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2 luglio 1937

Isole Howland , Sud Est di Honolulu. Un aereo è in viaggio per raggiungere la guardia costiera Itasca; a bordo ci sono due persone, Amelia Earhart e Ted Nolan. Sono le 19.30 e la voce di Amelia risuona, per l’ultima volta via radio: “Khakk chiama Itasca. Dovremmo essere sopra di voi, ma non riusciamo a vedervi. Il carburante sta finendo…” Da quel momento le comunicazioni si interrompono, e di Amelia e Nolan nessuno avrà mai più notizie.

Amelia Earhart era una celebrità; era stata la prima donna ad attraversare in aereo l’Atlantico, nel 1928, a bordo di un  Fokker che in sole 21 ore era decollato dall’America per planare in Galles. Un’impresa che le era valsa fama internazionale ed encomi solenni da parte dell’amministrazione Coolidge; non è sola, ha un equipaggio che lavora per lei, così nel 1932 decide di rifare la traversata in solitaria. Ci riesce, e batte numerosi record:diventa la prima donna nella storia dell’aviazione ad attraversare l’Atlantico, la prima a non effettuare scali, impiega il tempo più basso nel coprire il percorso.  Ha 35 anni, Amelia; è una donna non bella, ma che sprigiona un fascino incredibile.

Ha carattere da vendere, è coraggiosa e soprattutto non deve nulla a nessuno in quello che è riuscita a fare nel corso della sua vita. Ha solo 23 anni quando inizia a volare, e sceglie di lavorare per pagarsi le spese di volo, con il sogno di possedere, un giorno, un aereo tutto suo. Sogno che si avvera di li ad un anno, quando, grazie anche all’aiuto della madre, ha i soldi necessari per acquistare un biplano usato, un Kinner Airster dall’improbabile color giallo. Nel 1926, dimostrando capacità imprenditoriali, crea un piccolo aeroporto con aerei in nolo, ad uso esclusivo femminile;un’iniziativa di grande successo, che le permise di accumulare ore su ore di pratica e di risparmiare soldi che sarebbero serviti per le sue imprese successive.

Nel  1937 Amelia decide di esser pronta per la sua impresa più grande, l’unica che manca al suo eccezionale curriculum; la traversata del mondo. Così, il 1 giugno del 1937, parte con l’amico Nolan da Miami, con l’intento di coprire le quasi 30.000 miglia del globo terrestre. L’aereo con i due a bordo compie una traversata di oltre 22.000 miglia, e il 2 luglio, ripartiti dalla Nuova Guinea, devono fare soltanto le ultime 7.000 miglia prima di compiere l’impresa. Ma, come abbiamo visto, al largo delle isole Howland l’aereo con Amelia e Ted interrompe le trasmissioni.

Amelia Earhart con Roosvelt (alle sue spalle)

Il presidente Roosvelt, amico personale di Amelia, diede ordine di organizzare una gigantesca ricerca del mezzo scomparso, a cui parteciparono 9 navi e una settantina di aerei. Tutto inutile; dell’aereo di Amelia non venne ritrovata alcuna traccia e il 20 luglio le ricerche terminarono. La scomparsa di Amelia suscitò grande emozione, non soltanto in America; era diventata un simbolo, quello della donna emancipata, libera, capace di riuscire in imprese ritenute fuori dalla portata del mondo femminile. Da quel momento iniziarono a circolare le più svariate voci sulla misteriosa scomparsa; di ipotesi ne vennero fatte moltissime, ma tutte in difetto di riscontri oggettivi.

La prima, quella più diffusa e ancor oggi l’unica ufficiale, riguarda un errore di rotta di Ted Nolan, che viaggiava con mappe alle volte lacunose. Un errore che lasciò l’aereo senza carburante, con il risultato drammatico di farlo ammarare al largo della costa.

Ci sono poi teorie della cospirazione, ovvero legate ad un presunto ruolo di spia di Amelia. Nel 1937 c’era già molta tensione tra il governo Usa e quello nipponico,e gli Stati uniti cercavano di documentarsi sulla reale consistenza militare delle forze giapponesi. C’è chi sostiene che la missione di Amelia, in realtà, fosse solo una copertura,e che l’aviatrice fosse stata incaricata di svolgere un vero e proprio lavoro di spionaggio. Cosa naturalmente assolutamente vietata, all’epoca; lo spionaggio era considerato come un atto di guerra, e qualora questa ipotesi sia vera, è comprensibile come il governo americano abbia tenuto il silenzio più assoluto sulla vicenda. Secondo queste ipotesi, la Earhart simulò tutto, facendo credere di essere rimasta senza carburante, per eludere le intercettazioni dei giapponesi, che disponevano di un sofisticato sistema di controllo delle comunicazioni. Amelia sarebbe finita quindi volontariamente fuori rotta, ma intercettata dai giapponesi, sarebbe stata fatta prigioniera, e trasferita nella prigione di Garapan sull’isola di Saipan. Qui venne sottoposta a processo con Ted, giudicata colpevole di spionaggio e condannata alla decapitazione.

Nella prigione di Garapan, sono state ritrovate tracce di graffiti che potrebbero essere riconducibili a qualche prigioniero americano, ma da questo a stabilire che siano stati incisi dalla Earhart ce ne corre;va detto che ci sono due testimonianze di donne che coincidono tra loro. Sono quelle di due giapponesi, una delle quali ha raccontato di aver scambiato anche qualche parola con Amelia, l’altra che sostiene di aver assistito al’esecuzione della stessa. C’è poi la testimonianza di un soldato americano che raccontò di aver trovato, a Saipan, una cassaforte giapponese sopravissuta ai bombardamenti;quando il militare la fece saltare, convinto che all’interno ci fossero oro o gioielli, restò di stucco nel constatare che all’interno c’erano solo mappe e un passaporto. Intestato ad Amelia Earhart. Versione non suffragata dai fatti, in quanto, secondo il soldato, un superiore fece sparire i documenti.


Le ricerche della marina americana

C’è un’altra versione dei fatti che ha trovato un certo credito almeno tra la stampa e gli appassionati di mistero. Nel 1970 due giornalisti, Gervais e Klaas avanzarono l’ipotesi che la Earhart, compiuta la missione, sia tornata negli Usa sotto copertura, utilizzando l’identità della signora Irene Craigmile Bolam; per avvalorare questa tesi, fornirono due fotografie delle due donne. In effetti la somiglianza tra Irene ed Amelia era davvero notevole, ed un professionista, Tod Swindell, disse che le due fotografie coincidevano totalmente, fino alla curvatura dei dotti lacrimali. A sua volta Kevin Richlin, criminologo, fece la stessa comparazione, rilevando alcune differenze sostanziali in un neo assente in Irene e nelle efelidi che costellavano il volto di Amelia, assenti in quello di Irene.

Giugno 1937: le ultime 3 foto di Amelia Earhart viva

La sorella di Amelia, Muriel Morrissey, dichiarò che Irene non era, senza alcun dubbio, sua sorella. Qualche anno dopo la signora Irene, che in vita aveva sempre rifiutato qualsiasi legame con la Earhart morì, e venne cremata. Divenne quindi impossibile qualsiasi incrocio tra il Dna di Amelia e il suo. Nel 1991 una squadra di ricerca, la Tighar, che indagava sul mistero della scomparsa di Lady Lindy, come era ormai soprannominata da tempo Amelia, in omaggio al primo trasvolatore dell’oceano, Lindhergh,  scoprì a Gardner dei resti umani, compatibili con uno scheletro femminile. Accanto ai poveri resti c’erano una suola di scarpe, una bottiglia di liquore sicuramente americano e una scatola che probabilmente serviva a contenere un sestante. Rimaneva comunque il mistero del ritrovamento di un solo scheletro, visto che di quello di Ted non c’era alcuna traccia. Il mistero, comunque, non venne risolto in alcun modo. E la storia di Amelia, l’eroina tanto amata dagli americani, rimane un mistero impenetrabile. Nonostante tutto, ancora oggi c’è chi è disposto a perlustrare le zone del probabile ammaraggio alla ricerca di un indizio che possa svelare dove Lady Lindy terminò i suoi giorni

Per molti degli sventurati che hanno avuto come  triste sorte  finire ad Auschwitz, l’officina della morte, quell’esperienza ha significato la morte. Una morte spesso atroce, per fame o malattia, per tortura o per sfinimento. Ma c’è stata molta gente che prima di morire ha dovuto passare molto più di quello che un essere umano possa sopportare; morire, per molti degli internati di Auschwitz, alle volte era una fortuna. Ma c’è stato anche chi è riuscito a sopravvivere all’inferno in terra, ai demoni che hanno fatto di Auschwitz la negazione stessa del concetto di umanità; tra questa ristretta minoranza di persone che sfuggirono ad una morte pressochè certa, piagati nell’amima e nel corpo, ci furono sette persone appartenenti alla stessa famiglia. Un primato, senza dubbio. Legato ad una particolarità che se da un lato li espose ad una serie terribile di esperienze, raccontate da una delle superstiti, dall’altro li salvò da morte certa. Erano i sette fratelli Orvitz, i sette nani di Mengele, come vennero chiamati. Il giocattolo preferito dell’angelo della morte, quel Joseph Mengele che fece dire a Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti che dedicò la sua vita ad una inesauribile voglia di giustizia verso i carnefici nazisti, “la mia anima sarà finalmente in pace quando Mengele sarà assicurato alla giustizia.”

Così non avvenne, ma è un’altra storia.

La storia che ci interessa, quella degli Ovitz, incomincia nel 1868, con la nascita di Shimshon Eizik Ovitz. Un uomo di bassa statura, o anche un nano, per usare una definizione triste, ma efficace;che sposò una donna di statura normale,Brana Fruchter; dall’unione tra i due nacquero Rozika et Franzika, entrambe affette da nanismo. Alla morte della moglie Shimshon si risposò, nuovamente con una donna di statura normale, ed ebbe dall’unione, Avram (nano), Freida (nano), Sarah (altezza normale) Micki (nano), Leah (altezza normale), Elizabeth (nano), Arie (altezza normale), et Piroska, conosciuta anche Pearla (nana).

Sette dei suoi figli affetti da un’ anomalia genetica, la displasia spondiloepifisaria.Una malattia rara, caratterizzata da un disordine di sviluppo del tessuto osseo che determina un tronco corto e sproporzionato rispetto agli arti; una malattia in cui i pazienti  presentano un ritardo di crescita che esita in una statura ridotta, variabile tra 90 e 130 cm.

Shimshon era un rabbino rispettato, in Transilvania; e insegnò ai suoi figli i primi rudimenti della musica. Così,alla sua morte, avvenuta nel 1923, i sette fratelli Ovitz, misero su un’orchestrina jazz che iniziò a girare l’Europa.Tra il 1930 e il 1940 il gruppo si fece una buona fama grazie ai loro spettacoli in lingua tedesca, rumena, ebraica, russa e ungherese. Lo scoppio della seconda guerra mondiale non frenò la loro attività, fatta di rappresentazioni musicali accompagnate da diapositive proiettate dai tre fratelli di statura normale.

Lo scoppio della guerra mondiale vide gli Ovitz impegnati nel loro toru dei paesi europei; riuscirono a farsi dare dei documenti che non rivelavano la loro confessione religiosa, e forti di questo pensarono di essere al sicuro dai nazisti. Un errore fatale. Nel marzo del 1944, mentre erano in un villaggio, in Ungheria, i nazisti occuparono tutti i paesi del circondario, e i sette vennero catturati La banda Lilliput, come era chiamata, venne caricata su un vagone ferrioviario, con destinazione il campo di concentramento di Aushwitz.

Giunti nell’officina della morte, i sette Ovitz scesero dal treno, proprio mentre il dottor Mengele assisteva allo sbarco dei prigionieri; l’angelo della morte era sempre alla ricerca di cavie per i suoi aberranti esperimenti sulla genetica e sull’eriditarietà. Esperimenti senza alcuna base scientifica, e che si trasformarono, per le sue cavie, in un orrore senza fine. E per gli Ovitz il nanismo rappresentò la salvezza, costata un prezzo spropositato.

Come raccontò Elizabeth, una degli Ovitz, “gli esperimenti più spaventosi di tutto erano quelli ginecologici. Ci legarono a delle barelle e iniziarono a  torturarci sistematicamente . Iniettavano delle sostanze nel nostro utero, estraendo contemporaneamente campioni di tessuto, È impossible da raccontare a parole il dolore intollerabile che abbiamo sofferto, che  continuò per molti giorni dopo che gli esperimenti cessarono. ‘

Esperimenti, come già detto, che in realtà furono assolutamente inconcludenti dal punto di vista scientifico, e che si trasformarono solo in un calvario per le povere vittime.

“`Hanno estratto il midollo osseo dalla nostra colonna vertebrale.Ci hanno strappato capelli ,e hanno cominciato a fare esperimenti con poca anestesia,quando eravamo ancora svegli.Hanno compiuto prove dolorosissime sul cervello, sul naso, sulla bocca e su alcune parti  delle mani. Tutte le fasi  sono state documentate con  illustrazioni.”

Per quanto atroce, la loro esperienza li portò comunque a restare vivi; altri due nani, che erano stati catturati e sottoposti a esperimenti, non furono così fortunati. Dopo essere stati sottoposti a tutto il campionario di atrocità del dottor morte, vennero uccisi e bolliti, mentre il loro scheletri vennero inviati a Berlino come curiosità.

Gli Ovitz le provarono tutte per restare vivi; improvvisarono degli spettacoli per l’equipe dei loro torturatori, e si fecero anche filmare nudi da Mengele, che inviò il risultato del suo “lavoro” al fuhrer in persona.

Passarono così sette interminabili mesi, tra esperimenti folli e la paura che ogni giorno potesse essere l’ultimo. Ma nel 1945 ,il 27 gennaio, le truppe russe arrivarono nel campo della morte, e per i pochi superstiti, fra i quali i sette fratelli Ovitz, iniziò il lento recupero alla vita. Passarono qualche tempo in Russia, prima di ritornare a casa e ricominciare nell’attività che conoscevano meglio, quella musicale e teatrale. Dopo qualche anno si trasferirono in Israele, dove acquistarono un cinema

I maschi degli Ovitz si sposarono ed ebbero figli, mentre, a causa degli esperimenti ginecologici del dottor morte, le donne rimasero sterili.

La maggiore degli Ovitz, Rozika , morì a 98 anni, nel 1984; il dottor Mengele, che riuscì a sfuggire alla caccia degli alleati, si rifugiò in Sud America, dove visse spostandosi di continuo, per poi annegare, nel 1979, mentre si bagnava su una spiaggia brasiliana.Nel 1985 il suo corpo venne identificato e i successivi esami del Dna, fatti nel 1992, confermarono che il corpo era proprio quello del dottor Mengele.

Campo de fiori,a Roma,dove operava Mastro Titta


Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati.

Con queste parole inizia un libro inusuale,le memorie di mastro Titta,un nome che nella Roma papalina e clericale del 1800 incuteva paura e timore reverenziale. Non era un criminale, Mastro Titta, tuttavia il suo compito era uccidere;era il boia incaricato delle esecuzioni a Roma,e nel periodo dal 1796,in cui svolse il suo primo lavoro,come abbiamo letto nell’introduzione del suo libro,fino al 1864,quando andò in pensione,dopo aver lavorato ben 68 anni,giustiziò 516 persone.

Giovanni Battista Bugatti era nato nel 1779 a Senigallia,ed era entrato al servizio dello stato Vaticano all’età di 19 anni;un lavoro ben pagato ma di sicuro non visto con simpatia dalla gente,il, suo.All’epoca in cui iniziò il suo mestiere,al boia era vietato entrare nella città;in una Roma divisa in due parti,una delineata dalla cinta vaticana,l’altra abitata dal popolo,al boia era fatto divieto di attraversare i ponti per entrare in città;per mastro Titta fu fatta una deroga,e quando doveva entrare in città,la popolazione sapeva in anticipo che ci sarebbe stata un’esecuzione.

Le esecuzioni,infatti,venivano fatte generalmente in Campo dè Fiori o a Piazza del Popolo,in mezzo alla gente comune,sia come monito per il futuro,sia perché le esecuzioni richiamavano moltissima gente;una cosa macabra e triste,ma in ogni secolo le esecuzioni capitali hanno esercitato sulla gente un fascino sinistro.Mastro Titta svolgeva con diligenza il suo lavoro; prima delle esecuzioni capitali chiamava un prete e si confessava.Dopo di che, indossata la divisa del boia,con il tradizionale cappuccio rosso,saliva sul patibolo,dove lo attendeva il condannato a morte.

Che di certo viveva gli ultimi istanti della sua vita nel terrore più cieco;i più fortunati venivano appesi per il collo,agli altri era riservata la mazzolatura,con la quale il boia sfondava il cranio del condannato,o anche lo squartamento;i qualche caso il boia usava l’ascia,con la quale decapitava il condannato.Erano spettacoli molto truculenti,che,come detto,attiravano una moltitudine di curiosi;alla fine dell’esecuzione era di prassi una strana usanza.

Ogni padre o madre dava un ceffone al figlio,per ammonirlo,così,a seguire sempre la strada della rettitudine,per non finire un giorno in pasto a Mastro Titta.Furono diversi i viaggiatori famosi che assistettero alle esecuzioni di Bugatti;fra essi c’era anche Lord Byron,che così raccontò la sua avventura romana in Campo de Fiori:

«La cerimonia, – compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell’ascia, lo schizzo del sangue e l’apparenza spettrale delle teste esposte – è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop e dell’agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi».

Anche il grande scrittore inglese Dickens si espresse con parole dure:

Uno spettacolo brutto, sudicio, trascurato, disgustoso; che altro non significava se non un macello, all’infuori del momentaneo interesse per l’unico disgraziato attore». Quando il cadavere fu portato via, la lama detersa, e il boia s’allontanava ripassando il ponte, lo scrittore amaramente così concludeva le sue riflessioni: lo spettacolo continua….”.

Mastro Titta morì 90 enne,nella sua Senigallia,e lasciò,come detto,un piccolo libro in cui raccontava non solo la sua carriera di boia,ma fatti di cui era venuto a conoscenza,storie nere,ma anche argute e soprattutto a sondo sexy;in fin dei conti molti delitti avvenivano per una delle motivazioni più antiche al mondo,il sesso.

Ecco uno dei racconti di mastro Titta:

“Molto interessante ed eminentemente drammatico fu invece il processo di Domenico Treca, che, in seguito a sentenza del tribunale che lo condannava alla forca, fui chiamato ad impiccare in Subiaco, come di fatto lo impiccai la mattina del 4 luglio 1801.

Domenico Treca era un giovinotto che si guadagnava la vita facendo il merciaio ambulante, girando per villaggi e frequentando i mercati e le fiere. Lucrava discretamente, e tutti i suoi denari li spendeva intorno alla moglie, che amava svisceratamente, e che ben meritava d’essere amata per l’incomparabile sua bellezza.

Si chiamava costei Felicita ed era dotata di un personale molto appariscente: densa di forme, ma aggraziata, col petto torreggiante, le anche poderose, ben tornite e candide le braccia e pingui i lacerti. La testa avvenentissima, impiantata sopra un collo taurino, di niveo splendore, aveva movenze seducentissime. Ricca, prolissa e naturalmente ondeggiata la bruna e lucida capigliatura. La bocca sempre sorridente. Le gote pienotte e rosee, gli occhi pieni di un fascino irresistibile. Le orecchie piccole, diafane, ben disegnate, che invitavano a sussurrarvi dolci parole d’amore.

Quando Domenico era fuori, stava in casa con Felicita una vecchia parente. L’aveva voluto ella stessa, per allontanare qualsiasi sospetto da parte del marito, il quale valutava adeguatamente i suoi pregi, e benché la sapesse onesta, ne era naturalmente geloso.

Molti fra i più bei giovani di Subiaco avevano tentato di avvicinarsi a Felicita, ma da brava ed onesta moglie ella li aveva sdegnosamente respinti.

- È proprio la perla delle spose, dicevano tutti, uomini e donne, non senza una punta di gelosia.

Se nonché Felicita era pia e devota: frequentava la chiesa; ascoltava messa tutti i giorni, tutte le settimane si confessava e comunicava, ed era il curato stesso che aveva presa la sua direzione spirituale.Quando una donna è giovane e bella è di leggieri sospettata. Le pettegole, che non potevano soffrire la superiorità fisica e morale di Felicita incominciarono a notare l’assiduità di lei alla chiesa, e commentarla e malignarne. Si diedero a spiare i suoi passi e la sua casa, e giunsero a sapere che il curato la visitava e si intratteneva con lei lungamente.

- C’è in casa la parente, obbiettavano coloro che volevano assumerne le difese.

- Le farà da mezzana, ripetevano le male lingue.

E così, in breve, di bocca in bocca, si diffuse la notizia che Felicita era l’amante del curato.Domenico, come sempre accade, fu l’ultimo ad essere informato delle voci che correvano in paese

intorno sua moglie. Quando glie ne giunse contezza provò uno schianto al cuore: egli comprese che tutto era finito per lui; non più felicità, né pace, non più avvenire, poiché felicità, pace, avvenire per lui si compendiavano nella donna adorata e infedele. Meditò la vendetta. Ma prima di compierla volle sincerarsi delle cose per filo e per segno. Il castigo doveva scendere inesorabile su tutti i colpevoli. La sua vita era infranta? Avrebbe infrante pur quelle dè suoi traditori tutti.Con una forza di dissimulazione della quale soltanto l’odio più acerrimo potea renderlo capace, chiuse il suo segreto negli imi penetrali della sua anima piagata. Non uno sguardo, non un gesto, non una parola rivelò in lui, né alla moglie, né ad altri, la terribile cognizione della sua rovina morale, cagionatagli dal tradimento. Attese. Attese finché gli fu dato di raccogliere tutti i particolari della sua sventura.

Un giorno partì come di consueto colla carrozzella che gli serviva per il trasporto delle sue merci, annunziando che recavasi ad una fiera, la quale doveva durare otto giorni. Ma la notte medesima tornò pedestre, ad insaputa di tutti, a Subiaco, penetrò nella sua casa e si nascose in una stanza vicina alla camera da letto.Vide giungere il curato ed entrarvi: vide tutti gli apprestamenti di una baldoria fatti da sua moglie e dalla parente di lei e non si mosse; udì il tintinnio dei bicchieri cozzanti e i lieti evviva e i propositi fescennini che uscivano dalla bocca del curato mezzo ebbro, e non si mosse; assisté al trasporto dei resti della cena e alla preparazione del nido d’amore e non si mosse.

Solo quando ebbe la materiale certezza che il curato si trovava nelle braccia di sua moglie, uscì dal nascondiglio e armato di un lungo pugnale, si avviò nel buio, alla camera nuziale. In quel mentre tornava la parente con un lume: il terrore le tolse la parola. Non poté mandare un grido, ma si gettò attraverso la porta per contenderne l’accesso all’oltraggiato marito.

Domenico Treca non disse verbo: gli infisse il pugnale nel cuore fino all’elsa e lo ritrasse fumante di sangue; quindi, con un balzo di pantera fu addosso al prete, che era sceso dal letto, al rumore prodotto dalla caduta della parente, e pur d’un colpo lo spense.

- Menico! Pietà! Pietà! – urlò Felicita levandosi a sedere seminuda sul letto maritale contaminato – protendendogli le bellissime braccia, quasi in atto d’invitarlo ad un amplesso.

Treca stette un momento a guardarla. Forse la lasciva donna, satura di fluido magnetico, esercitò un fascino erotico sopra i suoi sensi e gli fece balenare il pensiero orribile di godersi ancora una volta l’amore di quella femmina, intriso del sangue che per lei aveva versato. Ma lo respinse tosto, perché colla passione si risvegliò subito in lui il furore geloso.

- No! No! – esclamò, con un rantolo di morte che gli serrava la gola. No!

E precipitandosi su Felicita gli piantò il pugnale nel petto, sfiorandole prima il braccio col quale la disgraziata aveva tentato di farsi schermo. Ma, per quanto fiero, il colpo non la uccise tosto, e con quella fittizia energia che dà la disperazione tentò la lotta contro l’assassino.

Ma il contatto di quelle carni che egli avrebbe voluto coprir di baci, accendeva vie maggiormente la rabbia del tradito.Treca non era più un uomo, era una belva inferocita.

Continuò a straziare quel corpo bellissimo coprendolo di ferite. Il sangue spillando con violenza gli aveva soffuso il viso e bagnate le labbra. Treca ne gustava il sapore e se ne ubbriacava.Il delirio omicida gli durò finché non cadde estenuato e privo di sensi al suolo.

Rinvenuto dopo parecchio tempo, gli parve svegliarsi da un sogno: si alzò, si guardò attorno e tutta la tremenda verità gli apparve dinanzi agli occhi. Un senso di ribrezzo l’invase; volle fuggire, inciampò nel cadavere del curato e cadde; si rialzò, mosse alcun frettoloso passo ed inciampò ancora nel cadavere della parente. Si rialzò un’altra volta e barcollante giunse sulla via, sempre col pugnale stretto nella destra.

Albeggiava e la luce smorta piovendogli sul volto contraffatto da convulsioni spasmodiche dei muscoli visuali, lo rendeva cadaverico. Pareva un colpito da mala morte, che uscisse dal sepolcro. Il sangue che gli grondava dai vestiti, cosparsi di grossi grumi, compiva il quadro scellerato.Alcune donne che lo videro prime in quello stato fuggirono gridando spaventate e facendosi il segno di croce; alcuni uomini che pur lo scorsero non ebbero il coraggio di accostarsegli e andarono in traccia dei birri, i quali giunsero di corsa e mentre lo ammanettavano e legavano solidamente, gli chiesero:

- Che avete fatto?

Quella fredda domanda parve ridargli la conoscenza dell’esser suo.

- Mi sono vendicato – rispose e non aggiunse verbo.
Tratto in carcere dormì parecchie ore d’un sonno affannoso. Solo quando si svegliò, dopo il riposo, ebbe il beneficio delle lagrime, che salvò la sua ragione vacillante.

Proruppe in dirotto pianto e chiese instantemente di essere subito giustiziato.

- Mi pesa troppo la vita! mormorava.

Ma dovette attendere che le formalità del processo si esaurissero. Non durarono però molto, essendo confesso, e il 4 luglio 1801 lo impiccai a Subiaco, con immenso concorso di gente.


