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Il tesoro di Attila



Nel 452 DC l’impero Romano viveva gli ultimi anni della sua millenaria esistenza.

Sul trono di Roma sedeva l’inetto Valentiniano,mentre quello che era una volta l’impero che si estendeva fino alla Britannia a nord e fin quasi in India a est ,si era dissolto in breve tempo.
Sotto la spinta fortissima e inesorabile delle popolazioni barbare,che dalla Britanna alla Germania alla Francia,premevano contro quelli che una volta erano i confini blindati del suolo italico,le legioni romane,in rotta,ripiegavano sempre più,a difesa della città eterna,dove la popolazione ormai viveva nell’apprensione di attacchi sempre più feroci e determinati dei popoli barbari.

Proprio nel 452 la minaccia di un’invasione si fece concreta quando il popolo unno,sotto la guida del feroce Attila,piombò in Italia,distruggendo senza pietà alcune città italiane,come Aquileia,che venne rasa al suolo e la cui popolazione venne sterminata integralmente.
A Roma la notizia giunse come un fulmine suscitando costernazione:la via per la città era praticamente libera,e l’esercito romano non era in grado di opporre praticamente resistenza a quello barbaro.

Fu così che si scelse di inviare un’ambasciata incontro al re unno,e l’incontro tra i messaggeri romani e la corte di Attila avvenne in un paesino sul Po ,Roncoferraro.
Cosa sia successo realmente in quell’incontro è materia di studio da secoli,ma in mancanza di documenti storici assolutamente certi,si è sempre stati costretti a congetture e ipotesi.
Alcuni storici,fa i quali il Prisco,sostennero la tesi che Attila,superstizioso come molti barbari,si sia lasciato convincere dal ricordo della fine di Alarico,che dopo aver conquistato Roma morì in circostanze misteriose mentre ritornava in patria.
Altri si dicono sicuri che il re unno,dopo aver occupato molte città in Italia,era ormai allo stremo delle forze,e che quindi non era più in grado di portare l’assedio a Roma,che seppure in decadenza,era comunque difesa da mura altissime e da un esercito ancora abbastanza forte.
Alcuni citano il leggendario incontro tra il re unno e il papa Leone I,in seguito al quale il re,inspiegabilmente,aveva accettato di ritirare le truppe.

L’ultima ipotesi,probabilmente la più veritiera,è quella che vuole che gli ambasciatori,fra i quali il papa,abbiano portato con loro una grossa quantità d’oro,che,unita alla effettiva debolezza dell’esercito unno,abbia contribuito in maniera decisiva alla ritirata dell’esercito unno.
Attila ritornò quindi in patria,carico di gloria e soprattutto di bottino.
Qui si dedicò al trionfo,imbandendo,per giorni e giorni,colossali tavolate per festeggiare i suoi trionfi.
E fu durante uno di questi banchetti che il re,esagerando oltre misura con il mangiare,ebbe un colpo
apoplettico e morì improvvisamente.

Anche in questo caso dobbiamo avvalerci della parola di prisco,lo storico latino,perché le versioni sulla morte del grande re ono diverse.
Secondo alcuni il re venne ucciso dalla sua ultima moglie,per motivi non chiari,ma la versione di prisco,contemporaneo di Attila è la più accreditata.
Il re venne sepolto in tre bare ,una di ferro,la seconda d’argento e la terza,la più grande,di oro.
Tutto il bottino a lui spettante,conquistato in anni di razzie e ruberie per tutta l’Europa venne sepolto con lui;tutto il corteo funebre,gli uomini che avevano scavato la tomba e i guerrieri che vigilavano sulla sua persona vennero uccisi e sepolti in sua compagnia,per rendere segreta la sua sepoltura.

Il ricordo della sua tomba si perse per sempre,anche se ovviamente divenne una delle mete più ambite;si sa per certo che il corredo funebre era di una magnificenza tale da sbalordire anche coloro che erano vicini al re.
La leggenda che è durata di più nel corso dei secoli,vuole che la tomba sia scavata nei pressi di Tisza,vicino al Danubio,in Ungheria.
Vero o no che sia,la tomba di Attila non è mai più stata ritrovata,così come quella di Alarico,l’altro re barbaro che venne sepolto con un corredo funebre straordinario ,probabilmente in Italia.
La sua figura visse,dopo la sua morte,nelle parole dei cantastorie barbari,diventando,con il passare dei tempi,una saga che durò fino alla nascita di quelle su re Artù e i suoi cavalieri

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Lasciate una traccia del vostro passaggio!

Un pianeta misterioso


Nella foto:la misteriosa mappa di Piri Reis



Se è vero che gli ultimi trent’anni hanno segnato una brusca accelerazione nelle conoscenze del pianeta e dell’universo, grazie anche ai passi da gigante della tecnologia, unità alla volontà di afferrare quanto più possibile le conoscenze dei meccanismi che li governano, è anche vero che sono aumentate esponenzialmente risposte ma anche domande. E gli anni settanta rappresentano un valido banco di prova di teorie sui molteplici enigmi che fatalmente incrociano la storia dell’uomo moderno con quella dei suoi simili vissuti migliaia di anni fa. Sono gli anni in cui ci si pone con più attenzione domande sul nostro passato, e inevitabilmente per ogni risposta ci si accorge che esse non sono univoche, ma si prestano a ulteriori approfondimenti. Sono anche gli anni in cui ci si interroga sul perché di fatti che in passato non avevano trovato spiegazione, ed erano stati accantonati in attesa di qualcuno o qualcosa che facesse finalmente luce su di essi. Sono gli anni in cui c’è il massimo numero di avvistamento di Ufo,per esempio. Così come si iniziano a cercare soluzioni anche non convenzionali ad autentici misteri che avevano fatto arrovellare generazioni di studiosi impossibilitati a decifrarli,vuoi per mancanza di appositi sistemi di datazione, vuoi per scarsa conoscenza del background storico a cui si riallacciavano.

Nelle foto:i Mohai dell’Isola di Pasqua e la Sfinge a Giza

Si inizia per esempio a guardare con nuovi occhi miti e leggende del passato, accantonate troppo in fretta proprio per l’incapacità di sfrondarle dall’alone di mistero sepolto dal tempo che le ricopriva. Atlantide non è più solo il racconto leggendario di Platone, bensì una civiltà che può essere esistita realmente anche se con condizioni storiche differenti dalla tradizione. Il triangolo delle Bermuda non è solamente un fatterello inventato a corollario di una teoria campata in aria: si cercano le prove dell’anomalia che provoca numerose sparizioni nell’area che ricopre 2500 kmq al largo degli Usa. Si indaga su mappe misteriose come quella di Piri Reis, l’ammiraglio turco (Reis è una parola turca che corrisponde esattamente al grado di ammiraglio), autore di una mappa del 1500 che riporta con precisione la cartografia del nord America,che Colombo non esplorò. Si sviluppa di conseguenza un interesse sempre più forte verso tutto ciò che storicamente non ha trovato e non trova soluzione.


Un formidabile input lo danno scrittori che potremmo definire non canonici: da Kolosimo a Von Daniken è un fiorire di teorie alternative alla storiografia ufficiale. Con esiti talora sconcertanti: nella foga di dimostrare la bontà delle proprie teorie, si finisce per piegare e deformare la realtà storica ed archeologica alle proprie argomentazioni, ottenendo l’effetto diametralmente opposto a quello prefissato. La scienza ufficiale bolla in toto come fandonie e parti di fantasia le loro opere, che pure qualche base di verità la hanno. Ma in generale quali sono i motivi di questo rinnovato interesse per le zone d’ombra del nostro passato? Una parte importante la gioca l’allargamento della cultura. Portando l’ Italia come esempio, si pensi alla scolarizzazione di massa, che permette lo sviluppo e la crescita della cultura con conseguente aumento della necessità di conoscere e analizzare il proprio passato. E poi la curiosità e il fascino che l’ ignoto esercitano sull’ uomo. Infine un motivo venale, come la possibilità di riportare alla luce tesori favolosi, importanti anche solo per il loro valore materiale. Si pensi alla ricerca del tesoro perduto dei Templari, o l’affannosa ricerca dei favolosi tesori degli Inca, Maya ed Aztechi. C’è anche chi, come Hitler, persegue sogni di potenza legati ad arcane ed oscure leggende.


Atlantide e Mu

Valga come esempio la creazione di una task force comandata da Otto Rahn, incaricata di acquisire con ogni mezzo, per conto del Reich oggetti leggendari: il Santo Graal, l’Arca dell’ Alleanza ed altri. La sera che Hitler arriva a Vienna,dopo l’Anschluss, la prima cosa che fa è impossessarsi della Helige lange, la leggendaria lancia di Longino, che trafisse il costato di Gesù sulla croce. A fine guerra Churchill ordinerà una vera e propria caccia su vasta scala per ritrovare il prezioso reperto, che verrà rinvenuto in una camera blindata, segno dell’ importanza che il Fuhrer attribuiva ad essa. Emergono anche dalla polvere del passato figure ritenute leggendarie e che invece hanno alle spalle una storia reale, mentre molti misteri iniziano finalmente a trovare delle risposte. Alcuni diventano se possibile ancora più misteriosi . Perché la lingua Maya mostra parecchi tratti in comune con la lingua etrusca? Chi era il misterioso Kukulcan, l’uomo bianco dalla grande barba che insegnò ai popoli sudamericani la propria conoscenza? Chi e perché eresse i giganteschi Mohai dell’isola di Pasqua ? Dove andarono a finire gli abitanti di Rapa Nui ?


