
Rina Fort
Un omicidio con quattro vittime, delle quali tre erano bambini, sconvolse l’Italia nel novembre del 1946. La guerra era finita da un anno e mezzo, e anche se erano tantissimi coloro che avevano visto orrori di ogni genere presentarsi nella triste quotidianità della guerra, nessuno era preparato ad un eccidio così efferato come quello che si svolse a Milano, il 29 novembre del 1946, in Via San Gregorio 40.
I protagonisti di questa vicenda sono tre; Rina Fort, che all’epoca aveva 31 anni, Giuseppe Ricciardi, un emigrato dalla Sicilia e la moglie di quest’ultimo, Franca. In mezzo, tre bambini, Giovanni di sette anni, Giuseppe di 5 anni e il piccolissimo Antonuccio, di poco più di un anno. Vite che si intrecceranno tragicamente, che verranno spezzate in maniera brutale, talmente efferata che Rina Fort, la rea confessa, da allora verrà soprannominata La belva di San Gregorio.

Caterina Fort, conosciuta come Rina, era nata a Budoia nel 1915;aveva un passato triste, alle spalle, con un padre morto per aiutarla durante un’escursione in montagna, un giovane fidanzato morto di tubercolosi e la scoperta di essere sterile, e quindi di non poter mai provare le gioie della maternità. Si era trasferita a Milano, in cerca di un lavoro e per sfuggire alla grigia vita di provincia. Aveva trovato lavoro in un negozio di tessuti, in via Tenca, un negozio di proprietà di Giuseppe Ricciardi, un commerciante improvvisato, scappato dal sud in cerca di fortuna nel nord; giù in Sicilia aveva lasciato la moglie e i tre figli, e si era ambientato ben presto. Forse anche troppo, visto che nel quartiere lo conoscevano come un assiduo corteggiatore di gonnelle. Tra il Ricciardi e la Fort era nata una relazione, anche se l’uomo non aveva detto a Rina di essere sposato; ma un giorno dalla Sicilia la signora Franca, moglie di Giuseppe, allarmata dalle voci dei compaesani che le riferivano sulla condotta libertina del marito, decise di trasferirsi a Milano con i figli. Si stabilì in un appartamento in via San Gregorio, e da quel momento le cose tra Rina e Giuseppe cambiarono. L’uomo, per non insospettire la moglie, licenziò la Fort, che dovette trovare lavoro altrove. Lo trovò in una pasticceria, ma la relazione tra i due continuò tranquillamente. Ma qualcosa successe tra i due, perché la sera del 29 novembre 1946 la follia esplose con una forza dirompente che costò la vita a quattro persone, e che segnò irreparabilmente le vite dei protagonisti della storia.

Il negozio del Ricciardi

Giuseppe Ricciardi
Alle ore 21, 00 di quella sera il portiere dello stabile smontò, come al solito, lasciando però il cancello aperto, in quanto lo stesso era privo di serratura, che era stata smontata per essere riparata. Era un sabato, e in casa Ricciardi c’era la signora Franca e i suoi tre figli; il marito no, perché era a Prato per trattare l’acquisto di una partita di tessuti.
Il campanello della casa suona, e la signora Ricciardi apre la porta; fuori c’è Rina, che chiede di parlarle. Quello che accadde da quel momento in poi venne ricostruito dalla polizia ,subito dopo l’interrogatorio a cui venne sottoposta la Fort.
“« Quella sera vagavo senza meta quando, all’altezza di via Tenca, automaticamente voltai a destra ed entrai nello stabile numero 40 di via San Gregorio, attraversai l’interno dell’andito, salii al primo piano e bussai alla porta d’ingresso della famigia Ricciardi. La signora chiese chi fosse, poi aprì la porta. Entrai porgendole la mano ed ella mi salutò cordialmente. Ricordo che reggeva in braccio il piccolo Antoniuccio. Mi introdusse in cucina facendomi sedere, mentre gli altri due bambini giocavano fra loro. Appena seduta avvertii un lieve malessere, tanto che la signora Pappalardo mi diede un bicchiere con acqua e limone. Quindi ella volle chiarire la stranezza della mia visita: “Cara signora” disse “lei si deve metter l’animo in pace e non portarmi via Pippo, che ha una famiglia con bambini. La cosa deve assolutamente finire, perché sono cara e buona, ma se lei mi fa girare la testa finirò per mandarla al suo paese”. Preciso che prima di porgermi il bicchiere la signora depose il bambino sul seggiolone e dopo aver parlato mi portò dalla cucina una bottiglia di liquore allo scopo di offrirmi da bere. Quindi ritornò nella camera da pranzo per prendere un cavatappi, non avendolo trovato in cucina. A questo punto, mentre la Pappalardo era nella stanza da pranzo, ruppi il collo della bottiglia di liquore e ne versai in abbondanza. Accecata dalla gelosia dalle parole poco prima rivoltemi dalla Pappalardo, oltre che eccitata dal liquore, mi alzai andandole incontro.

