
Arnaldo Graziosi
Lui, un musicista di 32 anni; lei, una casalinga di 24. In mezzo una bambina di tre anni. Una famiglia come tante, all’apparenza felice, una delle tante che nell’ottobre del 1945 guardavano al futuro con speranza, dopo aver vissuto la grande tragedia della guerra. Forse è per questo,per dimenticare le bombe e la fame, la paura e la tristezza che lui, Arnaldo Graziosi, lei, Maria Cappa e la piccola di tre anni si recarono a Fiuggi.
Una sera come tante, quella del 21 ottobre 1945, passata senza l’incubo delle sirene antiaeree, senza l’angoscia di dover dormire vestiti, con un occhio aperto e le orecchie tese per paura dei bombardamenti.

I coniugi Graziosi vanno a dormire nel loro letto matrimoniale, con in mezzo la piccola Andreina, una consuetudine. L’indomani mattina, Arnaldo Graziosi, vestito di tutto punto, inappuntabile, si reca nella hall dell’albergo, e all’esterrefatto portiere dice che la moglie giace nel suo letto, morta con una ferita da arma da fuoco alla tempia. “E’ un suicidio, aggiunge”

La mamma della Cappa al processo
Vengono chiamati i carabinieri, che giungono sul luogo del fatto, interrogano il marito e fanno i primi rilievi. “Si è uccisa per la vergogna”, dice Graziosi ai carabinieri, “aveva contratto la sifilide prima di sposarci, e si sentiva in colpa per averla trasmessa a me e alla bambina” E mostra ai carabinieri quella che è l’ultima lettera scritta prima della morte, prima di quel gesto assurdo. Per i carabinieri il quadro della storia appare da subito confuso; una donna sceglie di uccidersi, e lo fa nel letto matrimoniale, accanto alla figlia che dorme. Sia la bambina, che l’uomo, non sentono lo sparo e continuano placidamente a dormire. E l’indomani mattina Graziosi trova il tempo di vestirsi in modo inappuntabile, di scendere nella hall e di parlare freddamente al portiere dell’accaduto. Dubbi consistenti, quindi, sulla versione fornita dall’uomo. Dubbi che aumentano fortemente quando alle orecchie degli inquirenti arrivano voci su una relazione che l’uomo avrebbe con una giovanissima pianista sua allieva. C’è anche biglietto della presunta suicida, non firmato, e che dice testualmente :


La lettera della Cappa
«Quando leggerete queste righe il mio martirio sarà finito. Troppo a caro prezzo sto pagando la sola leggerezza della mia vita. Per mia figlia e per quelli che mi amano io debbo andarmene. Ora sono stanca mortalmente: basta con tutto. Desidero che tutti quelli che mi conoscono non sappiano di questo e abbiano sempre un buon ricordo di Maria».”
Altro particolare assolutamente discordante è la telefonata alla giovanissima Anna Maria Q., la sua allieva; Graziosi si giustifica dicendo che l’ha chiamata per avvertirla della disgrazia e per annullare un appuntamento con lei. Ma i sospetti dei carabinieri aumentano, confortati anche dal ritrovamento di un diario in cui la ragazza confessa alle pagine dello stesso il suo travolgente amore per Arnaldo. Anche se non ci sono prove assolutamente inconfutabili, per gli inquirenti non ci sono dubbi: l’assassino è lui, e ha ucciso la moglie non per gelosia o per avergli trasmesso la sifilide, ma semplicemente perché voleva liberarsi dell’ostacolo al suo amore per Anna Maria.
Arnaldo Graziosi entra in tribunale
Graziosi viene arrestato e inizia un processo che vedrà una larghissima partecipazione del pubblico, che si appassionerà schierandosi in innocentisti e colpevolisti, soprattutto per la fortissima eco che la notizia ebbe sui quotidiani. Il processo, quello che oggi definiremmo assolutamente indiziario, si trasformò, ben presto, in una palestra di oratoria, nella quale gli avvocati sfoggiarono un repertorio aulico e forbito: da un lato c’era la difesa, che sosteneva come la sifilide potesse assumere un ruolo patologico così forte da creare nell’individuo la tendenza al suicidio, dall’altro l’accusa, che puntava tutto sulla tesi dell’omicidio volto a permettere al Graziosi di continuare la sua relazione con la giovane Anna Maria. In aula arrivò la mamma della Cappa, che disse alla corte che la figlia era “pura e illibata” il giorno delle nozze; la donna prima di uscire dall’aula, urlò un assassino, rivolto al genero, che sicuramente ebbe un suo peso nella sentenza finale. Fu effettuata una perizia calligrafica sull’ultima lettera della Cappa, che escluse, anche se non in maniera assoluta, che la stessa fosse stata scritta dalla donna.


Le prime pagine dei giornali
Considerando il periodo storico, il dubbio che senza contro perizia della difesa si sia agito con una certa leggerezza è legittimo; tuttavia la corte arriva alla sentenza, una sentenza che, nonostante la disperata difesa dell’uomo, che si professa innocente, condanna Arnaldo Graziosi a 24 anni di galera. Così, due anni dopo la morte di Maria Cappa, le porte di Regina Coeli si aprirono per il Graziosi.

La giuria e il giudice
Un anno dopo la Cassazione stabilì che il processo era stato regolare, e confermò la pena. Arnaldo Graziosi non resistette all’annuncio, e tentò la fuga. Venne ripreso e iniziò a scontare la sua pena. Sarebbe rimasto in carcere fino al 1981, se la figlia Andreina, che credeva nell’innocenza del padre, non avesse disperatamente combattuto per la sua libertà; ottenuto il perdono dei famigliari della Cappa, la ragazza si rivolse al presidente della repubblica Gronchi, che nel 1959 graziò il detenuto. Graziosi uscì quindi dal carcere e riprese quella che era una vita normale. Lavorò come compositore, si sposò con una cantante lirica spagnola e visse con discrezione la sua vita privata, fino al marzo del 1977; quando all’età di 84 anni si uccise, lanciandosi dal balcone della sua abitazione di Grottaferrata.

Il carcere di Rebibbia
Era vestito di tutto punto, come quella lontana mattina del 1945, quando era sceso nella Hall dell’albergo Igea di Fiuggi. In paese nessuno sapeva di quella terribile storia, ed era conosciuto come una persona distinta e tranquilla, che impartiva lezioni private di musica a giovani allievi. Graziosi si portava dietro la verità su quella storia, mai pienamente trovata, e probabilmente nemmeno provata con certezza, visto che la sentenza di condanna dell’uomo non fu all’ergastolo, come sarebbe stato lecito aspettarsi, ma ad una pena sensibilmente inferiore.













Ho avuto modo di conoscere personalmente il Maestro Graziosi poichè per alcuni anni ho studiato canto con la seconda moglie, la signora Maria Alos…era lui che mi accompagnava al piano durante le lezioni…musicista straordinario, persona gentile, dai modi squisiti…
ricordo che era sempre sorridente, allegro…