Il giorno della fortunata scoperta


Le più grandi scoperte archeologiche sono state, nel passato, anche frutto del caso o, se vogliamo, della fortuna. Basti pensare alla scoperta più importante di sempre, come la tomba di Tutankamon, al ritrovamento della venere di Milo o del busto di Nefertiti. Non fa eccezione quella della tomba di Hetepheres, regina d’Egitto della IV dinastia, moglie di Snefru (o Snofru) e madre del più enigmatico faraone della millenaria storia d’Egitto, Cheope. Una tomba ben visibile, conosciuta da almeno tre millenni, eppure inspiegabilmente trascurata; una tomba che sorge ad est della grande piramide, e che è conosciuta dall’antichità, assieme alle altre che la affiancano, come la tomba della regina.


L’ingresso dimenticato


Le prove del passaggio di ladri di tombe


Ed era una regina, Hetepheres. Moglie di Snofru, secondo Manetho o Manetone, il fondatore della IV dinastia, quella che diede all’umanità la testimonianza più preziosa dell’ingegno e della cultura egiziana, costituita anche dalle grandi piramidi e dalla Sfinge, e da quel poco che è sopravissuto alle spogliazioni dei ladri di tombe, alle quali non si è sottratta, parzialmente, anche la tomba della grande regina. Figlia, con molte probabilità, di Huny, ultimo faraone della dinastia precedente, visse accanto a Snofru, faraone la cui fama era nell’antichità molto vasta. E’ l’uomo che costruì due piramidi di oltre 90 metri di altezza a Dahsur, località vicino a Saqqara, famosa per la presenza della piramide a gradoni di re Zoser, progettata e costruita dal Leonardo d’Egitto, Imhotep. Ed è anche il faraone ricordato per aver riportato due grandi vittorie sui popoli vicini, una in Nubia e l’altra in Libia, vittorie che fruttarono un colossale bottino in uomini e bestiame.

Alcuni monili della regina

Hetepheres visse quindi in un momento storico straordinario, in cui il livello della civiltà egizia cresceva esponenzialmente; eppure di lei si conosce ben poco, per una serie di motivi. Il più importante dei quali è l’abituale ritrosia dei biografi egizi a focalizzare l’attenzione oltre la figura del faraone; inoltre, cosa più importante, il grandissimo lasso di empo passato dalla morte della regina ad oggi. Non dimentichiamo, infatti, che la stessa cronologia dei re egizi ha richiesto uno sforzo sovrumano per essere ricostruita, partendo spesso dalla lista di Manetho o dalla Pietra di Palermo, a loro volta incompiute o meglio, giunte a noi in forma incompleta. Solo il lavoro paziente degli archeologi, la loro passione e la loro competenza ha permesso di far luce su un periodo altrimenti condannato all’oblio.


La preziosa portantina


Basti pensare, per esempio, che della vita di Cheope, il costruttore della grande piramide, conosciamo poco e nulla; in realtà non conosciamo nemmeno il suo aspetto, visto che a noi è arrivata solo una minuscola statuetta che forse lo raffigura.Una donna, Hetepheres, che sicuramente ebbe influenza a corte e sulle decisioni del marito, e che alla sua morte venne sepolta con tutti gli onori nella piana di Giza, dove sarebbero sorte, di li a poco, le tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino.


Lo splendido letto di Hetepheres


Il suo nome sarebbe rimasto con ogni probabilità menzionato solo come regina consorte se il caso, come già detto all’inizio, non avessedeciso di aiutare un anonimo fotografo, Mohamadien Ibrahim, che lavorava, quel 2 febbraio 1925 per l’equipe del professor George Andrew Reisner, archeologo dell’Università di Harvard davanti alla tomba della regina. Mentre montava il cavalletto per effettuare delle riprese, urtò accidentalmente contro la parete di una piccola buca. Si chinò per vedere se il cavalletto aveva dei danni e vide uno strato di intonaco affiorare a pelo dalla buca. Incuriosito, decise di scavare nella piccola fossa, e vide che lo strato era posto a protezione di un’apertura; lasciò tutto com’era e corse a chiamare Alan Rowe che era assistente di George Reisner

George Reisner

G700 x, come venne denominato il ritrovamento, era in realtà l’anticamera della tomba della regina Hetepheres; era stato risigillato, perchè, come scopriranno in seguito gli archeologi di Reisner, in un remoto passato i soliti ladri di tombe erano penetrati all’interno. E l’effrazione era avvenuta durante il regno di Snefru, che aveva fatto sistemare e risigillare la tomba.


Splendidi vasi in alabastro, il corredo funebre di Hetepheres


A marzo del 1925 le speranze di Reisner e della sua equipe divennero certezze: una tomba probabilmente inviolata della IV dinastia stava per rivelare i suoi misteri dopo 3000 anni. A venticinque metri sotto terra giaceva il sarcofago della regina: gli archeologi stabilirono che si trattava di Hetepheres, ma ricevettero una prima cocente delusione, perchè all’interno dello stesso non c’era il corpo mortale della donna


La piramide di Hetepheres


Dopo la naturale delusione, tuttavia, gli studiosi si resero conto immediatamente della portata del ritrovamento: all’interno c’era il tesoro più importante di sempre, fatto non di oggetti preziosi, o almeno non soltanto di quelli, ma di oggetti d’uso comune, di offerte agli dei, che permisero di gettare uno sguardo inedito su usi e costumi di 30 secoli addietro. Come racconta Reisner, l’emozione fu davvero enorme:

Il sarcofago


““Questa tomba intatta ha rappresentato per la prima volta nella storia degli scavi egizi, un’occasione di studio della sepoltura di grande personaggi, di un periodo antecedente 1500 anni le tombe reali del nuovo regno. (…)Osservando dentro da una piccola apertura, abbiamo visto un bel sarcofago di’alabastro regolarmente coperto. Il sarcofago era decorato con  parecchi strati di oro intarsiati  e sul pavimento c’era la massa confusa di mobili e oggetti  d’oro.„


I vasi Canopi


Una descrizione che ricorda quella emozionante , lapidaria, fatta da Carter qualche anno dopo davanti ad una scena per certi versi simile, un muro d’intonaco che copriva da secoli la tomba di un oscuro faraone, Tutankamon: “Vedo cose meravigliose” Ma, al momento, la scoperta dell’equipe di Reisner avevano una valenza ed una portata straordinaria.
Dopo aver dovuto sopportare i rischi di stabilità del sito, con un crollo che mise in pericolo la vita degli archeologi, gli stessi si trovarono di fronte al rischio di deterioramento dei reperti. Se per i manufatti d’oro il pericolo era inesistente, con i reperti in legno e in altri materiali il rischio concreto era quello di vedere svanire in un attimo secoli di storia.Con pazienza certosina, gli archeologi restitu irono alla storia un letto con baldacchino intarsiato d’oro, piatti, oggetti d’oro, uno scrigno in cui riporre i gioielli che sarebbero serviti alla regina Hetepheres per affrontare il suo viaggio nell’aldilà e renderla bella, una lettiga per il suo trasporto…. un tesoro senza precedenti e sopratutto inestimabile dal punto di vista storico.


Un visitatore illustre: la regina di Romania


Quello che tuttavia incuriosì di più gli archeologi fu lo stato di confusione che regnava all’interno, così come appariva inesplicabile la mancanza del corpo della regina.
Quello che tuttavia incuriosì di più gli archeologi fu lo stato di confusione che regnava all’interno, così come appariva inesplicabile la mancanza del corpo della regina. Reisner ipotizzò che alla morte di Hetepheres la stessa fosse stata sepolta nella tomba, ma dopo un tentativo di furto, il marito avesse deciso di trasportare il corpo in un posto più sicuro.


Il professor Reisner e la sua equipe


Lo stesso Reisner ipotizzò dell’altro, come la misteriosa sparizione del corpo durante il trasporto alla tomba effettiva, ma sono solo teorie. Quello che accadde non lo sapremo mai, a meno di ritrovamenti particolari, come biografie su papiro o altro. Quello che davvero conta è la mole di reperti ritrovati, che ancora oggi risultano essere i più importanti attribuibili alla IV dinastia. La tomba di Hetepheres continua a mantenere i suoi segreti, vecchi di millenni, così come il buio avvolge la figura di questa regina, diventata famosa, come Tutankhamon, solo per il ritrovamento degli arredi della sua tomba.

La piramide di Micerino a Giza

La IV dinastia, che tanto lustro aveva dato all’Egitto, per opera sia dei faraoni che ne avevano fatto parte, sia per le immani costruzioni da essi stessi portate a termine, finisce con Micerino, o Menkaura, secondo la esatta pronuncia egizia, il costruttore della terza piramide, in ordine di grandezza, tra quelle presenti nella piana di Giza. Anche sulla vita di Micerino ci sono più zone d’ombra che di luce: di lui sappiamo quel poco raccontato da Erodoto, peraltro poco affidabile, vista la tendenza a prendere per buone storie tramandate da duemila anni, e chiaramente false ( clamorosa quella della figlia di Cheope che si prostituiva in cambio di una pietra per costruire la piramide del padre!), e quel poco che sappiamo è chiaramente insufficiente a spiegarci quello che avvenne durante il suo regno. A dar retta ad Erodoto, fu di gran lunga il più amato faraone della IV dinastia; pare che fosse un uomo giusto e retto, dedito agli dei e ad una vita morigerata. Prendiamo con le pinze il resoconto del grande viaggiatore dell’antichità e andiamo avanti. Secondo il canone di Torino, un papiro risalente forse ai tempi di Ramsete II, recuperato dal geniale Drovetti e oggi visibile al museo egizio di Torino, alla morte di Chefren salì sul trono Menkaura.

Il rivestimento originario

La lista di Manetone, sacerdote vissuto durante i tempi di Tolomeo I, per secoli l’unica fonte attendibile della cronologia faraoina egizia, a salire sul trono sarebbe stato Bicheris, che avrebbe regnato uno o due anni, prima di lasciare il posto a Menkaura. Sul regno di quest’ultimo, chiamato da Erodoto alla maniera greca, Mikerynos, da Manetone Menkheres e dagli autori del Canone di Torino, della lista di Abydos e da quella di Saqqara con la denominazione poi adottata di Menkaure (a), non ci sono dubbi di sorta, e gli studi successivi alla decifrazione dei geroglifici ha confermato la bontà delle fonti. Il suo nome egizio era Horo Kakhet, e il suo regno coprì all’incirca un lasso di tempo di 18-19 anni, durante i quali, come già detto, la cosa più importante che fece ( che almeno noi conosciamo), fu la costruzione nella pianura di Giza della più piccola delle tre piramidi.Alta 65 metri, quindi meno della metà di quella di Cheope (137 metri),larga alla base 108 metri per lato, venne rivestita per circa un terzo di elegante granito rosso, ma venne inspiegabilmente lasciata così.

Il tempio di Micerino

Forse la morte del faraone, forse la fine dell’età dell’oro, forse un ridimensionamento della potenza e dell’autorità del faraone portarono ad una scelta che lasciò incompiuta l’opera. Di certo al suo interno venne posto un magnifico sarcofago di basalto che venne caricato sulla Beatrice, una nave che doveva trasportarlo in Inghilterra, al British museum. Al largo della Spagna una furibonda tempesta provocò l’affondamento della nave stessa, e il sarcofago e alcune casse contenenti altri reperti importanti finirono, per una sinistra ironia, sul fondo del mare, dopo aver resistito venticinque secoli ai tentativi di sottrazione dei ladri di tombe. Nella piramide vennero costruiti due diversi ambienti: una dedicata al faraone e alle sue necessità, un’altra che non venne completata.
Al lato della piramide vennero costruiti anche un tempio funerario, quasi completamente perduto e un viale riservato alle processioni; un’operazione importante, che mostra come in realtà tutto facesse parte di un disegno molto ampio, probabilmente inteso ad una maggiore glorificazione divina del faraone.

La meravigliosa triade


Alcune curiosità:
- fu il colonnello Richard William Howard-Vyse a trovare il nome di Micerino scritto su un soffitto di una delle piramidi delle regine. E fu sempre lui ad inaugurare la triste stagione dell’utilizzo della dinamite per aprire varchi nei monumenti egizi, cosa che venne ripresa in seguito da Giovanni Belzoni.Fu probabilmente il primo bianco a mettere piede nella piramide, dopo naturalmente gli immancabili arabi che, alla ricerca di tesori, avevano da tempo profanato la costruzione, lasciandola, tra l’altro, stracolma di immondizia. Il colonnello rinvenne, nel sarcofago, uno scheletro avvolto sommariamente in un bendaggio rudimentale. Il tutto, spedito al British, venne analizzato successivamente, con la scoperta che non si trattava di uno scheletro del periodo dinastico, ma di datazione nell’era cristiana;
-una delle opere più belle dell’antichità egizia è una lastra in scisto  che rappresenta il faraone (posto ovviamente al centro della composizione), tra la dea Hathor e una dea che personifica un nomo locale. L’opera è di una bellezza e raffinatezza che lasciano senza fiato, e che testimoniano il grado eccelso raggiunto dall’arte egizia;
-Reisner, il fortunato professore che la cui equipe scoprì il tesoro della regina Hetheperes, madre di Cheope, individuò, nel 1913, una zona a sud della piramide che serviva per il seppellimento di sacerdoti che vissero durante il regno di Menkaura.

Paul Templar


Il caso Graziosi


Arnaldo Graziosi


Lui, un musicista di 32 anni; lei, una casalinga di 24. In mezzo una bambina di tre anni. Una famiglia come tante, all’apparenza felice, una delle tante che nell’ottobre del 1945 guardavano al futuro con speranza, dopo aver vissuto la grande tragedia della guerra. Forse è per questo,per dimenticare le bombe e la fame, la paura e la tristezza che lui, Arnaldo Graziosi, lei, Maria Cappa e la piccola di tre anni si recarono a Fiuggi.

Una sera come tante, quella del 21 ottobre 1945, passata senza l’incubo delle sirene antiaeree, senza l’angoscia di dover dormire vestiti, con un occhio aperto e le orecchie tese per paura dei bombardamenti.


I coniugi Graziosi vanno a dormire nel loro letto matrimoniale, con in mezzo la piccola Andreina, una consuetudine. L’indomani mattina, Arnaldo Graziosi, vestito di tutto punto, inappuntabile, si reca nella hall dell’albergo, e all’esterrefatto portiere dice che la moglie giace nel suo letto, morta con una ferita da arma da fuoco alla tempia. “E’ un suicidio, aggiunge”


La mamma della Cappa al processo

Vengono chiamati i carabinieri, che giungono sul luogo del fatto, interrogano il marito e fanno i primi rilievi. “Si è uccisa per la vergogna”, dice Graziosi ai carabinieri, “aveva contratto la sifilide prima di sposarci, e si sentiva in colpa per averla trasmessa a me e alla bambina” E mostra ai carabinieri quella che è l’ultima lettera scritta prima della morte, prima di quel gesto assurdo. Per i carabinieri il quadro della storia appare da subito confuso; una donna sceglie di uccidersi, e lo fa nel letto matrimoniale, accanto alla figlia che dorme. Sia la bambina, che l’uomo, non sentono lo sparo e continuano placidamente a dormire. E l’indomani mattina Graziosi trova il tempo di vestirsi in modo inappuntabile, di scendere nella hall e di parlare freddamente al portiere dell’accaduto. Dubbi consistenti, quindi, sulla versione fornita dall’uomo. Dubbi che aumentano fortemente quando alle orecchie degli inquirenti arrivano voci su una relazione che l’uomo avrebbe con una giovanissima pianista sua allieva. C’è anche biglietto della presunta suicida, non firmato, e che dice testualmente :

La lettera della Cappa

«Quando leggerete queste righe il mio martirio sarà finito. Troppo a caro prezzo sto pagando la sola leggerezza della mia vita. Per mia figlia e per quelli che mi amano io debbo andarmene. Ora sono stanca mortalmente: basta con tutto. Desidero che tutti quelli che mi conoscono non sappiano di questo e abbiano sempre un buon ricordo di Maria».”

Altro particolare assolutamente discordante è la telefonata alla giovanissima Anna Maria Q., la sua allieva; Graziosi si giustifica dicendo che l’ha chiamata per avvertirla della disgrazia e per annullare un appuntamento con lei. Ma i sospetti dei carabinieri aumentano, confortati anche dal ritrovamento di un diario in cui la ragazza confessa alle pagine dello stesso il suo travolgente amore per Arnaldo. Anche se non ci sono prove assolutamente inconfutabili, per gli inquirenti non ci sono dubbi: l’assassino è lui, e ha ucciso la moglie non per gelosia o per avergli trasmesso la sifilide, ma semplicemente perché voleva liberarsi dell’ostacolo al suo amore per Anna Maria.

Arnaldo Graziosi entra in tribunale

Graziosi viene arrestato e inizia un processo che vedrà una larghissima partecipazione del pubblico, che si appassionerà schierandosi in innocentisti e colpevolisti, soprattutto per la fortissima eco che la notizia ebbe sui quotidiani. Il processo, quello che oggi definiremmo assolutamente indiziario, si trasformò, ben presto, in una palestra di oratoria, nella quale gli avvocati sfoggiarono un repertorio aulico e forbito: da un lato c’era la difesa, che sosteneva come la sifilide potesse assumere un ruolo patologico così forte da creare nell’individuo la tendenza al suicidio, dall’altro l’accusa, che puntava tutto sulla tesi dell’omicidio volto a permettere al Graziosi di continuare la sua relazione con la giovane Anna Maria. In aula arrivò la mamma della Cappa, che disse alla corte che la figlia era “pura e illibata” il giorno delle nozze; la donna prima di uscire dall’aula, urlò un assassino, rivolto al genero, che sicuramente ebbe un suo peso nella sentenza finale. Fu effettuata una perizia calligrafica sull’ultima lettera della Cappa, che escluse, anche se non in maniera assoluta, che la stessa fosse stata scritta dalla donna.

Le prime pagine dei giornali

Considerando il periodo storico, il dubbio che senza contro perizia della difesa si sia agito con una certa leggerezza è legittimo; tuttavia la corte arriva alla sentenza, una sentenza che, nonostante la disperata difesa dell’uomo, che si professa innocente, condanna Arnaldo Graziosi a 24 anni di galera. Così, due anni dopo la morte di Maria Cappa, le porte di Regina Coeli si aprirono per il Graziosi.

La giuria e il giudice

Un anno dopo la Cassazione stabilì che il processo era stato regolare, e confermò la pena. Arnaldo Graziosi non resistette all’annuncio, e tentò la fuga. Venne ripreso e iniziò a scontare la sua pena. Sarebbe rimasto in carcere fino al 1981, se la figlia Andreina, che credeva nell’innocenza del padre, non avesse disperatamente combattuto per la sua libertà; ottenuto il perdono dei famigliari della Cappa, la ragazza si rivolse al presidente della repubblica Gronchi, che nel 1959 graziò il detenuto. Graziosi uscì quindi dal carcere e riprese quella che era una vita normale. Lavorò come compositore, si sposò con una cantante lirica spagnola e visse con discrezione la sua vita privata, fino al marzo del 1977; quando all’età di 84 anni si uccise, lanciandosi dal balcone della sua abitazione di Grottaferrata.

Il carcere di Rebibbia

Era vestito di tutto punto, come quella lontana mattina del 1945, quando era sceso nella Hall dell’albergo Igea di Fiuggi. In paese nessuno sapeva di quella terribile storia, ed era conosciuto come una persona distinta e tranquilla, che impartiva lezioni private di musica a giovani allievi. Graziosi si portava dietro la verità su quella storia, mai pienamente trovata, e probabilmente nemmeno provata con certezza, visto che la sentenza di condanna dell’uomo non fu all’ergastolo, come sarebbe stato lecito aspettarsi, ma ad una pena sensibilmente inferiore.

Pia Bellentani


Nell’immediato dopoguerra il caso di Rina Fort, la belva di via San Gregorio, aveva sconvolto il paese per la sua efferatezza , mentre il caso Graziosi aveva appassionato l’opinione pubblica per il suo alone di mistero. Il caso di Pia Bellentani divenne invece un emblema, quello della classe ricca e borghese in cui i tradimenti e gli adulteri si consumavano fra feste e champagne, in una classe sociale in cui i problemi della quotidianità, che affliggevano la stragrande maggioranza degli italiani, erano distanti, in un paese che faticosamente tentava di riprendere a vivere dopo la tragedia della guerra. Fu nella ricca e ovattata classe borghese che avvenne l’omicidio di Carlo Sacchi, gaudente e impenitente don Giovanni, ucciso la sera del 15 settembre 1948 dalla giovane amante Pia Caroselli Bellentani, moglie di un industriale che produceva prosciutti. Un omicidio senza misteri,chiaro in tutte le sue fasi, nella modalità d’esecuzione, con tanto di movente e di arma del delitto.

Carlo Sacchi

Pia era nata da una famiglia benestante a Sulmona, il 29 gennaio del 1916, ed era cresciuta senza particolari problemi, educata in un istituto religioso;a 22 anni conosce il conte Lamberto Bellentani, di quarant’anni, un industriale del settore insaccati. Un uomo ricco, anche se non fisicamente attraente. L’uomo la corteggia, e Pia accetta il suo corteggiamento,per sposarlo poi nel 1938. Dal matrimonio nascono due figlie, e Pia sembra una donna appagata. Una sera conosce ad una festa Carlo Sacchi, un playboy sposato con tre figlie, che colleziona avventure e amanti; la donna ritroverà l’uomo dopo il trasferimento a Cernobbio, durante il quale si innamora di lui e inizia una relazione adulterina. Una relazione che proseguì nel tempo, anche se, ad un certo punto, Pia Bellentani si rese conto che Sacchi continuava tranquillamente la sua vita da bohemienne, inanellando relazioni una dietro l’altra.


Una di queste provocò dure scenate di gelosia della giovane contessa; Sacchi compariva sempre più frequentemente al fianco di Sandra, moglie separata di un industriale. Per Pia era un affronto intollerabile, e la gelosia esplose drammaticamente la sera del 15 settembre, durante una serata di gala a villa Este, a Cernobbio. C’era una sfilata di moda, quella sera, un avvenimento mondano a cui partecipava la crema della società; e naturalmente c’era lei, la contessa, in compagnia del marito. La situazione precipitò quando Pia vide il Sacchi in compagnia della nuova fiamma; lo seguì nel guardaroba e lo affrontò.

Villa d’Este, lo scenario del dramma

Da questo momento in poi l’unica versione che abbiamo della vicenda è raccontata dalla Bellentani; non ci furono testimoni, perché la festa era in pieno svolgimento. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Pia affrontò, pazza di gelosia, il Sacchi, e lo minacciò con una pistola. L’uomo rise, dandole della terrona, e a quel punto la donna sparò. Un solo colpo, ma bastò a centrare al cuore il Sacchi, che si accasciò con le mani sporche di sangue. Il rumore dello sparo fece accorrere delle persone, e c’è chi testimoniò che la donna tentò di spararsi un colpo, ma che la pistola si inceppò.

Pia Bellentani poco prima dell’omicidio

Lo scandalo dilagò immediatamente. I giornali si tuffarono sulla vicenda, descrivendo un mondo, quello ricco e borghese, quello della nobiltà viziosa e dissoluta, come un mondo amorale, in cui i valori tradizionali venivano calpestati e infranti, in cui si viveva senza veri sentimenti e con molta ipocrisia. Ecco alcuni stralci tratti da settimanali e giornali dell’epoca, che testimoniano lo scenario e l’antipatia evidente dei giornalisti nei confronti dei protagonisti della storia:

Il lago di Como, teatro incomparabile di tante passioni storiche, nido di ardenti e combattuti amori, come disse un antico poeta, ha riaperto improvvisamente i suoi battenti e li ha riaperti con una compagnia di primo cartello e con un programma d’eccezione: anche i palati più esigenti non possono lamentarsi. Constatiamo per cominciare che, dal punto di vista strettamente estetico, un delitto più allettante di questo sarebbe difficile trovarlo. Esso possiede tutto per piacere, per intrigare e per commuovere chi lo segue. La protagonista del dramma è anzitutto una bella ed elegante donna, e questo non guasta mai: non troppo giovane né troppo vecchia: nel primo caso avrebbe forse ispirato compassione, nel secondo il disgusto; invece la contessa Pia Bellentani, con i suoi 32 anni, è all’esatto centro della vita della donna: è per così dire l’Amante per antonomasia! Meno interessante sotto diversi aspetti e per diverse ragioni è la vittima. Naturalmente la morte lo eleva; persino quel suo ultimo e probabilmente involontario ghigno di cui tutti i testimoni hanno parlato e che la foto del cadavere lascia ancora intravedere, gli conferisce una lieve patina satanica che certo non può spiacere al pubblico femminile: molte donne, lo si sa, amano essere dominate e soffrire; in ogni caso preferiscono piangere sotto la sferza e magari l’insulto dell’uomo che amano, che ridere: la passione non va mai molto d’accordo con le risate. Sacchi era; da quanto ci risulta, un uomo che, quando lo voleva, sapeva essere superlativamente esasperante per non dire addirittura antipatico: lo si può constatare facilmente attraverso tutto quanto ci è noto di lui. Anche se il poveretto ha pagato con la morte quel suo abituale cinismo, anche se si è mostrato sovente generoso ed umano coi suoi simili (circostanza che anch’essa appare dalle testimonianze) doveva essere, da vivo, qualcosa di intermedio fra il volgare, l’ironico e il vissuto. Era probabilmente giunto a questo complesso attraverso i denari guadagnati facilmente, la poca cultura e la limitata raffinatezza intellettuale; molto, anche, attraverso la possibilità con la quale quel denaro gli permetteva di piegare ai suoi desideri molte e svariate donne. Era l’uomo che quando l’amica, forse per un momento perduta nel suo sogno, tentava di portare la conversazione intima su quesiti astratti o sentimentali, rispondeva, senza dubbio convinto di essere molto spiritoso….”