Nelle foto:Mohenjo Daro e Tenothiuacan

Quale civiltà misteriosa ha costruito Mohenjo Daro ? Quanti popoli prima di Colombo hanno visitato l’America ? Mistero chiama mistero. Tutti gli avvistamenti di Ufo sono ascrivibili solo a fantasia ? Se è così, perché in diversi dipinti del rinascimento sono raffigurati oggetti non identificati? Perché il papiro Tulli descrive analiticamente un episodio inquietante non spiegabile in termini razionali, ovvero la presenza oltre tremila anni fa di un oggetto metallico misterioso che emanava calore e cattivo odore in cielo ? Sembra un destino simile al supplizio di Tantalo. Appena giungi ad una risposta ecco la domanda successiva. Eppure forse in questo un comune denominatore c’è. Se si parte dal concetto generale che l’universo è così grande da risultare un enorme spreco di spazio, si può ragionevolmente concludere che è possibile che in qualche parte di esso siano fiorite civiltà aliene. E che queste civiltà, nei millenni passati, abbiano potuto avere una qualche forma di contatto con l’uomo, lasciando testimonianze che ancor oggi non riusciamo a decifrare compiutamente. I fautori della cosiddetta teoria extraterrestre ne sono certi. Commettono solo l’errore di voler ad ogni costo attribuire loro qualsiasi cosa senza spiegazione incontrino. Il che è voler semplicemente adattare la storia ad una teoria. Tutto acquisirebbe una logica ben diversa se solo si riuscisse a mettere dei punti fermi su alcuni enigmi della storia.
Perché si costruiscono le gigantesche piramidi di Giza ? E dove trovano le conoscenze e la necessaria tecnologia per erigerle? E poi il grande e irresoluto dilemma: cosa spinge i popoli sudamericani ad elevare a decine di migliaia di chilometri di distanza gli equivalenti delle piramidi egizie in zone dalle condizioni di vita proibitive? Nel momento in cui si riuscirà a trovare le risposte concrete a questi misteri, si potrà in un certo senso riscrivere la storia dell’ uomo. E quando la si sarà riscritta probabilmente ci si accorgerà che comunque c’è molto ancora da scoprire. E’ la nemesi dell’ uomo. Conoscere,sempre e comunque.

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La sacra Sindone

Secondo la scienza non ha più di sette secoli;la datazione al radio carbonio c14 effettuata nel 1988 dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo,ha dato un esito incontrovertibile:la Sindone risulta un reperto risalente ad un periodo compreso tra il 1260 e il 1380,cosa che conforterebbe anche l’opinione di alcuni studiosi,che hanno trovato le prime tracce storiche della Sindone proprio in quei periodi.

La parola Sindone,derivante dal greco Syndon significa letteralmente lenzuolo di lino;nel caso della Sindone custodita a Torino parliamo di un telo di lino di ottima fattura,che misura 442×113 cm.,con uno spessore di circa 0,35 millimetri,e un peso di circa 2.450 grammi.Di colore giallo tendente all’ocra,reca impresso,come in un negativo fotografico,la figura di un uomo con le mani giunte all’altezza del pube,sulle quali è possibile vedere tracce di lesioni,così come è possibile vedere le stesse tracce sui piedi e sul costato;tutti segni che portano a credere che l’uomo della Sindone sia stato crocefisso.

Prima di inoltrarci nelle varie dispute attorno alla veridicità o meno del reale periodo storico in cui la Sindone è attribuibile,proviamo a fare un’indagine sulla sua provenienza.

La Sindone compare storicamente in maniera documentata attorno al 1350,nelle mani di Geoffroy Di Charny:l’uomo era uno dei soldati più stimati di Francia,e venne fatto due volte prigioniero dagli inglesi in combattimento.Per adempiere ad un voto fatto in prigionia,Geoffroy fondò una chiesa,nel 1353 a Lirey,e donò la Sindone ai sacerdoti.Ma il cavaliere Di Charny come arrivò a possedere la Sindone?

Questo è un primo mistero storico tutt’ora insoluto;Geoffroy era probabilmente nipote dello zio omonimo Geoffroy Di Charny,uno dei templari giustiziati nel 1314;era stato quest’ultimo a lasciare in eredità il lenzuolo al nipote?Se è così,come mai c’è un buco di 39 anni tra l’eredità e la comparsa ufficiale della Sindone?

Oppure fu il re di Francia a ricompensare il fedele servitore con il prezioso dono?Ma se è così,come è possibile che una reliquia tanto preziosa sia stata ceduta con tanta facilità?

C’è ancora una possibilità;Geoffroy sposò,in seconde nozze,Giovanna di Vergy,discendente di uno dei capi della quarta crociata,Ottone de la Roche.Su un antico medaglione trovato a Parigi,compaiono gli stemmi dei Charny e dei Vergy oltre alla Sindone.Potrebbe essere probabile,quindi,la versione della proprietà della Sindone risalente ai Vergy e quindi ad Ottone.

Quindi abbiamo almeno una certezza;la Sindone compare ufficialmente nel 1350;ma prima di allora che notizie storiche certe ci sono?

Praticamente nessuna.A meno che la Sindone altro non sia che il Mandylion venerato ad Edessa,scomparso dalla città nel 1204.Il Mandylion era un’immagine sacra che la tradizione popolare faceva risalire all’epoca della crocifissione di Gesù,ed era molto venerata,oltre che esposta spesso alla venerazione dei fedeli.

Il Mandylion è sicuramente un telo risalente all’antichità;è citato nel 594 da Evagrio Scolastico,che raccontò come Edessa venne liberata dall’assedio di re Cosroe I proprio grazie all’ostensione del Mandylion.(leggere articolo sul Mandylion in questo blog)

Tuttavia non c’è nessuna prova documentata che attesti che la Sindone altro non sia che il Mandylion;gli stessi Vangeli,che parlano del lenzuolo in cui venne avvolto il corpo di gesù prima di essere deposto nella tomba di Giuseppe di Arimatea parlano genericamente di un lenzuolo di lino;non c’è alcun accenno a dimensioni e sopratutto non si parla assolutamente di esso e di dove andò a finire.Presumibilmente,qualcuno,qualche mano pietosa,prese la reliquia e la custodì;e non diffuse la voce sul possesso in quanto la religione ebraica considerava impuro il contatto con qualsiasi oggetto venuto a contatto con un defunto.

Dopo il passaggio avvenuto nel 1353 a Lirey,la Sindone restò in custodia ai canonici;ma nel 1415 margherita di Charny,discendente di Geoffroy,si riprese la Sindone,originando una controversia aspra con i sacerdoti della locale chiesa.La donna cedette la Sindone nel 1453,dietro pagamento di una grossa somma,ai Savoia,che la portarono a Chambery.

Qui ,la notte del 4 dicembre 1532 un incendio divampò nella cappella dov’era custodita la Sindone,che scampò alla distruzione per un vero miracolo;il reliquiario d’argento che conteneva il lenzuolo salvò la Sindone,anche se qualche goccia di argento,fuso dal calore violento,riuscì a bucare il lenzuolo.

Che venne rattoppato due anni più tardi dalle Clarisse;le toppe applicate dalle religiose sono ben visibili,così come è visibile la trasposizione della Sindone su una tela d’Olanda,applicata dalle religiose.

Coloro che salvarono la cassetta contenente la Sindone usarono anche dell’acqua;essa penetrò all’interno,bagnando il lenzuolo,com’è visibile anche oggi.La Sindone,comunque,era già scampata ad un incendio;in una copia pittorica del 1516,custodita oggi in Belgio,compaiono alcune bruciature;le Clarisse non le risarcirono,limitandosi ad un intervento su quelle del 1532.

Nel 1578 la Sindone venne trasportata a Torino,dove in pratica è rimasta fino ad oggi,salvo brevi interruzioni legate al perido bellico,quando venne trasportata nel santuario di Montevergine;venne fotografata una prima volta sul finire del 1800,periodo in cui si fece la scoperta che la Sindone sembrava un negativo fotografico,

L’ultimo re d’Italia,Umberto II,donò la Sindone nel 1983 alla chiesa cattolica,che ne lasciò la custodia alla diocesi di Torino.

Per sommi capi questa è la storia conosciuta della Sindone di Torino;come abbiamo visto documentata solo dal 1353 in poi,a meno che non sia vera l’identificazione tra la Sindone e il Mandylion.

Veniamo all’analisi vera e propria del telo sindonico,e a ciò che la scienza ha appurato nel corso dell’ultimo secolo,lasciando per ora da parte il controverso esperimento del 1988,messo pesantemente in discussione dagli stessi scienziati che all’epoca avallarono la datazione medioevale della Sindone.

La Sindone è in lino,intrecciato a mano,con lavorazione a spina di pesce;l’ordito è a trama 3:1,usato anticamente presso i popoli dell’area medio orientale;tuttavia anche nel 1400 in Europa è stato usato lo stesso ordito.L’uomo della Sindone è molto alto,con una statura compresa tra i 175 e i 183 cm,una statura compatibile con le caratteristiche dei popoli semitici.Non c’è alcun dubbio che l’uomo della Sindone sia stato adagiato già cadavere sul lenzuolo;così come non c’è dubbio che vi sia rimasto a contatto per un massimo di 40 ore,non essendoci traccia,sul lenzuolo,di segni della putrefazione.Ci sono tracce di sangue,di gruppo AB,coagulato.Alcuni studiosi contestano l’antichità del sangue stesso,sostenendo la tesi che esso sia stato apposto in epoche successive.

Il corpo presenta tracce di crocifissione,con due ferite ai poli,sinistro e destro,due ai piedi e una al costato.Questo corrisponde a quanto narrato nei Vangeli,sopratutto per la parte delle ferite ai polsi,segni di un’inchiodatura del corpo proprio secondo l’uso romano,per altro praticamente sconosiuto nel medioevo,epoca in cui si pensava che i romani crocefiggessero i condannati con chiodi nel palmo della mano.Quindi dei punti fermi ci sono;un corpo umano crocifisso,posto già morto sul telo;un lino antico,con lavorazione antica;un fenomeno di trasposizione dell’immagine sul sudario che non è stato possibile replicare in alcun modo.

La Sindone è oggetto di uno scontro con tratti anche violenti fra sostenitori della sua autenticità e sostenitori della sua artificialità;i primi contestano i risultati della datazione al carbonio,sostenendo che l’incendio del 1532 ha alterato il tessuto,sopratutto nella zona marginale dalla quale è stato fatto il prelievo.

