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	<title>Paultemplar's Weblog</title>
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	<description>Il blog di Paul Templar</description>
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		<title>Paultemplar's Weblog</title>
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		<title>Via Osoppo, la rapina dei sette uomini d&#8217;oro</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 07:17:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[
Via Osoppo: la scena della rapina (archivio Corsera)

Venne definito con pomposità “Il colpo del secolo”, e riempì i giornali di cronaca per mesi. Gli stessi giornali che, per aumentare le vendite, cambiavano di volta in volta la definizione della stessa rapina, chiamandola quella dei sette uomini d’oro, eleggendo gli autori della stessa a inafferrabili Fantomas [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=398&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://files.splinder.com/6e435b720e05c1d7885e9f05432ca772.jpeg" alt="" width="373" height="386" /></span></p>
<p><span style="color:#000000;font-size:x-small;"><em><strong>Via Osoppo: la scena della rapina (archivio Corsera)</strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"></p>
<p>Venne definito con pomposità “Il colpo del secolo”, e riempì i giornali di cronaca per mesi. Gli stessi giornali che, per aumentare le vendite, cambiavano di volta in volta la definizione della stessa rapina, chiamandola quella dei sette uomini d’oro, eleggendo gli autori della stessa a inafferrabili Fantomas di casa nostra, ed evocando, nella gente, l’immagine di super professionisti addestrati, capaci di portare a termine il colpo che tutti conoscevano come la rapina di via Osoppo. Quando, tempo dopo quel fatidico 27 febbraio 1958, la verità venne a galla, e gli autori della rapina catturati tutto sommato in maniera molto banale, furono molti a provare un senso di delusione nello scoprire la reale portata dei fatti, a cominciare dalla vita assolutamente normale dei sette uomini d’oro, per finire con un processo e delle condanne che misero fine alla vicenda e alla carriera criminale di sette uomini che per qualche giorno pensarono di aver fatto il colpo perfetto, con cui sistemarsi per tutta la vita.<br />
Il 1958 fu, per il nostro paese, una data cruciale per il suo sviluppo socio economico, con l’inizio del periodo del boom economico, fatto di motorizzazione di massa, di crescita del prodotto interno, di vacanze per tutti e di generale allargamento del benessere. Era solo l’alba di un sogno, che sarebbe poi declinato tristemente a metà anni sessanta, ma l’Italia sognava; e sognavano anche sette uomini. Sognavano un futuro con i danè, un futuro fatto di lusso e divertimenti, lontani dal tran tran quotidiano, dalla vita normale che conducevano. E progettano un colpo, ma non un colpo qualsiasi, bensì il colpo che li sistemi per sempre; e individuano il bersaglio ottimale, il trasporto valori della Banca d’Italia, che rifornisce il lunedì mattina tutte le filiali della Banca Popolare di Milano.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://files.splinder.com/bb726d4d84ddb9ecbdcb751ad728c5ab.jpeg" alt="" width="399" height="303" /></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
</span></p>
<div><span style="color:#000000;"><strong><span style="font-family:Georgia;font-size:small;">La scena della rapina</span></strong> </span><span style="font-family:Georgia;color:#000000;"><strong>(archivio Corsera)</strong></span></p>
</div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;">Il colpo viene progettato minuziosamente; si studia il percorso, la strategia da utilizzare per assaltare il furgone blindato, nel quale c’erano solamente tre persone: l’autista, un commesso e una guardia di pubblica sicurezza. Erano tempi in cui la malavita si occupava di rapine veloci, in cui la strategia stessa dei malviventi era indirizzata a colpi semplici, che non richiedessero spreco di tempo e rischi superflui. Il 27 gennaio scatta il primo tentativo, con i sette uomini completamente mascherati, vestiti con tute blu da meccanico, e pronti ad agire. Ma quel giorno, mentre sta per scattare l’agguato, due auto della polizia incrociano la sentinella della banda, e per precauzione si decide di rinviare. Il 15 febbraio, nuova data stabilita per il colpo, è di nuovo tutto pronto, ma anche questa volta le cose vanno male. Accade che l’uomo deputato a fare da sentinella, Ferdinando Russo detto il “terrone”, in modo tragicomico scambi il furgone grigio della centrale del latte per il furgone trasporta valori, che è dello stesso colore. Delusi, gli uomini rinviano ancora il colpo, che viene fissato per la mattina del 27 febbraio, alla solita ora. Oggi, sa un po’ di comico immaginare una banda di rapinatori che per ben tre volte prepara un colpo e lo rinvia per motivi così banali; ma all’epoca le comunicazioni erano praticamente inesistenti, visto che solo la polizia aveva in dotazione radio trasmittenti. Il tutto era quindi preparato in maniera approssimativa, con conseguenze che, abbiamo visto, avevano anche risvolti farseschi.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://files.splinder.com/8ff882a5a8655362dc7a5e0903591dbc.jpeg" alt="" width="362" height="276" /></span></p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;"><strong>(archivio Corsera)</strong></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Ma quel giorno, viceversa, il piano scatta ed è eseguito in maniera perfetta. Un uomo passeggia per via Osoppo, nascondendo sotto gli abiti una mazza ferrata, mentre poco più lontano, in un furgoncino, altri due uomini attendono nervosamente, imbracciando un mitra; ancora poco più lontano un signore legge distrattamente un giornale, seduto nella sua auto, ma tenendo d’occhio tutto quello che accade intorno. Ha nelle mani una pistola, ed è pronto ad entrare in azione. C’è, fuori dalla sua auto, un giovanotto molto nervoso; nasconde una pistola, ed è anche lui un componente della banda. L’ultimo componente della banda è a bordo di un camion Om, ed è quello che ha il compito più delicato; ed entra in azione appena il blindato con i soldi imbocca il punto previsto per l’agguato; si lancia contro il furgone con violenza, tanto che l’impatto paralizza gli uomini al suo interno. Ognuno dei sette svolge il suo compito alla perfezione; uno di essi punta la pistola sull’autista, mentre l’altro, con la mazza ferrata, sfonda il finestrino sinistro e intima all’agente di Ps di non muoversi. Nel frattempo l’uomo che leggeva nell’auto ha bloccato l’ingresso sulla via Osoppo, lasciando l’auto, con il motore acceso, di traverso; l’auto finisce contro un muro, mentre attorno si raduna una piccola folla di curiosi, che pensa ad un incidente.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://files.splinder.com/26a53d6a79f85874c0a55216d0b57505.jpeg" alt="" width="415" height="309" /></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
I sette uomini nel frattempo non hanno perso tempo e hanno svaligiato il blindato, hanno caricato le cassette metalliche con il loro contenuto nel furgoncino e stanno per dileguarsi. I banditi, tutti irriconoscibili dietro i loro passamontagna, si dividono:due di loro guidano il furgoncino, gli altri quattro salgono su un auto che li aspettava, e si dileguano. Sono passati pochi minuti, il colpo, audace, è riuscito alla perfezione. Non è stato sparato nemmeno un colpo, nonostante un incauto abitante di uno dei palazzi su via Osoppo abbia tentato di colpire i rapinatori con dei vasi. Il furgone Leoncino e la Giulietta con i rapinatori si allontanano, e da quel momento nessuno li vede più.<br />
L’impatto del colpo sui giornali fu impressionante; titoloni e caratteri cubitali campeggiavano sulle prime pagine, ponendo in risalto la geometrica precisione della banda. Nel frattempo la polizia si mosse immediatamente, sguinzagliando un apparato impressionante in uomini e mezzi. C’era di mezzo il prestigio della stessa, oltre ad un bottino da favola, stimato tra gli ottanta e i 150 milioni di lire, parte in contanti e parte in assegni e titoli. Venne ricostruito il percorso fatto dai rapinatori dopo il colpo, con la sosta nella zona Lorenteggio, dove i banditi si erano disfatti di parte della refurtiva, quella pericolosa da piazzare, ovvero i titoli e alcuni assegni;poco più lontano, nella stessa zona, si rinvenne il furgone usato per la rapina, privo di qualsiasi impronta digitale. La voce che circolava sugli autori della rapina riguardava una presunta banda venuta dall’estero, una equipe di professionisti, che difatti non aveva lasciato tracce di nessun genere.<br />
Colpo perfetto, quindi, ma solo all’apparenza. Un errore, molto grossolano, e che diede il via alle indagini che portarono all’identificazione dell’intera banda, fu il tributo della banda all’inesperienza e al teorema che vuole che il colpo perfetto non esista.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://files.splinder.com/fdfc92d713e1610be2ab347db4709ff3.jpeg" alt="" width="425" height="308" /></span><br />
<span style="color:#000000;"><br />
</span><span style="font-family:Georgia;color:#000000;"><strong>La refurtiva recuperata</strong></span><span style="color:#000000;"> </span><span style="font-family:Georgia;color:#000000;"><strong>(archivio Corsera)</strong></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Il 6 marzo un uomo che passava accanto ad un canale del fiume Olona, che era stato deviato per permettere i lavori di interramento dello stesso, notò un grosso sacco sul greto del fiume. Incuriosito, si avvicinò , lo aprì e trovò al suo interno 7 tute blu, sette passamontagna, un caricatore per una pistola e delle munizioni. Un autentico colpo di fortuna, per gli inquirenti, che risalirono immediatamente al fabbricante, visto che imprudentemente i rapinatori avevano lasciato le etichette sul tessuto. Un errore imperdonabile. Le etichette recavano la scritta “Casa della tuta Malpighi, tessuti e confezioni, via dei Servi 32”; era un’azienda di Modena, che aveva fornito quelle tute ad una ditta di Milano. Il commerciante che le aveva rivendute, si ricordò di colui che le aveva acquistate, un ragazzo italiano. Fu Pucci, un piccolo delinquente marginale che viveva di furtarelli, a rivelarsi determinante; raccontò agli inquirenti i suoi sospetti sul conto di Luciano De Maria, giovane di belle speranze ma con la passione per il gioco d’azzardo; è lui che ha acquistato le tute. In breve tempo il commissario capo Paolo Zamparelli, a capo delle indagini, individua l’organigramma della banda, e scatta l’ondata di arresti.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://files.splinder.com/a680234af6dab29bfb68678db5ffa0de.jpeg" alt="" width="289" height="424" /></span></p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;"><strong>Il cervello della banda, De Maria</strong></span><span style="color:#000000;"> </span><span style="font-family:Georgia;color:#000000;"><strong>(archivio Corsera)</strong></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"></p>