La scena del delitto: la cartella di Giovanni sul tavolo

La scena del delitto: sangue sul pavimento

Una scarpa del povero Giuseppe

Simulazione della rapina
Giunta nell’anticamera l’incontrai mentre tentava di venire in cucina. Alla mia vista essa si spaventò, indietreggiando, mia avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina e di cui non sono in grado di precisarne le dimensioni. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io coninuai a colpire. Il piccolo Giovannino, mentre colpivo la madre, si era lanciata in difesa di lei afferrandomi le gambe. Con uno scrollone lo scaraventai nell’angolo destro dell’anticamera e alzai il ferro su di lui: alcuni colpi andarono a vuoto e colpirono il muro, altri lo raggiunsero al capo. Preciso di aver abbatutto prima Giovannino; poi entrata in cucina, colpii la Pinuccia; ad Antoniuccio, seduto sul seggiolone, infersi un solo colpo, in testa. Frattanto Giovannino si era alzato dall’angolo dove giaceva , per cui calai su di lui altri colpi, facendolo stramazzare al suolo esanime con la testa presso la porta della cucina. La Pinuccia colpita in cucina, era caduta riversa accanto al tavolo. Terrorizzata dal macabro spettacolo, scesi le scale e mi portai davanti alla porta del retrostante negozio, subito a destra della scala. Dall’interno il cane abbaiava rabbiosamente. Avrei voluto tornare sul luogo dell’eccidio, ma sbagliai strada e mi ritrovai sui gradini che portano alla cantina. Rimasi seduta sul primo gradino pochi attimi per riprendere fiato, poi risalii le scale dell’appartamento, nel quale le luci erano accese come le avevo lasciate. La signora Pappalardo e i suoi tre figli non avevano esalato l’ultimo respiro. Entrai nella camera da letto, mi tolsi le scarpe e ne calzai un paio del Ricciardi, quelle dalle sette suole. Sulle spalle, sopra il cappotto, mi gettai una giacca, poi aprii diversi cassetti asportando una somma imprecisata di denaro e alcuni gioielli d’oro. Misi a soqquadro la casa inter, non so a quale scopo. Non era ancora morto nessuno: il piccolo respirava, la signora si dimenava, la Pinuccia rantolava. La Pappalardo fissandomi con occhi sabbrati diceva sommensamente: “Disgraziata! Disgraziata! Ti perdono perché Giuseppe ti vuol tanto bene.” Poi soggiunse “Ti raccomando i bambini, i bambini…”. Mi chiese aiuto la signora, mentre continuava a dimenarsi. Singhiozzava e si mise bocconi. Mi diressi verso la camera da letto e passai su di lei con tutto il peso del mio corspo. Essa non parlava più, ma respirava ancora. Senza rendermi conto di ciò che facevo, rovesciai sul viso delle vittime un liquido, e prima di allontanarmi definitivamente ficcai in bocca dei pannolini imbevuti dello stesso liquido. Rimisi quindi le scarpe nel comodino e la giacca al posto in cui l’avevo trovata. Le vittime agonizzavano ancora quando accostai la porta e discesi le scale. Andai a casa, mangiai due uova fritte con grissini. La notte non potei dormire. Il giorno seguente mi recai normalmente a lavoro… »


Curiosi in via San Gregorio 40 il giorno dopo la strage
A scoprire la drammatica scena del crimine fu il 30 novembre Pina, la nuova commessa del negozio di Ricciardi; si era recata dalla signora Franca per farsi consegnare le chiavi del negozio, vista l’assenza del signor Giuseppe;era arrivata alla porta dell’appartamento e l’aveva trovata socchiusa. Era entrata e aveva chiamato la signora Franca, ma, non ricevendo risposta, era entrata in una stanza. Qui l’orrore l’aveva sopraffatta, alla vista dei poveri corpi massacrati, che giacevano in pozze di sangue e vomito, tra materia cerebrale sparsa per terra e frammenti di ossa. La polizia arrivò immediatamente; nell’ingresso, su un tavolo, c’era la cartella di Giovanni, che aveva lasciato perché l’indomani era domenica,e non si andava a scuola. Per terra, chiazze di sangue, una scarpa; nella casa erano stati asportati dei gioielli ma stranamente, per terra, c’era una foto dei coniugi Ricciardi strappata,su un tavolo, tre bicchierini sporchi di liquore.
Una scena del crimine molto inusuale, senza dubbio. La signora Franca aveva aperto la porta, che non risultava forzata, segno che conosceva la persona che era entrata. Ed è di qua che muovono immediatamente le indagini, che dopo qualche giorno portarono dritte a Rina Fort, segnalata agli inquirenti come ex commessa del Ricciardi e sua amante. Il particolare della foto stracciata si rivelò determinante; era un delitto passionale, brutale, che era stato mascherato, in maniera molto ingenua, come un furto finito male. Ma chi poteva pensare di rubare in casa di una famiglia che viveva modestamente, senza alcun lusso, il cui capo famiglia si arrabbattava con molta fatica per tirare alla giornata?