Ipotesi ovviamente contraddetta da coloro che effettuarono il test;gli oppositori della teoria dell’antichità del sudario sindonico poggiano tutte le loro argomentazioni su questa prova.Ma non portano nessuna novità nell’individuare il modo in cui sarebbe stato costruito il falso.Le due fazioni si scontrano con parole spesso oltre le righe,nel tentativo di portare acqua al proprio mulino.La scienza non ha detto ancora l’ultima parola,proprio perchè manca la prova decisiva,il come venne fabbricata la reliquia.C’è da chiedersi,per esempio,perchè in un’epoca in cui non esisteva alcun tipo di scienza applicata,qualcuno abbia sentito la necessità di procurarsi un autentico lino antico,di aver usato un corpo comunque sottoposto a crocifissione,usando sangue vero,per creare un falso così perfetto che anche oggi sfida la scienza.

Sarebbe bastato molto meno impegno per realizzare una reliquia altrettanto affidabile per le conoscenze dell’epoca.

Credo che le parole più intelligenti,sull’argomento Sindone,le abbia dette papa Paolo VI,con le quali chiudo questo breve riassunto:

Pur riconoscendo la validità di tutte le prove scientifiche eseguite sulla Sindone per provarne la veridicità, la Chiesa la può indicare alla venerazione dei fedeli, ma non ne garantirà mai in prima persona l’autenticità. Raccolti d’intorno a così prezioso ricordo crescerà in noi tutti credenti o profani il fascino misterioso di Lui, e risuonerà nei nostri cuori il monito evangelico della sua voce, la quale ci invita a cercarLo poi là dove Egli ancora si nasconde e si lascia scoprire, amare e servire in umana figura“.

La fede non ha bisogno di prove provate,ma è legata ad un’alchimia che la scienza non potrà mai svelare.E’ il grande limite della scienza,ma è anche il grande limite della fede.

Santippe


Gli storici non hanno mai potuto dirimere una questione relativa alla vita di Socrate,il grande filosofo greco.
Una questione secondaria,che oggi definiremmo da gossip,ma che per il filosofo ebbe un’importanza non relativa.
I vari storici,filosofi e biografi di Socrate raccontano in maniera contraddittoria la sua vita coniugale.

C’è chi vuole che Socrate abbia sposato prima Mirto e poi,alla morte di questa,Santippe.

Altri concordano nel dire che ebbe una relazione adulterina con Mirto,mentre era sposato con Santippe.

Altri ancora che ebbe contemporaneamente due mogli,cosa abbastanza improbabile,e che sarebbe risultata dalle numerose biografie che possediamo del grande filosofo.

E’ invece molto probabile che sia vera la prima ipotesi.

Socrate si sposò molto tardi,forse tra i 50 e i 55 anni,e la moglie era sicuramente Santippe.

Che è passata alla storia come il prototipo della moglie rompiscatole,brontolona,sempre pronta alla critica verso il grande marito,che la sopportava con stoica rassegnazione.

Nel simposio di Senofonte c’è una farse attribuita al filosofo Arsitene,che descrive la terribile donna:” Perché, Socrate… non istruisci Santippe, ma te ne stai con una donna la più fastidiosa, credo, di quelle che sono, furono e saranno?

Erano proverbiali i litigi tra la coppia.

Racconta Diogene Laerzio che durante uno di questi Santippe,furibonda,scaravento un secchio d’acqua addosso a Socrate,che rispose serafico:” “Non dicevo che il tuono di Santippe sarebbe finito in pioggia?”.

Un’unione tempestosa,quindi,mal sopportata dal filosofo,che una volta ebbe a dare,a chi gli chiedeva quale fosse la categoria degli uomini che più si pentono,una sagace risposta:”coloro che si sposano”

Probabilmente,assieme al carattere difficile e perfido della moglie,giocò nell’antipatia generale verso la donna,il ruolo proprio della moglie,con esigenze personali e di famiglia poco compatibili con la vita di un filosofo.

Santippe da allora è diventata il prototipo della donna impossibile,sempre scontenta,poco appagata dalla vita matrimoniale,bisbetica.

Un misero esempio di figura femminile alternativa alle grandi eroine greche,come Elena o Clitennestra,Penelope o Saffo,Aspasia o Frine.

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I viaggiatori dell’antichità rappresentavano un’elite fortunata.

La stragrande maggioranza dell’umanità era dedita a problemi molto terreni,come dover coltivare,costruire e nel poco tempo libero,adorare gli dei.

Molti di loro si imbattevano in vestigia antiche ,o in opere monumentali che destavano stupore e ammirazione:spesso erano costruzioni civili,templi o monumenti funerari.

Gli storici le citavano nei loro resoconti ,esaltandone la bellezza,o la complessità:nacque così una tradizione che le identificava come le Sette meraviglie del mondo antico

Erano,nell’ordine:

-Le piramidi d’Egitto;

-Il colosso di Rodi;

-Il mausoleo di Alicarnasso;

-I giardini pensili di Babilonia;

-La statua crisoelefantina di Zeus;

-Il faro di Alessandria

-Il tempio di Artemide ad Efeso.

Di queste bellezze architettoniche,paradossalmente solo le più antiche,le piramidi di Giza,sono arrivate fino a noi.

-Il colosso di Rodi,una statua in bronzo,posta all’imboccatura del porto della città omonima,raffigurante il dio del sole,venne completato attorno al 292 Ac ma non resistette a lungo.

Nel 224 circa un devastante terremoto colpì Rodi,radendo al suolo la città e con essa l’orgoglioso monumento.

-Il mausoleo di Alicarnasso sorgeva nella località omonima ed era stato costruito in onore di re Mausolo,satrapo della Caria e ultimato dalla sua vedova,Artemisia.

Era un monumento funebre alto oltre 50 metri, composto da un basamento sormontato da un peristilio di 36 colonne ioniche e coperto da un tetto piramidale a gradoni.Ci lavorarono i migliori scultori greci,fra i quali il celebre Scopa.Di esso non resta praticamente nulla,se non qualche frammento,ora al British museum.

-I giardini pensili di Babilonia erano un’opera che stupiva tutti i visitatori.

Erano realizzati su veri e propri palazzi,irrigati con un ingegnoso sistema e famosi per essere lussureggianti e pieni di piante rare.

Re Nabuconodosor II li fece costruire per sua moglie,per non farle rimpianger la natia patria.

Anche di essi non ci resta alcuna traccia.

-La statua crisoelefantina di Zeus era di una bellezza eccezionale,ed era opera di Fidia.

Costruita in oro e avorio,era alta circa 14 metri,e avrebbe dovuto far parte del tempio di Zeus ad Olimpia.Anche di essa non ci resta nulla.

-Il tempio di Artemide ad Efeso fu costruito in oltre 120 anni,tra 560 e il 440 avanti Cristo;era di proporzioni colossali e alla sua costruzione aveva partecipato il grande Scopa.

Venne distrutto da un incendio nel 356 Ac,ricostruito e definitivamente distrutto dai Goti nel 262 DC

-Il faro di Alessandria,costruito a cavallo del decennio 270-280 Ac sorgeva su una piccola isoletta di fronte Alessandria,ed era famoso sia per la sua altezza,sia per la sua bellezza;costruito dal grande Sostrato di Cnido,si elevava oltre i 130 metri,ed era mantenuto in attività giorno e notte.Venne abbattuto probabilmente da un terremoto,nel XIV secolo.

Opere magnifiche,maestose.

Delle quali conserviamo purtroppo solo rare tracce.

Il faro di Alessandria è forse l’unica opera ancora rintracciabile,tant’è vero che equipe specializzate la stanno cercando nelle acque prospicienti il porto della città.

Delle altre,nulla se non le descrizioni meravigliate e stupite di coloro che ebbero la fortuna di vederle.

Un’altra opera è stata aggiunta nel corso dei secoli a questa lista:si tratta del Colosseo,l’anfiteatro Flavio di Roma, fatto erigere da Vespasiano a partire dal 75 d.C..Costruito per ospitare gare ludiche e combattimenti fra gladiatori,ha subito solo gli oltraggi dell’uomo,più che quelli della natura.

Il suo aspetto attuale è da imputare a continui furti di pietre avvenuti nel corso dei secoli.

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Il Tempio di Salomone




Alla morte di Davide,suo figlio,Salomone,decise di proseguire nell’ideazione dell’opera teorizzata da Re Davide,ovvero quella di creare un grande tempio da dedicare al Dio d’Israele.

Salomone stipulò con il re Hiram di Tiro un contratto,in base al quale quest’ultimo avrebbe fornito i cedri delle foreste,legno da sempre pregiatissimo,unitamente a tutto il materiale necessario per la costruzione della struttura.

Ci vollero non meno di tre anni solo per i preparativi della costruzione,che avvenne con la supervisione di architetti fenici,fra i quali il grande architetto Hiram;la manodopera venne reclutata fra esperti ebrei e prigionieri di guerra,questi ultimi usati soprattutto per i lavori pesanti,come lo squadramento e il taglio dei blocchi di pietra che avrebbero fatto parte della base del tempio.

Il luogo scelto da Salomone era la sommità del monte Moriah,spianato per l’occasione.

Dopo oltre sette anni,l’avveniristica costruzione era pronta,in attesa di essere consacrata a Dio;Salomone aveva deciso di erigere il tempio in onore di Dio anche per custodirvi l’Arca dell’alleanza,nella quale erano custodite le tavole della legge,quelle che Dio in persona aveva scolpito nella roccia per darle a Mosè e al suo popolo,e che avevano sancito l’alleanza tra Israele e Lui.

Nella foto:il muro del pianto,uno dei pochi resti del Tempio

Per l’Arca era stato costruito un alloggiamento specifico,il Sancta sanctorum,il Santo dei santi,il posto il cui accesso era consentito solo a Salomone e al Gran sacerdote,che poteva visitare l’arca solo nel giorno dello Yom Kippur,pronunciando il tetragramma sacro,il nome di Dio in ebraico.

