezza del corridoio. In realtà le striscie di sangue sono due, una delle quali è molto larga, e partono dalla cucina e dallo studio di Mimmo per convergere tutte e due dietro la porta del bagno, che è socchiusa. Si intuisce qualcosa, ma nessuno è preparato a quello che realmente c’è dietro quella porta. Sulla scena sono presenti vigili del fuoco, polizia e Mario, il nipote di Gemma; appena viene schiusa la porta, appare una scena degna di un film splatter. Nella vasca da bagno giacciono riversi i corpi di Gemma, di suo marito ed anche di Dick, il cane di famiglia.Manca il corpo di Angela, che viene ritrovato nella camera da letto dei genitori, avvolto nel piumone che copriva il letto. Una scena terrificante, un massacro senza spiegazioni. Le indagini partono subito, e si concentrano sulla quantità di indizi lasciati dal misterioso omicida; ma è giusto parlare di uno o di più assassini? Analizzando la scena del delitto, si osservano particolari strani; la differenza di larghezza delle striscie di sangue, per esempio, che presuppongono due diversi momenti per il trasporto dei corpi, e, ovviamente, due diversi momenti per l’eccidio. C’è sangue sull’interruttore d’accenione della luce, ma non ci sono impronte digitali, il che vuol dire che l’assassino portava i guanti. Un delitto premeditato, quindi, e non occasionale. C’è sangue nel salotto, su di un cuscino, c’è sangue in cucina, c’ sangue nella camera da letto dei due coniugi. Sono vere e proprie pozze di sangue, che indicano come le tre vittime siano state uccise nei tre distinti locali. Ci sono due impronte di sangue sul davanzale del soggiorno, perchè qualcuno si è affacciato dalla finestra. Forse disturbato da qualche rumore, forse per segnalare qualcosa ad un complice in attesa, chissà. In cucina, a parte il sangue sul pavimento, c’è ordine, come del resto in tutta la casa. Il tavolo è apparecchiato, segno che la famiglia si apprestava a cenare.Ma a cenare dovevano essere solo i coniugi Santangelo, perchè i posti prepatati sono due. Angela non sta bene, come testimonia in seguito il medico peronale,e probabilmente deve uscire con il fidanzato. Gli inquirenti ricostruiscono così gli eventi;qualcuno che Mimmo conosce bene suona alla porta, perchè non ci sono tracce di effrazione sulla serratura; l’uomo, anzi, porta il misterioso ospite nel salotto, mentre Gemma è impegnata a preparare la cena. il killer uccide prima l’uomo, spaccandogli il cranio in più riprese con un pesante oggetto; poi è andato in cucina, dove ha fatto la stessa cosa su Gemma, e infine ha chiuso la sua opera uccidendo Angela. E’ tornato sui suoi passi, ha afferrato un coltello dalla cucina e ha tagliato la gola di Mimmo; ha ripetuto poi lo steso gesto su Gemma e infine su Angela, che però era morta per le ferite riportate. L’assassino per precauzione pugnala anche lei,e infine uccide anche il cagnolino. E’ una vera e propria strage, dalla dinamica facilmente intuibile. Ma se il modo di colpire è tutto sommato identificabile con certezza, si sbatte contro un muro, che diventerà in seguito impenetrabile, quando si cercherà di trovare il killer. Non ci sono tracce biologiche del misterioso assalitore; ha i guanti, e questo impedisce di trovare le sue impronte digitali.A dire il vero l’assassino ha lasciato una traccia; è evidente per esempio che il padrone di casa ha offerto da bere al suo assassino, ma le impronte digitali lasciate sono poco leggibili.L’unico vero indizio è un’impronta di un piede, netta, su una macchia di sangue; è un piede che calza scarpe n.42. Siamo nel 1975, è le indagini sul Dna non sono ancora usate. Altrimenti avremmo il profilo genetico del killer, visto che ha bevuto da un bicchiere. Ha anche fumato, lassassino, perchè vengono trovati mozziconi di sigaretta, sia nel salotto che vicino al davanzale insanguinato. Vengono trovati, in cucina, i guanti insanguinati; gli indizi, insomma, ci sono, ma per la tecnologia dell’epoca sono assolutamente inufficienti. Per cui si deve partire da zero, con il classico lavoro da inquirenti, scavando nel passato e nel presente delle vittime, indagando tra famigliari e amici. Il 10 novembre viene ritrovata la Fulvia di Mimmo Santangelo; è lontana da casa, sembra abbandonata da tempo, perchè ha anche la batteria scarica. E’ un ritrovamento fondamentale; un testimone racconta che la sera del delitto, mentre tornava a casa, ha visto verso le due di notte quell’auto che corrreva al alta velocità, con al volante un uomo grande e grosso. Lo intravede solo per un attimo, ma quella descrizione porta gli inquirenti a casa di Domenico Zarrelli, fratello di Mario, l’uomo che aveva contattato la polizia. E’ uno studente bohemienne, dedito alla bella vita, sempre a corto di denaro; ha una relazione con una ballerina sudamericana, e sopratutto e un pezzo di giovane alto e robusto. Basta questo per farlo diventare automaticamente l’autore del brutale massacro? Evidentemente si. Ma ci sono parrticolari stridenti;essendo molto alto, l’uomo ha i piedi proporzionati all’altezza. Calza il n.45, ma l’impronta trovata in via Caravaggio apparteneva ad una scarpa n.42. Domenico Zarrelli viene convocato in questura, dove viene trattenuto per ore; l’umo che ha incrociato la Fulvia, la notte del delitto, attraverso un vetro, riconosce, pur tra titubanze, Domenico Zarrelli come conducente dell’auto. E’ un’i dentificazione facilmente smontabile. In una Lancia Fulvia, per la sua particolare costruzione, un uomo alto come Domenico non potrebbe essere visto in volto da nessuno. Chi è stato alla guida di quell’auto sa, per esempio, che una persona alta finisce per toccare il tetto.Ma questo al momento, non sembra interessare gli inquirenti; c’è un’identificazione, pur dubbia, c’è la indubbia prestanza fisica dell’uomo, c’è il suo bisogno di denaro e la sua vita turbolenta. In più Domenico presenta delle ferite alle mani; è caduto sul porfido, dice lui, ma non viene creduto. Ergo, Domenico è colpevole; ha ucciso la famiglia Santangelo in seguito ad una lite con la zia per motivi di denaro non prestato. Non serve, a Domenico, presentare un alibi; la sera del delitto stava guardando Amici miei, al cinema; cosa confermata dalle maschere del cinema, con l’esclusione di una che testimoniò di averlo visto il giorno dopo. Sulla base di questi discutibili indizi Domenico, il 26 marzo, viene arrestato. Una testimonianza sembra confermare la tesi della polizia;un vigile notturno testimonia che la sera successiva all’eccidio, qualcuno ha acceso una luce in casa dei Santangelo; per la polizia è un chiaro depistaggio, Domenico si è recato sulla scena del delitto per cmbiare la stessa, per stornare i sospetti da lui e per cancellare prove e fabbricarne di nuove. Il 30 maggio Domenico Zarrelli è rinviato a giudizio;3 anni dopo arriva il processo e la sentenza. Per Zarrelli c’è l’ergastolo, avendo egli, secondo l’accusa, ucciso per motivi abbietti Mimmo,Gemma e Angela Santangelo. e’ l’inizio di una calvario per