<p>Viene arrestato il capo della banda, e probabile ideatore del piano, il trentenne Ugo Ciappina, un giovane in gamba ,che era però passato al crimine; viene arrestato Luciano De Maria, poi è la volta di Arnaldo Gesmundo, detto Jess, l’uomo della macchina usata per la fuga, un giovane figlio di gente perbene, onesti lavoratori, la cui madre si chiuderà in un silenzio attonito e doloroso, incredula delle azioni del figlio. Tocca quindi a Ferdinando Russo, il “terrone”, persona giudicata da tutti a modo, sposato con figli, finire in carcere. Segue la stessa sorte Arnaldo Bolognini, l’uomo che aveva guidato il Leoncino usato per speronare il furgone, una persona all’apparenza irreprensibile, sposato e con due figlie;ancora Enrico Cesaroni, soprannominato il droghiere,infine cade nella rete Eros Castiglioni, giovane playboy innamorato della bella vita e delle donne. Gli interrogatori portano a fare piena luce sia sulle responsabilità individuali, sia sulla dinamica dei fatti, dalla preparazione del piano alla divisione del bottino, con il retroscena dei banditi che si tengono il contante e lasciano nelle cassette i valori e i titoli, gettati poi nel canale. I 35 milioni a testa, frutto della rapina, vennero immediatamente divisi, ma in realtà solo De Maria e Gesmundo ebbero l’idea di darsi alla pazza gioia, spendendo una piccola fortuna a Cortina.<br />
I soldi, dopo l’arresto dei sette uomini d’oro, vennero rapidamente recuperati, almeno in parte, nonostante i componenti della banda si fossero dati da fare per occultare il bottino; vennero ritrovati sotto uno zerbino, dietro le mattonelle del bagno, insomma in posti poco probabili. Ma gli espedienti non servirono a nulla, e gli uomini d’oro, beffati, finirono dietro le sbarre. Nel mese di ottobre iniziò il processo, ed emerse il quadro completo delle responsabilità; Ciappina confessò che la vera mente del piano era il De Maria, venne ricostruita nei minimi particolari tutta la vicenda, e dopo un processo molto veloce, il 12 novembre venne emessa la sentenza:Ugo Ciappina venne condannato a 17 anni, Ferdinando Russo a 10, Arnaldo Bolognini a 12 anni e mezzo, Arnaldo Gesmundo a 14 anni, Enrico Cesaroni a 19, Eros Castiglioni a 12.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://files.splinder.com/92340276c6331a7f3c8f3b8af1d6b3b7.jpeg" alt="" width="248" height="403" /></span></p>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#000000;"><strong>Arnaldo Gesmundo, uno degli autori della rapina (archivio Corsera)</strong></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Pene severissime, considerato il metro attuale di applicazione della giustizia; i sette uomini d’oro non avevano sparato un colpo, non avevano versato sangue,si fecero catturare senza opporre resistenza. Le porte dei vari carceri si chiusero alle spalle del gruppo che aveva escogitato la rapina perfetta, fallita solo per una sbadataggine e per un banale dettaglio. E fa sicuramente tenerezza un dettaglio della rapina; Cesaroni, che aveva un mitra, venne visto da un testimone mentre agiva con i complici. Invece di imbracciare l’arma e sparare, si limitò a fare, con la bocca, il tipico rumore degli spari dell’arma, un “tatata” che mostra come anche la delinquenza, negli anni 50, aveva più lo stile delle bande di Robin Hood che quello della mala che negli anni successivi avrebbe insanguinato il paese.</span></p>
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		<title>La misteriosa strage di via Caravaggio</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 05:12:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

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Via Caravaggio n.78, Napoli. Un palazzo tranquillo, abitato da gente tranquilla; un palazzo con qualche pretesa di eleganza, nel quale abitano Mimmo Santangelo,  sua moglie Gemma e sua figlia Angela. Gente dalla vita irreprensibile, che conduce una esistenza assolutamente normale. E&#8217; il 29 ottobre 1975. Dal 20 ottobre l&#8217;appartamento è inspiegabilmente silenzioso, il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=395&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><div><embed src='http://widget-62.slide.com/widgets/slideticker.swf' type='application/x-shockwave-flash' quality='high' scale='noscale' salign='l' wmode='transparent' flashvars='site=widget-62.slide.com&#038;channel=648518346389320034&#038;cy=wp&#038;il=1' width='450' height='350' name='flashticker' align='middle' /><div style='width: 450px;text-align:left;'><a href='http://www.slide.com/pivot?ad=0&#038;tt=0&#038;sk=0&#038;cy=wp&#038;th=0&#038;id=648518346389320034&#038;map=1' target='_blank'><img src='http://widget-62.slide.com/p1/648518346389320034/wp_t000_v000_a000_f00/images/xslide1.gif' border='0' ismap='ismap' /></a> <a href='http://www.slide.com/pivot?ad=0&#038;tt=0&#038;sk=0&#038;cy=wp&#038;th=0&#038;id=648518346389320034&#038;map=2' target='_blank'><img src='http://widget-62.slide.com/p2/648518346389320034/wp_t000_v000_a000_f00/images/xslide2.gif' border='0' ismap='ismap' /></a></div></div></p>
<p>Via Caravaggio n.78, Napoli. Un palazzo tranquillo, abitato da gente tranquilla; un palazzo con qualche pretesa di eleganza, nel quale abitano Mimmo Santangelo,  sua moglie Gemma e sua figlia Angela. Gente dalla vita irreprensibile, che conduce una esistenza assolutamente normale. E&#8217; il 29 ottobre 1975. Dal 20 ottobre l&#8217;appartamento è inspiegabilmente silenzioso, il telefono squilla in continuazione; e la cosa dovrebbe sorprendere, in qualche modo, gli abitanti dello stabile, visto che la famiglia Santangelo ha un cane, il piccolo Dick, e conduce comunque una vita sociale. Angela, per esempio, è fidanzata; Mario Zarrelli, nipote di Gemma, è insospettito da quel silenzio, troppo lungo e innaturale. L&#8217;ipotesi di una partenza improvvisa della famiglia Santangelo è da scartare; avrebbero avvisato il nipote, o quantomeno avrebbero detto a qualcuno che intendevano lasciare la casa, Non hanno fatto nulla di tutto questo, e quindi il giovane Mario si reca alla polizia, per esternare le sue preoccupazioni. La polizia si reca al civico 78, e suona il campanello, che resta muto. Non filtra luce, dalla casa. Arrivano i vigili del fuoco, che forzano la porta dell&#8217;appartamento; appare subito chiaro che nell&#8217;appartamento c&#8217;è qualcosa di terribile, perchè per terra c&#8217;è una striscia di sangue, che corre per tutta la lunghezza del corridoio. In realtà le striscie di sangue sono due, una delle quali è molto larga, e partono dalla cucina e dallo studio di Mimmo per convergere tutte e due dietro la porta del bagno, che è socchiusa. Si intuisce qualcosa, ma nessuno è preparato a quello che realmente c&#8217;è dietro quella porta. Sulla scena sono presenti vigili del fuoco, polizia e Mario, il nipote di Gemma; appena viene schiusa la porta, appare una scena degna di un film splatter. Nella vasca da bagno giacciono riversi i corpi di Gemma, di suo marito ed anche di Dick, il cane di famiglia.Manca il corpo di Angela, che viene ritrovato nella camera da letto dei genitori, avvolto nel piumone che copriva il letto. Una scena terrificante, un massacro senza spiegazioni. Le indagini partono subito, e si concentrano sulla quantità di indizi lasciati dal misterioso omicida; ma è giusto parlare di uno o di più assassini? Analizzando la scena del delitto, si osservano particolari strani; la differenza di larghezza delle striscie di sangue, per esempio, che presuppongono due diversi momenti per il trasporto dei corpi, e, ovviamente, due diversi momenti per l&#8217;eccidio. C&#8217;è sangue sull&#8217;interruttore d&#8217;accenione della luce, ma non ci sono impronte digitali, il che vuol dire che l&#8217;assassino portava i guanti. Un delitto premeditato, quindi, e non occasionale. C&#8217;è sangue nel salotto, su di un cuscino, c&#8217;è sangue in cucina, c&#8217; sangue nella camera da letto dei due coniugi. Sono vere e proprie pozze di sangue, che indicano come le tre vittime siano state uccise nei tre distinti locali. Ci sono due impronte di sangue sul davanzale del soggiorno, perchè qualcuno si è affacciato dalla finestra. Forse disturbato da qualche rumore, forse per segnalare qualcosa ad un complice in attesa, chissà. In cucina, a parte il sangue sul pavimento, c&#8217;è ordine, come del resto in tutta la casa. Il tavolo è apparecchiato, segno che la famiglia si apprestava a cenare.Ma a cenare dovevano essere solo i coniugi Santangelo, perchè i posti prepatati sono due. Angela non sta bene, come testimonia in seguito il medico peronale,e probabilmente deve uscire con il fidanzato. Gli inquirenti ricostruiscono così gli eventi;qualcuno che Mimmo conosce bene suona alla porta, perchè non ci sono tracce di effrazione sulla serratura; l&#8217;uomo, anzi, porta il misterioso ospite nel salotto, mentre Gemma è impegnata a preparare la cena. il killer uccide prima l&#8217;uomo, spaccandogli il cranio in più riprese con un pesante oggetto; poi è andato in cucina, dove ha fatto la stessa cosa su Gemma, e infine ha chiuso la sua opera uccidendo Angela. E&#8217; tornato sui suoi passi, ha afferrato un coltello dalla cucina e ha tagliato la gola di Mimmo; ha ripetuto poi lo steso gesto su Gemma e infine su Angela, che però era morta per le ferite riportate. L&#8217;assassino per precauzione pugnala anche lei,e infine