All’interno,in un pozzo ancor più profondo,era stata posta la Even shetiyyah,o anche la pietra su cui Dio aveva fondato il mondo,oltre ad un contenitore con la sacra manna,con cui Dio aveva sfamato Isarele dopo la fuga dall’Egitto e la verga di Aronne,il portavoce di Mosè presso il faraone d’Egitto.

Nella foto:ricostruzione dell’Arca dell’Alleanza

La costruzione,ultimata,era possente e bellissima;al posto detto cortile dei sacerdoti,usato per i rituali sacri,si aggiungeva la corte,che delimitava tutto il tempio,affollato da migliaia di fedeli.

Oro e argento abbondavano;erano d’oro per esempio tutti i bracieri e i candelabri che illuminavano la grande costruzione,che era perennemente avvolta in una nube d’incenso.

L’altare principale era in bronzo massiccio,di presumibile fattura e ideazione fenicia;il suo costruttore,il grande Hiram,aveva progettato il tempio in maniera funzionale,sugli schemi di altri templi esistenti in medio oriente;come racconta Erodono,all’interno vi erano due colonne in oro massiccio tempestate di smeraldi, chiamate Jachin e Boaz;altre decorazioni ricordavano le palme del giardino dell’Eden.

Nella foto:la regina di Saba

Nel complesso era una struttura meravigliosa,tanto che Hiram,il suo costruttore,divenne il “patrono” di tutti coloro che si ispirarono al tempio di Salomone per i loro riti esoterici,specialmente i Massoni.

Nella foto:una Menorah

L’identificazione del posto dove sorgeva il Tempio è stata collocata sulla spianata sulla quale sorge,oggi,il tempio di Omar.

La bellezza del Tempio,unitamente al suo fortissimo valore sacro,alla grandezza dei tesori profusi,alla presenza della sacra Menorah d’oro e dell’Arca dell’alleanza,ne faceva il fulcro della vita spirituale degli ebrei e di Isarele.

Nella foto:il tempio di Omar

Così,i numerosi nemici di quel popolo,nel corso dei decenni successivi pensò di minarne la fede e l’unità distruggendone il luogo sacro per eccellenza,il Tempio e il suo sancta sanctorum.

Soshenq,faraone egiziano, che aveva con sé milleduecento carri e sessantamila cavalieri, saccheggiò la capitale d’Israele ed altre città e fortezze come Rehov, Megiddo e Hazor.

Il Faraone in seguito citò queste sue conquiste sulle iscrizioni di un monumento nel tempio di Amun a Karnak, dove si trova attualmente la città egiziana di Luxor.,probabilmente attorno al 925 AC,quindi più o meno cinque anni dopo la morte di Re Salomone.

Nella foto:Sancta Sanctorum

Il colpo decisivo lo dette Nabuconodosor II,il re babilonese,che nel 607 Ac,conquistò Gerusalemme,depredò il tempio asportandone tutti i tesori che furono portati a Babilonia,e che infine lo rase al suolo.

La storia del tempio però non finisce qui.

Nel 515 venne ricostruito,pur con sostanziali modifiche;Erode il grande contributi poi a riportarlo in discrete condizioni attorno al 19 AC.

Ricostruzione del Tempio di Erode

Il nuovo tempio ovviamente non poteva rivaleggiare con quello di Salomone:a aprte le distruzioni estese fatte dalle truppe del re babilonese,mancavano tutti i tesori fondamentali asportati:l’Arca dell’alleanza,il bastone d’Aronne,la sacra manna,le colonne d’oro erano sparite per sempre,e di loro non si sarebbe trovata più traccia.

Nel 70 DC Tito,imperatore romano,intervenne a Gerusalemme per stroncare l’ennesima rivolta contro i romani;l’azione fu spietata e radicale.

Nella foto:l’arco di Tito,con i dettagli del trafugamento della Menorah

Il Tempio venne completamente distrutto,raso al suolo;i pochi tesori rimasti,fra i quali una nuova Menorah in oro massiccio,vennero depredati e portati a Roma.

Peggior sorte toccò alla popolazione.

Molti furono uccisi,molti vennero trasportati a Roma in catene.

Era la diaspora,che fu completata dall’imperatore Adriano,nel 135 DC,che completò la distruzione della città e l’allontanamento dei pochi rimasti.

Tomba di Hiram,re di Tiro

Dieci secoli dopo,nella zona in cui c’erano i resti dell’antico tempio di Salomone,un re cristiano,Baldovino II,successo a Goffredo di Buglione, concesse ai Poveri cavalieri di Cristo ,come quartier generale, un’ala del monastero fortificato di Nostra Signora di Sion, accanto a quello che era stato il Tempio di Salomone.

Era nato l’ordine dei Templari,che prese il nome proprio dalla zona di insediamento in Gerusalemme,Il tempio di Salomone.

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Un piccolo gesto che non costa nulla

Saffo


Lawrence Alma-Tadema-Saffo e Alceo


Una vita intensa,dominata dalla poesia.

Una vita nella quale la leggenda si sovrappone così spesso alla realtà da rendere la sua vita un autentico enigma.

Saffo nacque a Ereso,nell’isola di Lesbo,probabilmente nel 650,da una famiglia ricca che attraversò guai seri per colpa del figlio maggiore,che si impelagò in qualche strano affare,costringendo la famiglia a spostarsi a Palermo.

Di qui Saffo tornò per insegnare poesia alle giovani dell’isola,creandosi immediatamente una gran fama per la bellezza e raffinatezza dei versi.

Questo in pratica è tutto quello che si sa,con certezza,della sua vita.

Il resto è frutto di deduzioni successive,come la leggenda che la vuole ispiratrice di amori omosessuali verso le ragazze dell’isola,amori che da allora divennero,per antonomasia,saffici,dal suo nome,o lesbici,dal nome dell’isola.

Non ci è pervenuta che una piccola parte delle sue poesie,ma quelle che conosciamo ci consegnano il ritratto straordinario di un’anima eletta,che canta l’amore per le sue ragazze con raffinatezza e sensualità.

E un amore che contempla l’ammirazione per la bellezza femminile,che si esprime attraverso versi che esaltano gli occhi e la pelle,la musica e il ballo.

Un amore omosessuale assolutamente non condannato dalla morale greca dell’epoca,in cui l’omosessualità era vista come via di completamento per la sessualità vera e propria,una sorta di anticamera delle gioie dell’amore.

Nei secoli successivi,con il modificarsi della morale,i suoi ammiratori,coloro che ne studiavano le opere,cercarono in tutti i modi di esaltare la figura di Saffo e delle sue poesie non come esaltazione dell’amore omosessuale,ma come raffigurazione ideale dell’amore.

Quindi un’iperbole,più che una realtà concreta.

Saffo era tradotta e copiata moltissimo,nell’antica Grecia.

Tutte le sue opere e i suoi versi erano presenti nella Biblioteca di Alessandria,grazie alle traduzioni di Dionigi di Alicarnasso.

A noi non è giunto moltissimo,se non l’eco della sua fama e pochi versi,che però ce la fanno apprezzare come donna sensibile e poetica.

La leggenda narra che fosse amante del poeta Alceo,mentre sappiamo con sicurezza che sposò un uomo di nome Cercila di Andro,ebbe una figlia di nome Cleide,e che a lei dedicò bellissimi e teneri versi.

Sempre la leggenda narra che morì lanciandosi da una rupe,sconvolta dal non veder corrisposto il suo amore da un marinaio bellissimo,Faone.


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La regina di Saba


Piero della Francesca:Salomone e la regina di Saba


Le tre grandi religioni monoteistiche,il cristianesimo,l’Islam e l’ebraismo hanno in comune il ricordo di Makeda,la regina di Saba.

Nella Bibbia Makeda decide di incontrare re Salomone attirata dalla fama di uomo retto e giusto,e così partì dal suo paese,probabilmente identificabile con l’Etiopia,portando con se ricchi doni,oltre a oro e pietre preziose.

La donna venne accolta con tutti gli onori da re Salomone,e tra i due ci fu una storia d’amore,come del resto narrato nel Cantico di Salomone.

Differisce di poco le versione del Corano,che immagina un viaggio al contrario,cioè Salomone si reca nel paese di Saba attratto dalla fama di bellezza e di ricchezza di Makeda.

E’ l’Etiopia la più seria candidata ad aver dato i natali alla regina;tutti i re etiopici della storia di quel paese si tramandavano il racconto della love story tra i due sovrani,culminata con la nascita di Menelik,nome che sarà poi assunto da diversi sovrani etiopi.

Sempre secondo le storie raccontate e tramandate dai reali,Menelik avrebbe portato in Etiopia l’arca dell’alleanza,sottraendola al Tempio di Salomone.

Un racconto che ha molti fondamenti storici;l’antico popolo etiope,o meglio,parte delle sue comunità,mostrava evidenti caratteristiche semite,cosa che confermerebbe i racconti.

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Nel New Mexico,nella zona del Chaco canyon,un posto assolutamente fuori dalle rotte commerciali,una mattina del 1888 un cow boy, Alfred Witherhill,fece una strana scoperta.Un pueblo,ovvero un piccolo villaggio scavato nella roccia,in perfetto stato di conservazione,ma abbandonato .

Un popolo dal nome dimenticato ricomparve così nella storia,un popolo che aveva per i pellerossa Navajo,loro discendenti,un nome preciso:Anasazi,ovvero gli antichi.Gli Anasazi avevano eretto la loro costruzione,molto grande e assolutamente ben fatta in un’epoca compresa tra il 1000 e il 1150 DC,corredandola di 700 stanze distribuite su 4 piani,tutte monotonamente uguali,tanto da lasciare supporre che la costruzione avesse scopi preminentemente religiosi.Una caratteristica peculiare della costruzione è la presenza di poco meno di 40 kiva,fosse profonde all’incirca 5 metri,utilizzate per i rituali magici e religiosi degli Anasazi.