Il processo

Ecco la ricostruzione che fece l’inviato del Tempo nell’articolo del 25 settembre 1948:

Il Sacchi fece una smorfia di disprezzo. Era livido in volto, ma di noia, di stanchezza. Capiva di avere giocato troppo a lungo. Vide l’arma dirigersi adagio verso di lui. I soliti terroni spacconi. Poi, più forte: Terrona!. Il signor Bouyeure è un ex paracadutista. Non poteva equivocare sulla natura di una detonazione. Si volse di scatto. Sua moglie, impietrita, vide la donna davanti a sé, con la pistola in mano; e la mano che si alzava rapida verso la tempia. Il signor Leopoldo Surr, che si trovava alle spalle di Pia Bellentani, fece per afferrarla al polso. Pia aveva la pistola alla tempia. Si udì il suo urlo: Non spara più, non spara più. Il gemito rauco che il Sacchi aveva emesso cadendo riverso a terra, rovesciato dall’urto del proiettile calibro 9, non lo aveva udito nessuno. Bouyeure balzò su Pia e le diede tre schiaffi tremendi. Surr le teneva il polso, Sacchi, a terra, aveva una smorfia orribile rappresa sulla faccia. Tre donne gli si buttarono addosso urlando: la sorella, la moglie e la Guidi di Monteolimpino. Fu uno spettacolo di pochi istanti, ma atroce. La signora Locatelli fu la prima a rialzarsi: Assassina, gridò. Porca, gridò da terra la moglie tedesca. La signora Locatelli puntò il dito contro Lamberto Bellentani: Tu lo sapevi, lo sapevi che era l’amante di mio fratello! Qualcuno trascinava via Pia Bellentani. Una ragazza giovane si precipitò verso l’atrio gridando: Hanno ammazzato un uomo! Si teneva il lungo strascico di seta nera all’altezza del busto. Pia, nella saletta della Direzione, balbettava parole incomprensibili. Sta sopravvenendo il collasso. No, non era ubriaca. Lo negherà più tardi. Diceva: Datemi la rivoltella. Il marito arrivò, disse: Ada in questo momento mi ha detto che tu sei l’amante del Carlo da tanto tempo. È vero?. No, disse Pia, con un filo di voce. Ma cosa ti ho fatto? Avevi tutto ciò che potevi desiderare… Perché l’hai fatto?. Perché ero stanca, stanca, stanca.”

La perizia psichiatrica secondo la Domenica del Corriere

Il processo iniziò il 4 marzo del 1952 presso la corte d’Assise di Como; il caso era senza misteri, visto che c’era un assassina reo confesso, un’arma del delitto e un movente. La difesa, di fronte all’evidenza dei fatti, giocò la carta della seminfermità mentale. Venne chiamato un famoso perito, il professor Saporito, a visitare la donna. E la sua perizia risultò decisiva: secondo Saporito la donna aveva un male ereditario, che la rendeva temporaneamente incapace di distinguere le sue azioni, un corto circuito mentale che ne aveva alterato la percezione della realtà.


Il contro perito, chiesto dall’accusa, confermò sostanzialmente la diagnosi, e così il 12 marzo venne emessa la sentenza:Pia Bellentani era condannata a 10 anni di reclusione (tre le vennero condonati) di cui tre da trascorrere in un manicomio criminale. In appello le ridussero la pena di altri tre anni, e venne così trasportata nel manicomio criminale di Aversa.


Giornalisti fuori dal carcere di Aversa

Non era una detenuta qualsiasi, e difatti le vennero concessi numerosi privilegi, fra i quali quello di poter tenere con se un pianoforte. Così, nel carcere in cui era prigioniera, tra le altre, la belva di via San Gregorio, Rina Fort, echeggiavano, nelle monotone giornate, le note dei compositori preferiti dalla contessa. Nel 1955, a distanza di soli tre anni dall’accaduto, il presidente della repubblica le concesse la grazia, e la contessa potò tornare in libertà. Il giorno della sua liberazione non parlò con il nugolo di cronisti che la attendevano fuori dal carcere, ma salì su un auto e corse via, destinazione una località dell’Abruzzo.

Le prime pagine dei settimanali

Ad attenderla c’erano le sue due figlie; attorno a lei venne creata una barriera che impedì qualsiasi contatto a giornalisti e fotografi. Visse nell’anonimato più completo fino al giorno della sua morte, nel 1980.

La tomba di Mausolo

Una raffigurazione del Mausoleo di Alicanasso

Subito dopo la conquista di Alicarnasso, dopo un duro e lungo assedio, Alessandro il Grande volle recarsi a vedere da vicino una costruzione che si ergeva, imponente, dentro la città, e della quale aveva sentito decantare la magnificenza. Lo spettacolo che vide lo lasciò senza fiato. Il mausoleo eretto da Mausolo e completato dalla moglie- sorella Artemisia si ergeva per oltre quaranta metri di altezza, con un basamento superiore ai venti metri, sopra il quale c’era un colonnato su cui erano alloggiate probabilmente duecento statue, alto circa tredici metri, a sua volta sormontato da una costruzione piramidale, sulla cima della quale c’era una quadriglia tirata da cavalli, nella quale originariamente dovevano trovar posto uno o due conducenti.

Alla costruzione della tomba avevano lavorato i più famosi architetti della Grecia antica, Satiro e Pilide, e vi avevano lavorato i più grandi scultori del tempo, come Prassitele, Skopa, Leochares e Binasside. Una costruzione che era diventata famosa in tutto il mondo antico; era sorta probabilmente durante la fine del regno di Mausolo, satrapo persiano della regione della Caria, che aveva regnato in quelle zone dal 377 Ac al 352, anno della sua probabile morte. La vedova, Artemisia, sorella del re, inconsolabile per la sua morte, portò a termine la costruzione che, con ogni probabilità, era già in stato avanzato. Le sue dimensioni imponenti, la sua bellezza divennero proverbiali, tanto che venne coniato il termine mausoleo per indicare dapprima sepolture di grandi dimensioni e in seguito per indicare qualsiasi costruzione che contenesse spoglie, ornamenti e sculture in profusione. Con il passare dei secoli la costruzione attirò i cacciatori di pietra, mentre il colpo di grazia lo dettero i Cavalieri di Rodi, che, per costruire il castello, che ancora oggi è presente nell’odierna Bodrum,saccheggiarono la tomba di Mausolo; gli stessi cavalieri vennero poi sconfitti da Solimano il magnifico che ampliò la fortezza.

Il Castello di Bodrum, l’antica Alicarnasso

Ancora oggi è possibile vedere molte pietre del mausoleo incastonate nella costruzione; le architravi, lunghe due metri e novanta, hanno permesso di calcolare l’esatta grandezza della parte superore del mausoleo, oggi ridotto ad un cumulo di rovine. La presenza di una quantità impressionante delle stesse ha suggerito agli studiosi che la base della tomba di Mausolo in realtà era piena, e non vuota, dando l’esatta dimensione dell’imponenza della stessa. Alla distruzione della tomba sopravvisse ben poco; i resti dei cavalli e della quadriga, recuperati, vennero trasportati al British museum, dove sono esposti anche fregi della costruzione.

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Il sogno di ogni storico che si rispetti è imbattersi in materiale inedito di qualsiasi personaggio storico;poterne riscrivere la vicenda umana,politica,personale,alla luce di quella che è la fonte principe a cui attingere,l’autobiografia. E quando nel 1983 Gerd Heidemann

Nella foto Gerd Heidemann

giornalista tedesco molto accreditato,mise le mani su alcuni diari risalenti ai vent’anni precedenti la fine della seconda guerra mondiale,sicuramente deve aver provato una babele di sensazioni;gioia,timore,ma soprattutto la certezza di poter riscrivere la storia di uno dei miti in negativo del secolo scorso,Adolf Hitler. La storia incomincia proprio nel 1983,quando Heidemann viene contattato da un pittore, Konrad Kujau,che,in via confidenziale,racconta al giornalista di essere in possesso dei diari autografi del Fuhrer,scritti tra il 1932 e il 1945;62 volumi,in tutto,recuperati da un aereo precipitato a Börnersdorf,piccolo centro vicino a Dresda,nell’allora DDR. Kujau chiede una somma enorme per la vendita dei diari di Hitler:10 milioni di marchi,all’incirca 10 miliardi delle vecchie lire.

Heidemann parlò con i suoi capi,al giornale Stern,chiedendo il permesso di poter trattare l’affare;e i dirigenti,pur perplessi,diedero il via libera al giornalista,chiedendo prima che sottoponesse i diari a qualche storico autorevole,che ne avallasse sia l’autenticità che il valore storico. Il giornalista si rivolse a Hugh Trevor-Roper,direttore del Times Newspaper,personaggio dal passato adamantino,che alla fine della guerra era stato incaricato dal governo di sua maestà di descrivere gli ultimi dieci giorni della vita di Hitler per confutare le pretese sovietiche che Hitler fosse ancora vivo,e che aveva poi scritto dei libri sul Fuhrer.

L’autore dei falsi, Konrad Kujau

Trevor Roper studiò i diari,e durante una conferenza stampa tenuta nell’aprile del 1943,dichiarò pubblicamente: « Sono sufficientemente certo che i documenti sono autentici, che la storia dei loro viaggi dal 1945 sia vera; di conseguenza, è chiaro che le tesi fino ad oggi accertate sullo stile di scrittura di Hitler, sulla sua personalità e persino, forse, su alcuni eventi storici possano essere sottoposte a revisione. »

Una pagina dei diari

Tuttavia non tutti condividevano l’ottimismo dello storico,e molti,prima di esprimere un parere,decisero prudentemente di attendere l’esito delle perizie effettuate sulla carta,sull’inchiostro e sulla grafia di diari. Ed ebbero ragione. Il 5 maggio l’esito delle perizie non lasciò nessun margine al dubbio:carta e inchiostro erano da attribuire ad un periodo molto posteriore alla fine della seconda guerra mondiale. Non solo; i diari altro non erano che un resoconto di alcuni dei discorsi pubblici di Hitler,con aggiunti piccoli particolari inediti ma assolutamente marginali;in più l’autore dei falsi aveva grossolanamente sbagliato anche il monogramma di Hitler. Lo scandalo travolse la dirigenza del giornale Stern,mentre Heidemann e Kujau vennero arrestati con l’accusa di aver ordito una colossale frode.

David Irving

Una pagina del diario Kujau confessò immediatamente di essere l’autore dei falsi diari;era considerato un falsario abbastanza esperto,tanto da aver riprodotto lo stile pittorico di Hitler più volte,oltre ad aver imparato ad imitare la calligrafia del Fuhrer. Il falsario se la cavò con una condanna mite,e quando uscì dal carcere trovò modo anche di guadagnarci su,raccontando il modo in cui aveva ordito la truffa. Viceversa,Heidemann,accusato di aver intascato parte della somma pattuita per l’acquisto dei diari,si prese una condanna più dura.

E va detto,ingiusta. Il giornalista aveva agito in buona fede,come testimoniato in seguito da alcune registrazioni di telefonate,che però non furono ammesse come prova a discarico durante il processo;Heidemann morì nel 2000,e oggi i suoi eredi hanno chiesto la revisione del processo. Trevor Roper vide clamorosamente macchiata la sua reputazione,mentre incredibilmente,un falso diario dei 62 originari è stato battuto ad un’asta per la somma di 6000 euro.

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Tutti gli appassionati di storia e archeologia egizia sognano di andare,almeno una volta,a vedere la piramide di re Zoser (o Djoser) a Saqqara,piccola località distante circa 30 km da Il Cairo.

Perché la piramide a gradoni che fa bella mostra di se nella piana è opera di uno degli ingegni più grandi dell’umanità,l’architetto,medico e astrologo Imhotep.

Conosciamo pochissimo o nulla della sua vita,se non che è coincisa con il regno del faraone Zoser,e quindi presumibilmente tra il 2260 e il 2240,periodo nel quale progettò la piramide a gradoni.Quando sia nato,la data della sua morte sono quindi collocabili in un’epoca che spazia tra il 2230-40 e il 2240-2260 AC.

Ma quello che conta è il mirabile ingegno di un uomo che,in un’epoca oscura,appena affacciatasi alla civiltà,riuscì a stupire i contemporanei,e in seguito per molti secoli i successori,con le sua doti di medico,oltre che di architetto.A tal punto che molti anni dopo la sua morte venne deificato,caso unico nella storia egizia,e innalzato a livello del pantheon delle divinità egizie,come Dio della medicina.

Lo stesso fecero i greci,che lo venerarono con il nome di Esculapio,rendendolo,di fatto,il dio della medicina.

La costruzione della piramide a gradoni di Zoser inizia con un progetto che prevedeva l’innalzamento di una mastaba (panca) ad un piano;a cui furono aggiunte altre mastabe di dimensione inferiore,fino a raggiungere la caratteristica forma che hanno ancora oggi.Imhotep provvide anche a dotare la piramide di un recinto murario di 500 metri per 280 e alto pressappoco 10 metri;all’interno,vennero poste statue una delle quali raffigura il faraone Zoser che è una delle cose più belle rinvenute in Egitto.

La sua fama percorse in breve l’Egitto,e fu associata anche alla sua indiscussa abilità medica.Nei pressi della piramide di Zoser,infatti,venne costruito un qualcosa che assomiglierebbe oggi ad un pronto soccorso,e che i greci chiamarono Asklepleion.

Ed è in questa zona che probabilmente fu sepolto;con una tecnica così raffinata da permettere al suo ideatore di sfuggire a predatori e tombaroli.Generazioni di archeologi,avventurieri,studiosi,hanno tentato,fino ad adesso inutilmente,di trovare la sua sepoltura.

E’ notizia di qualche mese fa del ritrovamento,nella piana di Saqqara,di mummie di Ibis,uno degli animali sacri ad Imhotep.Dopo quella di Tutankamon,la scoperta della sua tomba rappresenterebbe il colpo più importante dell’egittologia.

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A Venezia,sul Canal grande,c’è un palazzo dall’aria dimessa.

E un palazzo comunque elegante,in quello stile veneziano che ebbe tanta fortuna nel 500 e nel 600. Venne progettato,sul finire del 1400,da Giovanni Dario,che si immortalò sulle mura del palazzo,con una scritta che recita “Genio urbis Joannes Dario”, (vedi foto) e venne da questi ceduto ad una sua figlia,probabilmente quando l’uomo morì. La donna,Marietta,aveva sposato un uomo d’affari,che all’improvviso subì un tracollo economico;la cosa le pesò così tanto che ben presto morì di crepacuore. Alla sua morte il palazzo passò al marito,Vincenzo Barbaro e in seguito alla sua famiglia. Uno dei successivi proprietari, Giacomo Barbaro,venne rinvenuto cadavere a Candia,ucciso da misteriosi e impuniti assassini.

Nella foto: particolare del frontale con la scritta: Genio urbis Joannes Dario

I tre avvenimenti,pur diluiti in un arco temporale di oltre un secolo,iniziarono a insospettire i veneziani,che guardavano con timore al palazzo e a quella che sembrava un’oscura maledizione che gravava sul palazzo stesso. Probabilmente alla sua cattiva fama aveva contribuito la storia (non ci sono prove storiche) che il palazzo fosse stato costruito su un antico cimitero Templare. Nel secolo successivo il palazzo passò di mano e fini in quelle di un commerciante turco di preziosi. Che non ebbe molto tempo per godersi l’abitazione,visto che fallì improvvisamente e morì in disgrazia. Ma è nell’ottocento che la cattiva fama della costruzione iniziò a delinearsi in maniera netta,acquistando quella fama di casa maledetta che non avrebbe più Uno studioso inglese, Radon Brown,che acquistò l’edificio,morì misteriosamente con il suo coinquilino,pare per un suicidio. Altra sorte amara toccò ad un ricco americano,Briggs,che dovette scappare in fretta e furia dall’Italia con il suo amante,inseguito alla scoperta della loro relazione omosessuale;il suo amante si suicidò per la vergogna. Per qualche tempo i proprietari successivi godettero di relativa tranquillità,ma soltanto fino agli inizi degli anni settanta; Filippo Giordano delle Lanze,il nuovo proprietario,venne ucciso dal suo amante,che riuscì a scappare lontano dall’Italia,ma che morì misteriosamente,a sua volta,per mano di sconosciuti. Il proprietario successivo,Lambert,manager fra l’altro del gruppo inglese degli Who,si suicidò e successivamente Ferrari,un manager veneziano,subì un pesantissimo tracollo economico e per colmo i sventura vide morire sua sorella,che abitava nel palazzo,in un tragico incidente d’auto. L’ultima vittima illustre della maledizione della casa risale a pochi anni addietro;si tratta di Raul Gardini,manager e imprenditore di fama,che morì suicida in seguito allo scandalo di Tangentopoli. La storia non sarebbe completa se non si accennasse anche alla “maledizione a distanza” di Ca’ Dario;vittima illustre il tenore Mario Del Monaco,che ebbe un incidente d’auto gravissimo,in seguito al quale restò in coma per qualche tempo,proprio mentre stava andando a stilare l’atto d’acquisto della casa. Una catena di sangue sicuramente singolare. Anche chi non crede a maledizioni presunte,a leggendarie costruzioni innalzate su cimiteri Templari o di appestati non potrà non provare un brivido davanti al fascino sinistro di questa costruzione.

La tortura nel Medioevo


C’ è un aspetto del medioevo che è sempre stato stigmatizzato come esempio di quelli che sono passati alla storia come secoli bui: l’uso della tortura. In realtà il medioevo non fu di certo un periodo storico peggiore del passato; l’uso della tortura è antichissimo, ed era praticato a memoria d’uomo, ed era presente in tutte le prime civiltà degli albori, da quella Babilonese a quella egizia, passando per le culture sudamericane o anche più vicine a noi, come la cultura romana, ad esempio. Effettivamente nel medioevo però tale consuetudine venne praticata con più frequenza, visto che alla tortura ricorrevano re e principi quand’anche semplici esponenti della nobiltà, vi ricorreva la chiesa, che istituì l’Inquisizione, definita con un eufemismo Santa, e che nacque con lo specifico compito di estirpare l’eresia, trasformandosi, con il passare dei secoli, in un’istituzione dai confini e dalla moralità incerta.

Alla tortura si ricorreva per estorcere informazioni al nemico, per far confessare rei di varie colpe, o anche per motivi che oggi appaiono orripilanti, come il tentativo di far confessare presunte colpe di stregoneria, di maleficio, di adorazione del diavolo. Lo strumento della tortura divenne perciò un sistema generalizzato. Molto spesso agli imputati venivano riconosciuti più gradi di colpa, e non era infrequente che essa venisse applicata anche a ladri, falsari, spergiuri ecc.

Gli strumenti di tortura erano molteplici, e passavano attraverso uno studio che oggi considereremmo degno di miglior causa ; alcuni di essi mostrano un ingegno ben oltre la fantasia, quasi un’estensione delle menti probabilmente malate di chi le ideò.

Alcune applicazioni della tortura non richiedevano praticamente nessun mezzo tecnico; in alcuni casi l’apporto degli stessi era molto limitato Una delle forme di tortura più frequenti era lo scorticamento. Il malcapitato veniva letteralmente scorticato con strumenti da taglio di varia foggia e misura. La pelle era tagliata a strisce, ed era una delle pratiche più dolorose in assoluto. Faceva il paio con il tavolo dell’allungamento, altra mostruosità peraltro purtroppo efficacissima che utilizzava delle imbragature di pelle per tendere gli arti del prigioniero, che veniva steso un tavolo e tirato, alle volte anche contemporaneamente, per i quattro arti. Una variante utilizzava dei pesi che venivano legati, progressivamente, alle gambe del prigioniero, appeso per le braccia ad un anello di metallo. Il risultato era lo stesso, e provocava lo stiramento delle articolazioni. Altre varianti erano gli anelli di contenzione, che a loro volta differivano molto nella loro forma. Alcuni venivano applicati ai polsi e alle caviglie dei condannati, e mediante una ruota elicoidale, venivano stretti fino alla confessione del soggetto. Altri ancora avevano all’interno degli aculei in metallo, che straziavano le carni, una versione primitiva di quello che sarà lo strumento di tortura forse più raffinato, se vogliamo usare il termine, ovvero la Vergine di Norimberga. Nei secoli successivi varianti di questi strumenti vennero utilizzati anche come strumento di pena e non solo di tortura; nella Serenissima era in voga l’utilizzo di uno strumento particolarmente crudele, applicato non con frequenza, ma dal risultato particolare; consisteva in una maschera metallica con due aculei fissati all’altezza degli occhi; la maschera stessa veniva applicata sul volto del condannato e chiusa. I due aculei bucavano gli occhi, provocando la cecità del soggetto.

Il campionario degli strumenti di tortura comprendeva anche l’utilizzo di animali; una delle torture più temute, e allo stesso tempo più dolorose, era la tortura della capra. Al condannato veniva spalmato del sale sotto le piante dei piedi; al suo cospetto veniva condotta una capra, tenuta a digiuno per giorni. L’animale iniziava ovviamente a leccare il sale, e , affamata, spesso consumava la pelle dei piedi del malcapitato, a volte non si fermava se non quando era arrivata all’osso. Particolarmente efferati erano gli strumenti di tortura riservati alle donne, che spaziavano dal violone delle comari o anche maschera dell’ignominia, che consisteva in una forma di legno o anche di ferro nella quale erano imprigionati i polsi e il collo della persona, che veniva trascinata per le strade e percosso con bastoni. Avevano forme fantasiose ed erano applicate sul volto di donne particolarmente litigiose o insofferenti ai mariti. A volte queste maschere erano dotate di congegni che mutilavano la lingua e le labbra con aculei e lamette taglienti. E spesso accadeva che le donne soggette a tale trattamento venivano esposte al dileggio del popolo, che le copriva di escrementi e orina, e che arrivava a oltraggiarle con bastoni e altro, con particolare accanimento sui genitali. La tortura della goccia era pratica assai diffusa; il condannato veniva legato ad una sedia, gli veniva aperta la bocca e tramite un imbuto veniva versata nella bocca una certa quantità d’acqua, spessa mista a sale, ad aceto o altro. Ingurgitare grossi quantitativi d’acqua provocava dolori fortissimi, e l’aguzzino spesso colpiva al ventre il condannato per amplificare il dolore.

Come già detto agli inizi, la pratica della tortura divenne per l’Inquisizione, un formidabile strumento per stanare l’eresia, e non solo; la diffusione delle eresie provocò la ricerca, da parte della stessa Inquisizione, dei responsabili di pratiche considerate demoniache. Così, accanto a strumenti indicativi per identificare e colpire streghe e affini, come il Malleus Maleficarum, il Martello delle streghe, comparvero strumenti di tortura creati apposta per snidare il diavolo dalle stesse streghe, che spesso erano soltanto presunte tali. Va detto, per onor di cronaca, che nel corso dei secoli è nata un’autentica leggenda nera sia sul numero delle persone sottoposte a tali pratiche, sia sulla diffusione effettiva di queste stesse pratiche. I numeri sono nettamente inferiori a quanto alcuni sostengono; probabilmente i sottoposti a tortura, nell’intero arco di vita dell’organizzazione inquisitoria non furono più di centomila, con sessantamila vittime sia della morte sopravvenuta alla tortura stessa, sia delle esecuzioni di coloro che rifiutavano di pentirsi, convertirsi ecc. o semplicemente perché giudicati pericolosi e quindi da mandare a morte. Sono cifre notevoli, che però sono ben lontane dai numeri che i nemici dell’organizzazione misero in giro a scopo evidentemente propagandistico. Una delle torture più utilizzate dall’inquisizione consisteva nell’appendere l’imputato, tramite delle corde che legavano i polsi ad una carrucola; là lo sventurato attendeva anche mezz’ora, a seconda che confessasse oppure no. Va detto che difficilmente questa tortura si protraeva oltre il termine stabilito, poiché i danni riportati dal torturato dopo tal termine, diventavano perenni, e spesso poteva sopraggiungere la morte per arresto cardiaco.

Purtroppo questo sistema di tortura venne ben presto implementato con altri ben più crudeli, ammesso che sia possibile fare una distinzione in base a gradi di crudeltà stessa; una pratica barbara e crudele consisteva nel infilare topi o altri roditori negli orifizi sia maschili che femminili. Le bestiole, per istinto, si muovevano all’interno del corpo, mangiando intestini e pareti interne, con risultati che possiamo per fortuna solo immaginare. Così come un altro sistema particolarmente barbaro prevedeva l’utilizzo di particolari tenaglie, atte a strappare unghia, dita e brandelli di carne per estorcere confessioni. Sistemi che producevano ovviamente una percentuale vicina al cento per cento di confessioni. La quasi totalità dei torturati spesso preferiva la morte alla tortura.

Il campionario degli orrori potrebbe continuare a lungo, visto che la fantasia degli aguzzini spesso rasentava il patologico. In realtà quelli su descritti erano gli strumenti più usati; possiamo considerare forme di tortura anche la deprivazione del sonno, che consisteva nel tenere sempre svegli gli indagati, provocando loro danni spesso irreversibili. Strumenti, se vogliamo, più sofisticati, che sono arrivati sino ai nostri giorni. L’uso della tortura, lungi dall’essere confinato nel medioevo, ha avuto nel corso dei secoli successivi sviluppi anche tecnologici, come dimostra il secolo scorso, con un campionario di orrori che ebbe nel nazismo la sua vetta più alta e nera. Accanto ai sistemi medioevali, si sono aggiunti gli elettroshock, l’uso di strumentazioni elettriche e chimiche, dimostrando come non fu di certo il medioevo il periodo più buio della mente umana in termini di crudeltà.

Ho ricevuto da Pier Paolo Saba, autore di Sardegna, la nuova Atlantide, un articolo estremamente affascinante che getta nuova luce sull’enigma di Glozel, del quale ho parlato brevemente tempo addietro.
Credo davvero valga la pena di leggerlo


L’autore

Da la: “Sardegna -La Nuova Atlantide”-

Esempi di scrittura da portare in comparazione all’Enigma di Glozel.