uccide anche il cagnolino. E&#8217; una vera e propria strage, dalla dinamica facilmente intuibile. Ma se il modo di colpire è tutto sommato identificabile con certezza, si sbatte contro un muro, che diventerà in seguito impenetrabile, quando si cercherà di trovare il killer. Non ci sono tracce biologiche del misterioso assalitore; ha i guanti, e questo impedisce di trovare le sue impronte digitali.A dire il vero l&#8217;assassino ha lasciato una traccia; è evidente per esempio che il padrone di casa ha offerto da bere al suo assassino, ma le impronte digitali lasciate sono poco leggibili.L&#8217;unico vero indizio è un&#8217;impronta di un piede, netta, su una macchia di sangue; è un piede che calza scarpe n.42. Siamo nel 1975, è le indagini sul Dna non sono ancora usate. Altrimenti avremmo il profilo genetico del killer, visto che ha bevuto da un bicchiere. Ha anche fumato, lassassino, perchè vengono trovati mozziconi di sigaretta, sia nel salotto che vicino al davanzale insanguinato. Vengono trovati, in cucina, i guanti insanguinati; gli indizi, insomma, ci sono, ma per la tecnologia dell&#8217;epoca sono assolutamente inufficienti. Per cui si deve partire da zero, con il classico lavoro da inquirenti, scavando nel passato e nel presente delle vittime, indagando tra famigliari e amici. Il 10 novembre viene ritrovata la Fulvia di Mimmo Santangelo; è lontana da casa, sembra abbandonata da tempo, perchè ha anche la batteria scarica. E&#8217; un ritrovamento fondamentale; un testimone racconta che la sera del delitto, mentre tornava a casa, ha visto verso le due di notte quell&#8217;auto che corrreva al alta velocità, con al volante un uomo grande e grosso. Lo intravede solo per un attimo, ma quella descrizione porta gli inquirenti a casa di Domenico Zarrelli, fratello di Mario, l&#8217;uomo che aveva contattato la polizia. E&#8217; uno studente bohemienne, dedito alla bella vita, sempre a corto di denaro; ha una relazione con una ballerina sudamericana, e sopratutto e un pezzo di giovane alto e robusto. Basta questo per farlo diventare automaticamente l&#8217;autore del brutale massacro? Evidentemente si. Ma ci sono parrticolari stridenti;essendo molto alto, l&#8217;uomo ha i piedi proporzionati all&#8217;altezza. Calza il n.45, ma l&#8217;impronta trovata in via Caravaggio apparteneva ad una scarpa n.42. Domenico Zarrelli viene convocato in questura, dove viene trattenuto per ore; l&#8217;umo che ha incrociato la Fulvia, la notte del delitto, attraverso un vetro, riconosce, pur tra titubanze, Domenico Zarrelli come conducente dell&#8217;auto. E&#8217; un&#8217;i dentificazione facilmente smontabile. In una  Lancia Fulvia, per la sua particolare costruzione, un uomo alto come Domenico non potrebbe essere visto in volto da nessuno. Chi è stato alla guida di quell&#8217;auto sa, per esempio, che una persona alta finisce per toccare il tetto.Ma questo al momento, non sembra interessare gli inquirenti; c&#8217;è un&#8217;identificazione, pur dubbia, c&#8217;è la indubbia prestanza fisica dell&#8217;uomo, c&#8217;è il suo bisogno di denaro e la sua vita turbolenta. In più Domenico presenta delle ferite alle mani; è caduto sul porfido, dice lui, ma non viene creduto. Ergo, Domenico è colpevole; ha ucciso la famiglia Santangelo in seguito ad una lite con la zia per motivi di denaro non prestato. Non serve, a Domenico, presentare un alibi; la sera del delitto stava guardando Amici miei, al cinema; cosa confermata dalle maschere del cinema, con l&#8217;esclusione di una che testimoniò di averlo visto il giorno dopo. Sulla base di questi discutibili indizi Domenico, il 26 marzo, viene arrestato. Una testimonianza sembra confermare la tesi della polizia;un vigile notturno testimonia che la sera successiva all&#8217;eccidio, qualcuno ha acceso una luce in casa dei Santangelo; per la polizia è un chiaro depistaggio, Domenico si è recato sulla scena del delitto per cmbiare la stessa, per stornare i sospetti da lui e per cancellare prove e fabbricarne di nuove. Il 30 maggio Domenico Zarrelli è rinviato a giudizio;3 anni dopo arriva il processo e la sentenza. Per Zarrelli c&#8217;è l&#8217;ergastolo, avendo egli, secondo l&#8217;accusa, ucciso per motivi abbietti Mimmo,Gemma e Angela Santangelo. e&#8217; l&#8217;inizio di una calvario per il giovane, che tuttavia può contare sull&#8217;appoggio appassionato del fratello, avvocato, e sulla personale tenacia, la tenacia di chi sa di essere innocente. In carcere Domenico studia legge, e infatti diventerà avvocato. In un&#8217;intervista televisiva, rilasciata a Blu notte, Domenico Zarrelli ha raccontato di non aver mai avuto paura di finire, innocente, in galera per sempre, e di aver avuto sempre fiducia nella giustizia. Nel processo d&#8217;appello Mario Zarrelli smonta i flebili indizi su cui si era basata l&#8217;accusa davanti al primo grado di giudizio; l&#8217;uomo che ha visto suo fratello al volante della Fulvia ha visto un uomo più basso, perchè, come abbiamo detto, Domenico entrerebbe in una Fulvia solo con grandi sforzi, e non potrebbe mostrare il volto inetro nemmeno volendolo. L&#8217;alibi del cinema è confermato, c&#8217;è l&#8217;impronta n.42 che non corrisponde ai suoi piedi. In quanto alla possibilità che Domenico sia andato il giorno dopo a modificare l&#8217;impronta, stampandola nel sangue ormai coagulato, è solo una teoria peraltro molto fragile. in ultimo; se davvero Domenico ha ucciso la zia per banali motivi economici, perchè uccidere prima lo zio? Il 6 maggio 1981 la corte assolve per insufficienza di prove Domenico; è una vittoria solo a metà, perchè non c&#8217;è l&#8217;assoluzione con formula piena.Cosa che avviene nel 1983, quando un nuovo processo stabilisce che Domenico Zarrelli non centra assolutamente nulla con il delitto.Ipotesi definitvamente confermata dalla Cassazione.8 anni dopo Zarrelli è libero definitvamente dall&#8217;accusa infamante. Si riparte da zero, con tutti i dubbi che erano emersi già all&#8217;indomani del ritrovamento dei corpi. Forse il movente è da cercare in qualche oscuro episodio della vita dei Santangelo;ed è da qui che si riparte. Si indaga sulla vita di Mimmo, ma è buio pesto; la sua è una vita anonima, senza nessun appiglio, così come è tranquilla la vita di Angela, una ragazza che sembra più grande della sua età, che a 19 anni già lavora, è riservata, non offre nessun mistero particolare.Forse l&#8217;unica vera motivazione è nascosta nell&#8217;inquietudine che sembra esserci in famiglia. Gemma è preoccupata per qualcosa legata al lavoro del marito, che riceve strane persone, che forse è coinvlolto in cose poco chiare. Di certo c&#8217;è che Gemma ha paura;come ha paura Angela. Di cosa? Forse tutto è legato ad un capanno che i Santangelo hanno affittato ad un misterioso ingegnere, e nel quale è avvenuto qualcosa. I Santangelo, recatisi nel locale, scoprono brandine e strani strumenti, alambicchi in vetro e altro.Forse il locale è usato per qualche cosa illecita,e i Santangelo hanno visto qualcosa di troppo, ma non è chiaro, come nulla è chiaro in questo caso. La polizia indagò sul passato dell&#8217;uomo, sul suo primo matrimonio, ma raccolse solo indiscrezioni e null&#8217;altro. Così, dopo qualche anno, il caso venne archiviato come opera di ignoti. Della belva feroce di via Caravaggio non venne mai accertata l&#8217;identità, il delitto restò senza un movente, e a meno di un&#8217;mprobabile confessione dell&#8217;autore, resterà confinato tra quei delitti consumati nell&#8217;oscurità e detinati a rimanere senza colpevoli.</p>
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		<title>Il furto della Gioconda</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2009 17:16:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Il furto della Gioconda]]></category>

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		<description><![CDATA[Vincenzo Peruggia
Vincenzo Peruggia  Leonardo Da Vinci, massimo genio espresso dal genio italiano, probabilmente avrebbe voluto conoscere Vincenzo Peruggia da Dumenza, cittadina di poche anime sulle sponde del lago Maggiore; non un&#8217;artista, ma un umile decoratore, di quelli che faticano a portare a casa la pagnotta. Perchè Leonardo avrebbe dovuto o voluto conoscere un oscuro [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=392&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/933d44db8224b5c99e5c1a5d3c3870f2_medium.jpg" alt="" width="296" height="500" /><strong>Vincenzo Peruggia</strong></p>
<p>Vincenzo Peruggia  Leonardo Da Vinci, massimo genio espresso dal genio italiano, probabilmente avrebbe voluto conoscere Vincenzo Peruggia da Dumenza, cittadina di poche anime sulle sponde del lago Maggiore; non un&#8217;artista, ma un umile decoratore, di quelli che faticano a portare a casa la pagnotta. Perchè Leonardo avrebbe dovuto o voluto conoscere un oscuro imbianchino, come lo defini la stampa degli inizi del 1900? Semplicemente perchè Peruggia riuscì in un&#8217;impresa incredibile, che tenne con il fiato sospeso coloro che amavano l&#8217;arte, il direttore del Louvre, la polizia francese e la gran parte dell&#8217;opinione pubblica dello stesso paese con un&#8217;impresa folle, ma geniale allo stesso tempo, sia per il modo in cui venne compiuta, sia per le modalità di realizzazione: il furto del ritratto di Monna Lisa Gherardini, universalmente conosciuto come La Gioconda. La mattina del 21 agosto 1911 era un lunedi, una giornata torrida, di quelle tipiche parigine, senza vento e con un&#8217;afa che tagliava il respiro;Vincenzo Peruggia, che all&#8217;epoca dei fatti non aveva ancora compiuto 30 anni, si diresse con passo svelto verso il Louvre, che conosceva abbastanza bene per averci lavorato tempo addietro, come addetto alla sistemazione di una teca di vetro che doveva preservare il celeberrimo dipinto di Leonardo dalla polvere e dall&#8217;umidità. In mente, un&#8217;idea folle, quella di rubare la Gioconda, quadro simbolo, con la Tour Eiffel, di una città e di una nazione.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/07deea2511b235a150583bbccbcebd63_medium.jpg" alt="" width="381" height="163" />Le foto segnaletiche di <strong>Peruggia</strong></p>