Un numero decisamente molto elevato,che non ha riscontri in altri insediamenti di quella gente.Utilizzati,probabilmente,per mettersi in contatto con le forze sotterranee che erano parte integrante della loro religione,fatta anche di conoscenza e rispetto di tutte le forze della natura.

Ma cosa rende differente questa cultura dalle altre primitive del nord America?Due caratteristiche ben precise.La prima riguarda il ritrovamento di feci contenenti resti di materiale organico umano,e contemporaneamente,il ritrovamento di ossa umane prive del midollo.Il che porta alla conclusione che gli Anasazi praticavano in maniera rituale il cannibalismo.

La seconda riguarda un mistero archeologico irrisolto:la loro scomparsa improvvisa.Attorno al 1200,infatti,nell’arco di una o due notti,tutta la popolazione degli Anasazi scomparve nel nulla.Per riapparire,e non sappiamo in quante unità,molti chilometri più a nord.Il riaffiorare della loro civiltà,unita al mistero della loro scomparsa,scatenò la solita ridda di ipotesi,che andavano,e vanno,da quella fantasiosa di un rapimento in massa da parte di alieni a quella scientifica di una decisione rituale,legata all’interpretazione di segni ritenuti infausti.Ipotesi probabilmente vicina al reale,visto lo stretto connubio che essi avevano con la natura,con la divinazione e con lo studio del cielo.Difatti basta analizzare le tracce dei loro spostamenti per rendersi conto che i loro passi successivi furono fatti secondo una logica precisa:seguire il meridiano 108 al centimetro, per arrivare poi a fondare un altro insediamento ,Casas Grandes,nello stato di Chihuahua esattamente sul meridiano 108.

Non solo:altri insediamenti fatti dagli Anasazi,sono esattamente sulla stessa linea,il meridiano 108.E’ questa loro conoscenza astronomica,la loro incrollabile fede nelle forze della natura,nell’armonia degli astri, la motivazione vera del repentino abbandono di un insediamento che era costato duro lavoro?Al momento è l’unica ipotesi plausibile.

Assieme all’unica scoperta rilevante fatta sul loro conto,quella di praticare il cannibalismo.Che ha sicuramente uno stretto legame con l’atmosfera magica,ma anche un po’ lugubre,che doveva respirarsi all’interno delle loro costruzioni.E che evidentemente li costrinse ad abbandonare,in poche ore,un posto sicuro per un futuro incerto.

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Per parlare della setta degli assassini e del loro capo,chiamato dai musulmani Capo della montagna e dai crociati con la variante Vecchio della montagna,occorre necessariamente parlare della frattura religiosa che segui la morte del profeta Maometto.

Le divisioni che frantumarono quanto il profeta si era sforzato di unire furono essenzialmente politiche,prima che religiose.

La parte predominante dei fedeli seguì l’ideologia sunnita,anche se effettivamente è incorretto parlare di ideologia,in quanto si trattava di una corrente politico religiosa che affermava di essere l’unica legittimata alla successione del profeta.

Una parte minoritaria era composta da sciiti,confessione che si ispirava alla corrente politica che discendeva da Ali,genero di Maometto;al suo interno c’era un’altra corrente,gli ismailiti,che si considerava a sua volta l’unica vera depositaria degli insegnamenti del profeta,e venerava come settimo profeta Ismail,un teologo vissuto nell’VIII secolo, di cui attendevano il ritorno.

Un guazzabuglio dottrinale abbastanza incomprensibile,se si tiene conto che spesso le differenziazioni tra le varie dottrine erano veramente minime.

All’interno degli ismailiti si costituì una setta,intransigente e fanatica,comandata dal Shakik al Giaba,il capo della montagna,che verrà chiamato da crociati e cristiani il vecchio della montagna.

Non un unico personaggio,come vedremo,ma una specie di carica elettiva,che si trasferiva di capo in capo,in assoluta segretezza,quasi per voler testimoniare una sorta di immortalità del capo.

Il più importante dei capi fu Hasan ibn Al Sabbah,colui che rese tristemente famosa la setta e che ne fece lo spauracchio di cristiani e musulmani.

La sua prima intuizione,geniale,fu quella di dotare la setta di rifugi assolutamente inviolabili;il più famoso era il rifugio dell’aquila,a Alamuth,una piccola città arroccata su una montagna assolutamente inespugnabile.

Non fu l’unico rifugio della setta,che aveva altre rocche della stessa natura sparse un po’ dappertutto,da dove uscivano,perfettamente indottrinati e addestrati,gli assassini.

Che presero probabilmente il nome da una loro caratteristica peculiare,assumere dosi di hascisc che servivano da un lato ad allentare i freni inibitori,dall’altro a fornire maggiore resistenza fisica,capacità di resistenza al dolore e infine una cieca e totale obbedienza agli ordini del capo.

Che,narra la leggenda,dopo aver reclutato con le buone o con le cattive la manovalanza necessaria,imbottiva i giovani di oppio e di hascisc,li trasportava in un giardino lussureggiante di vegetazione e popolato da splendide fanciulle per poi privarli all’improvviso di tutto ,lasciando in essi la nostalgia per quel mondo incantato.

Che,spiegava il vecchio della montagna,era il paradiso che attendeva chiunque si fosse immolato in nome di Allah.

Una leggenda che forse tale non era,visto che Marco Polo,nel suo Milione,raccontava che i ragazzi venivano portati in “un giardino dove non entrava niuno che non colui che egli voleva fare assassino. All’ entrata del giardino c’era un castello cosi forte che non temeva niuno uomo al mondo. Lo veglio teneva in sua corte i giovani di dodici anni, che gli paressero poter diventare prodi uomini. Quando lo veglio ne faceva mettere nel giardino a quattro, a dieci a venti, egli li faceva bere oppio e quegli dormivano ben tre di, e li faceva portare nel giardino, e li svegliare….

Fatto sta che presto il vecchio della montagna si trovò a disporre di un nutrito gruppo di seguaci dalla fedeltà assoluta e dalla ferocia più estrema.

La fama della setta si sparse immediatamente per il medio oriente;una serie di omicidi riusciti accrebbe il terrore e il rispetto verso gli adepti,che ben presto arrivarono a minacciare gli interessi cristiani in Terrasanta.

I tentativi di assaltare la rocca principale,Alamuth,si risolsero in un fallimento;in particolare ci fu un califfo che rinunciò ad ogni velleità il giorno che si trovò,sotto il cuscino,un pugnale della ti setta,segno inequivocabile della presenza,tra la corte dello stesso,di adepti della setta stessa.
Il vecchio e i suoi assassini non vanno però considerati come dei volgari killer prezzolati;come detto all’inizio,era fortissima la connotazione religiosa,ed era sicuramente la molla principale che muoveva le loro azioni.

Il vecchio della montagna non inseguiva il successo personale o la ricchezza;il denaro che la setta otteneva per i suoi servigi, spesso anche solo come “tangente”per evitare guai maggiori,era utilizzato dalla stessa per indottrinamento e per le spese di mantenimento del piccolo esercito che lo componeva.

Ben presto il raggio d’azione si allargò;ne fece le spese,per esempio, Corrado di Monferrato, re di Gerusalemme,che venne ucciso da due sicari.

Catturati,vennero riconosciuti come due convertiti al cristianesimo

Sotto tortura,raccontarono di essere stati assoldati da Federico Barbarossa,nemico giurato di Corrado.

Una versione probabilmente pilotata dal vecchio della montagna,che aveva tutto l’interesse a mantenere ostili i rapporti fa le varie componenti cristiane,da sempre preda di diffidenze reciproche.

La morte di Corrado rappresentò la punta più alta della strategia della setta;la morte di Hasan,avvenuta poco tempo dopo,segnò anche l’inizio del declino della stessa.

Non prima di altri colpi spettacolari,come l’attentato a Raimondo, figlio di Boemondo IV di Antiochia,il tentativo di ricatto nei confronti di Luigi il santo e nei confronti dello stesso saladino,che riuscì a scampare miracolosamente ad un loro attentato.

Restarono misteriosamente fuori dagli obiettivi della setta gli ordini monastico-guerrieri,come gli Ospitalieri,i Teutonici e i Templari.

Questi ultimi ebbero sicuramente rapporti privilegiati con il vecchio della montagna,rapporti oscuri ma testimoniati,per esempio,dall’introduzione tra di loro dell’idolo pagano Baphomet,che sarà uno dei motivi trainanti del futuro processo all’ordine.

Cosa portò i Templari a questa connivenza con saraceni nemici della cristianità è un enigma storico mai risolto.
Probabilmente influì la politica del farsi amico del proprio nemico in una sorta di non belligeranza che accontentava tutti;o forse i templari riuscirono,in qualche modo,a “proteggere” il vecchio e la sua setta dagli attacchi dell’esercito cristiano.

Forse ci furono connivenze in cui non era estraneo il fortissimo potere economico dell’ordine,o ancora qualche segreto innominabile;il fatto indiscutibile è che Teutonici,Templari ed Ospedalieri non ebbero mai problemi con il Vecchio della montagna,e viceversa.

Gli ultimi colpi della setta,di una certa rilevanza,furono l’attentato ad Edoardo d’Inghilterra e l’uccisione di Filippo di Monfort;dopo di che,lentamente,gli omicidi politici iniziarono a diminuire.

Il motivo è da ricercare nell’invasione mongola,che agì come una nube di cavallette su un campo di grano;molti adepti vennero catturati e passati per le armi,mentre le loro rocche,ad una alla volta,cadevano.

Il colpo di grazia lo inferse il sultano d’Egitto Baybar,che sgominò completamente la setta,distruggendo le ultime roccaforti della setta degli assassini.

La loro parabola giunse così al termine,lasciandosi alle spalle una scia impressionante di assassinii,compiuti in tutti i campi e tra tutte le confessioni,tra re e nobili,sultani e governatori.