il giovane, che tuttavia può contare sull’appoggio appassionato del fratello, avvocato, e sulla personale tenacia, la tenacia di chi sa di essere innocente. In carcere Domenico studia legge, e infatti diventerà avvocato. In un’intervista televisiva, rilasciata a Blu notte, Domenico Zarrelli ha raccontato di non aver mai avuto paura di finire, innocente, in galera per sempre, e di aver avuto sempre fiducia nella giustizia. Nel processo d’appello Mario Zarrelli smonta i flebili indizi su cui si era basata l’accusa davanti al primo grado di giudizio; l’uomo che ha visto suo fratello al volante della Fulvia ha visto un uomo più basso, perchè, come abbiamo detto, Domenico entrerebbe in una Fulvia solo con grandi sforzi, e non potrebbe mostrare il volto inetro nemmeno volendolo. L’alibi del cinema è confermato, c’è l’impronta n.42 che non corrisponde ai suoi piedi. In quanto alla possibilità che Domenico sia andato il giorno dopo a modificare l’impronta, stampandola nel sangue ormai coagulato, è solo una teoria peraltro molto fragile. in ultimo; se davvero Domenico ha ucciso la zia per banali motivi economici, perchè uccidere prima lo zio? Il 6 maggio 1981 la corte assolve per insufficienza di prove Domenico; è una vittoria solo a metà, perchè non c’è l’assoluzione con formula piena.Cosa che avviene nel 1983, quando un nuovo processo stabilisce che Domenico Zarrelli non centra assolutamente nulla con il delitto.Ipotesi definitvamente confermata dalla Cassazione.8 anni dopo Zarrelli è libero definitvamente dall’accusa infamante. Si riparte da zero, con tutti i dubbi che erano emersi già all’indomani del ritrovamento dei corpi. Forse il movente è da cercare in qualche oscuro episodio della vita dei Santangelo;ed è da qui che si riparte. Si indaga sulla vita di Mimmo, ma è buio pesto; la sua è una vita anonima, senza nessun appiglio, così come è tranquilla la vita di Angela, una ragazza che sembra più grande della sua età, che a 19 anni già lavora, è riservata, non offre nessun mistero particolare.Forse l’unica vera motivazione è nascosta nell’inquietudine che sembra esserci in famiglia. Gemma è preoccupata per qualcosa legata al lavoro del marito, che riceve strane persone, che forse è coinvlolto in cose poco chiare. Di certo c’è che Gemma ha paura;come ha paura Angela. Di cosa? Forse tutto è legato ad un capanno che i Santangelo hanno affittato ad un misterioso ingegnere, e nel quale è avvenuto qualcosa. I Santangelo, recatisi nel locale, scoprono brandine e strani strumenti, alambicchi in vetro e altro.Forse il locale è usato per qualche cosa illecita,e i Santangelo hanno visto qualcosa di troppo, ma non è chiaro, come nulla è chiaro in questo caso. La polizia indagò sul passato dell’uomo, sul suo primo matrimonio, ma raccolse solo indiscrezioni e null’altro. Così, dopo qualche anno, il caso venne archiviato come opera di ignoti. Della belva feroce di via Caravaggio non venne mai accertata l’identità, il delitto restò senza un movente, e a meno di un’mprobabile confessione dell’autore, resterà confinato tra quei delitti consumati nell’oscurità e detinati a rimanere senza colpevoli.
Il furto della Gioconda
Vincenzo Peruggia
Vincenzo Peruggia Leonardo Da Vinci, massimo genio espresso dal genio italiano, probabilmente avrebbe voluto conoscere Vincenzo Peruggia da Dumenza, cittadina di poche anime sulle sponde del lago Maggiore; non un’artista, ma un umile decoratore, di quelli che faticano a portare a casa la pagnotta. Perchè Leonardo avrebbe dovuto o voluto conoscere un oscuro imbianchino, come lo defini la stampa degli inizi del 1900? Semplicemente perchè Peruggia riuscì in un’impresa incredibile, che tenne con il fiato sospeso coloro che amavano l’arte, il direttore del Louvre, la polizia francese e la gran parte dell’opinione pubblica dello stesso paese con un’impresa folle, ma geniale allo stesso tempo, sia per il modo in cui venne compiuta, sia per le modalità di realizzazione: il furto del ritratto di Monna Lisa Gherardini, universalmente conosciuto come La Gioconda. La mattina del 21 agosto 1911 era un lunedi, una giornata torrida, di quelle tipiche parigine, senza vento e con un’afa che tagliava il respiro;Vincenzo Peruggia, che all’epoca dei fatti non aveva ancora compiuto 30 anni, si diresse con passo svelto verso il Louvre, che conosceva abbastanza bene per averci lavorato tempo addietro, come addetto alla sistemazione di una teca di vetro che doveva preservare il celeberrimo dipinto di Leonardo dalla polvere e dall’umidità. In mente, un’idea folle, quella di rubare la Gioconda, quadro simbolo, con la Tour Eiffel, di una città e di una nazione.
Le foto segnaletiche di Peruggia
Un quadro che era in Francia dal 1516, da quando cioè era stato acquistato per una cifra impressionante, 4000 ducati d’oro, da parte del re Francesco I, presso il quale il genio toscano visse gli ultimi anni della sua tribolata vita, prima di spegnersi nel castello di Amboise il 2 maggio del 1519. Peruggia aveva, in qualche modo, organizzato il tutto con cura, pur nel dilettantismo assoluto del suo tentativo; la sera precedente, la domenica del 20 agosto, era uscito con degli amici, e aveva trascoro la serata in un caffè parigino, fingendo di ubriacarsi a tal punto da essere poi multato per schiamazzi notturni. Si era quindi costruito anche un alibi; il lunedi mattina di buon ora, all’incirca alle 6 e mezza, sgaiattolò dalla sua stanza che divideva con un compatriota, diretto alla Cour Carree, il padiglione del Louvre dov’era custodito il dipinto. Il quadro di Leonardo è un dipinto a olio su legno di pioppo che misura 77×53 cm, misure quindi decisamente contenute, tuttavia tali da essere comunque un ingombro e fatalmente anche abbastanza visibile.
Vignetta satirica francese
Ma quel giorno a Peruggia andò tutto liscio come l’olio; arrivò al Louvre, sommariamente custodito da un guardiano che spesso, la mattina presto, dormiva della grossa, abitudine che il Peruggia conosceva perfettamente, si diresse verso il dipinto, lo staccò dalla parete, lo mise sotto il giubbotto che indossava e andò via indisturbato, senza essere visto da nessuno. Pochi minuti dopo era nel suo appartamento, nel quale il compagno di stanza dormiva pacificamente. Il tempo di nascondere sotto il letto la Gioconda, poi andò giù lentamente per le scale, simulando una sonnolenza post sbronza. L’astuto italiano fece in modo di essere visto dalla portinaia, alla quale raccontò di essere ancora sotto gli effetti della sbronza del giorno prima. Poi si diresse verso il Louvre; qui regnava il caos, con poliziotti e agenti della gendarmeria che correvano avanti e dietro per le stanze del Louvre, mentre la notizia si diffondeva in un batter d’occhio in città. Era stato un pittore, Louis Beroud, ad accorgersi della sparizione; si era recato per fare una copia del dipinto, aveva sistemato il suo cavalletto con la tela, aveva alzato gli occhi e con sorpresa aveva visto che la Gioconda non era al suo posto.