<p>Un quadro che era in Francia dal 1516, da quando cioè era stato acquistato per una cifra impressionante, 4000 ducati d&#8217;oro, da parte del re Francesco I, presso il quale il genio toscano visse gli ultimi anni della sua tribolata vita, prima di spegnersi nel castello di Amboise il 2 maggio del 1519. Peruggia aveva, in qualche modo, organizzato il tutto con cura, pur nel dilettantismo assoluto del suo tentativo; la sera precedente, la domenica del 20 agosto, era uscito con degli amici, e aveva trascoro la serata in un caffè parigino, fingendo di ubriacarsi a tal punto da essere poi multato per schiamazzi notturni. Si era quindi costruito anche un alibi; il lunedi mattina di buon ora, all&#8217;incirca alle 6 e mezza, sgaiattolò dalla sua stanza che divideva con un compatriota, diretto alla Cour Carree, il padiglione del Louvre dov&#8217;era custodito il dipinto. Il quadro di Leonardo è un dipinto a olio su legno di pioppo che misura 77&#215;53 cm, misure quindi decisamente contenute, tuttavia tali da essere comunque un ingombro e fatalmente anche abbastanza visibile.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/0bca61e484df5fcf287a797b11607452_medium.jpg" alt="" width="394" height="249" /><strong>Vignetta satirica francese</strong></p>
<p>Ma quel giorno a Peruggia andò tutto liscio come l&#8217;olio; arrivò al Louvre, sommariamente custodito da un guardiano che spesso, la mattina presto, dormiva della grossa, abitudine che il Peruggia conosceva perfettamente, si diresse verso il dipinto, lo staccò dalla parete, lo mise sotto il giubbotto che indossava e andò via indisturbato, senza essere visto da nessuno. Pochi minuti dopo era nel suo appartamento, nel quale il compagno di stanza dormiva pacificamente. Il tempo di nascondere sotto il letto la Gioconda, poi andò giù lentamente per le scale, simulando una sonnolenza post sbronza. L&#8217;astuto italiano fece in modo di essere visto dalla portinaia, alla quale raccontò di essere ancora sotto gli effetti della sbronza del giorno prima. Poi si diresse verso il Louvre; qui regnava il caos, con poliziotti e agenti della gendarmeria che correvano avanti e dietro per le stanze del Louvre, mentre la notizia si diffondeva in un batter d&#8217;occhio in città. Era stato un pittore, Louis Beroud, ad accorgersi della sparizione; si era recato per fare una copia del dipinto, aveva sistemato il suo cavalletto con la tela, aveva alzato gli occhi e con sorpresa aveva visto che la Gioconda non era al suo posto.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/3c242e165fa67dc7897be440ba53d817_medium.jpg" alt="" width="400" height="338" /></p>
<p style="text-align:center;"><em><strong>&#8221; Il Louvre ha riaperto, ma la Gioconda non è rientrata&#8221; titola un giornale </strong></em></p>
<p>Un&#8217;ondata di commozione, mista ad ira e orgoglio patriottico scosse la Francia; vennero istituiti posti di blocco, controllati ricettatori, ambienti della malavita. Tutto inutilmente; venne interrogato anche il poeta Apollinaire, che non aveva alcuna simpatia per le opere rinascimentali, che considerava nemiche della vera arte, quella dell&#8217;art nouveau. Venne interrogato e fermato come indiziato, per lo stesso motivo, e per l&#8217;amicizia che lo legava ad Apollinaire anche Pablo Picasso. Vennero perquisite tutte le abitazioni dei dipendenti del Louvre, poi anche quelle di coloro che in qualche modo avevano collaborato ai lavori di manutenzione del museo. Così accadde che il Prefetto di Parigi andò personalmente a perquisire l&#8217;abitazione del Peruggia, senza trovare traccia del dipinto, che si trovava, ironia della sorte, sotto il tavolo sul quale scrisse il verbale di ricognizione. Nei successivi due anni, la polizia, la gendarmeria, spinte dall&#8217;opinione pubblica e dalle autorità, non smisero un secondo di cercare il dipinto, che tuttavia sembrava essersi volatilizzato.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/e3632651d259b643c0445bffe810bff8_medium.jpg" alt="" width="336" height="248" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong>La Gioconda restituita ai francesi </strong></p>
<p>E probabilmente, se il furto fosse stato compiuto su ordinazione, o da qualcuno meno ingenuo del Peruggia, il mondo non avrebbe rivisto mai più il capolavoro di Leonardo; accadde invece il contrario, con modalità altrettanto assurde quanto quelle della sparizione. Vincenzo Peruggia scrisse una lettera , a firma “Vincent Leonard” , all&#8217; antiquario fiorentino Alfredo Geri, proponendogli la vendita del dipinto di Leonardo da concordarsi durante un appuntamento all&#8217; albergo “Tripoli e Italia” . Aveva scelto, per sua sfortuna, la persona sbagliata; l&#8217;antiquario chiamò Giovanni Poggi, direttore degli Uffizi, che confermò l&#8217;autenticità del dipinto e chiamò i carabinieri, che arrestarono Peruggia e recuperarono la Gioconda.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/f9f971eef2bf69b3632a83edf5bfb863_medium.jpg" alt="" width="430" height="266" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Il ritorno trionfale al Louvre </strong></p>
<p>La notizia del ritrovamento arrivò in Francia come un fulmine, suscitando enormi entusiasmi; nel frattempo, Peruggia veniva interrogato dalle autorità, alle quali raccontò di aver agito per puro spirito patriottico. Aveva sottratto il dipinto ai francesi per restituirlo all&#8217;Italia, alla quale, secondo lui, era stata illecitamente sottratta, e sopratutto per vendicarsi dei francesi, che lo dileggiavano con il nomignolo di mangia spaghetti. Le cose, evidentemente, non erano andate così, ma i giornali che riportarono le dichiarazioni del Peruggia, riuscirono a convogliare un&#8217;ondata di simpatia attorno all&#8217;uomo, tanto che la condanna inflitta dai giudici, incaricati di giudicare i fatti, fu eccezionalmente mite. Il verdetto, emesso dopo il processo celebrato il 4 e 5 giugno 1913 a Firenze, condannò Vincenzo Peruggia ad un anno e 15 giorni di reclusione, che l&#8217;uomo scontò per intero.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/bca9804577ddb1b489405ac1d52406fd_medium.jpg" alt="" width="348" height="436" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong>La stanza parigina dove abitava Peruggia </strong></p>
<p>L&#8217;Italia, in virtù degli ottimi rapporti diplomatici con i francesi, restituì l&#8217;opera alla Francia, ottenendo in cambio un&#8217;esposizione in terra italiana del dipinto, che si tenne fino a gennaio del 1914 prima agli Uffizi di Firenze, poi all’ambasciata di Francia di Palazzo Farnese a Roma, infine nella Galleria Borghese, in occasione del Natale. Quando la Gioconda ripartì dall&#8217;Italia, viaggiò su un treno speciale diretto a Modane; qui traslocò su un treno francese, fino a Parigi. Ad accogliere il dipinto c&#8217;era l&#8217;intero parlamento francese, con il Presidente della Repubblica in prima fila. L&#8217;opera venne rimessa al suo posto all&#8217;interno del Louvre, e vennero rafforzate le misure di sicurezza.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/1215d0b4bee6efda7cf03c089465779f_medium.jpg" alt="" width="397" height="500" /><strong>Lettera di Vincenzo Peruggia alla famiglia </strong></p>
<p>Vincenzo Peruggia, all&#8217;uscita del carcere, venne accoltò come un eroe da alcuni studenti toscani, che gli consegnarono il raccolto di una colletta fatta dagli italiani, che fruttò la bella somma di 4500 lire. Il destino successivo di Peruggia lo conosciamo grazie a Celestina, sua figlia, che in una intervista tentò di riabilitarne il nome, riportando la sua verità, e cioè che l&#8217;uomo aveva agito solo per motivi patriottici, raccontando come Peruggia avesse nascosto il dipinto in una valigia, che aveva custodito per 28 mesi, portandola poi in Italia per tentare di vendere il dipinto. Raccontò anche che suo padre era tornato a lavorare in Francia, usando il secondo nome del suo passaporto, Pietro, per evitare di essere riconosciuto; nel 1921 aveva sposato sua madre, Annunziata, ed era morto nel 1925, quando la stessa Celestina aveva poco più di un anno, mentre l&#8217;uomo aveva da poco compiuto i 44 anni.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/debcbbf81675b09e40c7c6be0067c638_medium.jpg" alt="" width="396" height="400" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong>L&#8217;uomo che beffò la Francia</strong></p>
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		<title>Elizabeth Bathory, nuovi appunti</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Aug 2009 09:37:29 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Misteri]]></category>
		<category><![CDATA[Elizabeth Bathory]]></category>
		<category><![CDATA[nuovi appunti]]></category>

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La contessa Elizabeth Bathory in un dipinto dell&#8217;epoca