Casualmente mi sono imbattuto in quel di Paultemplar, il curatore di un bellissimo blog dove è stato proposto l’Enigma di Glozel. Essendo un appassionato ricercatore storico, conseguentemente alle ricerche effettuate per la stesura del mio libro di prossima pubblicazione, dal titolo: <Sardegna – La Nuova Atlantide. Dopo la catastrofe… Nuove ipotesi di Pier Paolo Saba.>, avendo riscontrato delle straordinarie similitudini tra la fantastica, seppur casuale scoperta avvenuta nel 1924 in Francia, a Glozel, un piccolissimo centro nei pressi di Vichy, la documentazione raccolta per la pubblicazione mi ha lasciato semplicemente sbalordito. La stessa scrittura rinvenuta in Sardegna, quella riportata in numerosissimi esempi incisi su pietra, su reperti ceramici e su metalli, tra cui, bronzo, argento ecc, vedasi gli esempi fotografici citati nel mio libro e che riporto nella presente, esempi che propongo in comparazione a dimostrazione che la teoria esposta nel mio testo, assume un ulteriore e definitiva prova che, tale scrittura, sia quella stessa portata da Atlantide millenni prima che questo continente tanto favoleggiato scomparisse.

Ma, andiamo per ordine.

Dunque: Dalle notizie riportate da Platone in “Dialoghi”, nel Timeo e Crizia,  e prima di lui da Solone, cento anni prima, quando recatosi a Sais la Capitale Amministrativa dell’Egitto, dai Sacerdoti di quella città viene a scoprire che la stessa civiltà egizia e le genti che edificarono gli splendidi Monumenti e templi disseminati nell’intero Egitto, provenivano da un logo lontano, un immenso continente posto a occidente, in mezzo al “Grande Mare”… L’Oceano Atlantico. Nome che, curiosamente, ci riporta nel Centro – Sud dell’America. Atl, vuol dire Acqua, e Aztl: Provenienti da Oriente, dall’immensa isola in Mezzo al “Grande Mare”, secondo le leggende raccontate ancor oggi dai locali. Infatti, questa è la versione storica insegnata ancor oggi nelle scuole Messicane.

A questo punto, la tanto osteggiata e derisa versione raccontata da Platone successivamente,  in Dialoghi,  finalmente prende corpo, inconfutabilmente. Troppe sono le analogie che riportano ad  Atlantide, come quelle riportate minuziosamente nel mio testo.

Quelli che chiamo i “miei” SHRD, sono gli abbili navigatori che, per estendere i loro commerci, improntarono le loro rotte verso tutte le terre che facevano cornice all’isola Atlantidea che nella sua immensità era grande come l’Egitto la Libia e l’Asia; vedi Cartina in copertina del libro.

Le distanze che separavano quelle terre non erano troppo lontane, quindi, facilmente raggiungibili. Alcune grandi isole nelle Azzorre, come Madera e Canarie, fungevano da empori. Le merci importate da Atlantide e destinate alle varie località nelle “nuove” terre, a nord, Spagna, Francia, sino in Irlanda, Inghilterra, Norvegia, Svezia, Irlanda ecc. Mentre a sud si inoltrarono in Africa, passando via terra alla conquista del Marocco, Libia, Egitto e quelle altre terre chiamate Asia: Palestina, Siria, Turchia. addentrandosi fin oltre il Mar Nero ed il Caspio.

Dall’altro lato raggiungevano le Americhe. I reperti ritrovati in terra Americana sono altre inconfutabili testimonianze che attestano la grande diffusione culturale che il popolo Atlantideo aveva disseminato in tutte le terre allora emerse.

A Paraibo, in brasile, viene rinvenuta una stele scritta in Fenicio. Nelle grotte di Barrows si dissotterra un tesoretto monetale aureo, con numerosi pezzi effigianti stili e periodi diversi che ci riportano ai Cananei, Egizi, Sumeri ecc.  Le costruzioni ciclopiche di tipo pelasgico, come: Cuzco,Nazca, Tiuhanaco, Macchu Piccu ecc,  sì tanto simili a Malta, ed a quelle sarde lasciano sgomenti, se non attraverso una plausibile spiegazione che vede la fusione che, dagli Atlantidi, viene a crearsi con le genti che incontrarono durante i loro viaggi commerciali e, per imporre la loro egemonica cultura nel mondo di allora.

Questa, sommariamente, è la tesi da me sostenuta. Ora, per dimostrare la possibile veridicità delle mie asserzioni, pongo in evidenza una serie di foto estratte dal mio libro, e le propongo in comparazione con i manufatti di Glozel, in modo tale da lasciare una libera interpretazione al lettore che dovrà esprimere la propria opinione sulle comparazioni reali che avrà a notare tra la scrittura Sarda e quella di Glozel, dimostrazione che i simboli grafici rappresentati sono talmente simili, se non identici. Questo, servirà, finalmente. per aprire nuovi capitoli, gli stessi che ci permetteranno di leggere la storia delle nostre origini in una forma più reale e, incontrovertibile.

I Sardi – Tirrenidi. e tutti gli altri popoli del mondo di allora, evidentemente, avevano una radice generazionale di stirpe Atlantidea, quindi, SHRD.

Pier Paolo Saba.

Le  Foto in comparazione:

Il cosiddetto “Coccio di Orani” (NU) – (prima foto), è l’esempio eclatante che dimostra l’inverosimile identicità tra la negata scrittura nuragica ed i misteriosi (?) segni della scrittura di Glozel.

A mio parere questa rivelazione è uno scoop internazionale…  Giudicate voi:

Frammento ceramico Scritto,

rinvenuto a Orani in provincia di Nuoro



Calco della placchetta argentea con la scritta SRD da località imprecisata del campidano di Cagliari

Scrittura nuragica


Scrittura nuragica da Norbello (NU) – Sardegna


Scrittura Fenicia. Stele di Paraibo Rinvenuta in Brasile.



Scrittura fenicia su una stele in arenaria rinvenuta nelle campagne di Decimomannu, (CA)




Tesoretto aureo dalle Grotte di Barrows



Esempi di scrittura nuragica


Il principe dei Gigli” dal Palazzo di Cnosso – Creta – Grecia.

La straordinaria similitudine del “Principe dei Gigli” con le raffigurazioni Maya lascia quanto mai perplessi.  Vedi in comparazione con i costumi odierni che ricalcano fedelmente quelli antichi di questo popolo.  Giudicate voi.

Se non bastasse, altre immagini reclamano ulteriori spiegazioni… Ad esempio queste:

Naturalmente la rassegna potrebbe continuare all’infinito ma, preferisco, provvisoriamente, fermarmi qui..

Altre comparazioni le aspetto dagli appassionati lettori e ricercatori, sia archeologi professionisti, che semplici appassionati di storia e archeologia misteriosa.

D’altronde, se veramente vogliamo riscoprire le nostre radici storiche, per quanto queste siano profonde e lontane nel tempo, solo con la volontà e la passione più grande per la VERITA’, dobbiamo adoperarci per riscrivere una buona parte di quanto maldestramente ci è stato insegnato.

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Frammenti di mitologia

Narciso

Narciso era un giovane di una bellezza eccezionale. Di lui si innamorò perdutamente la ninfa Eco,che aveva subito le ire di Giunone per la sua logorrea:era difatti stata condannata a sentire l’eco delle sue parole. Narciso la rifiutò e lei si nascose nei boschi fino a scomparire,e di lei restò solo la voce che svaniva nel nulla. Alla lunga,i molti rifiuti di narciso crearono invidie e gelosie e Nemesi,una dea,lo condannò ad amare disperatamente la sua immagine riflessa. Narciso così,specchiandosi nell’acqua,si lamentava ad alta voce,non potendo congiungersi con se stesso. La sua voce si perdeva nei boschi,ripetuta da Eco…….. Ed un giorno Narciso morì. Sul posto dove cadde c’era un fiore,che venne chiamato Narciso in suo onore.

Danae

Danae era la madre di Perseo,che fu concepito con Zeus.
Suo padre seppe da un oracolo che sarebbe stato ucciso da suo nipote,figlio di sua figlia.
Così la rinchiuse in una torre altissima.
Ma Zeus si trasformò in una pioggia dorata e la sedusse.
Così Acrisio,padre di Danae,vide nascere Perseo.
Per paura della predizione dell’oracolo decise di sopprimere i due..
Ma all’ultimo momento non ebbe cuore,e li abbandonò nel mare,in un canestro.
Dopo un lungo viaggio,Danae e Perseo giunsero in un’isola,dove vissero assieme.
Successivamente,Perseo uccise  Medusa e salvò Andromeda,prima di compiere,involontariamente,la profezia.
Durante una gara,lanciò il giavellotto,che colpi il nonno al petto.

Apollo e Dafne

Apollo,dio del sole,uccise un giorno il serpente Pitone.
Tronfio del suo successo,se ne vantò con Cupido,re dell’amore.
E iniziò a prenderlo in giro,per le sue armi a suo giudizio ridicole (arco e frecce).
Cupido decise di vendicarsi,e colpì la bellissima Dafne,una delle ninfe sulla quale aveva posato gli occhi Apollo,con una freccia che faceva fuggire chiunque ne fosse colpito.
Apollo cercò di prendere la bella Dafne,ma lei fuggiva lontano ogni volta che lui tentava di raggiungerla.
Stanco di inseguirla,Apollo la trasformò,alla fine,in una pianta di alloro,che divenne la sua pianta sacra.

Leda e il cigno

Narra la leggenda che Giove,per sedurre la bellissima Leda,si trasformò in cigno.
Il tema è stato ripreso numerose volte,nella storia dell’arte.
Anche il sommo Leonardo da Vinci volle cimentarsi con il soggetto mitologico.
Ma misteriosamente la tela,di cui c’è documentazione solo scritta e alcuni bozzetti nei suoi codici,sparì.
La versione che si vede su è probabilmente la più fedele all’opera del grande Leonardo.

Astarte,o anche Ishtar.
Divinità venerata tra i popoli di origine semitica.
Era la dea della fecondità,ed era venerata a Babilonia come a Sidone,in Sicilia e altrove.
In questo quadro ecco una raffigurazione pre-raffaellita della divinità resa pittoricamente dal grande Dante Gabriel Rossetti.

Andromeda

Andromeda era figlia del re dell’Etiopia,Cefeo e di Cassiopea,una delle Nereidi
Quest’ultima un giorno si vantò,imprudentemente,di essere la nereide più bella di tutte,sfidando così il permaloso Poseidone.
Che si vendicò mandando un gigantesco serpente a divorare la gente etiope.
Per fermare il massacro,Cefeo interrogò l’immancabile indovino che profetizzò dicendo che l’unico sistema per placare il dio era sacrificargli la bellissima Andromeda.
Fu così che Cefeo portò personalmente la giovane Andromeda su una rupe,vicino al mare.
La lego ad una roccia e la lasciò in balia del mostro.
Perseo,fece un patto con Cefeo:avrebbe ucciso il serpente in cambio della mano di Andromeda.
Si recò alla rupe,a cavallo di Pegaso,il cavallo alato,e si gettò sul serpente mentre questi si accingeva a divorare la ragazza.
Ma la lotta era impari,e Perseo stava per essere soprafatto.
Così,con un lampo di genio,tirò fuori dalla sacca la testa di Medusa,che aveva con se.
Il serpente fu pietrificato all’istante,e come succede nelle favole,Andromeda e Perseo vissero felici e contenti.

Eros

Neanche i greci erano d’accordo sulle sue origini.
Per alcuni era figlio di Zeus e di Venere,per altri di Venere e di Marte.
Comunque sia,rappresentava l’amore fisico e l’amore carnale,ed esisteva dalle origini del mondo.
E’ l’amore che si nega ma allo stesso tempo è l’amore che coinvolge.
E’ l’amore della speranza,ma anche il suo contrario.
Veniva considerato un dio pericoloso,che poteva creare guai a non finire.
La sua caratteristica peculiare era l’arco,le cui frecce potevano colpire chiunque,donando estasi,ma anche tormento.
Spesso viene raffigurato in compagnia di Psiche,che fu probabilmente,nella mitologia greca,la sua compagna.

Alcmena

Moglie di Anfitrione,donna di grande bellezza.
Zeus,come suo solito,se ne innamorò.
Approfittò della partenza per la guerra di suo marito per sedurla.
Le si presentò sotto le spoglie del marito,e giacque con lei per tre giorni consecutivi.
Dalla loro unione nacquero i gemelli Eracle e Ificlo.
L’indovino Tiresia raccontò ad Anfitrione del tradimento della moglie,e al suo ritorno l’uomo decise di punire la consorte bruciandola sul rogo.
Ma Zeus intervenne,e con un formidabile acquazzone spense il rogo,salvando Alcmena dall’orribile morte.
Anfitrione così perdonò la moglie,e alla morte di Alcmena,Zeus decretò che venisse sepolta nell’isola dei beati.

Orfeo e Euridice

Orfeo era figlio della musa Calliope e del dio Apollo.
Da giovane partecipò all’impresa degli Argonauti,salvandoli da morte certa quando incontrarono le Sirene.
Cantò in maniera così divina che anche esse rimasero ammaliate dalla sua voce e dalla sua musica.
Si innamorò perdutamente della ninfa Euridice,che lo ricambiava.
Ma uno dei figli di Apollo,Aristeo,anch’egli innamorato della bellissima ninfa,iniziò un corteggiamento serrato,che si concluse in maniera tragica:Euridice,per sfuggirgli,calpestò un serpente che la morse mortalmente.
Orfeo allora andò fino agli inferi per tentare di riportarla alla vita.
Incantò,con la sua musica Caronte,il traghettatore dei morti.
Fece lo stesso con Argo,il cane che vegliava sull’Ade,l’aldilà mitologico.
Proserpina,moglie di Ade,dea dell’aldilà si commosse alla vista del loro amore.
Concesse ad Euridice di tornare indietro,ma fece un patto con Orfeo:avrebbe potuto portarla con se senza però mai voltarsi indietro.
Orfeo accettò e uscì dall’Ade con Euridice.
Ma ad un certo punto non resistette,evolle vedere se la ninfa lo seguisse.
Euridice si dissolse in un attimo.

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C’è una figura che è praticamente scomparsa dal nuovo Testamento; quella di Tecla, giovane vergine seguace di San Paolo, originaria di Iconio, che accompagnò l’apostolo durante le sue predicazioni in Siria.

Negli atti di Paolo e Tecla, un apocrifo che uno dei padri della chiesa, Tertulliano, bocciò come falso, Tecla appare come una giovane donna dai ferrei principi morali e dai costumi assolutamente casti e votati alla purezza ‘animo e di corpo. Negli atti si legge dell’incontro tra il santo e la vergine, avvenuto casualmente mentre Paolo era in viaggio verso Antiochia; a Iconio l’apostolo incontrò Onesiforo e la sua famiglia, che erano andati incontro all’apostolo attirati dalla fama che lo precedeva. Tra i componenti della famiglia c’era la giovane Tecla, promessa sposa di un notabile del posto, Tamiri. Attratta dalle parole di Paolo, che predicava la castità come via per raggiungere la salvezza, Tecla decise di rompere la sua promessa matrimoniale con il giovane Tamiri. Quest’ultimo denunciò lei e Paolo al governatore, che intervenne con decisione; la predicazione di Paolo era molto pericolosa, perché rischiava di minare dalla base uno dei cardini della società, la vita sessuale nel matrimonio, rendendo di fatto la stessa istituzione del matrimonio un prolungamento della castità durante il fidanzamento. Una cosa senza precedenti, perché in pratica delegava alla donna la gestione della propria sessualità, non più finalizzata all’appagamento sessuale. Paolo venne quindi condannato ad essere frustato, mentre la giovane Tecla venne condannata ad essere arsa viva. Durante l’esecuzione avvenne però un fatto straordinario; un violento nubifragio si scatenò sulla città, rendendo vano il tentativo di accendere il rogo; subito dopo un violento terremoto colpì l’abitato. Così Tecla  potè lasciare la città, in compagnia di Paolo, con buona pace del governatore, che si liberò in un colpo solo di due pericolosi sovversivi. Paolo e Tecla giunsero così ad Antiochia, dove la ragazza suscitò le brame di un altro notabile del posto; rifiutò le attenzioni dell’uomo, e ancora una volta venne condannata al martirio. L’indomani Tecla giunse nell’arena della città, dove avrebbe dovuto essere sbranata dai leoni; ma al momento dell’assalto delle fiere, una leonessa le fece scudo con il corpo, difendendola dall’assalto degli altri leoni. Il miracolo non lasciò indifferente il pubblico femminile che aveva assistito alla cosa; Tecla venne slegata e portata in trionfo. La giovane a quel punto fece un gesto assolutamente straordinario. Entrò in una vasca che conteneva squali e altri pesci feroci, prese dell’acqua e si battezzò. Era un gesto senza precedenti, perché fino ad allora il battesimo era stata una delle prerogative riservate agli uomini; San Paolo non aveva assistito all’evento, perché aveva lasciato la città la mattina delegata all’esecuzione. Tecla da quel momento venne venerata come una santa, e il suo esempio divenne fonte di ispirazione per molte donne del posto. La sua vita divenne un modello di santità, si ritirò a vivere in una grotta, dalla quale impartì i suoi insegnamenti, compiendo miracoli e scacciando demoni, fino al termine della sua vita, che avvenne probabilmente all’età di 90 anni.

La figura di Tecla, nonostante l’ostracismo a cui la condannò Tertulliano, divenne popolarissima; già nel quarto secolo esisteva un santuario dedicato a lei, descritto anche da Egeria, la grande viaggiatrice che lasciò testimonianza di ciò che vide nei Peregrinatio Aetheriae. La figura della vergine Tecla assunse ben presto i connotati dell’eroina indomita e votata alla castità; una specie di figura proto femminista, simbolo della volontà femminile tesa alla rivendicazione di un ruolo più attivo non solo a livello sociale, ma anche religioso. L’atto inaudito del battesimo imposto a se stessa divenne una rivendicazione del diritto femminile ad un ruolo più attivo all’interno delle comunità cristiane; proprio questo atteggiamento portò Tertulliano a misconoscere la figura di Tecla, una figura decisamente imbarazzante, con i suoi tentativi di equiparare il ruolo della donna a quello maschile. La pretesa del battesimo imposto da una donna era uno stravolgimento di ruoli assolutamente inaccettabile. E difatti la figura di Tecla, ben presto, scomparve dai testi sacri.

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Il Lusitania


Il Lusitania fece il suo viaggio inaugurale compiendo la traversata da  Liverpool a New York nel settembre del 1907. La sua costruzione era iniziata nel 1903,su ordine della compagnia di navigazione Cunard Line, con l’obiettivo di realizzare la nave più grande che avesse mai solcato i mari. I suoi motori sviluppavano l’impressionante potenza di  68.000 cavalli, che spingevano la gigantesca nave alla velocità di 25 nodi,che spingevano una stazza di quasi 40.000 tonnellate.Per la sua agilità venne definita “il levriero dei mari”„

Il Ministero della marina britannico aveva sovvenzionato in segreto la sua costruzione ed era stata costruita secondo direttive specifiche del Ministero stesso, con l’intenzione che allo scoppio della guerra la nave sarebbe stata utilizzata per servire la bandiera britannica. I venti di guerra che già nel 1913 spiravano sull’Europa, avevano spinto l’Inghilterra a predisporre in gran segreto, nel bacino di carenaggio di  Liverpool  l’installazione di scomparti segreti, destinati al trasporto di  munizioni e armamenti.I supporti, celati sotto la piattaforma di teck, erano predisposti anche all’imbarco di altro tipo di armamenti, come granate, fucili e pistole.


L’interno della nave


Il 1° maggio 1915, la nave partì da New York City, con destinazione Liverpool.
La guerra, in Europa, era ormai scoppiata, e il ministero della guerra tedesco aveva diffuso un comunicato minaccioso, nel quale si diffidavano gli stati neutrali, come gli Usa, dal far intraprendere a suoi cittadini viaggi su navi che avessero come destinazione uno dei paesi in guerra.La Gran Bretagna era pattugliata da navi e sommergibili tedeschi, decisi a bloccare qualsiasi tentativo di rifornimento delle truppe inglesi;ma nonostante il comunicato, circa un migliaio di cittadini statunitensi aveva comunque deciso di imbarcarsi sul Lusitania, destinazione Inghilterra.

L’ultimo viaggio del Lusitania


In totale, durante quel viaggio, che sarebbe stato l’ultimo per la orgogliosa nave e per molta gente che si imbarcò,a bordo c’erano quasi duemila persone; le minacce del ministero della guerra tedesca non produssero molta impressione. C’era la errata convinzione che la Germania stessa non avrebbe mai attaccato una nave civile, con il rischio di coinvolgere nella guerra gli Usa, che fino a quel momento si erano mantenuti neutrali. Così il 7 maggio del 1915 il Lusitania giunse nei paraggi di Liverpool; la zona era considerata ad alto rischio, per la presenza di numerose imbarcazioni tedesche, inclusi i famigerati U boot, i sommergibili che avevano già dato un duro colpo al commercio marittimo inglese durante le prime fasi della guerra.
A metà giornata dall’ammiragliato inglese giunse, al Lusitania, un messaggio di allerta, riguardante la presenza in zona di un U boot tedesco; ma vista la distanza dalla nave, il comando del Lusitania non prese provvedimenti.In realtà si sarebbe davvero potuto far poco, anche perchè sulla zona si alzò all’improvviso la nebbia, rendendo la visibilità bassa, con conseguente rallentamento della velocità della nave, che divenne un bersaglio ancora più facile.

La tragedia


Quasi in contemporanea il comandante dell’U boot 20,Walter Schwieger ricevette la segnalazione della violazione del blocco da parte del comando tedesco; si mosse immediatamente, e alle 14,00 circa avvistò la nave e si predispose in assetto di attacco. La segnalazione giunta permise al comandante di identificare, grazie ai 4 giganteschi fumaioli e alla stazza della nave stessa, il nome del bastimento. Schwieger ordinò di lanciare un siluro,e l’equipaggio dell’U boot obbedì. Alle 14,10 il siluro centrò il Lusitania; si verificò una potente esplosione e la nave si inclinò immediatamente. Subito dopo un’esplosione ancor più potente squassò la nave.A bordo si scatenò l’inferno; i marinai cercarono di lanciare in acqua scialuppe di salvataggio e di aiutare i passeggeri a infilare giubbotti di salvataggio e a calarsi in acqua, mentre il comandante mandava un disperato Sos;ma la confusione, la disperazione, la paura ebbero un ruolo fondamentale. La nave si inclinò ancora di più, e alcune delle scialuppe lanciate in acqua si capovolsero. a bordo c’erano numerosi bambini, e nonostante i prodigi di valore di coraggiosi uomini, come il miliardario Vanderbilt,che sacrificò la sua vita per salvarne alcuni, ben presto si videro molti corpi galleggiare senza vita sull’acqua.


La prima pagina della Domenica del Corriere

La nave affondò in pochi minuti,portandosi dietro 1200 persone, fra cui oltre 120 americani e 200 bambini.I superstiti furono 765, di cui almeno 300 erano marinai.Le operazioni di soccorso, scattate subito dopo l’Sos, permisero di recuperare molte persone, e si svolsero con l’ausilio di mezzi da guerra, che però non intercettarono l’U boot responsabile dell’eccidio.
La notizia dell’agguato sconvolse l’Europa e gli Usa; un’ondata di orrore percorse l’America, che protestò duramente, senza però entrare in guerra, come si paventava in Europa.
Il ministero della guerra inglese avviò un inchiesta, ma, nonostante le dichiarazioni di molti superstiti che riferirono di aver udito due distinte esplosioni,si  giunse alla conclusione che la responsabilità di tutto era da attribuire al siluro che aveva provocato uno squarcio tale da mettere in crisi l’assetto della nave. La seconda esplosione venne giustificata come il risultato di una miscela di gas esplosivi prodottisi nei locali delle caldaie.
Reazioni opposte in Germania, dove si inneggiò, con un incredibile cattivo gusto, “all’azione eroica” dell’U boot; venne coniata anche una medaglia commemorativa dell’evento, quasi che nell’azione fossero morti dei militari, invece degli inermi civili che facevano parte del Lusitania.
Va detto che i tedeschi sostennero da subito la tesi che a far esplodere il Lusitania, e a dargli quindi il colpo di grazia,fossero state munizioni imbarcate illegalmente sulla nave. Ipotesi che potrebbe avere fondamenti di verità, vista la dinamica delle due distinte esplosioni. Probabilmente all’oscuro dello stesso comandante del Lusitania, vennero imbarcate munizioni e armi, per violare in qualche modo l’embargo tedesco; cosa che implicherebbe quindi il diretto coinvolgimento degli americani.


Parte del relitto del Lusitania


Ipotesi, comunque. Oggi sappiamo dove avvenne l’incidente con millimetrica precisione;il relitto è stato identificato a 90 metri di profondità, ed è stato esplorato.Indiscrezioni parlano del rinvenimento di grossi quantitativi di munizioni.
Una cosa che comunque aggiunge poco ad una tragedia che vide spazzate via 1200 vittime innocenti.

La cascina di Villarbasse

Villarbasse, 20 novembre 1945.

Una serata di fine autunno, in un piccolo centro dell’operosa cinta di Torino, dalla quale Villarbasse dista una manciata di chilometri, e che si raggiunge con un trenino in pochi minuti. La guerra è finita da pochi mesi, tutti sono intenti nella difficile opera di ricostruzione, fra materie prime che scarseggiano, fame, l’incubo di bande di disperati che a distanza di mesi non hanno ancora una casa, una famiglia, un posto pronto a riprendere con se gente che ha perso ogni punto di riferimento. E’ passato da poco il triste periodo delle vendette consumate all’indomani della fine delle ostilità, quando c’è stata la caccia ai fiancheggiatori del fascismo, ai delatori, alle spie e a coloro sospettati di averne fatto parte. Vendette spesso private, a cui la neonata polizia italiana, affiancata dai militari americani, ha cercato di porre un freno. Ma il paese è piagato, gli animi sono esacerbati, mentre attorno c’è aria di rovina, con infrastrutture quasi completamente fuori uso; mancano i generi di prima necessità, manca la luce, i giornali sono stampati con il contagocce perché non c’è carta. Ma c’è aria di rinascita, c’è voglia di ricominciare a vivere. La sera del 20 novembre del 45 c’era quell’aria, nella Cascina Simonetto di Villarbasse, di proprietà dell’avvocato Massimo Gianoli, 65 anni; un uomo benestante, tanto da avere, nella sua cassaforte, moltissimo denaro, oltre a titoli e gioielli. Attorno al tavolo per la cena siedono l’avvocato Massimo,la moglie,il fattore Antonio Ferrero, sua moglie Anna, il genero Renato Morra, Teresa Delfino, Rosa Martinoli e Fiorina Maffiotto, domestiche della casa, Marcello Gastaldi, che è un dipendente del Gianoli da poco assunto. C’è una decima persona, che non è seduta a tavola perché ha solo due anni, e perciò è nella sua stanza, a dormire.