” Il Louvre ha riaperto, ma la Gioconda non è rientrata” titola un giornale
Un’ondata di commozione, mista ad ira e orgoglio patriottico scosse la Francia; vennero istituiti posti di blocco, controllati ricettatori, ambienti della malavita. Tutto inutilmente; venne interrogato anche il poeta Apollinaire, che non aveva alcuna simpatia per le opere rinascimentali, che considerava nemiche della vera arte, quella dell’art nouveau. Venne interrogato e fermato come indiziato, per lo stesso motivo, e per l’amicizia che lo legava ad Apollinaire anche Pablo Picasso. Vennero perquisite tutte le abitazioni dei dipendenti del Louvre, poi anche quelle di coloro che in qualche modo avevano collaborato ai lavori di manutenzione del museo. Così accadde che il Prefetto di Parigi andò personalmente a perquisire l’abitazione del Peruggia, senza trovare traccia del dipinto, che si trovava, ironia della sorte, sotto il tavolo sul quale scrisse il verbale di ricognizione. Nei successivi due anni, la polizia, la gendarmeria, spinte dall’opinione pubblica e dalle autorità, non smisero un secondo di cercare il dipinto, che tuttavia sembrava essersi volatilizzato.

La Gioconda restituita ai francesi
E probabilmente, se il furto fosse stato compiuto su ordinazione, o da qualcuno meno ingenuo del Peruggia, il mondo non avrebbe rivisto mai più il capolavoro di Leonardo; accadde invece il contrario, con modalità altrettanto assurde quanto quelle della sparizione. Vincenzo Peruggia scrisse una lettera , a firma “Vincent Leonard” , all’ antiquario fiorentino Alfredo Geri, proponendogli la vendita del dipinto di Leonardo da concordarsi durante un appuntamento all’ albergo “Tripoli e Italia” . Aveva scelto, per sua sfortuna, la persona sbagliata; l’antiquario chiamò Giovanni Poggi, direttore degli Uffizi, che confermò l’autenticità del dipinto e chiamò i carabinieri, che arrestarono Peruggia e recuperarono la Gioconda.