Da una recente indagine, risulta che il nome di Elizabeth Bathory, la contessa Dracula, della quale ho già parlato tempo addietro, (Ndr. http://paultemplar.wordpress.com/2008/03/27/elizabeth-bathoryuna-storia-orrenda) risulti essere quello più famoso tra gli appassionati di mass murder o di criminologia, o semplicemente di cronaca nera. Il suo nome, divenuto tristemente famoso [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=387&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3001/3780694912_83ee1c162b.jpg" alt="" width="450" height="268" /><span style="color:#0000ff;"><em><strong>La contessa Elizabeth Bathory in un dipinto dell&#8217;epoca</strong></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">Da una recente indagine, risulta che il nome di Elizabeth Bathory, la contessa Dracula, della quale ho già parlato tempo addietro, <strong>(Ndr</strong>. <a href="http://paultemplar.wordpress.com/2008/03/27/elizabeth-bathoryuna-storia-orrenda"><span style="color:#0000ff;">http://paultemplar.wordpress.com/2008/03/27/elizabeth-bathoryuna-storia-orrenda</span></a><strong>)</strong> risulti essere quello più famoso tra gli appassionati di mass murder o di criminologia, o semplicemente di cronaca nera. Il suo nome, divenuto tristemente famoso al fianco di quello di Gilles De Reis, l&#8217;uomo che ispirò la storia di Barbablù, è oggi sinonimo di ferocia, sadismo, disumanità, ma non solo; è diventato il simbolo della malvagità allo stato puro e della follia distruttiva, quella parte oscura, in pratica, che aleggia come un virus in menti particolarmente distorte.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Recenti studi hanno cercato di approfondire la sua figura, sia dal punto di vista storico, sia da quello psicologico, per cercare di capire il perchè dell&#8217;esplosione di violenza che ad un certo punto della sua vita la portò a trasformarsi in una spietata macchina di morte. I risultati hanno portato alla luce particolari inediti della sua gioventù, che potrebbero aver influito in qualche modo sulla sua psiche , fino a trasformarla nella più spietata assassina seriale della storia.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3506/3779883123_6044f6f274.jpg" alt="" width="300" height="389" /><span style="color:#0000ff;"><strong>Il borgo natio di Nyirbator</strong></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">Elizabeth Bathory, tra il 1566  e il 1567, aveva già denotato preoccupanti sintomi di dissociazione, forse di schizofrenia; una delle cause potrebbe essere ricercata nella consanguineità dei suoi antenati, che usavano spesso sposarsi tra parenti, moltiplicando esponenzialmente il rischio di malattie ereditarie. Evidentemente una delle patologie più frequenti era proprio quella delle malattie mentali; e proprio all&#8217;età di 6-7 anni, assistette al supplizio inflitto ad uno zingaro, reo di aver ceduto un figlio ai turchi, gente odiata mortalmente dai romeni. L&#8217;uomo venne cucito vivo all&#8217;interno dello stomaco di un cavallo, eviscerato per l&#8217;occasione. E&#8217; molto probabile che queste scene abbiano acuito in lei lo stimolo alla violenza, fino a quel momento latente. Il matrimonio avvenuto in giovane età, 15 anni, amplificò probabilmente i suoi problemi, tenendo anche conto del fatto che il marito, Ferenc Nadasdy, era un uomo con fama di grande crudeltà; a ciò bisogna aggiungere un episodio poco chiaro della sua adolescenza. Ebbe una relazione clandestina con una persona non meglio identificata, unione dalla quale nacque una bambina, che non venne ovviamente riconosciuta (Elizabeth era pur sempre una nobile) ed affidata probabilmente ad un contadino. Un episodio, questo, che potrebbe aver segnato ancor più profondamente il suo già fragile equilibrio.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm3.static.flickr.com/2633/3779883281_5ce49dcd15.jpg" alt="" width="295" height="371" /><span style="color:#0000ff;"><strong>Ritratto di Mattia II, il re che condannò la Contessa</strong></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">Va detto che se il carattere di Elizabeth mostrava già preoccupanti segni di squilibrio, la donna continuava a praticare una vita quasi normale. Era molto intelligente e versatile; per esempio, a differenza di molti nobili, di suo marito, era colta, parlava tre lingue, fra le quali il latino. Una donna per certi versi, paradossalmente, di cultura superiore. E&#8217; proprio questa dicotomia tra la Elizabeth letterata e studiosa e la Elizabeth crudele e senz&#8217;anima l&#8217;enigma principale che gravita attorno alla sua figura. Cosa può aver determinato un cambiamento così radicale nella sua vita, cosa può averla spinta a diventare la belva assetata di sangue che diventò? Difficilissimo a dirsi. Di sicuro una grossa influenza esercitò su di lei Dorothea Szentes, una strana tipa , a metà strada tra la strega nera e l&#8217;esperta di occultismo, che le insegnò i primi rudimenti della magia nera, così come sicuramente influì sua zia Carla, una nobile viziosa e debosciata, che organizzava orge sfrenate nel suo castello. Thorko il nano infame suo servo e anima dannata fece il resto, alimentando gli interessi della contessa per le arti oscure.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm3.static.flickr.com/2541/3780695040_2e22e82584.jpg" alt="" width="450" height="267" /><span style="color:#0000ff;"><strong>Il castello della Bathory oggi in rovina</strong></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">L&#8217;ultimo anello della catena potrebbe essere quel galantuomo di suo marito, Ferenc Nadasdy, uno che a sadismo non aveva da prendere lezioni. Probabilmente fu proprio quest&#8217;ultimo ad alimentare, fomentare la follia di Elizabeth, con le sue punizioni crudeli nei confronti della servitù. Fu lui, ad esempio, a mostrarle gli effetti del congelamento sul corpo umano, punendo una serva che aveva disobbedito e lasciandola morire assiderata legata nuda ad un albero. Probabilmente fu Thorko a insegnarle a mordere alcune delle sue vittime, cosa che le valse, assieme all&#8217;abitudine di bagnarsi nel sangue delle sventurate che cadevano sotto le sue grinfie, l&#8217;appellativo di contessa Dracula, e al cui mito negativo si ispirerà Bram Stoker per scrivere il suo Dracula, che non si basava esclusivamente sulla storia sinistra di Vlad l&#8217;impalatore.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3470/3780694974_1b8ce74f79.jpg" alt="" width="450" height="253" /><span style="color:#0000ff;"><strong>Statua in cera della Contessa Bathory</strong></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">Uno degli errori più frequenti che si incontrano nelle biografie di Elizabeth Bathory riguarda la differenza temporale tra le prime uccisioni e l&#8217;abitudine a lavarsi con il sangue delle sue vittime. La donna iniziò ad uccidere a 25-26 anni, quando creò la lugubre e terrificante stanza sotterranea nella quale torturava le sue vittime. Fu invece attorno al 1600/1608 che prese l&#8217;abitudine di sgozzare le vittime, di fare uscire il sangue dalle loro vene. Nata nel 1560, in quegli anni superò quindi i 40, una data fatidica per tutte le donne, sopratutto all&#8217;epoca dei fatti. La sua bellezza sfioriva, la sua pelle mostrava i segni dell&#8217;età, e nell&#8217;episodio menzionato nel precedente articolo, ho fatto riferimento alla causa scatenante, quindi non ci torno su. Nel 1599 (alcuni libri riportano 1604) era morto, in circostanze assolutamente poco chiare, suo marito; può esserci stata la mano della Bathory dietro la sua morte. Non ci sono prove, ma nulla vieta di sospettarlo, sopratutto alla luce dell&#8217;aumento esponenziale della follia della donna.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm3.static.flickr.com/2670/3779882741_74a717966b.jpg" alt="" width="450" height="258" /><span style="color:#0000ff;"><strong>Il bagno di sangue di Paloma Picasso, la contessa Bathory in Racconti immorali</strong></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">Una delle fonti, la principale, per risalire al numero approssimativo delle vittime consiste nei suoi diari, nell&#8217;abitudine scrupolosa di registrare le sue vittime. Sono circa 650 i nomi presenti, e il numero, purtroppo, potrebbe essere soltanto superiore. Fu il principale strumento d&#8217;accusa nel processo contro la contessa, oltre alla testimonianza degli inviati di Mattia I che la colsero in flagrante, mentre svolgeva una delle sue abominevoli abluzioni nel sangue umano. Nel corso dei secoli sono stati tanti gli interrogativi riguardanti anche la conclusione del suo processo; ci si è chiesto il come mai della strana indulgenza di Mattia II verso una donna colpevole di così orrendi misfatti. Va ricordato che la famiglia della Bathory era una delle più importanti in assoluto del paese, che in fondo le famiglie nobili che avevano perso figlie e parenti per colpa della sua follia avevano interesse a che venisse neutralizzata e messa in condizioni di non nuocere.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3515/3780695184_2192c571c6.jpg" alt="" width="285" height="380" /></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm3.static.flickr.com/2632/3779882951_c419aafde9.jpg" alt="" width="285" height="360" /><img class="aligncenter" src="http://farm3.static.flickr.com/2624/3779883039_ebf7e27b41.jpg" alt="" width="285" height="360" /></p>
<p style="margin-bottom:0;">Può essere anche vera la storia di un presunto interesse di Mattia II per le terre e i possedimenti della contessa, assolutamente appetitosi anche per un re, che volle quindi risparmiare la vita a quella che comunque era una nobile. Così coloro che pagarono duramente furono i suoi accoliti: Thorko e le megere che avevano aiutato la contessa nelle sue infamie vennero bruciati vivi. La Bathory finì murata viva, e francamente c&#8217;è da chiedersi se questa non fu una pena peggiore della morte. Anche l&#8217;analisi di queste ulteriori informazioni sulla sua vita rende davvero impenetrabile la sua figura; vittima di malattie ereditarie, sposa giovanissima, madre a 14 anni, la Bathory non ebbe un&#8217;infanzia serena, tanto meno una giovinezza adeguata. Ma se si possono trovare almeno delle motivazioni alle sue scellerate gesta, tutto si ferma davanti ad un dato di fatto. 650 vite stroncate, fra cui quelle di giovanissime che, a sua differenza, non avevano avuto nemmeno un&#8217;infanzia, costrette alla dura vita dei campi sin da piccole, sono un tributo senza prezzo alla sua follia. La pietà umana va verso loro, verso quelle vite stroncate nella stagione più bella della vita, stroncate tra atroci e inenarrabili torture. Un prezzo troppo alto per trovare una qualsiasi giustificazione, sia pure umana, ai suoi atti criminali.</p>
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		<title>Il mistero dei tesori d&#8217;arte scomparsi</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 14:18:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tesori]]></category>

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La celebre Camera d&#8217;ambra
La seconda guerra mondiale non fu soltanto un&#8217;ecatombe di vite umane, morte e distruzione sulla vecchia Europa, in buona parte dell&#8217;Asia e in Russia, oltre che in Africa. Fu anche una tragedia dal punto di vista della cultura, con la distruzione di importanti centri storici, monumenti, chiese e castelli, oppure di opere [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=382&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/280ca2b5d1f9096244e99adcf25a03ba_medium.jpg" alt="" width="430" height="324" /></p>