Rastrellamento alla ricerca degli scomparsi

Una serata come tante. Ma è anche l’ultima serata in cui queste persone sono assieme. Perché da quella notte spariscono nel nulla. L’indomani mattina un giovane lattaio diciassettenne,Alfredo Garrone, che faceva il giro giornalmente e che si recava sempre alla cascina Simonetto notò immediatamente lo strano silenzio che aleggiava intorno; chiamò ad alta voce il fattore, l’avvocato, ma non ricevette risposta. Si guardò attorno, ma, non vedendo nessuno, decise di chiamare i carabinieri. Una pattuglia dell’arma, al comando del sottotenente Armando Losco, arrivò poco dopo alla cascina, e iniziò a perlustrare la casa. La tavola era apparecchiata, e si sentivano le urla di un bambino provenire dalla stanza superiore; aveva la voce roca, e il carabiniere che salì in camera dello stesso lo trovò paonazzo, mentre si agitava nel letto.


Identikit

La luce era accesa, nella camera. Un carabiniere aprì la cella frigorifera, e per un pelo non ebbe un colpo quando, da essa, balzò fuori un cane con gli occhi iniettati di sangue, con il pelo coperto da cristalli di ghiaccio. Nel corso della perquisizione viene ritrovata la cassaforte vuota, e per terra un berretto, che risulterà essere sporco di sangue e materia cerebrale. C’è stato almeno un omicidio, quindi. Ma tutta la gente della cascina dov’è finita? I carabinieri rovistano dappertutto, poi si recano nelle cascine vicine, per chiedere se qualcuno ha sentito urla, voci o altro. Invano. Nessuno ha sentito nulla, e il cane chiuso nel frigorifero è la prova che chiunque abbia interrotto la cena dell’avvocato e dei suoi commensali lo ha fatto per agire indisturbato Una rapina quindi, con rapimento. I giornali parlano di atto di brigantaggio, ma sono costretti, dalla penuria di carta, a relegare le notizie in seconda pagina, senza entrare molto nei dettagli. Con il passare dei giorni, però, la notizia acquista rilievo,di pari passo con le indagini del sottotenente Losco, che da quel momento si dedicherà anima e corpo alla risoluzione del caso.



La cisterna della morte

Per una settimana carabinieri, volontari, cacciatori, perlustrano tutta la zona attorno, spingendosi fino alle montagne; tutto inutile, dei dieci occupanti la cascina non viene ritrovata alcuna traccia. Gli unici elementi in mano agli inquirenti sono: la cassaforte vuota,dalla quale mancano cinque o seicentomila lire in contanti e altrettanti in titoli, i gioielli e i preziosi che vi erano custoditi, un cappello sporco di sangue e materia cerebrale, un traccia di sangue che parte dalla stalla e arriva fino ad una vigna. Eppure un indizio c’è, ed è un indizio pesante, determinante per le indagini. Viene ritrovata, in una vigna, una giacca, con un’etichetta con scritto su Caltanisetta.

Pietro Lala


Ci sono poi dei dati sicuri; coloro che hanno agito, sono persone che conoscono in qualche modo l’interno della casa, visto che hanno individuato la cassaforte. I rapitori e i rapiti non possono essere andati lontano, perché non ci sono tracce di pneumatici, e quella targhetta ritrovata con la scritta Caltanisetta prova che almeno un siciliano è implicato nella storia. Sono indizi labili, è vero. Ma alle volte sono i piccoli dettegli a dimostrarsi determinanti, e li inquirenti iniziano a interrogare i vicini, i conoscenti, chiedendo loro se hanno visto dei siciliani aggirarsi nei dintorni. Emerge un nome, quello di Carmelo Fiandacca, detto il boia, un ex partigiano cacciato dal suo comandante per la brutalità dimostrata nelle azioni di guerriglia. E’ un siciliano, anche lui sbandato dopo la fine della guerra;l’uomo venne arrestato, ma dopo poco venne liberato con tanto di scuse ufficiali. Carmelo, infatti, aveva un alibi di ferro. La sera del 20 novembre era in Sicilia, ed era impegnato nell’opera di spegnimento di un incendio, come testimoniato dalle autorità locali, che nell’occasione avevano anche elogiato l’uomo con un riconoscimento ufficiale.

Gli indizi: lo scarpone insanguinato e la tessera annonaria

Il 28 novembre arriva il colpo di scena. Un giovane mugnaio, Enrico Coletto,dipendente dell’avvocato Gianoli, la mattina si ferma nella cascina. Guarda attentamente in giro,e mentre osserva il pavimento dell’aia, nota qualcosa di strano. nota che dal coperchio che chiude la cisterna, escono fili di foraggio e di grano. Una stonatura, in effetti. L’uomo alza il coperchio della cisterna, vi cala un rastrello e poco dopo lo ritrae; tra i denti dello stesso c’è un grembiule da donna, L’uomo intuisce che nella cisterna c’è qualcosa di terribile, e avverte le autorità. Sul posto si precipitano carabinieri e pompieri, che si mettono subito all’opera. Dal pozzo emergono i corpi tumefatti degli occupanti della casa, uno dopo l’altro; sono stati uccisi a bastonate, alcuni sono stati gettati giù in stato di semi-incoscienza, come testimonierà l’autopsia e sono morti annegati. Ci sono tutti, hanno le mani legate, e ai loro piedi sono stati legati dei massi, per farli finire in profondità. Un delitto atroce, di una barbarie inaudita. Le indagini riprendono, spinte dal sottotenente Losco, deciso ad assicurare alla giustizia i criminali. Scopre che sulla giacca l’etichetta Caltanisetta è falsa, un tentativo di depistaggio per incastrare Carmelo i boia; sotto c’è un’altra etichetta, Palermo,

“Dobbiamo cercare comunque dei siciliani”, dice. Le indagini si concentrano su un nome, un tale Saporito, che l’avvocato aveva preso a lavorare con se. Il Saporito, due giorni prima quel fatidico 20 novembre , si è licenziato, dicendo che tornava in Sicilia.

Presi gli assassini, intitola un giornale

Dell’uomo viene fatto un identikit armelo, infatti, aveva un alibi di ferro. La sera n le suco cacciato dal suo comandante per la brutalità dimostrata nelle azionche viene spedito alle questure, ai giornali, mentre contemporaneamente Losco dirama un comunicato in cui chiede aiuto alla popolazione. E il colpo di fortuna arriva; una segnalazione porta i carabinieri in via Rombò, a Rivoli. L’abitazione è affittata ad un siciliano di Mezzoiuso, vicino Palermo. All’interno dell’abitazione c’è una giacca sporca di sangue, scarponi ancora sporchi di fango,una tessera dell’annona, intestata a Giovanni D’Ig. Il cognome non è completo, perché la tessera annonaria è stropicciata e tagliata proprio all’altezza della g.

Armando Losco, l’uomo che incastrò gli assassini

Losco si reca nell’ufficio dell’annona, e riesce ad identificare il proprietario della tessera: è Giovanni D’Ignoto, siciliano. Trovano il suo indirizzo,ma a casa non c’è. I militari si armano di pazienza e lo aspettano. E lui arriva. Losco lo interroga, e con un bluff, facendo credere all’uomo di essere stato tradito da Saporito, lo induce a confessare. D’Ignoti racconta tutto, inclusa la vera identità del fantomatico Saporito, che in realtà si chiama Pietro Lala. E fa il nome degli altri due complici, Francesco La Barbera e Giovanni Puleo. A questo punto il quadro è completo, e al bravissimo Losco non resta altro da fare che ricostruire le ultime ore delle vittime di Villarbasse.

Processo agli assassini

Sono le otto di sera, e i quattro irrompono nella cascina. Sono tutti seduti a tavola, e non oppongono resistenza. I quattro vogliono solo il denaro in cassaforte, ma ad uno dei banditi cade il fazzoletto che copre il volto. E’ il Lala, che ha lavorato nella fattoria, e che quindi viene riconosciuto. I quattro uccidono tutti, uno alla volta, a bastonate, ma risparmiano il piccolo, che non può riconoscerli. Il Lala scappa in Sicilia, gli altri tornano a casa, a Rivoli.

“Condannateli a morte”, chiedono i giornali

E’ la fine di un incubo, e sui giornali appaiono i primi titoli che invocano la pena di morte; siamo ancora nel 1945, e nell’organismo giudiziale italiano la massima pena è ancora presente, mentre verrà abolita l’anno successivo. Al processo arrivano in tre, perché il Lala è stato ammazzato, in circostanze poco chiare, pare ad opera della banda di Salvatore Giuliano. Inizia il 3 luglio, il giudizio, e termina due giorni dopo.

Verso il plotone d’esecuzione

La condanna è alla pena capitale per tutti e tre; saranno fucilati nella schiena, con il plotone che avrà metà dei componenti con fucili caricati a salve nel poligono di tiro delle Basse di Stura a Torino La mattina del 4 marzo 1946, alle 7,45, una scarica di fucileria mise fine alla vita dei tre uomini. Il presidente de Nicola aveva rifiutato la grazia, e quella fu l’ultima delle condanne a morte pronunciata da un tribunale italiano. Il sottotenente Losco, artefice delle indagini, l’uomo che aveva caparbiamente insistito sulla pista siciliana, fece carriera e divenne generale.


L’esecuzione

Buon Natale

Auguro a tutti gli amici e ai lettori del mio blog un Natale di pace e serenità.
A risentirci il 29 dicembre e….grazie a tutti per l’affetto e l’amicizia dimostratami.


Angelo Froglia, 1977

Circa un anno addietro, mi occupai dell’affaire Modi, ovvero lo scandalo dei falsi Modigliani, che scosse dalle fondamenta il mondo dell’arte nel 1984. Quando cercai notizie sull’autore della beffa, Angelo Froglia, trovai soltanto cenni biografici contraddittori, quand’anche falsi e potenzialmente tendenziosi. Per quante ricerche abbia fatto, non sono riuscito ad approfondire nulla sulla sua vita di artista, trovare qualcosa che spiegasse il perché, oppure il percorso che lo portò a mettere in crisi il mondo dei critici d’arte. All’epoca ignoravo tutto di lui, la sua biografia, il suo percorso umano e artistico; ben presto dovetti abbandonare il tutto per mancanza di cenni storici attendibili.

Poi, qualche giorno addietro, ecco che uno dei casi della vita mi fa incontrare sul forum che frequento giornalmente Maya, figlia di Angelo Froglia, capitata sul forum seguendo l’indicizzazione dei motori di ricerca del mio articolo. L’ho contattata, chiedendole di darmi una visione privata, da figlia, dell’uomo e dell’artista Froglia; Maya ha accettato di buon grado, e mi ha mandato questo toccante ritratto. Lo lascio a coloro che hanno intenzione di cercare la vera figura di un uomo portato all’eccesso, ma di talento, direi al limite del genio. C’è, nella descrizione di Maya, il ritratto di un uomo tormentato, di un’artista alla ricerca dell’espressione; la sua è una figura che finisce per mescolarsi, per uno di quei giochi del destino, con la vita del grande artista che imitò in un’estate del 1984,  Amedeo Modigliani. Come lui, grande ed eccessivo; Angelo Froglia non ha avuto la fama e gli onori della cronaca artistica anche perché ebbe il coraggio di sbeffeggiare un mondo di soloni pronta a inchinarsi davanti a sua maestà la firma. Questo ricordo, assolutamente inedito sulla rete, è un timido tentativo di farlo conoscere.



ANGELO FROGLIA

di Maya Froglia

Un ricordo…..

Angelo Froglia , mio padre, salì agli onori (?) della cronaca per la beffa dei falsi Modigliani a Livorno nell’estate del 1984, aveva 29 anni, un passato da Brigatista e un presente da tossicodipendente, lavoratore portuale per necessità e artista per attitudini, talento e vocazione. Quello di cui vorrei parlare è l’Angelo Froglia di chi lo conosceva bene, l’Affaire Modì mi interessa fino ad un certo punto, non è che un singolo episodio di una vita possa essere molto rappresentativo del carattere di mio padre ma lo è molto poco del suo talento e delle opere meravigliose che fece prima e dopo la questione.

Nasce il 23 marzo del ’55 in una famiglia livornese come tante di quegli anni, padre e nonno portuale, madre e nonna casalinghe vivevano tutti in una grande casa in Borgo dei Cappuccini, era il primo figlio, in seguito arriveranno il fratello Massimo, eccezionale sub che girava il mondo fino a pochi anni fa per il suo lavoro e la sorellina molto più piccola Barbara, che ha solo sette anni più di me e ne aveva 13 meno di mio padre per la quale aveva un senso di protezione che a volte ha fatto seriamente “sclerare” mia zia adolescente!!

Angelo Froglia, Ritratto con pistola, 1978


Mia nonna racconta sempre, tra il serio e il faceto che mio padre la faceva soffrire già in pancia molto più di quanto non abbiano fatto gli altri due figli! E in effetti già da piccolo non era facile da gestire, tendeva alla fuga e all’avventura, come quando in una giornata di mare dei suoi due anni lo avevano dato ormai per disperso dopo averlo cercato e chiamato disperatamente per ore, con il terrore che fosse annegato (i pedofili c’erano già ma non erano ancora la prima cosa a cui si pensava), alla fine era sotto una barca rovesciata così perso nel suo mondo da non averli sentiti gridare. A scuola pessimi voti in condotta e ottimi voti in tutte le altre materie, soprattutto il disegno per tutte le scuole dell’obbligo, così finite le scuole decise di trasferirsi a studiare all’ Accademia delle Belle Arti di Firenze, i primi anni da pendolare e poi prendendo in affitto uno studio in una soffitta con alcuni amici, fu li che conobbe una donna , conobbe la lotta politica e conobbe la droga si innamorò di tutto e non conoscendo il termine “mezze misure” furono Grandi Amori.

Appunti di Angelo Froglia


Prontamente riportato a Livorno dai genitori, prese anche lì in affitto uno studio in mansarda (molto comuni in quegli anni) e riprese in qualche modo e per qualche tempo la vita che faceva prima di andare a Firenze, gli amici del “Portone”, una bella iniziativa di un giornale “La scimmia sotto il sole” con molti degli amici scrivevano d’arte, di musica, di politica e varia umanità.

Conosceva mia madre già da anni ma si innamorarono nell’estate dei 18 anni durante un viaggio in autostop, entrambi dovevano andare a Viareggio e decisero di viaggiare assieme, era l’estate del 1973 e

A gennaio del ’75 sono nata io, cercata, voluta con sana incoscienza (e pensare che prima di tutto questo a mia madre stava sulle palle perché “pensava di essere tutto lui”). Si sposarono nel ’74 in chiesa per fare contenti i parenti con mia mamma già incinta di 5 mesi che cercava di mettere più in risalto possibile la sua pancia da gestante ancora acerba!

Angelo Froglia, W la lotta di potere, 1978


Papà cominciò a lavorare al porto e ad inserirsi sempre di più nella lotta politica, dipingeva e costruiva molotov, scriveva e teneva in casa latitanti delle B.R. e di Lotta Continua, quando le B.R. gli richiesero di entrare a far parte del comitato rivoluzionario fu felicissimo, ma quando gli chiesero di partecipare ad un attentato, pur essendo deciso, già sul posto e con la pistola non ce la fece e così “ripiegò” su “Lotta Continua” che era un po’ meno aggressiva.

Una notte vennero ad arrestarlo, lo vidi correre al lavabo della cucina e versarsi dell’acido sulle braccia, solo quando divenni grande mi spiegarono che lo fece per cancellare i tatuaggi che lo riconoscevano come appartenente alle bande armate, solo per quelli sarebbe potuto non uscire più di galera, invece gli dettero 3anni e 6 mesi di carcere di massima sicurezza, mi raccontò che quando entrò in carcere i compagni sapevano già che stava arrivando e dopo giorni di isolamento senza niente, gli fecero trovare il caffè, un pacchetto di sigarette, i quotidiani usciti in quei giorni ed un cambio di vestiti pulito, lui diceva sempre che in carcere non eri mai solo, i compagni erano sempre con te, per ogni necessità, sia materiale che morale.

1994


Nel suo peregrinare da un carcere all’altro (facevano molto spesso trasferimenti per paura che i detenuti politici potessero organizzarsi), conobbe o fu compagno di cella di Curcio, Vallanzasca, Horst Fantazzini e siccome i compagni di cella non si scelgono, per mesi anche di Cutolo e di innumerevoli altre meravigliose persone con nomi non così famosi.

Il giorno che uscì dal carcere avevo sette anni e non lo conoscevo quasi, lui era un invasato, non aveva potuto dipingere per anni e passò al cavalletto dei mesi prima di ritrovare dei ritmi normali, e fu così che lo conobbi e che lo amai, mi sedevo vicina a lui mentre dipingeva mi raccontava cose sul lavoro che stava facendo, mi insegnava tecniche e chiedeva anche i miei consigli tenendone conto, naturalmente io mi sentivo al settimo cielo.

Purtroppo poi ricominciò a bucarsi e aveva sempre meno tempo per me, con mia madre si erano separati che lui era ancora in carcere e anche lei si bucava, insomma io sarei dovuta stare dal lunedì al venerdì con mamma e dal venerdì alla domenica con papà, in realtà finivano per rispettare i tempi ma con la nonna materna e quella paterna.

La retrospettiva in allestimento dedicata all’artista


Dopo circa un anno si arriva alla questione teste, papà è in buona forma, e ha una compagna con una figlia della mia età (nella loro casa in ristrutturazione viene girata la parte di filmato in cui mio padre scolpisce, e lì scolpì tutte e due le teste). Andavamo sul mare a cercare le pietre, anche se noi piccoline non sapevamo a cosa dovevano servire, vedevo mio padre che scolpiva le teste, ma faceva 1000 cose e poteva anche essere un suo esperimento personale (il tipo di esperimento lo scoprii in seguito assieme a tutta Italia).

Dopo l’affare Modì ci perdemmo un po’ di vista, lui girava il mondo e io crescevo. Nel frattempo mia mamma si era rimessa apposto e fidanzata con un agente della Guardia di Finanza, dopo poco cominciai anche io a spostarmi in giro per l’Italia; lui nel frattempo mi scriveva lettere bellissime.

Eravamo entrambi rientrati a Livorno quando io rimasi incinta del mio primo figlio, la sua reazione alle grida isteriche delle varie mamme-nonne-zie, fu un perentorio “La fate finita, non c’ha mica il cancro” che mise a tacere tutti, nonostante tutto fu l’unico che mi appoggiò pienamente quando decisi di tenere il bambino, avevo appena compiuto 15 anni e il mio ragazzo ne aveva 18.

Decise di entrare in comunità da don Gelmini, quando riuscivamo a vederci mi parlava a lungo delle sue esperienze, del suo lavoro, della sua vita passata, presente e futura e teneva in braccio per ore quel nipotino arrivato a 35 anni; si chiama Christian lo facemmo battezzare in comunità dal Don.


Poi lui uscì di comunità, ci rientrò, ne riuscì per tre o quattro volte, nel frattempo continuava sempre a dipingere e in comunità insegnava ai ragazzi, tecniche pittoriche, pittura su ceramica e icone russe, purtroppo della produzione di quegli anni abbiamo visto pochissimo perché venivano vendute per la comunità.

Quando uscì per l’ultima volta, durante una mostra conobbe Patrizia un’organizzatrice di eventi che seguiva una ballerina che doveva esibirsi durante quella kermesse; si innamorarono e andarono a vivere assieme a Montalto di Castro.: Durante una manifestazione di quel comune chiesero a mio padre, che esponeva, di organizzare una giornata in cui i bambini, supervisionati da lui avrebbero dipinto un grande paesaggio a murales, c’era anche mio figlio che aveva quattro anni e a lui toccarono le nuvole da disegnare, per lungo tempo quando a mio figlio chiedevi che lavoro faceva il nonno rispondeva “fa fare le nuvole ai bambini”.

Purtroppo la sua salute andava peggiorando, non potè partecipare al mio matrimonio, aveva già comprato il vestito, un gessato blu stile gangster ma stette male. Non vide mai il mio secondo figlio, Alessio nacque l’ 11 novembre del 1996 e mio papà morì il 16 gennaio del ’97. Lui abitava a Roma e io a Casale Monferrato e io fresca di cesareo non potevo viaggiare, lui terminale stesso problema, Alessio è venuto con me al funerale, aveva 2 mesi e volevo che mio papà vedesse quanto ero stata brava e quanto era bello il suo secondo nipotino. Fu orribile, come solo chiudere con una persona enormemente amata può essere, c’erano tutti, gli amici dei tempi felici e quelli dei tempi bui, addirittura amici del “Portone” che non lo avevano più frequentato da quando aveva 20 anni ed erano quelli più commossi. Si fece cremare e io da parte mia ebbi il mio bel momento da pazza cominciando a dire che non era li perché babbo era alto un metro e ottantadue non ci poteva stare in quel vasetto. Non poteva essere li dentro perché IO non volevo che fosse li dentro. Non sono mai più stata la stessa, in quel vasetto un pezzetto della mia anima ci entrava, eccome.


Maya Froglia


Il materiale fotografico è di proprietà della signora Froglia; è vietato l’utilizzo senza espressa autorizzazione della stessa

Quando, il 13 aprile 1945 gli alleati arrivarono a Buchenwald, il campo di concentramento nazista a pochi chilometri da Weimar, non trovarono praticamente nessuno dei soldati tedeschi, tantomeno ufficiali o i temuti ed odiati medici. I prigionieri sopravissuti si erano liberati da soli, ed erano ormai allo stremo delle forze. Tra le truppe c’era una persona che ad Hollywood era molto conosciuta; si trattava di Billy Wilder, lo sceneggiatore di Ninotckha, il film con Greta Garbo, nonchè il regista di Frutto proibito e Venere e il professore. Wilder era al seguito delle truppe alleate per documentare la vita dei prigionieri dei campi nazisti, i famigerati lager. Per quanto qualcuno tra gli ufficiali alleati fosse al corrente di molte voci sulle atrocità consumate nei lager, quello che toccò vedere ai soldati e che venne ripreso, filmato e poi distrubuito in tutto il mondo proprio grazie a Wilder riempì di orrore e incredulità chiunque visionò sia i filmati che la realtà che si parò davanti agli occhi degli sbigottiti liberatori.

I racconti dei pochi sopravissuti lasciavano poco spazio alla fantasia; del resto, la presenza di paralumi fatti con pelle umana, crani sezionati, arti, cadaveri semi bruciati e tutto il campionario di orrori compiuti dai nazisti erano sotto gli occhi di tutti.

Quando vennero interrogati i prigionieri, per sapere i nomi dei capi del campo, visto che con molta astuzia le SS avevano brciato tutto il bruciabile, un nome si levò su tutti: quello di Ilse Koch, soprannominata, dai prigionieri, la baldracca di Buchenwald, o anche la la cagna o la strega. Soprannomi che la kapò e moglie dell’ex comandante del campo, Karl Otto Koch, si guadagnò, ed è il caso di usare l’ umorismo nero, sul campo.

Ilse Koch e suo marito, Karl Koch

Ilse Kohler era nata a Dresda nel settembre del 1906; era figlia di contadini, ma intelligente e ambiziosa. Con astuzia, seppe ingraziarsi le SA, le prime formazioni paramilitari naziste, poi sciolte da Hitler quando fece giustiziare Ernest Rohm; in seguito la donna si fece qualche amante nelle SS, prima di conoscere, nel campo di Sachenhausen, Karl Otto Koch, comandante dello stesso.

Ilse si era fatta una fama sinistra, all’interno del campo; le sue violenze,la sua crudeltà erano temute da tutti; svolgeva il suo compito di sorvegliante con un sadismo senza uguali.Karl era uno psicopatico, come lei, del resto. E i due si innamorarono e si sposarono nel 1936. L’anno successivo la sinistra coppia si trasferì a Buchenwald, che già prima dell’avvento dei due era considerato un’anticamera dell’inferno. Le condizioni di vita dei prigionieri erano inumane, gli esperimenti foll, senza alcuna validità scientifica, sadici e perversi dei vari dottori mietevano vittime come mosche. In questo scenario apocalittico si mossero le due figure, aggiungendo orrore ad orrore.

Ben presto la fama nera di Ilse si diffuse tra i prigionieri; molti di loro si raccontavano, con spavento, delle orge sessuali tenute con prigionieri poi spariti, o di atti di sadismo efferati conclusi,sistematicamene, con la morte dei malcapitati. La Koch iniziò anche una collezione terrificante di tatuaggi su pelle, strappata ai prigionieri. I ripetuti atti di sadismo, le torture e la violenza brutale continuarono per diverso tempo; ma le cose stavano per cambiare.


Voci su presunte irregolarità nella gestione del campo arrivarono fino al comando delle SS, che incaricarono Georg Konrad Morgen, un giovane e incorruttibile avvocato, famoso anche per la sua imparzialità, di investigare. Morgen giunse a Buchenwald, e interrogando dei sottoposti, aprendo la corrispondenza, assolutamente imprudente, del comandante Koch con la moglie,si rese conto che Koch aveva sottratto ingenti somme di denaro dal bilancio. Il che era una delle cose più gravi che un ufficiale potesse fare; a questo si aggiunsero le notizie sulle atrocità perpetrate dalla “cagna di Buchenwald” e dal degno marito. Morgen informò il capo della Gestapo, Muller, il capo dell’Rsha Kaltenbrunner e il capo delle SS,Himmler. Quest’ultimo autorizzò Morgen a fare piazza pulita;Koch venne processato e condannato a morte nell’agosto del 1944. Venne fucilato pochi giorni prima che gli americani entrassero a Monaco di baviera, nell’aprile del 1945. Ilse Koch riuscì a cavarsela, e venne prosciolta; la guerra era alla fine, e lei ornò a vivere con la famiglia.