Il ritorno trionfale al Louvre
La notizia del ritrovamento arrivò in Francia come un fulmine, suscitando enormi entusiasmi; nel frattempo, Peruggia veniva interrogato dalle autorità, alle quali raccontò di aver agito per puro spirito patriottico. Aveva sottratto il dipinto ai francesi per restituirlo all’Italia, alla quale, secondo lui, era stata illecitamente sottratta, e sopratutto per vendicarsi dei francesi, che lo dileggiavano con il nomignolo di mangia spaghetti. Le cose, evidentemente, non erano andate così, ma i giornali che riportarono le dichiarazioni del Peruggia, riuscirono a convogliare un’ondata di simpatia attorno all’uomo, tanto che la condanna inflitta dai giudici, incaricati di giudicare i fatti, fu eccezionalmente mite. Il verdetto, emesso dopo il processo celebrato il 4 e 5 giugno 1913 a Firenze, condannò Vincenzo Peruggia ad un anno e 15 giorni di reclusione, che l’uomo scontò per intero.

La stanza parigina dove abitava Peruggia
L’Italia, in virtù degli ottimi rapporti diplomatici con i francesi, restituì l’opera alla Francia, ottenendo in cambio un’esposizione in terra italiana del dipinto, che si tenne fino a gennaio del 1914 prima agli Uffizi di Firenze, poi all’ambasciata di Francia di Palazzo Farnese a Roma, infine nella Galleria Borghese, in occasione del Natale. Quando la Gioconda ripartì dall’Italia, viaggiò su un treno speciale diretto a Modane; qui traslocò su un treno francese, fino a Parigi. Ad accogliere il dipinto c’era l’intero parlamento francese, con il Presidente della Repubblica in prima fila. L’opera venne rimessa al suo posto all’interno del Louvre, e vennero rafforzate le misure di sicurezza.
Lettera di Vincenzo Peruggia alla famiglia
Vincenzo Peruggia, all’uscita del carcere, venne accoltò come un eroe da alcuni studenti toscani, che gli consegnarono il raccolto di una colletta fatta dagli italiani, che fruttò la bella somma di 4500 lire. Il destino successivo di Peruggia lo conosciamo grazie a Celestina, sua figlia, che in una intervista tentò di riabilitarne il nome, riportando la sua verità, e cioè che l’uomo aveva agito solo per motivi patriottici, raccontando come Peruggia avesse nascosto il dipinto in una valigia, che aveva custodito per 28 mesi, portandola poi in Italia per tentare di vendere il dipinto. Raccontò anche che suo padre era tornato a lavorare in Francia, usando il secondo nome del suo passaporto, Pietro, per evitare di essere riconosciuto; nel 1921 aveva sposato sua madre, Annunziata, ed era morto nel 1925, quando la stessa Celestina aveva poco più di un anno, mentre l’uomo aveva da poco compiuto i 44 anni.