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La prima pergamena

La seconda pergamena

La torre di Maria Maddalena

Nel 1970 un inviato della BBC, Henry Lincoln, basandosi su un libro di uno scrittore, Gerard De Sede, e grazie ad alcune interviste che riesce ad ottenere dallo stesso, gira tre documentari sul caso.
Il tesoro perduto di Gerusalemme?, Il prete, il pittore e il diavolo, L’ombra dei templari ottengono un’ enorme successo internazionale.
Sull’onda della curiosità Lincoln, in collaborazione con M.Bargent e R.Leigh scrive un libro che uscirà nel 1982, Il mistero del Santo Graal, seguito da altri due best sellers, L’eredità messianica (1986)e The holy place (1991).
In questi libri,mescolando qualche base storica ad un mucchio di supposizioni ( molte delle quali campate in aria ) i tre affermano di aver decifrato alcune mappe o pergamene,nelle quali si asserisce che Gesù non morì sulla croce, e con la Maddalena riparò in Francia, dove, sposatosi, ebbe dei figli.
La stirpe di Gesù ( Sang real, da cui la contrazione Santo Graal ) governò sulla Francia.Tutto questo grazie anche al contributo di Pierre Plantard,una strana ed enigmatica figura:massone,esponente dell’estrema destra parigina,contributo consistente in una sorta di truffa ordita dall’uomo in cui sarebbe caduto l’inviato inglese. Plantard infatti in un’intervista confessò di aver abilmente contraffatto documenti,manoscritti e di aver creato due false mappe che sarebbero poi state al centro di una delle più grandi cacce al tesoro degli ultimi quarant’anni.

L’abate Berenger Sauniere

Plantard confessò tra l’altro di aver creato a bella posta il mito del Priorato di Sion,una fantomatica organizzazione nata da una costola dei Templari,all’epoca della conquista di Gerusalemme. Organizzazione che aveva il dichiarato scopo di riportare sul trono di Francia la dinastia merovingia, che sarebbe stata diretta emanazione della stirpe di Gesù.
Lincoln,probabilmente in buona fede,prese per oro colato il libro di De Sede, Il tesoro maledetto,fino a costruirci attorno una teoria molto complicata,che coinvolgeva fantomatiche e oscure trame in cui sarebbe stato coinvolto il Vaticano,pronto a insabbiare presunte verità storiche che avrebbero potuto scardinare dalle fondamenta le basi stesse del cattolicesimo.
Quella che segue è una ricostruzione dell’affaire Rennes le Chateau ,basato su indizi e prove documentate,tranne nella parte delle famigerate pergamene,che il Plantard asserì essere state abilmente falsificate. Un giallo in puro stile anni settanta, anni in cui il fascino dell’ esoterico e del misterioso ebbero numerosi proseliti, che si scatenarono nella caccia al fantomatico tesoro di Rennes Les Chateau.


TERRIBILIS ES LOCUS HISTE

E’ la scritta minacciosa che accoglie il visitatore della chiesa di Santa Maria Maddalena in Rennes Le Chateau.
Ed’ è anche una delle chiavi per decifrare il segreto che si cela nel piccolo paesino dei Pirenei.
Un mistero che coinvolge un parroco, la sua perpetua, due pergamene e un supposto favoloso tesoro.
La nostra storia inizia nel 1885, allorché un prete povero in canna diventa curato di una piccola parrocchia, quella di Rennes Le Chateau, che conta poche anime. Lo accompagna Marie Denarnaud.

Il nome del prete è Berenger Sauniere. La chiesa è piccola e malconcia, e i fedeli sono veramente pochi, per lo più contadini. Sauniere decide di raccogliere quanto necessario per affrontare i lavori più urgenti.
Dopo aver raggranellato qualche franco, iniziano i lavori di restauro, partendo dall’altare, il più malconcio, costituito da un pesante lastrone delimitato dal muro della chiesa da un lato, e dal’altro da una colonna di origine Visigota.
I lavori si interrompono immediatamente: gli operai rinvengono all’ interno della colonna, che si rivela cava,qualcosa.
Questo qualcosa consiste in tre cilindri sigillati, con all’interno passi del Vangelo, nei quali però al testo originale sono stati aggiunti misteriosi puntini, mentre vocaboli sconosciuti si mescolano al testo originale.
Sauniere porta le pergamene dal suo vescovo, il quale però non riuscendo a cavarne nulla, lo invia a Parigi da un suo nipote, specialista nella traduzione di testi religiosi. Sauniere decide improvvisamente,dopo aver fatto visita al nipote del vescovo, di visitare il Louvre.

Pianta della chiesa con la disposizione delle statue
Subito dopo acquista tre riproduzioni di dipinti: I pastori d’Arcadia di Nicolas Poussin, il ritratto di Sant’Antonio da Teniers e il ritratto di Celestino V.
I tre dipinti hanno in comune gli sfondi, che ritraggono particolari di paesaggi dei dintorni di Rennes.
Rientrato a Rennes, il parroco fa riprendere i lavori, facendo sollevare un altro lastrone, che nella parte interna rivela due scene: in una un cavaliere che suona il corno mentre il suo cavallo si disseta, nell’altra un cavaliere con un bastone da pellegrino che trasporta un bimbo in spalle. Gli scavi proseguono, fino al punto in cui durante i lavori un operaio urta qualcosa di veramente solido. Sauniere decide di allontanare tutti.
Cosa ha scoperto il prelato? Gli abitanti dicono due scheletri e un paiolo di medagliette.
Il comportamento di Sauniere diventa misterioso. Lo si vede compiere escursioni in campagna sempre più frequenti, durante le quali raccoglie pietre e ciotoli. Sempre e soltanto da solo.
Lo si vede andare sempre più spesso al cimitero, dove prende ad occuparsi della tomba di una nobildonna morta nel 1781, Maria D’Albes d’Hautpoul.

Marie Denarnaud


A questo punto però fa una cosa stranissima: scalpella dalla pietra tombale alcune lettere,senza cancellarle del tutto.
La storia si complica: Berenger Sauniere prende improvvisamente a viaggiare, apre conti correnti a Parigi, Budapest, mentre a Maria Denarnaud arrivano frequentemente vaglia da diversi posti, tutti anonimi.
Nel 1896 Sauniere si dedica a lavori esterni alla chiesa, fa costruire una vera e propria strada, un piccolo acquedotto.
Contemporaneamente fa costruire un’acquasantiera ed una statua del demone Asmodeo.Sull’acquasantiera trovano posto quattro angeli che reggono la frase costantiniana In hoc signo vince.
Ma la parte più misteriosa è la frase in latino sotto la raffigurazione di Maria Maddalena eseguita dallo stesso Sauniere (vedi foto): questa contiene parole in latino accentate,una sorta di piccola mappa iniziatica.
Il parroco acquista anche un terreno, sul quale fa edificare una piccola torre, la tour Magdala. Fa anche edificare una villa e la arreda con mobili rari e costosi. Vive come un sibarita, frequentando personaggi famosi (il soprano Emma Calvè,per esempio, nota esponente del mondo esoterico parigino).


Alla morte di Sauniere, nel 1917, si calcolò che le varie spese del prelato assommavano ad un milione di franchi, circa tre milioni di euro odierni. Una cifra spropositata nelle mani di un oscuro parroco di campagna. Facciamo un passo indietro e analizziamo i dettagli di quello che sembra un romanzo d’appendice. Il quadro di Poussin- I pastori d’arcadia raffigura (vedi foto) due pastori che indicano un sarcofago con scritto ET IN ARCADIA EGO ( io sono nell’arcadia ).
Il paesaggio attorno è certamente reale, così come c’è traccia storica del sarcofago. Alcuni cultori della tesi del complotto ( di cui parlerò in seguito ) sostengono che una delle chiavi di lettura è da cercarsi nell’anagramma della frase, che si intenderebbe scritta così : I TEGO ARCANA DEI (io custodisco i segreti degli dei ).

Il quadro di Poussin

1)Il demone Asmodeo- All’interno della chiesa Berenger fa piazzare una statua del demone Asmodeo. Il che è decisamente inusuale, anche se non è una rarità assoluta. Perché? E cosa lega questa figura alla chiesa e soprattutto alla scritta Terribili est locus histe ?
2)La marchesa D’Hautpoul- nel 1781 Antoine Bigou raccoglie la confessione in punto di morte della marchesa. In precedenza da quest’ ultima aveva ricevuto la preghiera di custodire dei documenti ” segreti e importanti ” e di trasmetterli a qualcuno veramente degno.
E’ probabile quindi che sia stato lui a inserire le pergamene nel pilastro.
3)L’ enigma delle stazioni della via Crucis-
Il primo enigma è nel numero delle stazioni: 14 invece delle tradizionali 13.
Nella seconda stazione un ragazzo raccoglie un pezzo di lancia davanti ad un casco d’oro. Nella settima stazione alle spalle di Gesù c’è una porta aperta, attraverso la quale sembra di scorgere la tour Magdala. Nella ottava stazione, la più enigmatica, un guerriero franco s’impadronisce della tunica di Gesù.
La Vergine e il bambino hanno le vesti blù e rosse. Nella nona stazione il guerriero brandisce la tunica di Gesù ( rossa ).