Ilse Koch al processo di Dachau

Come già detto, subito dopo l’arrivo degli americani a Buchenwald, gli ex detenuti iniziarono a fare i nomi dei colpevoli degli efferati crimini perpetrati nel campo;venne fuori il nme della “cagna di Buchenwald”, e da quel momento la polizia militare si mise sulle sue tracce.A fine giugno del 45 la polizia americana la rintracciò e la trasse in arresto; durante il processo di Dachau,Morgen ebbe modo di deporre contro di lei, ma inaspettatamente non lo fece. Nonostante le minacce russe di deportarlo, l’uomo testimoniò che “tutto quello che si diceva sulla Koch era frutto di voci dei prigionieri, voci probabilmente vere, ma senza prove oggettive”

La Koch venne condannata all’ergastolo,nel 1947.incredibilmente la pena venne poi ridotta a 4 anni, perchè secondo la corte non c’erano prove sufficienti.Così, nel 1949, la belva di Buchenwald potà lasciare il carcere. La notizia fece il giro del mondo e l’indignazione popolare fu talmente forte che la Koch venne nuovamente arrestata.

Processata da capo, vide la condanna all’ergastolo confermata. Nel 1967 Ilse, che aveva da poco compiuto 60 anni, venne trovata appesa per il collo nella sua cella.

L’immagine dell’orrore:paralumi in pelle umana

Rina Fort

Un omicidio con quattro vittime, delle quali tre erano bambini, sconvolse l’Italia nel novembre del 1946. La guerra era finita da un anno e mezzo, e anche se erano tantissimi coloro che avevano visto orrori di ogni genere presentarsi nella triste quotidianità della guerra, nessuno era preparato ad un eccidio così efferato come quello che si svolse a Milano, il 29 novembre del 1946, in Via San Gregorio 40.

I protagonisti di questa vicenda sono tre; Rina Fort, che all’epoca aveva 31 anni, Giuseppe Ricciardi, un emigrato dalla Sicilia e la moglie di quest’ultimo, Franca. In mezzo, tre bambini, Giovanni di sette anni, Giuseppe di 5 anni e il piccolissimo Antonuccio, di poco più di un anno. Vite che si intrecceranno tragicamente, che verranno spezzate in maniera brutale, talmente efferata che Rina Fort, la rea confessa, da allora verrà soprannominata La belva di San Gregorio.


Caterina Fort, conosciuta come Rina, era nata a Budoia nel 1915;aveva un passato triste, alle spalle, con un padre morto per aiutarla durante un’escursione in montagna, un giovane fidanzato morto di tubercolosi e la scoperta di essere sterile, e quindi di non poter mai provare le gioie della maternità. Si era trasferita a Milano, in cerca di un lavoro e per sfuggire alla grigia vita di provincia. Aveva trovato lavoro in un negozio di tessuti, in via Tenca, un negozio di proprietà di Giuseppe Ricciardi, un commerciante improvvisato, scappato dal sud in cerca di fortuna nel nord; giù in Sicilia aveva lasciato la moglie e i tre figli, e si era ambientato ben presto. Forse anche troppo, visto che nel quartiere lo conoscevano come un assiduo corteggiatore di gonnelle. Tra il Ricciardi e la Fort era nata una relazione, anche se l’uomo non aveva detto a Rina di essere sposato; ma un giorno dalla Sicilia la signora Franca, moglie di Giuseppe, allarmata dalle voci dei compaesani che le riferivano sulla condotta libertina del marito, decise di trasferirsi a Milano con i figli. Si stabilì in un appartamento in via San Gregorio, e da quel momento le cose tra Rina e Giuseppe cambiarono. L’uomo, per non insospettire la moglie, licenziò la Fort, che dovette trovare lavoro altrove. Lo trovò in una pasticceria, ma la relazione tra i due continuò tranquillamente. Ma qualcosa successe tra i due, perché la sera del 29 novembre 1946 la follia esplose con una forza dirompente che costò la vita a quattro persone, e che segnò irreparabilmente le vite dei protagonisti della storia.

Il negozio del Ricciardi

Giuseppe Ricciardi


Alle ore 21, 00 di quella sera il portiere dello stabile smontò, come al solito, lasciando però il cancello aperto, in quanto lo stesso era privo di serratura, che era stata smontata per essere riparata. Era un sabato, e in casa Ricciardi c’era la signora Franca e i suoi tre figli; il marito no, perché era a Prato per trattare l’acquisto di una partita di tessuti.

Il campanello della casa suona, e la signora Ricciardi apre la porta; fuori c’è Rina, che chiede di parlarle. Quello che accadde da quel momento in poi venne ricostruito dalla polizia ,subito dopo l’interrogatorio a cui venne sottoposta la Fort.

« Quella sera vagavo senza meta quando, all’altezza di via Tenca, automaticamente voltai a destra ed entrai nello stabile numero 40 di via San Gregorio, attraversai l’interno dell’andito, salii al primo piano e bussai alla porta d’ingresso della famigia Ricciardi. La signora chiese chi fosse, poi aprì la porta. Entrai porgendole la mano ed ella mi salutò cordialmente. Ricordo che reggeva in braccio il piccolo Antoniuccio. Mi introdusse in cucina facendomi sedere, mentre gli altri due bambini giocavano fra loro. Appena seduta avvertii un lieve malessere, tanto che la signora Pappalardo mi diede un bicchiere con acqua e limone. Quindi ella volle chiarire la stranezza della mia visita: “Cara signora” disse “lei si deve metter l’animo in pace e non portarmi via Pippo, che ha una famiglia con bambini. La cosa deve assolutamente finire, perché sono cara e buona, ma se lei mi fa girare la testa finirò per mandarla al suo paese”. Preciso che prima di porgermi il bicchiere la signora depose il bambino sul seggiolone e dopo aver parlato mi portò dalla cucina una bottiglia di liquore allo scopo di offrirmi da bere. Quindi ritornò nella camera da pranzo per prendere un cavatappi, non avendolo trovato in cucina. A questo punto, mentre la Pappalardo era nella stanza da pranzo, ruppi il collo della bottiglia di liquore e ne versai in abbondanza. Accecata dalla gelosia dalle parole poco prima rivoltemi dalla Pappalardo, oltre che eccitata dal liquore, mi alzai andandole incontro.

La scena del delitto: la cartella di Giovanni sul tavolo

La scena del delitto: sangue sul pavimento

Una scarpa del povero Giuseppe

Simulazione della rapina

Giunta nell’anticamera l’incontrai mentre tentava di venire in cucina. Alla mia vista essa si spaventò, indietreggiando, mia avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina e di cui non sono in grado di precisarne le dimensioni. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io coninuai a colpire. Il piccolo Giovannino, mentre colpivo la madre, si era lanciata in difesa di lei afferrandomi le gambe. Con uno scrollone lo scaraventai nell’angolo destro dell’anticamera e alzai il ferro su di lui: alcuni colpi andarono a vuoto e colpirono il muro, altri lo raggiunsero al capo. Preciso di aver abbatutto prima Giovannino; poi entrata in cucina, colpii la Pinuccia; ad Antoniuccio, seduto sul seggiolone, infersi un solo colpo, in testa. Frattanto Giovannino si era alzato dall’angolo dove giaceva , per cui calai su di lui altri colpi, facendolo stramazzare al suolo esanime con la testa presso la porta della cucina. La Pinuccia colpita in cucina, era caduta riversa accanto al tavolo. Terrorizzata dal macabro spettacolo, scesi le scale e mi portai davanti alla porta del retrostante negozio, subito a destra della scala. Dall’interno il cane abbaiava rabbiosamente. Avrei voluto tornare sul luogo dell’eccidio, ma sbagliai strada e mi ritrovai sui gradini che portano alla cantina. Rimasi seduta sul primo gradino pochi attimi per riprendere fiato, poi risalii le scale dell’appartamento, nel quale le luci erano accese come le avevo lasciate. La signora Pappalardo e i suoi tre figli non avevano esalato l’ultimo respiro. Entrai nella camera da letto, mi tolsi le scarpe e ne calzai un paio del Ricciardi, quelle dalle sette suole. Sulle spalle, sopra il cappotto, mi gettai una giacca, poi aprii diversi cassetti asportando una somma imprecisata di denaro e alcuni gioielli d’oro. Misi a soqquadro la casa inter, non so a quale scopo. Non era ancora morto nessuno: il piccolo respirava, la signora si dimenava, la Pinuccia rantolava. La Pappalardo fissandomi con occhi sabbrati diceva sommensamente: “Disgraziata! Disgraziata! Ti perdono perché Giuseppe ti vuol tanto bene.” Poi soggiunse “Ti raccomando i bambini, i bambini…”. Mi chiese aiuto la signora, mentre continuava a dimenarsi. Singhiozzava e si mise bocconi. Mi diressi verso la camera da letto e passai su di lei con tutto il peso del mio corspo. Essa non parlava più, ma respirava ancora. Senza rendermi conto di ciò che facevo, rovesciai sul viso delle vittime un liquido, e prima di allontanarmi definitivamente ficcai in bocca dei pannolini imbevuti dello stesso liquido. Rimisi quindi le scarpe nel comodino e la giacca al posto in cui l’avevo trovata. Le vittime agonizzavano ancora quando accostai la porta e discesi le scale. Andai a casa, mangiai due uova fritte con grissini. La notte non potei dormire. Il giorno seguente mi recai normalmente a lavoro… »

Curiosi in via San Gregorio 40 il giorno dopo la strage

A scoprire la drammatica scena del crimine fu il 30 novembre Pina, la nuova commessa del negozio di Ricciardi; si era recata dalla signora Franca per farsi consegnare le chiavi del negozio, vista l’assenza del signor Giuseppe;era arrivata alla porta dell’appartamento e l’aveva trovata socchiusa. Era entrata e aveva chiamato la signora Franca, ma, non ricevendo risposta, era entrata in una stanza. Qui l’orrore l’aveva sopraffatta, alla vista dei poveri corpi massacrati, che giacevano in pozze di sangue e vomito, tra materia cerebrale sparsa per terra e frammenti di ossa. La polizia arrivò immediatamente; nell’ingresso, su un tavolo, c’era la cartella di Giovanni, che aveva lasciato perché l’indomani era domenica,e non si andava a scuola. Per terra, chiazze di sangue, una scarpa; nella casa erano stati asportati dei gioielli ma stranamente, per terra, c’era una foto dei coniugi Ricciardi strappata,su un tavolo, tre bicchierini sporchi di liquore.

Una scena del crimine molto inusuale, senza dubbio. La signora Franca aveva aperto la porta, che non risultava forzata, segno che conosceva la persona che era entrata. Ed è di qua che muovono immediatamente le indagini, che dopo qualche giorno portarono dritte a Rina Fort, segnalata agli inquirenti come ex commessa del Ricciardi e sua amante. Il particolare della foto stracciata si rivelò determinante; era un delitto passionale, brutale, che era stato mascherato, in maniera molto ingenua, come un furto finito male. Ma chi poteva pensare di rubare in casa di una famiglia che viveva modestamente, senza alcun lusso, il cui capo famiglia si arrabbattava con molta fatica per tirare alla giornata?


Rina Fort venne rintracciata presso la pasticceria nella quale lavorava, caricata su un furgone della celere e portata in questura. Qui venne interrogata per ore, fino allo sfinimento. E dopo 4 giorni di interrogatorio ininterrotto, la Fort crollò e confessò. Aveva ucciso la signora Franca e i suoi figli su istigazione del Ricciardi, con l’ausilio di un complice, tale Carmelo Zappulla. Uccidendo la donna, l’uomo si sarebbe liberato di un legame scomodo, oltre che, simulando la rapina, tacitare i tanti creditori dando a intendere di essere rimasto al verde.

La chiamata in correità del Ricciardi e del Zappulla provocò il loro immediato arresto; da subito, Ricciardi si scagliò contro la ex amante, accusandola di essere una pazza, che, scaricata, si era vendicata in maniera terribile. Nel frattempo il 10 dicembre, in un’atmosfera commossa, si tennero finalmente i funerali delle povere vittime. Gli inquirenti cercarono un riscontro alle accuse mosse dalla Fort nei riguardi del suo ex amante e dello Zappulla, che però lei non riconobbe come il fantomatico Carmelo che Ricciardi aveva assoldato per dar man forte nel delitto. In mancanza di prove contro i due uomini, la polizia li rilasciò, e i due tornarono liberi.

Interrogatorio per Rina Fort alla questura di Milano

Per il processo si dovette aspettare il 10 gennaio 1950, quando, nella Corte d’assise di Milano, vennero rievocati i fatti di sangue di 4 anni prima; la Fort si presentò coperta da una sciarpa gialla, per nascondersi dagli obbiettivi dei fotografi. Durante il processo apparve tesa, ma tranquilla;confermò quanto raccontato agli inquirenti, mentre il Ricciardi si limitò a confermare l’alibi, dando di se l’immagine di un uomo meschino, troppo occupato di sapere quali preziosi avesse perso piuttosto che piangere la sua famiglia; si costituì parte civile contro la sua ex amante, suscitando le ire del difensore di parte civile del cognato, che gli si scagliò contro accusandolo di essere stato un pessimo marito e un pessimo padre.

Il processo

La Fort rievocò quella terribile sera, in cui era stata avvicinata dal fantomatico Carmelo, subito dopo aver concordato con il Ricciardi tutte le mosse della rapina. L’uomo le aveva offerto una sigaretta, probabilmente drogata,dopo la quale aveva smarrito il senso della realtà Ricordava confusamente gli eventi, la strage e tutto il resto. Il processo smontò la tesi difensiva dell’avvocato Marsico, difensore dell’imputata, soprattutto per una serie di coincidenze che sminuirono la tesi difensiva, come il fatto che la Fort non riuscì ad identificare il Zappulla durante il riconoscimento all’americana. La donna sbagliò clamorosamente, indicando, tra le tre persone dietro il vetro, un poliziotto!

Rina Fort dietro le sbarre

Il processo alla belva di via San Gregorio terminò il 9 aprile 1952; l’imputata, riconosciuta capace di intendere e di volere, venne condannata all’ergastolo, da scontarsi nel manicomio criminale di Aversa, mentre lo Zappulla e il Ricciardi vennero assolti per non aver commesso il fatto. La cassazione, nel 1953, confermò la sentenza, che così divenne definitiva. La Fort continuò a mantenere la sua versione dei fatti, sempre. Nel 1975, grazie al perdono ottenuto dai famigliari delle vittime, la Fort potè usufruire della grazia del presidente Leone. Uscì dal carcere dopo aver scontato 30 anni di galera, e si ricostrui una vita, cambiando nome e vivendo anonimamente. Morì, per un infarto nel 1988. Fino all’ultimo insistette nella sua versione dei fatti.

Il manicomio di Aversa

La Venezia del 1500 contava oltre diecimila cortigiane, sparse per la città; una cifra notevole, rapportata alla popolazione. Il termine cortigiana in realtà è da intendersi molto esteso; rappresentava, difatti, una categoria sociale ben definita, quella a cui appartenevano donne che generalmente si prostituivano per le classi abbienti, lasciando al popolino l’esercito di prostitute a basso prezzo. A differenza di queste ultime, le cortigiane spesso avevano un minimo di istruzione, alle volte erano di nascita borghese, possedevano, in definitiva, doti che non erano soltanto fisiche, ma anche intellettuali. Del resto per le donne la vita era molto dura; sin da piccole erano obbligate a sognare o un matrimonio più o meno soddisfacente, oppure un lavoro, spesso umile. Solo alle donne appartenenti all’aristocrazia era concesso studiare canto o musica, a lavorar di tombolo o impegnarsi nelle lettere. Veronica Franco, il cui nome scomparve per tre secoli dalla storia, prima di riemergere nella prima metà dell’ottocento, rappresenta una figura di cortigiana particolare: bella, colta, intelligente. Tanto da divenire una delle più richieste del suo tempo, sia per l’abilità nel talamo, sia per la capacità di saper ammaliare quelli che potremmo chiamare clienti, non essendo utile usare giri di parole.

Una piece dedicata a Veronica

Veronica nacque tra il 1545 e il 1546 in una Venezia all’apice del suo splendore; figlia di una cortigiana, venne avviata da subito all’esercizio della professione proprio dalla madre, il termine cortigiana non era un termine dispregiativo, come potremmo immaginare oggi, ma era la sintesi di un lavoro che all’epoca veniva definito “honesto”, quasi a rimarcare il confine netto con chi invece si prostituiva tout court. Pure Bartolomeo Gamba, scrittore e bibliografo veneziano di fine settecento, la descrive in termini equivoci, forse risentendo della moralità dell’epoca, puritana e un tantino ipocrita:

TRA le Veneziane del secolo XVI questa leggiadra donna puossi giudicare l’Aspasia. Nata nel 1553, ( in realtà la data è sbagliata Ndr) crebbe in non ordinaria avvenenza, in ispirito, in cultura, in leggiadria; fregi tutti de’ quali appresso abusò accalappiando gl’incauti, e cantando troppo lubricamente di amori. Era la sua casa aperta alla gioventù più dedita a’ dissipamenti, sì però, che chi volea trovarsi più ricco di sue benigne parole dovesse andare più provveduto non dei doni della fortuna, ma di quelli dello spirito e dello ingegno. Tale dovette essere Marco Veniero patrizio, con cui, soggiornando in Verona, gareggiò la Franco nel comporre quei saporiti versi che ci restano tuttavia. Arrigo III al suo ritorno dalla Polonia per passare in Francia, giunto a Venezia l’anno 1574, avendo voluto visitarla ne restò sì preso, e n’ebbe tale martello al cuore, che non seppe di Venezia partire senza portar seco le sue sembianze effigiate dal Tintoretto. Ma nel più bel fiore de’ suoi dì, e fra le tresche e i convitti, sentissi Veronica d’improvviso inspirata dal cielo a lasciare una vita troppo ravviluppata nel fango mondano, e, dato tosto bando alle dissipazioni, si accinse a segnalarsi in opere di fervor religioso, nel che riuscì esemplarissima. Il pio ricovero del Soccorso, destinato ad accogliere le donne macchiate delle peggiori brutture, fu da lei instituito, e colle sue largizioni sostenuto. Ebbe molti figliuoli. Non si sa l’anno della sua morte, che credesi accaduta verso il finire del secolo.

La locandina del film dedicato a Varonica Franco

In effetti Veronica univa a non comuni doti di fascino fisico, un’eleganza di portamento e un parlare affascinante, che portavano i patrizi della città, e non solo, a contendersi i suoi favori. A diciotto anni andò in sposa al dottor Paolo Panizza, ma il matrimonio naufragò subito, e ben presto, per mantenersi, Veronica ritornò al suo precedente lavoro. Contemporaneamente iniziò scrivere pensieri e poesie, che la resero popolare, unitamente alle spiccate doti fisiche. La ragazza, a vent’anni, era già inserita nel Catalogo di tutte le principale et piu honorate cortigiane di Venezia, in cui in pratica c’era il tariffario delle cortigiane, unitamente all’indirizzo al quale reperirle. Ricercata, amata, Veronica fece in breve fortuna, diventando la cortigiana più famosa della città;nel 1575 la sua fama era all’apice, e raccolse due volumi di poesie scritte nel corso degli anni sotto il titolo Rime.

Ecco cosa scriveva la Franco:

Or, mentre sono al vendicarmi intenta,

entra in steccato, amante empio e rubello,

e qualunque armi vuoi tosto appresenta.

Vuoi per campo il segreto albergo, quello

che de l’amare mie dolcezze tante

mi fu ministro insidioso e fello?

Monumento a Selkirk,Lower Largo,Scozia

Alexander Selkirk,un nome che ai più non dice assolutamente nulla.

E’ il nome dell’uomo che ispirò uno dei più famosi romanzi d’avventura dell’ottocento,Robinson Crusoe,di Danie Defoe.

Una vita strana,quella di Selkirk.

Una vita da ragazzo prima,da giovane poi considerata da tutti scomoda e difficile.

Era una persona che risultava sgradevole,Alexander.

Era nato nel 1676 in Scozia,ed era figlio di un calzolaio;da ragazzo sentì il richiamo del mare e si imbarcò come corsaro agli ordini del capitano Tom Stradling,sul galeone Cinque Ports.

Nel 1704 il galeone era nelle acque dell’arcipelago delle isole Juan Fernandez e Alexander,che lavorava a bordo,si convinse che la nave avesse rossi problemi di navigazione.

Tentò quindi di convincere i suoi colleghi di equipaggio a sbarcare su di un’isola,ma riuscì solo ad infastidire il capitano,che decise di sbarcarlo su di un’isola dell’arcipelago,in attesa che una nave passasse e lo riportasse in patria.


L’isola di Selkirk

Così Alexander,munito soltanto di un moschetto,di un pò di polvere da sparo,di alcuni utensili da falegname e di una Bibbia venne lasciato al suo destino:sarebbe rimasto su quell’isola per 4 anni e 4 mesi.

Rimasto solo,Selkirk fece di necessità virtù,e si adattò alla vita su quell’isola sconosciuta.

Per un po’ di tempo non si avventurò nel suo interno,ma un giorno,spinto dalla fame e dalla presenza ingombrante di una colonia di leoni marini,decise di esplorare il centro dell’isola.

Fu la sua fortuna,perché sia la vegetazione che la fauna dell’isola erano davvero varie;trovo capre dalle quali poteva prendere latte e carne,e con le quali produsse del formaggio;trovò frutta in abbondanza,verdura.

Visse in quelle condizioni cacciando con il suo moschetto,costruendo,con gli arnesi che aveva,una comoda capanna.

Quando un giorno finì la polvere da sparo,si costruì arco e frecce e cacciò le sue prede come un nativo;quando i suoi vestiti si ridussero in brandelli,con le pelli degli animali uccisi riuscì a costruirsi il necessario per coprirsi.

La sua unica compagnia era la Bibbia,oltre a qualche gatto che aveva trovato nella giungla,e che gli permisero di eliminare le centinaia di topi che lo tormentavano la notte.

Nei quattro anni che Alexander restò sull’isola,scorse due volte delle navi,ma si guardò bene dal farsi vedere;erano navi spagnole e lui,corsaro,avrebbe avuto tutto da perdere nel farsi trovare.

La salvezza giunse esattamente 1600 giorni dopo;una nave comandata dal capitano Rogers,la Duke,si fermò sull’isola e recuperò il naufrago.

Il capitano Rogers scrisse in seguito,in un suo libro,un resoconto delle avventure di Alexander.

Il quale raccontò,a sua volta,le sue vicissitudini ad un giornalista,che le pubblicò sull’Englishment,facendo conoscere al grande pubblico l’avventura di Alexander.

Che morì nel 1721,a soli 45 anni,probabilmente per una febbre malarica;venne gettato in mare,come consuetudine per tutti coloro che morivano a bordo di una nave,al largo dell’Africa.

L’isola dove Selkirk aveva vissuto 4 anni,L’Isla mas a tierra,prese il nome di isola Robinson Cruoe;as Alexander venne invece intitolata l’ Isla Más Afuera

Il castello di Poppi

Una bella donna,Matelda,una donna sicuramente piacente ed affascinante;una donna dai sani e robusti appetiti sessuali,stando alle cronache un po’ maliziose della metà del 1200,epoca intimamente legata a costumi libertini appannaggio esclusivo della ricca e annoiata nobiltà.

Della quale faceva parte Matelda,o anche Telda,che andò sposa ad un rampollo della famiglia Guidi,potentissima signoria che dominava con pugno di ferro la zona del casentino,in Toscana.

Interno del castello

Un matrimonio sicuramente combinato,come del resto si usava nel medioevo,creato ad arte per allargare i domini territoriali,e voluto dalle famiglie senza interpellare ovviamente la futura sposa.

Per una dama le alternative al matrimonio erano di gran lunga peggiori del male;e di fatto più che usare il plurale andrebbe usato il singolare,in quanto ad una donna restava solo la via del convento in caso di mancato matrimonio.


Interno

Così la bella e giovane Matelda andò sposa a Guido,uomo avanti negli anni,e sicuramente poco propenso alle battaglie nell’alcova.
La nostra Matelda fece di necessità virtù e iniziò a guardarsi attorno;dalla torre del suo castello di Poppi,iniziò a scrutare con ansia i passanti,indugiando soprattutto su quelli giovani e nerboruti,meglio ancora se dotati di un minimo di cultura;i suoi preferiti erano i menestrelli,i cantori che andavano di villaggio in villaggio,di corte in corte,a raccontare storie e allietare con le loro ballate le noiose giornate della nobiltà fannullona.


Interno

Ma non erano solo i menestrelli l’oggetto della concupiscenza della nobil signora;paggi e piccoli cavalieri,artigiani e lavoranti,non aveva molta importanza. I requisiti fondamentali è che fossero giovani,belli e aitanti.
Ovviamente non sappiamo che fu il primo della nutrita lista di amanti della giovane dama,ma sappiamo che ben presto ci fu un via vai di giovani che entravano tra le mura del maniero;ma non ne uscivano più.


Il pozzo

Perché la donna non poteva far sapere in giro di essere un’adultera,non poteva correre il rischio di essere scoperta e ricattata;ciò avrebbe significato un’orribile fine,o quanto meno una vita di segregazione all’interno del castello,o peggio ancora in un oscuro monastero.
Così Matelda,dopo l’amplesso,faceva uscire i giovani amanti da un passaggio segreto;i giovani,ancora storditi dall’avventura,passavano su trabocchetti che si spalancavano e inghiottivano tutti,senza lasciare traccia del loro passaggio.

La cosa andò avanti per lungo tempo,fino a quando la popolazione del borgo iniziò a sospettare la verità;erano molti i giovani che all’improvviso erano scomparsi,in concomitanza con una visita al castello.

Così,esasperati,gli abitanti,approfittando dell’assenza del conte Guido e delle sue truppe,assaltarono il castello,catturarono la bella Matelda e la rinchiusero nella torre.
Di li non uscì più,perché venne fatta morire di fame e di sete;una punizione terribile,come del resto terribile era stata la sorte che aveva regalato ai suoi occasionali amanti.
Da quel momento la torre prese il nome di Torre dei diavoli,perché la gente del borgo sosteneva che in alcune notti particolari,la bella Matelda,ridotta ad un fantasma,si aggirasse per i bastioni del castello alla ricerca di giovani uomini con cui placare la sua insaziabile fame di sesso.

Attenti voi che passate dal castello di Poppi,perché c’è chi giura che la bellissima contessa,il cui fantasma continua instancabilmente ad aggirarsi per le mura,ancora oggi seduce con la sua bellezza coloro che,imprudentemente,si fanno accalappiare dalle sue doti di incantatrice.