L’uomo che beffò la Francia
Elizabeth Bathory, nuovi appunti
La contessa Elizabeth Bathory in un dipinto dell’epoca
Da una recente indagine, risulta che il nome di Elizabeth Bathory, la contessa Dracula, della quale ho già parlato tempo addietro, (Ndr. http://paultemplar.wordpress.com/2008/03/27/elizabeth-bathoryuna-storia-orrenda) risulti essere quello più famoso tra gli appassionati di mass murder o di criminologia, o semplicemente di cronaca nera. Il suo nome, divenuto tristemente famoso al fianco di quello di Gilles De Reis, l’uomo che ispirò la storia di Barbablù, è oggi sinonimo di ferocia, sadismo, disumanità, ma non solo; è diventato il simbolo della malvagità allo stato puro e della follia distruttiva, quella parte oscura, in pratica, che aleggia come un virus in menti particolarmente distorte.
Recenti studi hanno cercato di approfondire la sua figura, sia dal punto di vista storico, sia da quello psicologico, per cercare di capire il perchè dell’esplosione di violenza che ad un certo punto della sua vita la portò a trasformarsi in una spietata macchina di morte. I risultati hanno portato alla luce particolari inediti della sua gioventù, che potrebbero aver influito in qualche modo sulla sua psiche , fino a trasformarla nella più spietata assassina seriale della storia.
Il borgo natio di Nyirbator
Elizabeth Bathory, tra il 1566 e il 1567, aveva già denotato preoccupanti sintomi di dissociazione, forse di schizofrenia; una delle cause potrebbe essere ricercata nella consanguineità dei suoi antenati, che usavano spesso sposarsi tra parenti, moltiplicando esponenzialmente il rischio di malattie ereditarie. Evidentemente una delle patologie più frequenti era proprio quella delle malattie mentali; e proprio all’età di 6-7 anni, assistette al supplizio inflitto ad uno zingaro, reo di aver ceduto un figlio ai turchi, gente odiata mortalmente dai romeni. L’uomo venne cucito vivo all’interno dello stomaco di un cavallo, eviscerato per l’occasione. E’ molto probabile che queste scene abbiano acuito in lei lo stimolo alla violenza, fino a quel momento latente. Il matrimonio avvenuto in giovane età, 15 anni, amplificò probabilmente i suoi problemi, tenendo anche conto del fatto che il marito, Ferenc Nadasdy, era un uomo con fama di grande crudeltà; a ciò bisogna aggiungere un episodio poco chiaro della sua adolescenza. Ebbe una relazione clandestina con una persona non meglio identificata, unione dalla quale nacque una bambina, che non venne ovviamente riconosciuta (Elizabeth era pur sempre una nobile) ed affidata probabilmente ad un contadino. Un episodio, questo, che potrebbe aver segnato ancor più profondamente il suo già fragile equilibrio.
Ritratto di Mattia II, il re che condannò la Contessa
Va detto che se il carattere di Elizabeth mostrava già preoccupanti segni di squilibrio, la donna continuava a praticare una vita quasi normale. Era molto intelligente e versatile; per esempio, a differenza di molti nobili, di suo marito, era colta, parlava tre lingue, fra le quali il latino. Una donna per certi versi, paradossalmente, di cultura superiore. E’ proprio questa dicotomia tra la Elizabeth letterata e studiosa e la Elizabeth crudele e senz’anima l’enigma principale che gravita attorno alla sua figura. Cosa può aver determinato un cambiamento così radicale nella sua vita, cosa può averla spinta a diventare la belva assetata di sangue che diventò? Difficilissimo a dirsi. Di sicuro una grossa influenza esercitò su di lei Dorothea Szentes, una strana tipa , a metà strada tra la strega nera e l’esperta di occultismo, che le insegnò i primi rudimenti della magia nera, così come sicuramente influì sua zia Carla, una nobile viziosa e debosciata, che organizzava orge sfrenate nel suo castello. Thorko il nano infame suo servo e anima dannata fece il resto, alimentando gli interessi della contessa per le arti oscure.
Il castello della Bathory oggi in rovina
L’ultimo anello della catena potrebbe essere quel galantuomo di suo marito, Ferenc Nadasdy, uno che a sadismo non aveva da prendere lezioni. Probabilmente fu proprio quest’ultimo ad alimentare, fomentare la follia di Elizabeth, con le sue punizioni crudeli nei confronti della servitù. Fu lui, ad esempio, a mostrarle gli effetti del congelamento sul corpo umano, punendo una serva che aveva disobbedito e lasciandola morire assiderata legata nuda ad un albero. Probabilmente fu Thorko a insegnarle a mordere alcune delle sue vittime, cosa che le valse, assieme all’abitudine di bagnarsi nel sangue delle sventurate che cadevano sotto le sue grinfie, l’appellativo di contessa Dracula, e al cui mito negativo si ispirerà Bram Stoker per scrivere il suo Dracula, che non si basava esclusivamente sulla storia sinistra di Vlad l’impalatore.
Statua in cera della Contessa Bathory
Uno degli errori più frequenti che si incontrano nelle biografie di Elizabeth Bathory riguarda la differenza temporale tra le prime uccisioni e l’abitudine a lavarsi con il sangue delle sue vittime. La donna iniziò ad uccidere a 25-26 anni, quando creò la lugubre e terrificante stanza sotterranea nella quale torturava le sue vittime. Fu invece attorno al 1600/1608 che prese l’abitudine di sgozzare le vittime, di fare uscire il sangue dalle loro vene. Nata nel 1560, in quegli anni superò quindi i 40, una data fatidica per tutte le donne, sopratutto all’epoca dei fatti. La sua bellezza sfioriva, la sua pelle mostrava i segni dell’età, e nell’episodio menzionato nel precedente articolo, ho fatto riferimento alla causa scatenante, quindi non ci torno su. Nel 1599 (alcuni libri riportano 1604) era morto, in circostanze assolutamente poco chiare, suo marito; può esserci stata la mano della Bathory dietro la sua morte. Non ci sono prove, ma nulla vieta di sospettarlo, sopratutto alla luce dell’aumento esponenziale della follia della donna.
Il bagno di sangue di Paloma Picasso, la contessa Bathory in Racconti immorali
Una delle fonti, la principale, per risalire al numero approssimativo delle vittime consiste nei suoi diari, nell’abitudine scrupolosa di registrare le sue vittime. Sono circa 650 i nomi presenti, e il numero, purtroppo, potrebbe essere soltanto superiore. Fu il principale strumento d’accusa nel processo contro la contessa, oltre alla testimonianza degli inviati di Mattia I che la colsero in flagrante, mentre svolgeva una delle sue abominevoli abluzioni nel sangue umano. Nel corso dei secoli sono stati tanti gli interrogativi riguardanti anche la conclusione del suo processo; ci si è chiesto il come mai della strana indulgenza di Mattia II verso una donna colpevole di così orrendi misfatti. Va ricordato che la famiglia della Bathory era una delle più importanti in assoluto del paese, che in fondo le famiglie nobili che avevano perso figlie e parenti per colpa della sua follia avevano interesse a che venisse neutralizzata e messa in condizioni di non nuocere.