Nell’ultima stazione Gesù ha una ferita sul lato sinistro, mentre la deposizione avviene di notte ( i vangeli dicono di giorno ).
Il tutto fa pensare ad un vero e proprio codice cifrato. Codice cifrato che riporterebbe all’ ipotesi originale, ovvero che il tutto sia stato creato volutamente da Sauniere per costruire una sorta di mappa del tesoro.
Ma di che natura può essere il tesoro del parroco ?
Le risposte sono veramente tante. Potrebbe trattarsi di un tesoro appartenuto ai Catari, la setta eretica che fù sterminata nel medioevo.
O anche il tesoro di re Alarico, che passò da queste parti. Oppure il tesoro della corona di Francia.
C’è poi l’ipotesi templare. Uno dei maestri dell’ordine, Bernard De Blanchefort,chiamò dalla Germania un grosso numero di muratori, che poi risulteranno essere in effetti orafi e gioiellieri.
Questo potrebbe aver alimentato le storie di tesori nascosti nella regione. Non bisogna dimenticare poi l’episodio del 1645, quando un pastore, esplorando casualmente una caverna, rinvenne oro e due scheletri. Si riempì le tasche di oro e corse a Rennes a dare la notizia.Mal gliene incolse: fù ucciso dagli abitanti che lo credettero un ladro.
Ma come Sauniere avrebbe decifrato le pergamene e soprattutto come possiamo noi seguirne le tracce?
PASTORELLA NESSUNA TENTAZIONE CHE POUSSIN TENIERS HANNO LA CHIAVE PACE 681 SULLA CROCE E QUESTO CAVALLO DI DIO IO COMPLETO QUESTO
DEMONE DEL GUARDIANO MEZZOGIORNO MELE BLU”.
Questo è uno dei testi chiave per decifrare una delle pergamene.
Come abbiamo visto Poussin e Teniers sono gli autori dei due quadri che Saunier ha studiato,comprandone le riproduzioni.
Eppure il testo è oscurissimo.
Il demone potrebbe essere Asmodeo.
Il cavallo potrebbe essere quello raffigurato sul lastrone dell’altare.In inverno alle 12,00 attraverso le vetrate è proiettato un melo con 3 mele blù.
Se facciamo l’analisi crittografica dei manoscritti e quella della pietra tombale della marchesa non si possono non notare gli errori compiuti volutamente.
Se ne ricavano strane indicazioni, che riproducono il simbolo della stella a cinque punte.
Posizionandosi sulla tour Magdala a nordovest si intravede il castello in rovina di Blanchefort, a sud est quelle di un castello roccaforte templare; tracciando una linea dritta ( vedi figura 1) ideale su una carta geografica tra Rennes e il primo castello e tra questo e quello dei templari, si ottiene un angolo di 36°, corrispondente all’angolo intero di ciascuna delle punte della stella.
Identificato un vertice, è possibile ricostruire la stella, ottenendo un disegno che ha al centro la collina di Coume-Sourde.
Sulla sommità di questa collina si rinvenne nel 1928 una tavoletta di pietra ( vedi figura 2 )che riportava l’iscrizione latina IN MEDIO M SECAT LINEA PARVA PS PRAECUM, ovvero : in mezzo alla linea ove M traccia la linea breve. Ma la M cosa significa? Maria Maddalena? Marie D’Albis?
Se si congiungono le linee dei vertici, sulla cui sommità c’ è Rennes, sulla strada di Granes si incontrano delle grotte, una delle quali è molto simile a quella raffigurata da Berenger sul bassorilievo della Maddalena. Questa è una delle possibili soluzioni dell’ enigma.
Sulla vicenda cala il silenzio.

Noel Corbu
Corbu, che ha rilevato la proprietà che fù di Sauniere, vi costruisce un ristorante, la Torre, e non manca di fornire ai visitatori del posto una cassetta preregistrata con la sua versione del mistero di Rennes.
Venendo ai giorni nostri, alla vicenda si aggiungono due cose.
La prima è un fatto di cronaca.
La notte tra il 14 e il 15 febbraio 1987 il cancello d’ingresso alla tomba di Noel Corbu viene rinvenuto scassinato.
All’interno vengono ritrovate due candele, un cero e un giglio.I colpevoli dell’ effrazione non verranno mai identificati. Per la cronaca ,Noel Corbu perì in un tragico incidente, così come il successivo proprietario dell’ex proprietà Sauniere. Sempre per la cronaca la tomba di Sauniere e quella di Corbu sono adiacenti.
Questa, sinteticamente, è la storia del tesoro di Rennes Le Chateau.
Fiumi d’inchiostro, migliaia di libri ma nessuna parola che possa definirsi lontanamente l’ ultima.
E’ notizia dei giorni nostri dell’ inizio dei lavori di scavo all’ interno della chiesa per verificare cosa possa essere nascosto in una specie di cripta che i georadar hanno rinvenuto.L’ equipe del professor Einsemann è al lavoro: da loro potrebbe venire la parola definitiva a quello che storicamente viene definito l’affaire Sauniere.

Tomba di sauniere e della Denarnaud

Ma in definitiva quanto della storia raccontata può essere considerata attendibile?
A giudicare dall’inchiesta di Lincoln tutto,secondo il Cicap nulla.
Di certo abbiamo solo il grande successo che ottenne negli anni 70 la serie televisiva trasmessa dalla BBC, che alimentò speculazioni e un interesse abnorme per l’affaire Rennes-Berenger Sauniere.
Una profonda e accurata revisione critica è in corso, grazie al contributo di appassionati e competenti studiosi.
Tra di essi segnalerei Massimo Polidoro, autore dell’ interessante
Gli enigmi della storia, in cui in maniera critica demolisce il mito di Rennes, riportandolo, a suo modo di vedere, ad un semplice fatterello in cui leggende metropolitane e una buona dose di fantasia si sono mescolate in maniera tale da creare una storia affascinante, ma anche inventata di sana pianta.

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Anne Bonny,il pirata dai capelli rossi,o anche la gatta,o il maschiaccio;alcuni dei soprannomi che si guadagnò Anne Cormac,figlia adulterina di un avvocato facoltoso e di una cameriera,nata nella contea di Corsk in Irlanda presumibilmente nel 1697.

Una donna di quelle che era meglio non incontrare,che sin da bambina mostrò n caratteraccio e un’indipendenza sia di linguaggio sia di costumi che la portarono ad essere una delle pochissime piratesse,una “professione” assolutamente particolare in un mondo esclusivamente maschile.

Anne partì con il padre,destinazione America,quando la moglie legittima dell’uomo scoprì la tresca;lo scandalo convinse l’uomo a cercare riparo altrove,e fu così che si trasferì in America,dove,grazie alla sua abilità,divenne ben presto un ricco possidente.

Ma Anne era una ragazzina dal carattere pestifero,indomito;logora e stracciata,combatteva con i ragazzini piuttosto che svolgere compiti femminili,e appena cresciuta si legò ad un marinaio,James Bonny,e contro il parere del padre,che la diseredò,andò in sposa all’uomo.

Da quel momento la vita di Anne cambia radicalmente,la donna inizia a frequentare taverne in cui si aggiravano pirati ed avventurieri;affascinata,lasciò il marito per andare a costituire uno scandaloso triangolo con un pirata e la sua amante.

L’irrequieta e ambiziosa ragazza divenne l’amante di un uomo facoltoso,che un giorno la invitò ad una festa tra la gente bene della Giamaica,dove viveva ora Anne;alla festa,apostrofata in maniera poco urbana da una dama,la colpì con un pugno in faccia,provocandole la rottura dei denti.Anne fini in carcere.ed uscì solo per l’intervento del suo potente protettore.

Ben presto si stancò di quella vita da mantenuta,e si legò al pirata John Rackam,conosciuto come Calico Jack;con lui,Anne,che già era abbastanza abile con spada e pistole,affinò ancora di più le sue doti,fino a trasformarsi in un perfetto alter ego di un pirata.

Sulla nave del pirata Calico Jack,ben presto Anne si guadagnò il rispetto della ciurma e dei pirati,ricorrendo,quando necessario alla violenza;una volta sparò ad un pirata che aveva cercato di prenderla con la forza,e da quel momento nessuno più osò disturbarla.

La situazione d’idilio sulla nave cambiò quando la donna pose i suoi occhi su quello che riteneva fosse un bel marinaio;in realtà l’oggetto concupito era una donna,Mary Read,che si era travestita da uomo per evitare i problemi che aveva incontrato Anne.

Calico Jack,geloso di quella che credeva una relazione adulterina della sua donna,rimase di stucco quando scoprì la verità;promise di mantenere il segreto sull’identità di Mary,ma non lo fece,con il risultato che anche Mary ebbe problemi con l’equipaggio maschile,risolti con un duello nel quale uccise un pirata.Secondo alcune voci,le cose andarono diversamente:Calico Jack scoprì le due donne mentre erano a letto insieme.Comunque sia andata,le due donne diventarono amiche,e divennero una coppia molto temuta e rispettata,sia dai pirati che dai nemici.

Ma la loro carriera di pirati era agli sgocciolo;il capitano Carnet,incaricato di catturare loro e Calico jack,alla fine riuscì a prenderle,pagando un duro prezzo in vite umane.Anne e Mary combatterono come belve,ma vennero sopraffatte.

Mary Read,Anne Bonny e Calico Jack

Calico Jack,dopo un processo lampo,fu impiccato,mentre Anne scansò la forca (come del resto Mary) per una fortunata coincidenza.La legge inglese impediva le esecuzioni capitali di donne incinta,e al momento della cattura entrambe lo erano.Su cosa sia accaduto a Anne Bonny durante la prigionia non c’è certezza;pare che suo padre sia riuscito a convincere (o a corrompere) i guardiani che l’avevano in custodia,e che poi la abbia presa con se.La sua amica e amante Mary non fu altrettanto fortunata;morì probabilmente per una febbre maligna durante la prigionia.

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Un nome sconosciuto.

Un uomo che a guardarlo in foto esprime solo un vago senso di repulsione,con quei lineamenti squadrati,duri;lo sguardo cattivo,in cui non brilla l’intelligenza,ma una forma strisciante di selvaggia forza bruta.

Un uomo abituato a comandare,evidentemente.

Un uomo responsabile,in qualche modo,dell’annientamento di oltre 2.500.000 di persone,tra uomini,donne,bambini,anziani.

Il suo nome era Rudolf Hoss,ed era il comandante di quell’officina della morte che era Auschwitz.

Himmler (a sinistra) con Rudolf Hoss

Il più giovane sergente della storia militare tedesca,divenuto tale a soli 17 anni,nel 1917,lui che era nato nel 1900.

Un uomo a cui il Fuhrer,attraverso Himmler affidò il compito di accelerare la soluzione finale del problema ebraico,la triste allocuzione che Hoss applicò alla lettera.