<p style="text-align:center;"><em><strong>La celebre Camera d&#8217;ambra</strong></em></p>
<p>La seconda guerra mondiale non fu soltanto un&#8217;ecatombe di vite umane, morte e distruzione sulla vecchia Europa, in buona parte dell&#8217;Asia e in Russia, oltre che in Africa. Fu anche una tragedia dal punto di vista della cultura, con la distruzione di importanti centri storici, monumenti, chiese e castelli, oppure di opere di millenaria storia e importanza, come la distruzione dell&#8217;Abbazia di Montecassino. Una delle caratteristiche specifiche della stessa guerra, in ambito culturale, fu la spoliazione di musei, case private, chiese e luoghi che presentavano opere d&#8217;arte importanti; il Fuhrer, pittore di discreto talento, aveva una personale ossessione per l&#8217;arte, voleva ad ogni costo costruire un museo che raccogliesse il meglio di quanto espresso dal talento e dalla genialità umana.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/fbe29eb9a9e660def90a947982b22c72_medium.jpg" alt="" width="263" height="396" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Sophie Schliemann indossa il celebre &#8220;Tesoro di Priamo&#8221;<br />
</strong></p>
<p>Perciò, diede ordine ai suoi generali di spogliare e razziare le capitali europee conquistate, così come dette incarico ai capi delle SS di depredare tutti gli ebrei di ogni nazione dei propri patrimoni artistici. In questo venne coadiuvato con entusiasmo ed energia da Hermann Goering, il suo braccio destro, uomo rozzo e poco colto, che difatti venne truffato per esempio dal grande falsario Van Meegeren, che riuscì a vendergli dei Vermeer perfettamente contraffatti. Fu così che nei sei anni di guerra i paesi europei, principalmente la Francia e in seguito all&#8217;armistizio del 1943, anche l&#8217;Italia, vennero depredati di migliaia e migliaia di pezzi d&#8217;arte: quadri, sculture, arazzi, ma non solo. Nelle rapaci mani dei tedeschi caddero anche la Heilige lunch, la leggendaria lancia di Longino, che la tradizione tramandava come la lancia che aveva trafitto il costato di Gesù sulla croce. Vennero razziate chiese, dalle quali scomparvero pissidi, messali, calici preziosi e tele; in Italia vennero rubati anche alcuni Stradivari, violini considerati il massimo della perfezione acustica.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/a5b8b59bec07bea1b7ac94f1edbf7ae4_medium.jpg" alt="" width="346" height="500" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong>La Heilige lunch, la lancia di Longino</strong></p>
<p>Il Louvre venne saccheggiato, così come vennero saccheggiati i musei russi che si trovavano nelle città cadute nelle mani dei nazisti: una spoliazione imponente, che riguardò un numero spaventoso di oggetti artistici, ancora oggi numericamente impossibile da quantificare. I treni tedeschi ben presto, oltre ad armi e soldati, si trovarono a trasportare migliaia di casse contenenti quadri, frettolosamente imballati, oppure casse contenti oro e gioielli depredati a famiglie ricche di ebrei, o di semplici oppositori del regime. Proprio di questo tesoro, poco conosciuto, si riuscì a recuperare il depredato. Tanto che dopo la guerra,e ancora oggi, migliaia di dipinti e oggetti preziosi attendono ancora un propietario; i motivi purtroppo sono conosciuti. La stragrande maggioranza delle famiglie ebree venne sterminata nei campi di concentramento, tanto che di alcuni nuclei famigliari si persero completamente le tracce, non essendoci più eredi legittimi.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/5cccb6a2bf5cf5811c14c04bee82ff7a_medium.jpg" alt="" width="430" height="271" /></p>
<p>Subito dopo la conquista di Berlino, le potenze vincitrici misero le loro Intelligence alla ricerca del gigantesco tesoro artistico sottratto; casualmente la Biblioteca Jagellona di Cracovia riebbe indietro tutto il nucleo della sua collezione, contenente per esempio il “Faust” di Rembrandt, la prima edizione del De Revolutionibus di Copernico datata 1543 , lo spartito scritto di pugno da Wolfgang Amadeus Mozart del “Concerto per piano n.27” composto tra il 1788 e il 1791.Venne recuperata, su espresso ordine di Churchill, che sguinzagliò un esercito alla sua ricerca, la Heilige lunch, che venne restituita al Wel­tliche Schatzkammer dell&#8217;Hofburg di Vienna.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/def2b167d685f60c633c43955843e230_medium.jpg" alt="" width="300" height="267" /></p>
<p>Il Louvre si ripolò delle sue opere più prestigiose, mentre solo gli americani scoprirono e identificarono decine di migliaia di opere d&#8217;arte, rinchiuse in migliaia did epositi (solo in Bavaria ne vennero soperti 500!). Roma ( e l&#8217;Italia) recuperò gran parte di quello che era stato sottratto. Per quanto le potenze alleate vincitrici ci mettessero buona volontà, è evidente che i controlli effettuati sul recuperato non fossero poi così accurati. Mlti ufficiali, sia russi, che americani, inglesi e francesi, non resistettero alla tentazione di arricchirsi illecitamente; a parte la tentazione dell&#8217;oro e dei gioielli, che, come già detto, spesso appartenevano a famiglie ormai praticamente estinte, c&#8217;erano dipinti di valore che spesso non entravano nelle liste fornite dagli alti comandi, sempre a causa dell&#8217;impossibilità di censimento dell&#8217;appartenenza delle stesse. Così molti quadri vennero fatti letteralmente sparire, e andarono perduti per sempre. Perduti per l&#8217;umanità, naturalmente, non di certo per i cllezionisti senza scupolo che poterono appenderli nelle loro case.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/81f3af2297a3ac24655b910b0cfc96c4_medium.jpg" alt="" width="429" height="322" /></p>
<p>Ovviamente non ci furono solo i nazisti a spogliare i musei; l&#8217;esercito russo, entrato a Berlino per primo, aveva un gruppo di punta che era incaricato di recuperare quanto possibile di quello sottratto durante la campagna di Russia, ma non solo. I russi si comportarono nello stesso modo dei tedeschi, adducendo come scusa il diritto ad un risarcimento per i danni subiti durante la guerra. Fu così che dalla Germania sparì l&#8217;oro di Priamo, scoperto in Turchia, in quella che Heinrich Schliemann riteneva l&#8217;antica Troia; il tesoro, di valore storico e anche materiale asolutamente incalcolabile scomparve nel nulla. Riapparve nel Museo Pushkin di Mosca dopo la caduta del muro di Berlino, scatenando una guerra senza esclusione di colpi tra Germania, che ne reclamava il diritto di possesso, Turchia, che era in origine il posto dove il tesoro stesso venne rinvenuto e Russia, che come già detto ne reclamava il possesso come risarcimento danni.Il tesoro, che comprendeva 700 pezzi tra oggetti in oro, argento, pietre preziose, diademi in oro zecchino con pendagli laterali composti da sedicimila placche agganciate l&#8217;una all&#8217;altra,  le squame di una sirena toccata da re Mida.una salsiera rituale ,bracciali, anelli, lenti di grandezza e foggia diverse, vasi, spille, decorazioni di cristallo, collane d&#8217;ambra, asce in lapislazzulo è ancora oggi in Russia, mentre le polemiche sul suo possesso non accennano a diminuire.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/a13a4a0cf449887cf840cc1dbd04d3c5_medium.jpg" alt="" width="429" height="231" /></p>
<p>Altro tesoro recuperato, questa volta dagli americani, consisteva in 28 casse sottratte a Rodolfo Graziani , maresciallo dell&#8217;Impero fascista, comandante delle truppe italiane in Africa, casse che contenevano oggetti sottratti al Negus Hailè Selassiè , fra i quali il prezioso vasellame di famiglia, un&#8217;aquila d&#8217;oro massiccio che campeggiava sulla sua scrivania,<br />
Ritornando ai russi, la famosa squadra deputata al recupero orpere d&#8217;arte mise le mani rapaci su un tesoro inestimabile composto da tele che comprendevano, tra l&#8217;altro, il &#8220;Conte Lepic e sua figlia&#8221; di Degas e altri 73 dipinti , tra i quali  &#8220;Il giardino&#8221; di Monet e &#8220;Bagnanti&#8221; di Cezanne, oltre a quadri di Van Gogh, Renoir, Seurat provenienti da quelle che erano le collezioni Gerstenberg, Koehler, Krebs.Una minima parte di quanto sottratto alla Germania, la cui lista è stata resa pubblica da un gruppo di lavoro tedesco di Dresda nel 1994 ; una lista che catalogava 200.000 oggetti d&#8217; arte, oltre a due milioni di libri e tre chilometri di materiale d&#8217; archivio.<br />
Ancora loro razziarono 101 opere grafiche, acquerelli, disegni, incisioni firmate Toulose-Lautrec, Manet, Goya, Durer,all&#8217; Associazione culturale di Brema, opere oggi restituite alla Germania.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/fdab72b7415e06f22c5a2af29de166e3_medium.jpg" alt="" width="430" height="268" /></p>
<p>Purtroppo va detto che molte opere d&#8217;arte vennero anche definitvamente perse per pura casualità: nel maggio &#8216; 45, un incendio in un bunker berlinese divoro&#8217; piu&#8217; di cento quadri di grande formato di Botticelli, Caravaggio, Giovanni Bellini, Filippo Lippi, Luca Signorelli, Carpaccio, Tiziano.<br />
E&#8217; anche il caso della famosissima camera d&#8217;ambra, costruita nel 1699 per la massima parte in mabra, la preziosa resina che fino ad allora non era quasi mai stata utilizzata nelle costruzioni, o comunuqe utilizzata olo in piccoli quantitativi. La camera, rivestita anche di oro e pietre preziose, era stata donata allo zar russo Pietro I; la Bernsteinzimmer, letteralmente camera d&#8217;ambra, era un autentico gioiello, composto da pannelli, pareti, mobili e specchi tutti realizzati con l&#8217;ambra, ed era uno spettacolo da mozzare il fiato. Lo zar la montò a Zarsko&#8217; e Selo, nella sua residenza non lontana da Leningrado, l&#8217;odierna ( e antica) San Pietroburgo. Scomparve durante l&#8217;assedio di Stalingrado, e da quel momento non venne trovata più alcuna traccia della sua esistenza; , i russi mobiliatrono alla disperata ricerca del tesoro inestimabile forze colossali. Vennero setacciate miniere, si scese nel baltico alla ricerca di navi che contenessero nella stiva il tesoro sottratto,<br />