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Il nome di Juan Ponce de Leon,navigatore,soldato ed esploratore spagnolo,è legato indissolubilmente alla leggenda della Fonte della giovinezza,una delle storie più intriganti apprese dagli spagnoli sin dalla colonizzazione del territorio americano.

De Leon dovrebbe essere ricordato però più che per la leggendaria Fonte,per aver esplorato per primo la Florida,terra che scoprì per primo la domenica di Pasqua del 27 marzo 1513, e che chiamò così per la straordinaria varietà di vita animale e vegetale che la zona aveva all’epoca della sua scoperta.

Juan Ponce De Leon era nato a San Servas nel 1460;discendeva da una famiglia nobile,e ben presto decise di seguire l’ammiraglio Colombo che aveva scoperto nel 1492 l’America.
Così,nel 1493,entrò a far parte dell’equipaggio del genovese,che aveva intenzione di esplorare con più attenzione il nuovo continente,che credeva ancora essere le Indie.


Il viaggio di De Leon

Non era l’unico aristocratico;con lui c’erano numerosi rampolli dell’aristocrazia,alla ricerca di facili guadagni,oltre che spinti dallo spirito d’avventura. Nel 1502 il giovane e ambizioso De Leon si rese molto utile nell’imporre la disciplina ad Hispaniola,l’isola caraibica che conobbe la spietata repressione spagnola,a cui partecipò il giovane avventuriero,ben raccontata da Bartolomeo de Las Casas:

L’isola Hispaniola fu la prima in cui penetrarono i Cristiani dando inizio all’immensa strage e alla distruzione di queste popolazioni. Incominciarono a maltrattare le mogli e i figli degli Indiani e a divorare i frutti delle loro fatiche, non contentandosi di ciò che questi davano spontaneamente in quanto essi non producono mai più di quanto serve loro per un giorno. () I Cristiani penetravano nelle loro terre e non lasciavano vivi né bambini né vecchi né donne incinte: li sgozzavano e li sventravano come se assaltassero degli agnellini. Di solito uccidevano i nobili in questo modo: preparavano alcune graticole di legno e ve li legavano sopra; sotto accendevano un fuoco lento, per cui a poco a poco, elevando grida disperate gli Indiani mandavano fuori l’anima. () Li mandarono nelle miniere a cavare oro; alle donne facevano coltivare i terreno. Non davano da mangiare né agli uni né alle altre, se non erbe e cibi non nutrienti. Si seccava il latte nelle mammelle delle donne che avevano appena partorito e così i neonati morirono tutti in poco tempo”


Juan Ponce De Leon

La solerzia di De Leon venne premiata,e l’uomo fu nominato tenente.

Durante la repressione dei nativi,De Leon apprese da alcuni indigeni dell’esistenza di una miracolosa Fonte della giovinezza,in grado di eliminare le sofferenze del corpo,oltre che di restituire vigore alle membra e ridare la giovinezza. Accanto a questi racconti,sentì parlare di smisurate ricchezze che giacevano a Bimini,isola o località situata a nord di Hispaniola.

Così,grazie a i servizi resi,chiese ed ottenne dal re Carlo V un brevetto che lo nominava governatore delle terre che avrebbe scoperto;armate tre navi,in dieci giorni raggiunse Guanahani,probabile posto in cui Colombo per la prima volta vide il nuovo continente.

Il 2 aprile del 1513 De Leon sbarcò in Florida,prendendone formalmente possesso;si reimbarcò immediatamente,per cercare quella che oramai era diventata la sua ossessione,la Fonte della giovinezza.


La prima mappa conosciuta di Hispaniola

Ecco com’è raccontata la versione degli avvenimenti in una cronaca dell’epoca:

“Juan Ponce de Leon si dimesse dal comando di Porto Rico; con indifferenza la perdita del governo di un isola selvaggia era cosa di poco momento allora che aveasi in prospettiva un mondo intero da conquistare e dividersi nelle cui vaste ed incognite contrade un ardito soldato come egli era colla spada e lo scudo poteva bilanciare prontamente le perdute fortune Oltracciò Ponce de Leon aveva omai ammassate bastanti ricchezze per effettuare i suoi disegni e pari a molti de primi scopritori la sua testa era feconda delle più romantiche imprese s era fitto nella mente che vi fosse ancora un terzo mondo da scoprire più bello e più ricco di quelli in lino allora conosciuti sicché sperava di essere il primo ad approdare alle fortunate spiagge di esso ed assicurarsi cosi fama uguale a quella del Colombo Ventre riandava questi pensieri e pensava da qual parte delle region non esplorate all’ intorno di lui dovesse avviarsi s imbatté in alcuni vecchi Indiani i quali gli diedero notizia di una contrada che prometteva non solo di appagare le brame della sua ambizione ma di realizzare ancora i sogni i più stravaganti dei poeti Essi lo accertarono che in un paese lontano dalla parte di settentrione esisteva un luogo ricco d oro ed abbondante d ogni sorta di dovizie ma in cui soprattutto era un fiume di tale meravigliosa virtù che chiunque si bagnasse nelle sue acque venia restituito a giovanezza Aggiungevano che tempi addietro, prima dell’arrivo degli Spagnuoli una quantità degli indigeni di Cuba erano partiti per quivi in cerca di quella regione felice e di quel fiume di vita o che non essendo mai ritornati conchiudevasi che essi vi prosperavano nella loro rinnovata gioventù o che vi erano ritenuti da delizie seducenti Qui era realizzato il sogno famoso degli alchimisti. Non rimaneva che trovare questa terra felice e abbandonarsi, inebbriarsi nel godimento di illimitati piaceri e di perenne giovinezza Di più alcuni vecchi Indiani dicevano che non era necessario andare tanto lontano in traccia di quelite acque che restituivano alla gioventù perche in una certa isola del gruppo di Bahama detta Bimini era anche lì una fonte che possedeva le medesime qualità meravigliose ed inestimabili E Juan Ponce de Leon ascoltava queste novelle con esultante credulità egli era innanzi cogli anni ed il termine ordinario della vita pareva breve ai suoi grandi disegni perciò su egli avesse potuto bagnarsi in quella meravigliosa sorgente o in quel fiume ed uscirne col suo corpo ormai consunto dalle fatiche della guerra restituito al vigore alla freschezza alla flessibilità della gioventù e se la sua testa conservar poteva tuttavia la saggezza e la conoscenza delle quali intraprese non avrebbe egli compite nell’ accresciuto corso di anni vigorosi e fatti sicuri Sembrerà incredibile che un uomo di età e di esperienza potesse accordare qualche fede ad una storia che somiglia alle fantastiche finzioni di una novella Araba ma le meraviglie o le novità che affasinavano il inondo in quel secolo di scoperte realizzavano quasi le illusioni della favola sicché l immaginazione dei viaggiatori Spagnuoli era divenuta così fervida che essi erano suscettibili di qualunque credulità II degno vecchio cavaliere e nocchiero era talmente persuaso dalla esistenza della contrada che eragli stata descritta che allestì subito tre bastimenti a proprie spese per farne la scoperta né gli fu difficile di trovare avventurieri in buon numero pronti ad accompagnarlo In traccia di questa regione meravigliosa.


Così Juan Ponce De Leon,accecato dal miraggio di ritornare giovane e forte,parti alla ricerca di Bimini e della sua magica Fonte;ma il suo viaggio era destinato a un clamoroso insuccesso.
Ecco un breve resoconto dello stesso,preso sempre da una cronaca dell’epoca:


“Addi 5 marzo del 1514 Juan Ponce fece vela con i suoi tre navigli dal Porto di San Germano nell’ isola di Porto Ricco Egli costeggiò per alcune ore la Hispaniola e poi allontanandosene a settentrione si diresse alle isole di Bahama e trovò quasi subito la prima di quel gruppo Tempo propizio e placido mare lo favorirono sicché costeggiò dolcemente a seconda del vento e della corrente le isolette di quel verdeggiante arcipelago visitandole tutte ad una ad una finché arrivò addi 14 marzo a Guanahani o isola di San Salvador ove Cristoforo Colombo aveva il primo posto il piede sulle spiaggie del Nuovo Mondo Le sue ricerche intorno all’ isola di Bimini furono tutte inutili in quanto alla fonte di gioventù sebbene egli avesse bevute l’ acque d ogni fontana fiume e lago di quell arcipelago infino agli stagni salati dell’ isola Turca non era ancora ringiovanito Tuttavia egli non si scoraggiò Restaurati i suoi navigli prese nuovamente il mare e drizzò le prore verso maestrale La domenica del 27 di Marzo giunse in vista di una terra che suppose isola sebbene non sia, ma il tempo contrario gli impedì di sbarcarvi Continuò a girare attorno ad essa per parecchi giorni maltrattato dagli elementi finché la notte del 2 Aprile gli riuscì di gettar l’ancora vicino a terra. Il paese era nel colmo della primavera gli alberi in piena germinazione ed i campi coperti di fiori per questa circostanza come pure per aver scoperta quella terra la Domenica di Pasqua florida degli Spagnuoli le dette il nome di Florida nome che conserva anche al presente Il nome Indiano della contrada era Cautio

Juan Poncé sbarcò e prese possesso del paese nel nome dei Sovrani di Castiglia e continuò poscia per parecchie settimane a scorrer le coste di questa regione piena di fiori ed a lottare contro le correnti del golfo Girò intorno al capo Canaveral ed esplorò le spiagge meridionali ed orientali della contrada scoperta senza sospettare che questa fosse una parte di Terra Ferma In tutti i suoi tentativi per esplorare la contrada egli incontrò risoluta ed implacabile ostilità per parte degl Indigeni i quali parevano di una schiatta feroce e bellicosa Le sue speranze andarono esaurandosi deluse circa il trovarvi oro né alcun fiume o fonte da esso visitati trovò che possedesse la virtù di ringiovanire Sicché convinto che questa non era la terra promessa della tradizione Indiana rivolse la prora verso la Hispaniola addi 14 giugno con la intenzione però strada facendo di riprovarsi a trovare l’ isola di Bimini Nel principio del suo ritorno scoprì un gruppo di isolette abbondanti di uccelli marini e di altri marini animali in una di esse i suoi compagni presero in una sola notte 170 testuggini e ne potevano aver prese molte di più se avessero voluto presero parimenti quattordici lupi marini ed uccisero gran quantità di pellicani e di altri uccelli .Juan Ponce diede a questo gruppo il nome di Tortugas o isole delle Testuggini nome che tuttavia conserva Procedendo nel suo corso approdò ad un altro gruppo d isolette presso le Lucaie al quale diede il nome di La Vieja o gruppo della Vecchia perciocché non vi trovò altri abitanti che una vecchia Indiana.

Prese questa vecchia sibilla a bordo del suo naviglio perché lo guidasse nel labirinto dell’ isole in cui egli entrava e forse non poteva avere guida più adatta nella strana ricerca che egli faceva Con tutto ciò malgrado di un tale piloto ci fu deluso ed imbarazzato nel suo ritorno tra le isole di Bahama avvegnaché dovette per così dire aprirsi la via contro l’ordine della natura e lottare con le correnti che scorrono all’occidente lungo queste isole e con i venti costanti che le accompagnano Combatte per lungo tempo con ogni sorta di difficoltà e di perigli e fu costretto di rimanere oltre un mese in una delle isole per rimediare ai guasti fatti al suo naviglio da una tempesta Scoraggiato finalmente dai perigli e dai cimenti per cui pareva che natura avesse inibito l’accesso della pretesa Bimini simile ad incantata isola da romanzo egli abbandonò la ricerca


Veduta aerea di Bimini


Lo scoraggiato De Leon fu costretto a tornare indietro;della fonte della giovinezza non c’era traccia,non aveva trovato ne oro ne altro,e alla fine dovette balenargli il sospetto che i nativi lo avessero volontariamente inviato lontano per mitigare l’asprezza del suo comando sull’isola.

Cosa che probabilmente avvenne,com’era avvenuto per Coronado quando si era imbarcato nell’impresa più folle progettata dagli spagnoli sul suolo americano,la ricerca delle sette città d’oro di Cibola.
Lasciamo ancora spazio al racconto degli ultimi giorni di vita di Ponce de Leon,ancora una volta resi drammaticamente reali da questa splendida cronaca:


Rimase in Porto Ricco come governatore Ma diventato fastidioso ed irritabile per le sofferte delusioni e molestie danneggiò assai e cagionò molte dispute nell’isola per dispotiche e violenti misure riguardanti le distribuzioni degli Indiani Continuò a soggiornare parecchi anni in quell’ isola in uno stato d inquieto riposo finché lo destarono le valorose gesta di Hernando Cortes che minacciavano di eclissare le imprese di tutti i veterani scopritori del Nuovo Mondo Sdegnoso di essere in sua vecchiezza condannato alla oscurità decise d imprendere un altra spedizione ed avendo inteso che la Florida da esso scoperta e che egli aveva fino allora considerata isola era veramente parte di Terra Ferma e aveva in se vaste e sconosciute regioni pensò che quello fosse ampio campo di nobili imprese nel quale facilmente poteva fare scoperte e conquiste da emulare perfino se non sorpassare la tanto celebre conquista del Messico Laonde apprestò nell’anno 1521 due navigli nell’ isola di Porto Ricco ed impegno quasi tutti i suoi beni in questa impresa Il suo viaggio fu malagevole e fortunoso ma arrivò finalmente alla terra desiderata Sbarcò sulla costa con gran parte de suoi ma gli Indiani uscirono da boschi con insolito valore per difendere le loro spiaggie e ne seguì un sanguinoso combattimento nel quale parecchi Spagnuoli furono uccisi e Juan Ponce rimase ferito da una freccia in una coscia Portato a bordo del suo vascello e vistosi incapace a nuovi fatti d arme fece vela per Cuba ove giunse ammalato di corpo ed abbattuto d animo


La tomba di De Leon a Cuba


In realtà la freccia dei nativi era avvelenata, poco dopo il suo ritorno a Cuba morì.

Era il 1521 e Ponce de Leon aveva compiuto 61 anni;il miraggio della ricchezza e dell’eterna giovinezza lo avevano divorato,e probabilmente aveva finito per sfogare sugli Indios la frustrazione per l’insuccesso delle sue ricerche.
Venne sepolto nella cattedrale della Vecchia San Jean.

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I protagonisti:Virginia Rappe


Hollywood terra di sogni,di speranze e di promesse.

O anche Hollywood terra del nuovo mito americano,il cinema;la frontiera del nuovo divertimento fabbrica di nuovi divi e terra promessa di chi cerca denaro,affermazione,gloria personale.
Ma anche trappola mortale per qualcuno,invischiato in storie poco chiare e ben poco edificanti,stritolato da un meccanismo che distribuisce denaro troppo in fretta,in un paese alle prese con forti contraddizioni sociali ed economiche.

In questo scenario diviso tra sogni infranti per molti e sogni destinati a diventare realtà per pochi,in questa fabbrica di nuove illusioni si innesta uno dei primi scandali hollywoodiani,che fece un clamore immenso all’epoca,sia per la figura dell’attore coinvolto,sia per lo squallido scenario in cui si svolse la storia,fino alla sua tragica conclusione.


I protagonisti:Fatty Roscoe Arbuckle

Il fatto avviene il 5 Settembre 1921,e ha come scenario la città di San Francisco e il Saint Francis Hotel,come protagonista un famoso divo del cinema,Roscoe Arbuckle,detto fatty (il grasso) per la sua imponente corporatura e Virginia Rappe,una attricetta alle prime armi,che è stata scritturata per la sua prima parte di rilievo.

Roscoe è un attore popolarissimo,che divide la notorietà con altri grandi divi della celluloide,come Buster Keaton e Charlie Chaplin;la sua corporatura enorme,unita ad una insospettabile leggerezza di movimenti,il suo volto grassoccio e simpatico sono nel cuore degli americani,che si divertono un mondo nel vedere i film comici a base di torte in faccia e gag che vedono protagonista Roscoe.
Virginia è una bella ragazza,è nata a New York il 7 luglio del 1891,e che ha alle spalle solo piccoli ruoli cinematografici,il più importante dei quali è quello in Paradise garden.


Lo scenario:il San Francisco Hotel

I due incrociano i loro destini in modo definitivo proprio il 5 settembre;Roscoe decide di dare una festa al Saint Francis,affitta alcune stanze lussuose e invita amici del cinema,starlette e altre ragazze.
E’ una festa chiassosa;l’alcool scorre a fiumi,nonostante si sia nel bel mezzo del proibizionismo;gira anche della coca,la droga dei divi,e l’atmosfera sembra degenerare ben presto ina versione moderna di un baccanale romano.

O anche un’orgia,se vogliamo;c’è droga,c’è alcool,c’è sesso,una delle merci di scambio più diffuse per arrivare,con una scorciatoia,ad un provino.
Virginia arriva alla festa con il suo manager e con una donna dal passato discutibile,Bambina Maude Delmont.


Bambina Maude Delmont

Arriva e beve,come tutti,tanto,sicuramente troppo.
A questo punto quello che accade è degno di un thriller,di quelli veri.
Perché le versioni dei presenti,di Arbuckle,di alcuni testimoni,divergono pesantemente,e saranno oggetto di fortissime controversie al processo istituito dopo i fatti.

Noi utilizziamo quella difensiva di Roscoe,che in effetti venne ritenuta quella più probabile;
Roscoe raccontò di avere udito delle grida provenire dal bagno.

Allarmato,decise di andare a vedere cosa stesse succedendo,ed entrando vide Virginia in preda a lancinanti dolori alla pancia,che si contorceva disperata;raccontò di averla aiutata a stendersi sul letto;”acqua”,chiedeva la ragazza,con voce flebile.


Una giovanissima Virginia Rappe

L’attore riempie il bicchiere,lo versa nella bocca di Virginia,e decide di lasciarla,convinto che sia sotto l’effetto di una forte ubriacatura.
Quando ritorna,trova la ragazza rantolante sul pavimento,vicino al letto;si contorceva ancora dai dolori,per cui decide di rimetterla sul letto,la spoglia e prende il secchiello del ghiaccio per applicarlo sul volto e sull’addome della donna.
Ad un certo punto entra nella stanza la Delmont,che vede Roscoe mettere del ghiaccio sulla vagina della donna;un particolare importante,che al processo avrà un gran peso.

Roscoe spiega che ha trovato Virginia così,e che è convinto che sia solo ubriaca;racconta che ad un certo punto ha iniziato ad urlare e a strapparsi i vestiti.

Nella stanza entrano altre due persone,e lui chiede che Virginia venga gettata fuori,perché,dice,”sta facendo troppo rumore”


Mabel Normand

Fischbach,uno degli amici dell’attore,gli si rivolge ironicamente dicendo:”Cos’è,ti sei divertito troppo,con lei?”
Ma Roscoe non è di buon umore e allontana sgarbatamente l’amico.
A questo punto,secondo la versione fornita dalla Delmont,Virginia avrebbe gridato,dicendo:

“Resta lontano da me! Non voglio che tu mi stia vicino! “,e avrebbe aggiunto “è stato lui a farmi questo”

Mentre Roscoe e Fischbach prendono la ragazza e la mettono nella vasca da bagno,nel tentativo di svegliarla,la Delmont chiama la hall dell’albergo,chiedendo che venisse mandato su il medico.
Arriva il dottor Olav Kaarboe,che diagnostica solo una forte ubriacatura.

Il party prosegue come se nulla fosse successo,mentre la povera ragazza,sedata da una dose di morfina,giace sul letto.

Per due giorni la ragazza rantola nel letto della camera dell’hotel,prima che venga portata all’ospedale;ancora due giorni e muore.
L’autopsia è chiara:Virginia è morta per peritonite,causata dalla rottura della vescica.
E’ un tassello importante,nella vicenda.


Fatty Roscoe e la Normand

Vedremo in seguito perché.
Intanto succede qualcosa di imprevisto.
I giornali si gettano sulla storia,e da quel momento è una sarabanda continua di rivelazioni,smentite,confessioni,particolari veri misti ad altri di assoluta fantasia.
La campagna di stampa bolla con parole di fuoco la vita dissoluta che gli attori fanno a Hollywood;si denuncia il sesso e l’abuso di droga,l’alcool e la perversione della fabbrica dei sogni,novella Sodoma e Gomorra.
Viene imbastita una campagna moralizzatrice,proprio mentre contemporaneamente le autorità decidono di avviare un’inchiesta sull’accaduto.
E così,alla fine,sotto la spinta dei giornali che parlano apertamente di stupro,grazie anche alle dichiarazioni della Delmont,Roscoe diventa l’orco cattivo.

Si apre un’inchiesta,e la polizia si crea una propria versione dei fatti;Roscoe ha tentato di abusare della ragazza,e nel tentativo l’ha schiacciata con il suo peso,spappolandole la vescica.
In virtù di questo il comico viene arrestato e processato.
A dicembre del 1921 viene celebrato il processo contro l’attore.

Decisiva fu la perizia del dottor Andy Edmonds,che disse testualmente “Gli esperti hanno concordato su quattro punti: la vescica si è rotta, non vi è stata evidente infiammazione cronica, non vi sono segni di peritonite acuta, e l’esame non ha evidenziato alcuna variazione patologica ; in breve , la rottura non è stato causata da forza esterna “.


Il grande attore Buster Keaton

Il 4 dicembre del 1921,dopo ben 43 ore di camera di consiglio,,con 10 voti a favore e 2 contro la giuria assolve Roscoe.
Nel febbraio del 1922,secondo processo e colpo di scena:il giudizio è esattamente ribaltato,10 giurati lo giudicano colpevole e 2 innocente;è necessario un terzo processo.
Che scagiona l’attore,definitivamente.
E’ un uomo libero,ma la sua vita e la sua carriera sono distrutte.


La foto segnaletica dell’attore

Nonostante dal processo sia uscita una verità incontrovertibile,cioè che le illazioni dei giornali su presunti giochi erotici fatti ai danni della sfortunata Virginia,consistenti in abusi sulle e nelle parti intime con bottiglie di champagne,con pezzi di vetro e altro,siano solo falsità,nell’opinione pubblica,nell’immaginario della gente,Roscoe ha comunque abusato sessualmente della donna.
La stessa compagnia cinematografica con la quale l’attore aveva firmato un colossale contratto,lo licenziò,contribuendo in maniera determinate all’epilogo della vicenda umana di Roscoe.
Che dal quel momento venne emarginato,con l’unica eccezione dell’amico Buster Keaton,che tentò di farlo lavorare e che lo appoggiò sia moralmente che finanziariamente.
Cosa successe veramente in quella camera d’albergo?

Esaminando i fatti,gli atti del processo,le testimonianze,le ultime parole della sfortunata Virginia (È stato Fatty Arbuckle a ridurmi così,vi prego,fate che non la passi liscia),si può concludere,ragionevolmente,che Roscoe ebbe qualche responsabilità nella morte della donna.
Forse non la uccise volontariamente,nel senso che tutto ciò che si scrisse dopo,particolare della bottiglia di champagne inclusa,altro non era che pura invenzione giornalistica,per tenere avvinta,con particolari scabrosi,l’attenzione dei lettori.


Un giornale scandalistico strombazza la notizia

Roscoe era una montagna d’uomo,e la uccise involontariamente con il suo peso;poi,tutto ciò che accadde dopo,incluse le pressioni di Zukor,il suo produttore,per farlo uscire con l’immagine meno deteriorata possibile,altro non furono che maldestri tentativi di insabbiamento.
Comunque sia andata,Roscoe visse solo altri undici anni,privo del successo ee emarginato dal suo ambiente;una mattina ebbe un infarto,e a soli 46 anni morì.
Buster Keaton,l’amico di una vita,disse soltanto “è morto di crepacuore”

Jane Seymour


Jane Seymour


Una ragazza di nobili origini, timida, non bella, educata e fortemente pudica; una donna agli antipodi degli standard di moralità e di glamour imperanti nella corte inglese del 500; eppure una donna capace di far innamorare di se un sovrano capriccioso e volubile, donnaiolo e impetuoso come Enrico VIII Tudor.

Jane, figlia di Sir Edward Seymour, amico di lunga data e compagno di battaglie di Enrico, nacque a Wiltshire nel 1509; la sua fu una vita tranquilla, una vita vissuta in campagna, lontana dalle tentazioni della corte, dalle sue lusinghe e dai suoi vizi. E tale sarebbe rimasta se Enrico VIII non avesse, un giorno, fatto visita al suo antico compagno d’armi. La timida Jane era lontana dai gusti estetici del re, eppure aveva doti di tranquillità, di intelligenza e savoir faire che non passò inosservata agli sguardi attenti del re. Che la volle a corte, come dama di compagnia della regina Anna Bolena; la quale, da un po’ di tempo, non attirava più il re, soprattutto dopo il secondo aborto, che aveva privato Enrico VIII di quella che considerava la gioia più grande, diventare padre di un erede maschio alla corona d’Inghilterra. Un’autentica ossessione, per il sovrano, che si trascinava sin dal primo matrimonio con Caterina d’Aragona,che si era concluso quando nella vita del re era arrivata la Bolena, e dopo che il re aveva visto sua moglie perdere per 5 volte i figli che attendeva, con l’unica eccezione di Maria, che il re non amò mai più di tanto.