Fu lui,nel 1940,ad avviare la costruzione delle prime baracche di Oswiecim,o Auschwitz,il nome con cui l’umanità avrebbe conosciuto la piccola località polacca,divenuta simbolo del più grande massacro della storia ai danni della popolazione civile.

Hoss a Norimberga

In soli 15 giorni,e con l’aiuto forzato di circa 10.000 prigionieri,Hoss avviò la costruzione del campo,tra mille difficoltà,come racconterà durante il processo di Norimberga,quando espose ai giurati la realtà dei fatti,esponendo freddamente la storia di un abominio quali l’umanità non aveva mai conosciuto.

“Voi sapete che non mento,sapete quanto io sia esplicito”,dichiarerà più volte,monotonamente,con fare quasi servile,agli stupefatti uomini che lo stavano giudicando,che pure avevano appreso orrori inimmaginabili durante il primo processo ai gerarchi nazisti,quello che aveva portato molti capi sulla forca,come Kaltenbrunner,Fritsch,Jodl,Von Neurath;il gotha del nazismo,uomini che avevano condiviso con il loro capo,il Fuhrer Adolf Hitler,il sogno folle di una grande Germania costruita sulla pelle di milioni di innocenti.

Adolf Eichmann,il burocrate della morte durante il processo in Israele

Hoss costruì Auschwitz e ci andò ad abitare con la sua famiglia,moglie e 5 figli;dalle sue finestre poteva seguire,giorno e notte l’evoluzione dei lavori,che proseguirono speditamente fino al 1941,quando Heinrich Himmler,il potente capo delle SS,si recò in visita ufficiale nel campo di sterminio,e dopo aver elogiato il fido comandante,gli ordinò di procedere all’ampliamento del campo e alla costruzione di una nuova Auschwitz,Birkenau,a tutti gli effetti una Auschwitz 2,che nelle intenzioni doveva raccogliere almeno 100.000 prigionieri,da eliminare di gran fretta.

Hoss era un soldato di quelli che non discuteva nessun ordine;rassicurò Himmler sul successo dell’operazione,e si diede subito da fare.

Richiamato a Berlino Hoss ricevette l’ordine di approntare la tristemente famosa soluzione finale del problema ebraico;e fu un suo uomo,il SS-Hauptsturmführer Fritzsch,a trovare il sistema più veloce;l’utilizzo del Ziklon-B,il micidiale composto di acido cianidrico utilizzato nei dintorni del campo come antiparassitario,e quindi di facile reperimento.

Auschwitz,la porta dell’inferno

Ritornato al campo,Hoss sperimentò su un centinaio di prigionieri di guerra russi il prodotto,con esiti purtroppo eccellenti;gli uomini,mandati sotto le docce,respiravano il terribile composto e morivano in pochi minuti.

A Norimberga,Hoss racconterà di quando,giornalmente,inviava sotto le mortali docce donne e bambini,che morivano velocemente;racconterà di come morivano in piedi,degli sguardi tristi delle madri,che confortavano i bambini più spaventati.

Lo farà senza mai tradire emozione,salvo in un’occasione,quando un giudice gli chiederà se non ha mai avuto un moto d pietà davanti a quei bimbi inermi,lui,che di figli ne aveva 5.

Hoss non rispose,ma per la prima volta chinò il capo.

Nel 1942 Aushwitz e Birkenau entrarono a regime;gli sforzi di Hoss avevano creato una macchina perfetta,una macchina di morte efficiente;lo stesso Eichmann,l’oscuro burocrate che stabiliva le destinazioni finali dei prigionieri,durante il processo in Israele,ebbe a dire “Hoss era davvero un buon camerata”

Nel 1944 Hoss raggiunse il massimo dell’efficienza,arrivando a gasare e cremare in soli tre mesi oltre 400.000 persone,ma la guerra stava volgendo al termine,e alla fine,agli inizi del 1945,il comandante si ritrovò a fare il percorso inverso a quello compiuto fino ad allora,eliminare,cioè,le prove del massacro,demolendo i crematori,bruciando a ciclo continuo quanti più corpi rimasti e eliminando,in una terrificante corsa contro il tempo,il maggior numero di prigionieri possibile.

L’impiccagione ad Auschwitz di Hoss

Gli ultimi giorni di guerra videro Hoss impegnato nel tentativo di eclissarsi (come la totalità dei gerarchi nazisti),cosa che il comandante fece,facendo perdere le sue tracce.

Venne catturato dagli inglesi,che però,non sapendo chi era,lo liberarono.

Con il risultato che Hoss andò a lavorare nei campi.

Ma era una preda troppo ambita,dai liberatori,e sulle sue tracce si mise l’intelligence inglese che riuscì a catturalo,con l’involontaria complicità della moglie.

Nel 1947 si celebrò il processo ad Hoss.

Durante tutto il dibattimento,mostrò il suo carattere freddo,distaccato;rispondeva impassibile a tutte le domande,senza mai sottrarsi,nemmeno alle domande che fatalmente finivano per scavargli la fossa sotto i piedi.

Tutto ciò che era accaduto nella fabbrica della morte era passato sotto i suoi occhi;gli sbigottiti giudici di Norimberga conobbero così i nomi di altri criminali,come Eichmann,o come Mengele,l’angelo della morte.

Appresero particolari raccapriccianti su esperimenti e su omicidi di massa,sugli effetti del Ziklon B e sugli omicidi a colpi di bastone,o con un colpo di pistola alla nuca per i più fortunati.

In pochi giorni i giudici appresero tutto ciò che c’era da apprendere sui retroscena della turpe storia di Auschwitz,e il 2 aprile 1947,riuniti in camera di consiglio,deliberarono la condanna per Hoss.

Che non poteva essere altro che quella di morte.

La forca ad Aushwitz sulla quale venne giustiziato Hoss

Il 16 aprile Hoss salì sul patibolo costruito all’interno di Auschwitz,e venne impiccato.

Scompariva così uno di quei burocrati dello sterminio che avevano contribuito all’olocausto.

Ed è particolarmente doloroso leggere le parole che scrisse ad uno dei suoi cinque figli.

Parole che ogni padre dovrebbe dire ai suoi figli,ma che dette da Hoss,testimoniano dell’estrema spaccatura che esisteva nella morale dei nazisti;per loro gli ebrei,gli zingari o le razze inferiori semplicemente non esistevano come entità umane.

Diventa una persona che si lascia guidare soprattutto dal calore e dall’umanità. Impara a pensare e giudicare responsabilmente da solo. Non accettare tutto acriticamente e come assolutamente vero, impara dalla vita. Il più grave errore della mia vita è stato credere fedelmente a tutto ciò che venisse dall’alto senza osare avere il minimo dubbio circa la verità che mi veniva presentata. Cammina attraverso la vita con gli occhi aperti. Non diventare unilaterale: esamina i pro ed i contro in ogni argomento. In ogni tua impresa non lasciare parlare solo la tua mente, ma ascolta soprattutto la voce del tuo cuore

L’enigma Gisors

Gisors è una cittadina francese di non più di 27000 abitanti,situata a circa 70 km da Parigi,nel dipartimento dell’Eure;una cittadina industriale,famosa principalmente per il suo castello.

Che è il protagonista di una storia che mescola,come in un romanzo d’avventure,i Templari,un tesoro,un uomo che l’avrebbe scoperto,e un castello misterioso,con i suoi sotterranei mai completamente esplorati,anzi,oggi interdetti ai visitatori proprio per gli scavi abusivi di Roger Lhomoy,il vero protagonista di questa strana storia.Prima di parlare di lui,bisogna accennare velocemente alla storia del castello di Gisors,che inizia nel 1096,anno della sua costruzione,secondo i piani di Robert de Bellême,e passa all’Ordine dei templari nel 1158;è qui che nel 1188 viene bandita la terza crociata,ed è sempre in questo castello che Tommaso Beckett,cancelliere del re inglese,trattò il matrimonio di Enrico il giovane, figlio di Enrico II, con Margherita di Francia, figlia di Luigi VII.

Ho accennato a Roger Lhomoy,nell’introduzione;occorre anche accennare ad un altro oscuro protagonista,Gerard De Sede,esoterista francese,studioso di misteri legati ai re di Francia e ai templari,autore di un libro controverso ma dal grande successo,I Templari sono fra noi,uscito negli anni 60.De Sede assunse,per guardare e allevare i suoi maiali,un uomo dal passato oscuro;quest’uomo,conoscendo la storia personale del suo datore di lavoro,appassionato di storia antica e di misteri,decise un giorno di raccontargli una storia che aveva dell’incredibile,ma che poggiava su alcuni dati di fatto.

Roger Lhomoy,l’uomo assunto da De Sede,raccontò di essere stato guardiano del castello di Gisors negli anni 40;anche lui era,sin da bambino,appassionato di misteri e di tesori perduti,e aveva sentito parlare gli anziani del villaggio di un favoloso tesoro custodito nei sotterranei del castello.Così,un giorno,Lhemoy si armò di vanga e iniziò a scavare sotto il castello;era sicuro che in uno dei sotterranei ci fosse una parete murata che conduceva ad una stanza segreta in cui era rinchiuso il tesoro dei cavalieri Templari,che,come abbiamo visto,avevano occupato il castello sin dal 1158.

Lhomoy era stato assunto come giardiniere;ben presto ebbe anche un alloggio e venne nominato guardiano;un’occasione unica per dedicarsi a quella che era diventata la sua ossessione,trovare la stanza del tesoro;così,la sera,smessi i panni del giardiniere,si dedicò anima e corpo allo scavo,interrompendo parzialmente la sua attività sono nel periodo dell’occupazione nazista di Parigi.Dopo aver lavorato su un lato del castello,decide di interrompere gli scavi per iniziarli da un’altra parte,trova un pozzo ostruito,e lo libera.

Penetrando in una caverna profonda trenta metri,Lhomoy venne improvvisamente travolto da una frana,e riportò una vasta ferita ad una gamba;decise allora di allontanarsi di pochi metri,e scavare una nuova galleria;e stando ai suoi racconti,questa volta ebbe fortuna.

Roger Lhomoy