Le ricerche storiche effettuate dopo la guerra portarono a stabilire che la camera d&#8217;ambra era stata trasportata a Koenigsberg, un piccolo centro  tedesco sul Baltico, passata ai sovietici dopo la guerra e ribattezzato Kaliningrad. qui, durante i bombardamenti russi, alcune bombe avevano centrato il castello della città, distruggendolo, e con esso anche la camera d&#8217;ambra. La commissione d&#8217;inchiesta russa accertò che in effetti il bombardamento aveva quasi cancellato la cittadina; però al solito è anche possibile che qualche squadra di recupero abbia smontato nuovamente la stanza, per nasconderla chissà dove.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/c31d1852345a2e8ea0b23f4372a074d8_medium.jpg" alt="" width="430" height="221" /></p>
<p>L&#8217;elenco delle opere trafugate potrebbe continuare ancora a lungo; purtroppo di molte di loro si hanno tracce vaghe. Alcune sono oggi di proprietà di musei, altre di privati. In Italia mancano all&#8217;appello, per esempio, due studi per i prigioni e due studi per il Giudizio Universale, oltre alla celebre testa di fauno attribuita al grande scultore; La tela Campagna veneta con fabbricato rurale e alcune figure, del pittore veneziano Canaletto,una venere di tiziano, requisita dai tedeschi ad un privato, una Deposizione di Guido reni, sempre appartenente ad un privato, un Cristo del Bronzino sottratto a Palazzo Pitti a Firenze, un disegno raffigurante Madonna con bambino e San Giovannino di Raffaello, una Madonna con Bambino di Luca della Robbia, terracotta rubata dai nazisti a Fiesole&#8230;.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/f9aa4546458a545febf0b6edce233755_medium.jpg" alt="" width="429" height="240" /></p>
<p>In Italia c&#8217;è un catalogo ragionato denominato &#8220;L&#8217;opera da ritrovare&#8221;, realizzato da Rodolfo Siviero, che indica quelle che sono le opere più importanti che mancano ancora all&#8217;appello:la caccia continua, perchè non è accettabile che un patrimonio dell&#8217;umanità finisca per diventare il patrimonio di pochi, o che finisca per essere dimenticato in una delle tante miniere in cui i nazisti nascosero il loro bottino.</p>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#0000ff;"><strong>www.misteriemisteri.splinder.com</strong></span></p>
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		<title>L&#8217;ultimo volo di Amelia Earhart</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 09:56:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[L'ultimo volo di Amelia Earhart]]></category>

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		<description><![CDATA[
2 luglio 1937
Isole Howland , Sud Est di Honolulu. Un aereo è in viaggio per raggiungere la guardia costiera Itasca; a bordo ci sono due persone, Amelia Earhart e Ted Nolan. Sono le 19.30 e la voce di Amelia risuona, per l’ultima volta via radio: “Khakk chiama Itasca. Dovremmo essere sopra di voi, ma non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=380&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3284/3096005988_ff9c0bddba.jpg?v=0" alt="" width="263" height="364" /></p>
<p><strong>2 luglio 1937</strong></p>
<p>Isole Howland , Sud Est di Honolulu. Un aereo è in viaggio per raggiungere la guardia costiera Itasca; a bordo ci sono due persone, Amelia Earhart e Ted Nolan. Sono le 19.30 e la voce di Amelia risuona, per l’ultima volta via radio: “<em>Khakk chiama Itasca. Dovremmo essere sopra di voi, ma non riusciamo a vedervi. Il carburante sta finendo…”</em> Da quel momento le comunicazioni si interrompono, e di Amelia e Nolan nessuno avrà mai più notizie.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3045/3096005972_b6020faf1a.jpg?v=0" alt="" width="316" height="174" /></p>
<p>Amelia Earhart era una celebrità; era stata la prima donna ad attraversare in aereo l’Atlantico, nel 1928, a bordo di un  Fokker che in sole 21 ore era decollato dall’America per planare in Galles. Un’impresa che le era valsa fama internazionale ed encomi solenni da parte dell’amministrazione Coolidge; non è sola, ha un equipaggio che lavora per lei, così nel 1932 decide di rifare la traversata in solitaria. Ci riesce, e batte numerosi record:diventa la prima donna nella storia dell’aviazione ad attraversare l’Atlantico, la prima a non effettuare scali, impiega il tempo più basso nel coprire il percorso.  Ha 35 anni, Amelia; è una donna non bella, ma che sprigiona un fascino incredibile.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3164/3096005990_5c5f8e5604.jpg?v=0" alt="" width="480" height="368" /></p>
<p>Ha carattere da vendere, è coraggiosa e soprattutto non deve nulla a nessuno in quello che è riuscita a fare nel corso della sua vita. Ha solo 23 anni quando inizia a volare, e sceglie di lavorare per pagarsi le spese di volo, con il sogno di possedere, un giorno, un aereo tutto suo. Sogno che si avvera di li ad un anno, quando, grazie anche all’aiuto della madre, ha i soldi necessari per acquistare un biplano usato, un Kinner Airster dall’improbabile color giallo. Nel 1926, dimostrando capacità imprenditoriali, crea un piccolo aeroporto con aerei in nolo, ad uso esclusivo femminile;un’iniziativa di grande successo, che le permise di accumulare ore su ore di pratica e di risparmiare soldi che sarebbero serviti per le sue imprese successive.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3173/3096005992_3cb49dbc1f.jpg?v=0" alt="" width="355" height="367" /></p>
<p>Nel  1937 Amelia decide di esser pronta per la sua impresa più grande, l’unica che manca al suo eccezionale curriculum; la traversata del mondo. Così, il 1 giugno del 1937, parte con l’amico Nolan da Miami, con l’intento di coprire le quasi 30.000 miglia del globo terrestre. L’aereo con i due a bordo compie una traversata di oltre 22.000 miglia, e il 2 luglio, ripartiti dalla Nuova Guinea, devono fare soltanto le ultime 7.000 miglia prima di compiere l’impresa. Ma, come abbiamo visto, al largo delle isole Howland l’aereo con Amelia e Ted interrompe le trasmissioni.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3064/3096005996_87d45e7a5d.jpg?v=0" alt="" width="450" height="340" /></p>
<p style="text-align:center;">
<p><strong>Amelia Earhart con Roosvelt (alle sue spalle)</strong></p>
<p>Il presidente Roosvelt, amico personale di Amelia, diede ordine di organizzare una gigantesca ricerca del mezzo scomparso, a cui parteciparono 9 navi e una settantina di aerei. Tutto inutile; dell’aereo di Amelia non venne ritrovata alcuna traccia e il 20 luglio le ricerche terminarono. La scomparsa di Amelia suscitò grande emozione, non soltanto in America; era diventata un simbolo, quello della donna emancipata, libera, capace di riuscire in imprese ritenute fuori dalla portata del mondo femminile. Da quel momento iniziarono a circolare le più svariate voci sulla misteriosa scomparsa; di ipotesi ne vennero fatte moltissime, ma tutte in difetto di riscontri oggettivi.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3202/3095166865_1d1b716c52.jpg?v=0" alt="" width="450" height="300" /></p>
<p>La prima, quella più diffusa e ancor oggi l’unica ufficiale, riguarda un errore di rotta di Ted Nolan, che viaggiava con mappe alle volte lacunose. Un errore che lasciò l’aereo senza carburante, con il risultato drammatico di farlo ammarare al largo della costa.</p>
<p>Ci sono poi teorie della cospirazione, ovvero legate ad un presunto ruolo di spia di Amelia. Nel 1937 c’era già molta tensione tra il governo Usa e quello nipponico,e gli Stati uniti cercavano di documentarsi sulla reale consistenza militare delle forze giapponesi. C’è chi sostiene che la missione di Amelia, in realtà, fosse solo una copertura,e che l’aviatrice fosse stata incaricata di svolgere un vero e proprio lavoro di spionaggio. Cosa naturalmente assolutamente vietata, all’epoca; lo spionaggio era considerato come un atto di guerra, e qualora questa ipotesi sia vera, è comprensibile come il governo americano abbia tenuto il silenzio più assoluto sulla vicenda. Secondo queste ipotesi, la Earhart simulò tutto, facendo credere di essere rimasta senza carburante, per eludere le intercettazioni dei giapponesi, che disponevano di un sofisticato sistema di controllo delle comunicazioni. Amelia sarebbe finita quindi volontariamente fuori rotta, ma intercettata dai giapponesi, sarebbe stata fatta prigioniera, e trasferita nella prigione di Garapan sull&#8217;isola di Saipan. Qui venne sottoposta a processo con Ted, giudicata colpevole di spionaggio e condannata alla decapitazione.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3083/3095166895_f0ba1e993e.jpg?v=0" alt="" width="466" height="346" /></p>
<p>Nella prigione di Garapan, sono state ritrovate tracce di graffiti che potrebbero essere riconducibili a qualche prigioniero americano, ma da questo a stabilire che siano stati incisi dalla Earhart ce ne corre;va detto che ci sono due testimonianze di donne che coincidono tra loro. Sono quelle di due giapponesi, una delle quali ha raccontato di aver scambiato anche qualche parola con Amelia, l’altra che sostiene di aver assistito al’esecuzione della stessa. C’è poi la testimonianza di un soldato americano che raccontò di aver trovato, a Saipan, una cassaforte giapponese sopravissuta ai bombardamenti;quando il militare la fece saltare, convinto che all’interno ci fossero oro o gioielli, restò di stucco nel constatare che all’interno c’erano solo mappe e un passaporto. Intestato ad Amelia Earhart. Versione non suffragata dai fatti, in quanto, secondo il soldato, un superiore fece sparire i documenti.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3205/3095166905_fc716d8674.jpg?v=0" alt="" width="308" height="215" /></p>
<p style="text-align:center;">
<img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3129/3095166911_a482f4864d.jpg?v=0" alt="" width="300" height="237" /><br />
<strong>Le ricerche della marina americana</strong></p>
<p>C’è un’altra versione dei fatti che ha trovato un certo credito almeno tra la stampa e gli appassionati di mistero. Nel 1970 due giornalisti, Gervais e Klaas avanzarono l’ipotesi che la Earhart, compiuta la missione, sia tornata negli Usa sotto copertura, utilizzando l’identità della signora Irene Craigmile Bolam; per avvalorare questa tesi, fornirono due fotografie delle due donne. In effetti la somiglianza tra Irene ed Amelia era davvero notevole, ed un professionista, Tod Swindell, disse che le due fotografie coincidevano totalmente, fino alla curvatura dei dotti lacrimali. A sua volta Kevin Richlin, criminologo, fece la stessa comparazione, rilevando alcune differenze sostanziali in un neo assente in Irene e nelle efelidi che costellavano il volto di Amelia, assenti in quello di Irene.</p>