Può essere anche vera la storia di un presunto interesse di Mattia II per le terre e i possedimenti della contessa, assolutamente appetitosi anche per un re, che volle quindi risparmiare la vita a quella che comunque era una nobile. Così coloro che pagarono duramente furono i suoi accoliti: Thorko e le megere che avevano aiutato la contessa nelle sue infamie vennero bruciati vivi. La Bathory finì murata viva, e francamente c’è da chiedersi se questa non fu una pena peggiore della morte. Anche l’analisi di queste ulteriori informazioni sulla sua vita rende davvero impenetrabile la sua figura; vittima di malattie ereditarie, sposa giovanissima, madre a 14 anni, la Bathory non ebbe un’infanzia serena, tanto meno una giovinezza adeguata. Ma se si possono trovare almeno delle motivazioni alle sue scellerate gesta, tutto si ferma davanti ad un dato di fatto. 650 vite stroncate, fra cui quelle di giovanissime che, a sua differenza, non avevano avuto nemmeno un’infanzia, costrette alla dura vita dei campi sin da piccole, sono un tributo senza prezzo alla sua follia. La pietà umana va verso loro, verso quelle vite stroncate nella stagione più bella della vita, stroncate tra atroci e inenarrabili torture. Un prezzo troppo alto per trovare una qualsiasi giustificazione, sia pure umana, ai suoi atti criminali.
Il mistero dei tesori d’arte scomparsi

La celebre Camera d’ambra
La seconda guerra mondiale non fu soltanto un’ecatombe di vite umane, morte e distruzione sulla vecchia Europa, in buona parte dell’Asia e in Russia, oltre che in Africa. Fu anche una tragedia dal punto di vista della cultura, con la distruzione di importanti centri storici, monumenti, chiese e castelli, oppure di opere di millenaria storia e importanza, come la distruzione dell’Abbazia di Montecassino. Una delle caratteristiche specifiche della stessa guerra, in ambito culturale, fu la spoliazione di musei, case private, chiese e luoghi che presentavano opere d’arte importanti; il Fuhrer, pittore di discreto talento, aveva una personale ossessione per l’arte, voleva ad ogni costo costruire un museo che raccogliesse il meglio di quanto espresso dal talento e dalla genialità umana.