Quando Lady Jane Seymour arrivò a corte, la relazione tra il re e quella che era la sposa per cui Enrico aveva provocato lo scisma dalla chiesa cattolica di Roma era ormai al capolinea. Il comportamento frivolo e dissennato di Anna, la sua incapacità i dargli un figlio, l’odio palpabile della corte e del popolo verso colei che era considerata un’usurpatrice convinsero il re che era il momento di sciogliere il legame con la Bolena. Per fare questo era necessario trovare qualcosa che potesse essere usato come casus belli; a corte si mormorava, non sappiamo con quanta aderenza alla realtà, che la regina avesse un amante. Le spie di Enrico riferirono la cosa, e la mano del re colpì senza pietà. Anna, riconosciuta colpevole di incesto, stregoneria e adulterio venne mandata sul patibolo, e il re si ritrovò così di nuovo libero. Il 19 maggio del 1536 Anna Bolena finiva i suoi giorni, il 20 maggio, segretamente, Enrico VIII Tudor si fidanzava con lady Jane Seymour, e soltanto dieci giorni dopo la sposava. Accanto a Jane, Enrico sembrò d’improvviso diventare un altro uomo; l’influenza della pacata, saggia e virtuosa Jane sembrò davvero cambiare le cose. Jane, oltretutto, era molto amata a corte, ma non solo. La gente comune la adorava, per la sua semplicità di costumi, per la sua morigeratezza. Come primo atto formale, Jane convinse suo marito a richiamare a corte la figlia Maria, che così conobbe un breve periodo di felicità. Jane prese a benvolere quella sventurata ragazza, e il sentimento venne cordialmente ricambiato da Maria Tudor; tutto sembrava andare benissimo, il matrimonio, tranquillo e senza scandali, filava sul binario della felicità e della tranquillità. La gioia di Enrico raggiunse il massimo quando la regina Jane annunciò di essere incinta. Il giorno del parto un Enrico VIII fuori di se dalla gioia apprese che aveva il tanto sospirato erede, Venne battezzato con il nome di Edoardo; era il 12 di ottobre del 1537. Ma ben presto qualcosa venne a turbare la gioia della coppia regale, e tutto si trasformò in un incubo quando delle violente febbri iniziarono a prendere la giovane regina. Per alcuni giorni la fibra della donna combattè una guerra impari, ma la setticemia la stroncò il 24 di ottobre. La dolce e mansueta Jane si spense a soli 27 anni. Aveva regnato per meno di 18 mesi, che erano bastati, per tutti coloro che l’avevano conosciuta,per apprezzarne le grandi doti di umanità. Il re pianse a lungo la sua compagna, che amava devotamente, al punto che per due anni non pensò a nessun matrimonio per ragion di stato. La sventurata regina venne sepolta nel castello di Windsor, e alla sua morte anche Enrico venne sepolto con lei, al suo fianco.

Windsor castle, dove riposa Jane Seymour

Il sacco di Roma

I lanzichenecchi


“Bastardo sodomita,per i tuoi peccati Roma sarà distrutta. Confessati e convertiti,perché tra 14 giorni l’ira di Dio si abbatterà su di te e sulla città”

Queste parole risuonarono lugubri e stentoree il 18 aprile del 1527,mentre dalla loggia di san Pietro papa Clemente VII si apprestava a benedire i fedeli presenti.
L’uomo era nudo,e aveva in una mano un teschio;il suo nome era Brandano.

La sua era una profezia sinistra,che si sarebbe purtroppo avverata,con qualche giorno di ritardo su quanto previsto dall’uomo.

Il sacco di Roma in un dipinto d’epoca


Non erano bei giorni,quelli,per Roma.

Il conflitto tra papato e Carlo V di Aburgo era al culmine,e l’imperatore,stanco della minaccia rappresentata dal papa,che brigava con il suo nemico Francesco I di Valois,si apprestava a mandare il suo esercito verso Roma,proprio per catturare il papa.

Il 20 aprile 1527,le truppe dell’imperatore,al comando del duca Carlo di Borbone connestabile di Francia arrivarono nei pressi della città eterna; l’assalto alle mura del Borgo iniziò la mattina del 6 maggio 1527 e si concentrò tra il colle Gianicolo e il Vaticano.
La difesa della città,affidata più alla robustezza delle mura che al raffazzonato esercito pontificio,si rivelò immediatamente inutile,nonostante i difensori,grazie ad un ben assestato colpo di artiglieria tirato probabilmente da Benvenuto Cellini,avessero ucciso proprio Carlo di Borbone.

L’episodio sembrò caricare ancor di più gli assedianti,che ben presto ebbero ragione della difesa disperata dei pochi e mal armati uomini corsi sulle mura.


Papa Clemente VII

Avvisato dell’accaduto,papa Clemente VII si affannò a correre verso Castel sant’Angelo,che,a differenza delle mura,era ben difeso anche da cannoni,oltre che da mura spesse;ma non sarebbe riuscito nonostante tutto a porsi in salvo se non fosse stato per la strenua difesa dei soldati svizzeri,che si immolarono tutti,fino all’ultimo uomo,per permettere al papa di rifugiarsi nella fortezza.

Entrata in città,la soldataglia,tra le cui fila c’è una nutrita schiera di delinquenti comuni,ladri,assassini attratti dal miraggio del saccheggio,la soldataglia,dicevo,si lanciò all’assalto di palazzi nobiliari,di chiese,di semplici abitazioni di povera gente.

Era l’inizio del sacco di Roma,uno degli episodi più cruenti della millenaria storia di Roma.

In soli 4 giorni,migliaia di persone,donne,bambini,anziani,vennero trucidati e fatti a pezzi;non si contavano i casi di stupro,di saccheggio nelle chiese,dove veniva asportato tutto ciò che aveva un valore veniale,ma non solo.


Carlo V d’Asburgo

L’eccitazione della marmaglia era tale che vennero profanate reliquie,vennero distrutte opere d’arte,devastate biblioteche e fatte a pezzi case patrizie;un cronista venuto da Venezia espresse tutto l’orrore per quello che vedeva in una lettera particolareggiata inviata al consiglio dei Dogi:

«L’inferno è nulla in confronto colla vista che Roma adesso presenta»

Ecco cosa scrisse il Guicciardini nella sua Storia d’Italia:

Onde per ogni verso premendo li prigioni, e trovando spesso in diversi luoghi grandissimo tesoro occultato e sotterrato, divennono in brevissimi giorni talmente ricchissimi, che non solamente le vesti, pitture, sculture, e altri ornamenti di casa, benchè preziosi e di molto valore, furono allora da essi poco apprezzati; ma ancora i vasi, le croci, le figure, e altre innumerabili cose di argento stimorono assai meno che il prezzo della propria valuta. Solamente le bellissime gioie e l’oro puro, per occupare poco luogo, e per essere conosciuto da ciascuno, tennero sopra ogn’altra cosa caro, facendosi pagare (come molte volte si vidde), nel vendere le anella, la valuta del peso solo, per non stimare altrimenti quella delle perle, de’ diamanti, rubini, smeraldi, e altre pietre fine, intagliate con antichi e perfetti intagli, che in quelli erano legate, benchè valessimo per sè sole molto più, che quanto per oro puro si facevono pagare.

Si calcola che in quel periodo Roma subì un autentico salasso,pari ad una somma oscillante tra i 5 e i 10 milioni di ducati;una fortuna immensa,che andò ad arricchire la massa della turpe soldataglia.

Che,non paga di quanto racimolato,pensò bene di restare in città alla ricerca di altro bottino.

E le vittime principali divennero,a quel punto,i prelati.


Francesco Guicciardini


Ecco cosa scrive ancora il Gucciardini:

“0 quante antichissime e perfettissime sculture di marmo e bronzo, con medaglie di più sorte metalli, tanto dalli pontefici e prelati, per la perfezione loro, eccessivamente apprezzate, e con molta lunghezza di tempo adunate, pervennono subito nelle mani di chi non le stimava niente! 0 quante immense ricchezze delli nobili baroni di Roma, più secoli nelle loro famiglie perseverate, in un’ora ruinorono! 0 quanti incredibili guadagni, ingiusti e inonesti, in molti anni per usure, rapine, simonie, e con altri crudeli e nefandi modi, moltiplicati da’ cortegiani e mercatanti, in un istante furono di quelle inumane nazioni! Ma perchè mi sforzo io raccontare particularmente queste e quelle facultà e ricchezze, pervenute con tanta facilità e brevità di tempo nelle mani di quelli efferati oltramontani? essendo noto a ciascuno, che di tutta Europa, e di altre parti del mondo, correvano ad ogn’ora in quell’infelice città danari, mercanzie e delizie, per satisfare all’insaziabile appetito e nefande voglie di tanto sfrenati prelati e cortigiani: le quali per non vi essere stato prima timore di perderle, furono facilmente trovate, saccheggiate e straziate con incredibile furore e rapina

Infelice città davvero.

Ben presto i corpi squartati e lasciati a imputridire per strada divennero cibo per i cani;si diffuse la pestilenza,che colpì in maggior parte povera gente,già piagata dalla fame e dalla carestia.


Castel Sant’Angelo,l’ultimo baluardo

Dopo un mese la popolazione di Roma si era ridotta del 25%,mentre le angherie nei confronti dei prelati proseguivano inarrestabili.

Lasciamo sempre al Guicciardini la descrizione delle condizioni dei prelati:

Dall’altro canto, non si riconoscerebbono i cardinali, i patriarchi, arcivescovi, vescovi, protonotari, generali, provinciali, guardiani, abbati, vicari, insieme con l’altra ridicola e infinita turba dei moderni titoli di religiosi, che non onoravono, ma oneravono (latinamente parlando) la cristiana religione: vedendo molti di loro in giubbone rotto e tristo, chi senza calze, quali in camicia stracciata e insanguinata, mostrare per tutta la persona i lividi e le ferite delle battiture e percosse indiscretamente ricevute: quale avere la barba pelata e svelta; quali sudici, scapigliati e rabbaruffati; quali suggellato il viso, e cavato qualche dente; quali senza naso e senza orecchi; quali senza testicoli, e in modo mesti e spaventati, che non apparivono nè mostravono in parte alcuna quelle tanto consuete, vane ed effeminate cerimonie, delicatezze e lascivie, tanto eccessivamente e con ogn’industria nella felice fortuna prima da loro molti anni continuate. Massime che a non pochi di quelli si vedeva governare, come furfante, i cavalli; a chi, come guattero, volger gli arrosti e lavare le scodelle; a molti, come saccomanni, portar acqua, strame e legne a gl’inimici suoi, e fare infiniti altri vilissimi servizi, come facevano senza forse la maggior parte di loro, avanti che acquistassino con pessimi e vituperosi vizi quelle degnità che non avevono mai meritato. Vedevasi allora i sontuosi palazzi de’ cardinali, le superbe abitazioni del pontefice, le tanto devote chiese di Pietro e Pagolo, la dilicata cappella di papa, Sancta Sanctorum, e li altri luoghi sacri, già pieni di tante plenarie indulgenze e reverende reliquie, essere al presente stalle di cavalli, postriboli di concubine tedesche e spane; e in ricompenso delle simulate cerimonie e delle lascive musiche, vi si sente raspare e ringhiare cavalli, bestemmiare e maledire continuamente Iddio e i Santi, e fare spesso molti atti disonesti e nefandi, sopra li altari e luoghi più santificati, in dispregio della odierna religione. Vedevasi molte divote pitture e sculture, che prima erono dalla maggior parte, con simulate cerimonie adorate, essere con ferro e con fuoco guaste e abbruciate, e molti Crucifissi con gli archibusi spezzati, e per terra vilmente giacere, sparsi e mescolati tra letame e fecce degli oltramontani, le reliquie e calvarie di molti santi e sante. Vedevasi ancora tutti gli odierni Sacramenti non altrimenti scherniti e vilipesi, che se fussino stati preda dei Turchi

Un girone dantesco,insomma.

Nel frattempo papa Clemente VII era sempre prigioniero in Sant’Angelo,e la corte papale trattava,nel frattempo,il riscatto.
Che venne pagato,alla fine.

Vennero raccolti circa 350.000 ducati,e il papa,liberato,potè lasciare,vestito con abiti civili prestati dal suo maggiordomo,la città,destinazione Orvieto.

Era il mese di dicembre,ed erano passati sette mesi dal primo saccheggio di Roma.
Che venne saccheggiata altre due volte, il 25 settembre 1527 e il 17 febbraio 1528.


Benvenuto Cellini,uno dei difensori di Roma


Clemente aveva lasciato Roma,come già detto;ecco cosa scrive il Guicciardini sul suo stato d’animo:

Onde facilmente si può comprendere, che afflitto e che tormentato animo possa essere al presente quello del papa, sentendo e vedendo continuamente tanto flagello sopra di sè e sopra la sua Roma, massime non poco dubitando, insieme con gli altri rinchiusi, di pervenire tosto nelle mani di sì crudeli inimici, e tanto sitibondi del sangue suo: e che, se per il passato ha più volte gustato eccessivi onori e dolcissimi piaceri, li ricompensi continuamente con tanta ignominiosa infelicità e miserrima amaritudine; e se, per essere arrivato in tanta altezza, abbi qualche volta sè reputato savio e glorioso principe, ora confessi essere il più sventurato e il più meschino pontefice stato per lo adrieto. Onde ci possiamo ragionevolmente persuadere, che considerando, per le cagioni sue, la Chiesa, la patria e l’Italia trovarsi in estremo pericolo, spesso guardi con gli occhi lacrimosi verso il cielo, e con amarissimi e profondissimi sospiri dica: Quare de vulva eduxisti me? qui utinam consumptus essem, ne oculus me videret.”

I due sacchi successivi finirono per portare allo stremo delle forze la città;quando Clemente VII tornò a Roma il 6 ottobre del 1528,non riconobbe più la sua città.
Gli abitanti si erano ridotti ad un quinto;della capitale artistica d’Italia non restava molto;ciò che non era stato rubato era stato bruciato,una spaventosa carestia imperversava tra gli abitanti rimasti in vita.

Che in definitiva furono quelli che pagarono il prezzo più grande,assieme a tutto il piccolo clero;perché poco tempo dopo Clemente VII,credendo (o facendo politicamente finta di credere) a Carlo V,lo perdonò e addirittura lo incoronò imperatore.

Sei anni dopo,nel 1534,Clemente VII morì in maniera balorda,mangiando dei funghi velenosi.

Pasquino,la statua parlante di Roma,bollò l’avvenimento con un sardonico:

“«Ecce aqnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi»,


Johann Ernst Elias Bessler detto Orffyreus nacque a Zittav, Sassonia nel 1680.
La sua storia,misteriosa ancora oggi,inizia all’età di 32anni, quando,sconosciuto da tutti, affermò che aveva risolto l’enigma del moto perpetuo.

La prima annotazione che troviamo di Orffyreus è presente nell’Eruditorum di Leipzig.
Sappiamo che Orffyreus presentò un meccanismo composto da una ruota di 92 centimetri di diametro, spessa 10 centimetri,che potè essere avviata con una leggera spinta prendendo subito velocità.

La ruota creata da Orffyreus poteva sollevare anche pesi di trenta chili,grazie ad un sistema di funi;ben presto la fama dell’invenzione si sparse per il paese,e nel 1716, il conte Karl di Hesse-Cassel, decise di portarselo in città.

Lo nominò consigliere tecnico della città e gli permise di vivere nel castello di Weissenstein dove Orffyreus potè continuare il suo lavoro. A Hesse-Cassel, Orffyreus utilizzò lo spazio ricavato sotto una tettoia del giardino per costruire una ruota di 360 centimetri, spessa 36 centimetri. La costruì in grande segretezza e la copri con un panno lubrificato in modo che soltanto l’asse sulla quale ruotava fosse in vista.

Questa sua creazione venne esposta pubblicamente per parecchi mesi. Orffyreus,che aveva un carattere ombroso e sospettoso, utilizzò una protezione fornita dal conte Karl,temendo che qualcuno potesse copiargli ( o rubargli) l’invenzione. Il che creò molti sospetti nei visitatori,che assistevano al moto continuo della ruota,senza però poterne verificare il funzionamento.

Tra i visitatori c’erano alcuni orologiai,categoria alla quale era appartenuto Orfyrreus,che sostenevano di poter replicare l’esperimento;ma nessuno di essi riuscì a produrre lo straccio di una prova,di modo che,frustrati e delusi,dovettero ammettere che il meccanismo dell’uomo sembrava funzionare davvero. Il matematico Claus Wagner rifiutò persino di studiare la ruota. A suo modo di vedere era impossibile un funzionamento che andava contro tutte le leggi della fisica,sostenendo così che la cosa era frutto di un imbroglio o di un trucco.

Orffyreus pubblicò nel 1719 un opuscolo. Nelle sue descrizioni sommarie diceva che la ruota dipendeva dai pesi che ” costituiscono il movimento perpetuo in se, poiché da loro arriva il movimento universale che devono esercitare a condizione che rimangano nel loro centro di gravità”

Alcuni abbozzi nel libro mostravano il modello,reso complicato dai pesi e dagli equilibri,forse la caratteristica che probabilmente è stata utilizzata nella costruzione di Orffyreus; alcuni testimoni dichiararono di aver sentito dei pesi spostarsi mentre la ruota girava.

Il 13 di ottobre del 1717, la ruota venne spostata in una grande stanza nel castello.Alcuni funzionari,dopo aver esaminato la ruota nel suo movimento ed essersi accertati che le porte della stanza non potessero essere aperte,sigillarono il tutto e si allontanarono.. Due settimane più tardi la stanza venne aperta; la ruota girava regolarmente.. Per eliminare gli ultimi dubbi restanti, la stanza venne nuovamente sigillata,e riaperta due settimane più tardi,e gli esaminatori scoprirono che continuava a girare.

A questo punto si decise di affidare a dei luminari della scienza l’analisi della situazione;

il 12 novembre, tutto era pronto per una verifica da parte delle più alte autorità.

Il Conte Karl portò con se un nutrito gruppo di studiosi; l professor Gravesande di Leida,il dottor Dietrich di Bohsen, Friedrich Hoffman, descritto come un medico famoso ed una autorità nel campo della meccanica; Wolff,cancelliere dell’università di Halle ,John Rowley, ideatore di strumenti matematici.Il gruppo di studiosi potè esaminare le parti non coperte,e videro che effettivamente la ruota funzionava;attraverso un piccolo portello ,seguirono il movimento,dopo di che,soddisfatti,sigillarono tutto e se ne andarono.Tornarono dopo 14 giorni per accorgersi che la stanza era sigillata,e che la ruota aveva tranquillamente continuato a funzionare.

Stilarono una relazione,nella quale dicevano,sostanzialmente,che non essendoci frode,l’apparecchio era davvero dotato del mitico moto perpetuo.
Questo doveva essere il momento del trionfo.
Viceversa il professor Gravesande (che avrebbe scritto poi una relazione a Isaac Newton sulla cosa),nel tentativo maldestro di curiosare dietro il panno,lo lasciò scostato;Orfyrreus,irascibile e scorbutico,per tutta risposta distrusse la ruota.
Per tutto il resto della sua vita,l’uomo continuò a occuparsi di meccanica,ma non volle mai più ricostruire la ruota.,fino alla sua morte,avvenuta nel 1745.

Il caso Casati

La Marchesa Casati




Un’ altra foto di Anna Fallarino-Casati




Anna Fallarino-Casati



E’ la sera del 30 agosto 1970.
Una chiamata giunge alla squadra mobile di Roma.
C’è un omicidio ai Parioli,elegante quartiere della capitale,in via Puccini.
Il capo della squadra mobile Valerio Gianfrancesco si precipita con la sua squadra.
E’una serata caldissima,una domenica tipicamente romana,dall’aria irrespirabile.
La polizia penetra nell’appartamento:riverso su un letto c’è il cadavere di una donna,Anna Fallarino in Casati. Ha gli occhi ancora spalancati per la paura e per la sorpresa. In un angolo Massimo Minorenti, che si scoprirà essere il suo amante.infine, riverso , il cadavere di Camillo Casati, marchese, rampollo ricchissimo e viziato della nobiltà romana.
Per terra un Browning 20, privo di 6 colpi, che sono stati sparati verso le vittime. L’ultimo ha ucciso il Casati, una parte del suo volto e un orecchio sono schizzati sulla parete, sporcando un dipinto. Non c’è tanto sangue, tutto sommato. Storia chiara, caso chiuso. Non vi sono dubbi.
E’ il classico delitto passionale. Inizia la perquisizione dell’appartamento. E qua incominciano le sorprese. In un cassetto ci sono centinaia di foto osè, che ritraggono la avvenente Anna Fallarino in pose esplicite, dal nudo casto al più estremo. Viene rinvenuta anche un’agenda di pelle verde, nelle cui pagine ci sono descrizioni degli incontri sessuali della Fallarino con numerosi amanti, scritti dalla mano del marchese Camillo. Tutti gli incontri erotici della donna sono minuziosamente descritti. Si tratta di un diario nel quale il marchese annota con dovizia di particolari l’incontro con ragazzi, militari e persone che partecipano, molte volte inconsapevoli, alla teatrale rappresentazione del vizio di Camillo Casati. ” Oggi Anna ha incontrato un aviere. Era giovane e bellissimo. E’ stato un incontro fantastico.Anna era felice e ha partecipato intensamente ” , scrive il marchese, o ancora:” Siamo stati sul litorale di Fiumicino, in molti la guardavano. Abbiamo scelto un giovane. E’stato appagante. Lo abbiamo ricompensato con trentamila lire” ” Mi piace quando sei a letto con un altro, sento di amarti ancora di più “. Nella sua ossessione erotica, il marchese spinge la compiacente Anna ad andare oltre ogni limite. Nel diario ad un certo punto Camillo parla della sua totale dipendenza dalla compagna. E arriva profeticamente ad ipotizzarne la morte nel caso di abbandono. Misteriosamente il contenuto dell’agenda giunge alla stampa, e scoppia, clamoroso, il caso. Le prodezze amatorie della marchesa vengono fatte risaltare aldilà della stessa verità storica .Il quadro che emerge è fatto di sesso, voyeurismo e deviazione spinti all’estremo. Le foto erotiche della marchesa vengono pubblicate da diversi giornali: Men, L’Europeo e altri fanno a gara a presentarle (vedi foto), unitamente a parti del diario personale. Due parole sulla marchesa:Anna Fallarino è la seconda moglie del marchese,che ha sposato nel 1959. All’epoca della tragedia ha 41 anni, è bella e avvenente. Per far risaltare ancor di più il suo splendido corpo,non esita a ricorrere al chirurgo estetico. Una delle sue protesi di silicone verrà trovata sul letto nel quale giace priva di vita.Ma cosa ha spinto la marchesa a compiacere un marito affetto da voyeurismo e ad accettare l’umiliante degrado dell’accompagnamento con molti uomini? Nel dettaglio, quali possono essere le motivazioni, le spiegazioni di un rapporto così complicato ed esclusivo tra la coppia? Cosa può spingere la Fallarino verso una dipendenza così totale dal marito? Le risposte sono molteplici, e non tutte di facile comprensione. Una parte rilevante la gioca lo status nobiliare del marchese: ricco, sicuro di sé, ha tutto e anche più del superfluo. Anna è conquistata dal glamour che il personaggio emana. Lei non è della nobiltà, e questo probabilmente le pesa. Perciò accetta, non sappiamo quanto volontariamente, o meglio, quanto volentieri, il gioco a metà strada tra l’intrigante e il degradante che la situazione erotica crea. E’ un dato di fatto che comunque accetti i personaggi che di volta in volta il marchese propone per gli incontri sessuali. Tra di essi quasi sempre ci sono ragazzi prestanti, che però vengono regolarmente pagati, quasi a suggellare il rapporto mercenario, di scambio di semplice sesso che si crea. Niente anima, quindi. Questa è bandita. Nel diario infatti il marchese più volte esprime il timore di un possibile coinvolgimento affettivo della donna. Ma l’ossessione erotica si spinge anche oltre la frontiera del sesso voyeuristico. Il marchese sente il bisogno di immortalare l’amata ed eternarla. Molte delle foto che vennero rinvenute esprimono un effettivo “amore” per la compagna,ripresa non solo impudicamente, ma anche in pose che si potrebbero definire eleganti, alle volte con tenerezza inusitata. Intanto l’opinione pubblica mostra un’interesse sempre maggiore per la vicenda,si intrecciano dibattiti e discussioni,polemiche violente rivolte per lo più a quello che viene indicato come un mondo di perdizione e devianza,alla middle class nella sua interezza..Cosa spinge il marchese al gesto estremo? Più che un’ipotesi,una certezza:Anna si è finalmente innamorata. Il giovane Minorenti è un bel ragazzo,e verso di lui non nutre solo una semplice attrazione sessuale. Così gli incontri tra i due diventano clandestini, ma Camillo scopre tutto.Non vuol perdere la compagna, non vuol cedere il suo giocattolo preferito.
Si arriva così all’epilogo del dramma. Il giorno dell’omicidio il marchese dice al maggiordomo che vuole esser lasciato solo.I tre quindi si trovano nell’appartamento,per quello che sarà l’ultimo rapporto sessuale. Poi scoppia la tragedia. Camillo spara alla moglie,poi al giovane e per ultimo volge l’arma contro se stesso. Questo stabilirà la scientifica. Nessun mistero,quindi,la dinamica è questa.Ma come già detto l’opinione pubblica è scossa,non è ancora calato l’eco della strage di Piazza Fontana. Ci si interroga anche su parti stralciate del diario,nel quale alcune voci dicono esserci nomi di attori e personaggi dello spettacolo. Solo illazioni? Chi sà,tace.Come il Gianfrancesco, che intervistato, si chiuderà a riccio su questa domanda, alimentando a dismisura le voci incontrollate. Ma vediamo nel dettaglio quello che il capo della mobile dirà al Messaggero vent’anni dopo i fatti. Escluse, per esempio, l’utilizzo da parte della coppia di droghe, così come escluse la partecipazione dei due a orge o a situazioni coinvolgenti altre donne. Escluse la presenza di foto in cui la Fallarino fosse ritratta in atteggiamenti saffici con altre donne. Escluse che il movente dell’omicidio andasse cercato in un presunto ricatto del giovane Minorenti.
Parlò anche della necessità di stabilire con esattezza la dinamica dell’omicidio: la morte per ultimo del marchese permise di chiarire anche a chi spettasse l’enorme eredità del marchese.
Fù la figlia di primo letto di Camillo Casati la beneficiaria del patrimonio.
La stessa Annamaria Casati ottenne il sequestro di una pubblicazione oscena in cui erano presenti molte foto, unite sd un rapporto diffamatorio, in molti casi inventato di sana pianta.
Si andrà anche a caccia delle famose 1500 foto, che finiranno sparse un po’ dappertutto (vedi foto)
Non si scoprirà mai, altro mistero, come giunse il materiale alla stampa. Sospetti, non certezze.
E proprio il sapiente dosaggio della mano occulta che fornì la documentazione alimentò per molto tempo la curiosità attorno al caso.
Una vicenda, tutto sommato, molto triste.
Avvenuta all’interno di un classe sociale abituata a metabolizzare in fretta scandali su scandali.
Il tutto finirà sepolto negli archivi giudiziari.

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