Rina Fort venne rintracciata presso la pasticceria nella quale lavorava, caricata su un furgone della celere e portata in questura. Qui venne interrogata per ore, fino allo sfinimento. E dopo 4 giorni di interrogatorio ininterrotto, la Fort crollò e confessò. Aveva ucciso la signora Franca e i suoi figli su istigazione del Ricciardi, con l’ausilio di un complice, tale Carmelo Zappulla. Uccidendo la donna, l’uomo si sarebbe liberato di un legame scomodo, oltre che, simulando la rapina, tacitare i tanti creditori dando a intendere di essere rimasto al verde.
La chiamata in correità del Ricciardi e del Zappulla provocò il loro immediato arresto; da subito, Ricciardi si scagliò contro la ex amante, accusandola di essere una pazza, che, scaricata, si era vendicata in maniera terribile. Nel frattempo il 10 dicembre, in un’atmosfera commossa, si tennero finalmente i funerali delle povere vittime. Gli inquirenti cercarono un riscontro alle accuse mosse dalla Fort nei riguardi del suo ex amante e dello Zappulla, che però lei non riconobbe come il fantomatico Carmelo che Ricciardi aveva assoldato per dar man forte nel delitto. In mancanza di prove contro i due uomini, la polizia li rilasciò, e i due tornarono liberi.

Interrogatorio per Rina Fort alla questura di Milano
Per il processo si dovette aspettare il 10 gennaio 1950, quando, nella Corte d’assise di Milano, vennero rievocati i fatti di sangue di 4 anni prima; la Fort si presentò coperta da una sciarpa gialla, per nascondersi dagli obbiettivi dei fotografi. Durante il processo apparve tesa, ma tranquilla;confermò quanto raccontato agli inquirenti, mentre il Ricciardi si limitò a confermare l’alibi, dando di se l’immagine di un uomo meschino, troppo occupato di sapere quali preziosi avesse perso piuttosto che piangere la sua famiglia; si costituì parte civile contro la sua ex amante, suscitando le ire del difensore di parte civile del cognato, che gli si scagliò contro accusandolo di essere stato un pessimo marito e un pessimo padre.



Il processo
La Fort rievocò quella terribile sera, in cui era stata avvicinata dal fantomatico Carmelo, subito dopo aver concordato con il Ricciardi tutte le mosse della rapina. L’uomo le aveva offerto una sigaretta, probabilmente drogata,dopo la quale aveva smarrito il senso della realtà Ricordava confusamente gli eventi, la strage e tutto il resto. Il processo smontò la tesi difensiva dell’avvocato Marsico, difensore dell’imputata, soprattutto per una serie di coincidenze che sminuirono la tesi difensiva, come il fatto che la Fort non riuscì ad identificare il Zappulla durante il riconoscimento all’americana. La donna sbagliò clamorosamente, indicando, tra le tre persone dietro il vetro, un poliziotto!


Rina Fort dietro le sbarre
Il processo alla belva di via San Gregorio terminò il 9 aprile 1952; l’imputata, riconosciuta capace di intendere e di volere, venne condannata all’ergastolo, da scontarsi nel manicomio criminale di Aversa, mentre lo Zappulla e il Ricciardi vennero assolti per non aver commesso il fatto. La cassazione, nel 1953, confermò la sentenza, che così divenne definitiva. La Fort continuò a mantenere la sua versione dei fatti, sempre. Nel 1975, grazie al perdono ottenuto dai famigliari delle vittime, la Fort potè usufruire della grazia del presidente Leone. Uscì dal carcere dopo aver scontato 30 anni di galera, e si ricostrui una vita, cambiando nome e vivendo anonimamente. Morì, per un infarto nel 1988. Fino all’ultimo insistette nella sua versione dei fatti.

Il manicomio di Aversa













Su Internet mi sono imbattuta in un’intervista rilasciata dalla Fort ad una giornalista all’epoca del processo. Non voglio farle l’apologia (ha assassinato quattro persone), ma va detto che sembrava molto più intelligente delle “mammine assassine” di oggi…