Sophie Schliemann indossa il celebre “Tesoro di Priamo”
Perciò, diede ordine ai suoi generali di spogliare e razziare le capitali europee conquistate, così come dette incarico ai capi delle SS di depredare tutti gli ebrei di ogni nazione dei propri patrimoni artistici. In questo venne coadiuvato con entusiasmo ed energia da Hermann Goering, il suo braccio destro, uomo rozzo e poco colto, che difatti venne truffato per esempio dal grande falsario Van Meegeren, che riuscì a vendergli dei Vermeer perfettamente contraffatti. Fu così che nei sei anni di guerra i paesi europei, principalmente la Francia e in seguito all’armistizio del 1943, anche l’Italia, vennero depredati di migliaia e migliaia di pezzi d’arte: quadri, sculture, arazzi, ma non solo. Nelle rapaci mani dei tedeschi caddero anche la Heilige lunch, la leggendaria lancia di Longino, che la tradizione tramandava come la lancia che aveva trafitto il costato di Gesù sulla croce. Vennero razziate chiese, dalle quali scomparvero pissidi, messali, calici preziosi e tele; in Italia vennero rubati anche alcuni Stradivari, violini considerati il massimo della perfezione acustica.

La Heilige lunch, la lancia di Longino
Il Louvre venne saccheggiato, così come vennero saccheggiati i musei russi che si trovavano nelle città cadute nelle mani dei nazisti: una spoliazione imponente, che riguardò un numero spaventoso di oggetti artistici, ancora oggi numericamente impossibile da quantificare. I treni tedeschi ben presto, oltre ad armi e soldati, si trovarono a trasportare migliaia di casse contenenti quadri, frettolosamente imballati, oppure casse contenti oro e gioielli depredati a famiglie ricche di ebrei, o di semplici oppositori del regime. Proprio di questo tesoro, poco conosciuto, si riuscì a recuperare il depredato. Tanto che dopo la guerra,e ancora oggi, migliaia di dipinti e oggetti preziosi attendono ancora un propietario; i motivi purtroppo sono conosciuti. La stragrande maggioranza delle famiglie ebree venne sterminata nei campi di concentramento, tanto che di alcuni nuclei famigliari si persero completamente le tracce, non essendoci più eredi legittimi.

Subito dopo la conquista di Berlino, le potenze vincitrici misero le loro Intelligence alla ricerca del gigantesco tesoro artistico sottratto; casualmente la Biblioteca Jagellona di Cracovia riebbe indietro tutto il nucleo della sua collezione, contenente per esempio il “Faust” di Rembrandt, la prima edizione del De Revolutionibus di Copernico datata 1543 , lo spartito scritto di pugno da Wolfgang Amadeus Mozart del “Concerto per piano n.27” composto tra il 1788 e il 1791.Venne recuperata, su espresso ordine di Churchill, che sguinzagliò un esercito alla sua ricerca, la Heilige lunch, che venne restituita al Weltliche Schatzkammer dell’Hofburg di Vienna.

Il Louvre si ripolò delle sue opere più prestigiose, mentre solo gli americani scoprirono e identificarono decine di migliaia di opere d’arte, rinchiuse in migliaia did epositi (solo in Bavaria ne vennero soperti 500!). Roma ( e l’Italia) recuperò gran parte di quello che era stato sottratto. Per quanto le potenze alleate vincitrici ci mettessero buona volontà, è evidente che i controlli effettuati sul recuperato non fossero poi così accurati. Mlti ufficiali, sia russi, che americani, inglesi e francesi, non resistettero alla tentazione di arricchirsi illecitamente; a parte la tentazione dell’oro e dei gioielli, che, come già detto, spesso appartenevano a famiglie ormai praticamente estinte, c’erano dipinti di valore che spesso non entravano nelle liste fornite dagli alti comandi, sempre a causa dell’impossibilità di censimento dell’appartenenza delle stesse. Così molti quadri vennero fatti letteralmente sparire, e andarono perduti per sempre. Perduti per l’umanità, naturalmente, non di certo per i cllezionisti senza scupolo che poterono appenderli nelle loro case.

Ovviamente non ci furono solo i nazisti a spogliare i musei; l’esercito russo, entrato a Berlino per primo, aveva un gruppo di punta che era incaricato di recuperare quanto possibile di quello sottratto durante la campagna di Russia, ma non solo. I russi si comportarono nello stesso modo dei tedeschi, adducendo come scusa il diritto ad un risarcimento per i danni subiti durante la guerra. Fu così che dalla Germania sparì l’oro di Priamo, scoperto in Turchia, in quella che Heinrich Schliemann riteneva l’antica Troia; il tesoro, di valore storico e anche materiale asolutamente incalcolabile scomparve nel nulla. Riapparve nel Museo Pushkin di Mosca dopo la caduta del muro di Berlino, scatenando una guerra senza esclusione di colpi tra Germania, che ne reclamava il diritto di possesso, Turchia, che era in origine il posto dove il tesoro stesso venne rinvenuto e Russia, che come già detto ne reclamava il possesso come risarcimento danni.Il tesoro, che comprendeva 700 pezzi tra oggetti in oro, argento, pietre preziose, diademi in oro zecchino con pendagli laterali composti da sedicimila placche agganciate l’una all’altra, le squame di una sirena toccata da re Mida.una salsiera rituale ,bracciali, anelli, lenti di grandezza e foggia diverse, vasi, spille, decorazioni di cristallo, collane d’ambra, asce in lapislazzulo è ancora oggi in Russia, mentre le polemiche sul suo possesso non accennano a diminuire.

Altro tesoro recuperato, questa volta dagli americani, consisteva in 28 casse sottratte a Rodolfo Graziani , maresciallo dell’Impero fascista, comandante delle truppe italiane in Africa, casse che contenevano oggetti sottratti al Negus Hailè Selassiè , fra i quali il prezioso vasellame di famiglia, un’aquila d’oro massiccio che campeggiava sulla sua scrivania,
Ritornando ai russi, la famosa squadra deputata al recupero orpere d’arte mise le mani rapaci su un tesoro inestimabile composto da tele che comprendevano, tra l’altro, il “Conte Lepic e sua figlia” di Degas e altri 73 dipinti , tra i quali “Il giardino” di Monet e “Bagnanti” di Cezanne, oltre a quadri di Van Gogh, Renoir, Seurat provenienti da quelle che erano le collezioni Gerstenberg, Koehler, Krebs.Una minima parte di quanto sottratto alla Germania, la cui lista è stata resa pubblica da un gruppo di lavoro tedesco di Dresda nel 1994 ; una lista che catalogava 200.000 oggetti d’ arte, oltre a due milioni di libri e tre chilometri di materiale d’ archivio.
Ancora loro razziarono 101 opere grafiche, acquerelli, disegni, incisioni firmate Toulose-Lautrec, Manet, Goya, Durer,all’ Associazione culturale di Brema, opere oggi restituite alla Germania.

Purtroppo va detto che molte opere d’arte vennero anche definitvamente perse per pura casualità: nel maggio ‘ 45, un incendio in un bunker berlinese divoro’ piu’ di cento quadri di grande formato di Botticelli, Caravaggio, Giovanni Bellini, Filippo Lippi, Luca Signorelli, Carpaccio, Tiziano.
E’ anche il caso della famosissima camera d’ambra, costruita nel 1699 per la massima parte in mabra, la preziosa resina che fino ad allora non era quasi mai stata utilizzata nelle costruzioni, o comunuqe utilizzata olo in piccoli quantitativi. La camera, rivestita anche di oro e pietre preziose, era stata donata allo zar russo Pietro I; la Bernsteinzimmer, letteralmente camera d’ambra, era un autentico gioiello, composto da pannelli, pareti, mobili e specchi tutti realizzati con l’ambra, ed era uno spettacolo da mozzare il fiato. Lo zar la montò a Zarsko’ e Selo, nella sua residenza non lontana da Leningrado, l’odierna ( e antica) San Pietroburgo. Scomparve durante l’assedio di Stalingrado, e da quel momento non venne trovata più alcuna traccia della sua esistenza; , i russi mobiliatrono alla disperata ricerca del tesoro inestimabile forze colossali. Vennero setacciate miniere, si scese nel baltico alla ricerca di navi che contenessero nella stiva il tesoro sottratto,
Le ricerche storiche effettuate dopo la guerra portarono a stabilire che la camera d’ambra era stata trasportata a Koenigsberg, un piccolo centro tedesco sul Baltico, passata ai sovietici dopo la guerra e ribattezzato Kaliningrad. qui, durante i bombardamenti russi, alcune bombe avevano centrato il castello della città, distruggendolo, e con esso anche la camera d’ambra. La commissione d’inchiesta russa accertò che in effetti il bombardamento aveva quasi cancellato la cittadina; però al solito è anche possibile che qualche squadra di recupero abbia smontato nuovamente la stanza, per nasconderla chissà dove.

L’elenco delle opere trafugate potrebbe continuare ancora a lungo; purtroppo di molte di loro si hanno tracce vaghe. Alcune sono oggi di proprietà di musei, altre di privati. In Italia mancano all’appello, per esempio, due studi per i prigioni e due studi per il Giudizio Universale, oltre alla celebre testa di fauno attribuita al grande scultore; La tela Campagna veneta con fabbricato rurale e alcune figure, del pittore veneziano Canaletto,una venere di tiziano, requisita dai tedeschi ad un privato, una Deposizione di Guido reni, sempre appartenente ad un privato, un Cristo del Bronzino sottratto a Palazzo Pitti a Firenze, un disegno raffigurante Madonna con bambino e San Giovannino di Raffaello, una Madonna con Bambino di Luca della Robbia, terracotta rubata dai nazisti a Fiesole….

In Italia c’è un catalogo ragionato denominato “L’opera da ritrovare”, realizzato da Rodolfo Siviero, che indica quelle che sono le opere più importanti che mancano ancora all’appello:la caccia continua, perchè non è accettabile che un patrimonio dell’umanità finisca per diventare il patrimonio di pochi, o che finisca per essere dimenticato in una delle tante miniere in cui i nazisti nascosero il loro bottino.
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