<p align="center">
<p style="text-align:center;" align="center"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3260/3095166915_c95c0417d4.jpg?v=0" alt="" width="450" height="300" /></p>
<p style="text-align:center;" align="center"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3163/3095170479_52f20f255f.jpg?v=0" alt="" width="450" height="300" /></p>
<p style="text-align:center;" align="center"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3152/3095170485_4aebaef189.jpg?v=0" alt="" width="450" height="300" /></p>
<p align="center"><strong>Giugno 1937: le ultime 3 foto di Amelia Earhart viva</strong></p>
<p>La sorella di Amelia, Muriel Morrissey, dichiarò che Irene non era, senza alcun dubbio, sua sorella. Qualche anno dopo la signora Irene, che in vita aveva sempre rifiutato qualsiasi legame con la Earhart morì, e venne cremata. Divenne quindi impossibile qualsiasi incrocio tra il Dna di Amelia e il suo. Nel 1991 una squadra di ricerca, la Tighar, che indagava sul mistero della scomparsa di Lady Lindy, come era ormai soprannominata da tempo Amelia, in omaggio al primo trasvolatore dell’oceano, Lindhergh,  scoprì a Gardner dei resti umani, compatibili con uno scheletro femminile. Accanto ai poveri resti c’erano una suola di scarpe, una bottiglia di liquore sicuramente americano e una scatola che probabilmente serviva a contenere un sestante. Rimaneva comunque il mistero del ritrovamento di un solo scheletro, visto che di quello di Ted non c’era alcuna traccia. Il mistero, comunque, non venne risolto in alcun modo. E la storia di Amelia, l’eroina tanto amata dagli americani, rimane un mistero impenetrabile. Nonostante tutto, ancora oggi c’è chi è disposto a perlustrare le zone del probabile ammaraggio alla ricerca di un indizio che possa svelare dove Lady Lindy terminò i suoi giorni</p>
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		<title>Gli Ovitz, i sette nani di Mengele</title>
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		<comments>http://paultemplar.wordpress.com/2009/06/07/376/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2009 08:05:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gli Ovitz]]></category>
		<category><![CDATA[i sette nani di Mengele]]></category>

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		<description><![CDATA[
Per molti degli sventurati che hanno avuto come  triste sorte  finire ad Auschwitz, l&#8217;officina della morte, quell&#8217;esperienza ha significato la morte. Una morte spesso atroce, per fame o malattia, per tortura o per sfinimento. Ma c&#8217;è stata molta gente che prima di morire ha dovuto passare molto più di quello che un essere umano possa [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=376&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/266b45e782d77376c0fb13901713d213.jpg" alt="" width="250" height="162" /></p>
<p>Per molti degli sventurati che hanno avuto come  triste sorte  finire ad Auschwitz, l&#8217;officina della morte, quell&#8217;esperienza ha significato la morte. Una morte spesso atroce, per fame o malattia, per tortura o per sfinimento. Ma c&#8217;è stata molta gente che prima di morire ha dovuto passare molto più di quello che un essere umano possa sopportare; morire, per molti degli internati di Auschwitz, alle volte era una fortuna. Ma c&#8217;è stato anche chi è riuscito a sopravvivere all&#8217;inferno in terra, ai demoni che hanno fatto di Auschwitz la negazione stessa del concetto di umanità; tra questa ristretta minoranza di persone che sfuggirono ad una morte pressochè certa, piagati nell&#8217;amima e nel corpo, ci furono sette persone appartenenti alla stessa famiglia. Un primato, senza dubbio. Legato ad una particolarità che se da un lato li espose ad una serie terribile di esperienze, raccontate da una delle superstiti, dall&#8217;altro li salvò da morte certa. Erano i sette fratelli Orvitz, i sette nani di Mengele, come vennero chiamati. Il giocattolo preferito dell&#8217;angelo della morte, quel Joseph Mengele che fece dire a Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti che dedicò la sua vita ad una inesauribile voglia di giustizia verso i carnefici nazisti, &#8220;la mia anima sarà finalmente in pace quando Mengele sarà assicurato alla giustizia.&#8221;</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/e54e9761672eafa50979a8fc2e2b1e53.jpg" alt="" width="178" height="240" /></p>
<p>Così non avvenne, ma è un&#8217;altra storia.</p>
<p>La storia che ci interessa, quella degli Ovitz, incomincia nel 1868, con la nascita di Shimshon Eizik Ovitz. Un uomo di bassa statura, o anche un nano, per usare una definizione triste, ma efficace;che sposò una donna di statura normale,Brana Fruchter; dall&#8217;unione tra i due nacquero Rozika et Franzika, entrambe affette da nanismo. Alla morte della moglie Shimshon si risposò, nuovamente con una donna di statura normale, ed ebbe dall&#8217;unione, Avram (nano), Freida (nano), Sarah (altezza normale) Micki (nano), Leah (altezza normale), Elizabeth (nano), Arie (altezza normale), et Piroska, conosciuta anche Pearla (nana).</p>
<p>Sette dei suoi figli affetti da un&#8217; anomalia genetica, la displasia spondiloepifisaria.Una malattia rara, caratterizzata da un disordine di sviluppo del tessuto osseo che determina un tronco corto e sproporzionato rispetto agli arti; una malattia in cui i pazienti  presentano un ritardo di crescita che esita in una statura ridotta, variabile tra 90 e 130 cm.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/339e20662ad15b60520379f55abdd244.jpg" alt="" width="240" height="143" /></p>
<p>Shimshon era un rabbino rispettato, in Transilvania; e insegnò ai suoi figli i primi rudimenti della musica. Così,alla sua morte, avvenuta nel 1923, i sette fratelli Ovitz, misero su un&#8217;orchestrina jazz che iniziò a girare l&#8217;Europa.Tra il 1930 e il 1940 il gruppo si fece una buona fama grazie ai loro spettacoli in lingua tedesca, rumena, ebraica, russa e ungherese. Lo scoppio della seconda guerra mondiale non frenò la loro attività, fatta di rappresentazioni musicali accompagnate da diapositive proiettate dai tre fratelli di statura normale.</p>
<p>Lo scoppio della guerra mondiale vide gli Ovitz impegnati nel loro toru dei paesi europei; riuscirono a farsi dare dei documenti che non rivelavano la loro confessione religiosa, e forti di questo pensarono di essere al sicuro dai nazisti. Un errore fatale. Nel marzo del 1944, mentre erano in un villaggio, in Ungheria, i nazisti occuparono tutti i paesi del circondario, e i sette vennero catturati La banda Lilliput, come era chiamata, venne caricata su un vagone ferrioviario, con destinazione il campo di concentramento di Aushwitz.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/dadeb6ec7c008cf9f3f59e1546fe99f2.jpg" alt="" width="240" height="180" /></p>
<p>Giunti nell&#8217;officina della morte, i sette Ovitz scesero dal treno, proprio mentre il dottor Mengele assisteva allo sbarco dei prigionieri; l&#8217;angelo della morte era sempre alla ricerca di cavie per i suoi aberranti esperimenti sulla genetica e sull&#8217;eriditarietà. Esperimenti senza alcuna base scientifica, e che si trasformarono, per le sue cavie, in un orrore senza fine. E per gli Ovitz il nanismo rappresentò la salvezza, costata un prezzo spropositato.</p>
<p>Come raccontò Elizabeth, una degli Ovitz, &#8220;gli esperimenti più spaventosi di tutto erano quelli ginecologici. Ci legarono a delle barelle e iniziarono a  torturarci sistematicamente . Iniettavano delle sostanze nel nostro utero, estraendo contemporaneamente campioni di tessuto, È impossible da raccontare a parole il dolore intollerabile che abbiamo sofferto, che  continuò per molti giorni dopo che gli esperimenti cessarono. &#8216;</p>
<p>Esperimenti, come già detto, che in realtà furono assolutamente inconcludenti dal punto di vista scientifico, e che si trasformarono solo in un calvario per le povere vittime.</p>
<p>&#8220;`Hanno estratto il midollo osseo dalla nostra colonna vertebrale.Ci hanno strappato capelli ,e hanno cominciato a fare esperimenti con poca anestesia,quando eravamo ancora svegli.Hanno compiuto prove dolorosissime sul cervello, sul naso, sulla bocca e su alcune parti  delle mani. Tutte le fasi  sono state documentate con  illustrazioni.&#8221;</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/2a019e84426dbdc03d00341151e96445.jpg" alt="" width="264" height="218" /></p>
<p>Per quanto atroce, la loro esperienza li portò comunque a restare vivi; altri due nani, che erano stati catturati e sottoposti a esperimenti, non furono così fortunati. Dopo essere stati sottoposti a tutto il campionario di atrocità del dottor morte, vennero uccisi e bolliti, mentre il loro scheletri vennero inviati a Berlino come curiosità.</p>
<p>Gli Ovitz le provarono tutte per restare vivi; improvvisarono degli spettacoli per l&#8217;equipe dei loro torturatori, e si fecero anche filmare nudi da Mengele, che inviò il risultato del suo &#8220;lavoro&#8221; al fuhrer in persona.</p>
<p>Passarono così sette interminabili mesi, tra esperimenti folli e la paura che ogni giorno potesse essere l&#8217;ultimo. Ma nel 1945 ,il 27 gennaio, le truppe russe arrivarono nel campo della morte, e per i pochi superstiti, fra i quali i sette fratelli Ovitz, iniziò il lento recupero alla vita. Passarono qualche tempo in Russia, prima di ritornare a casa e ricominciare nell&#8217;attività che conoscevano meglio, quella musicale e teatrale. Dopo qualche anno si trasferirono in Israele, dove acquistarono un cinema</p>
<p>I maschi degli Ovitz si sposarono ed ebbero figli, mentre, a causa degli esperimenti ginecologici del dottor morte, le donne rimasero sterili.</p>
<p>La maggiore degli Ovitz, Rozika , morì a 98 anni, nel 1984; il dottor Mengele, che riuscì a sfuggire alla caccia degli alleati, si rifugiò in Sud America, dove visse spostandosi di continuo, per poi annegare, nel 1979, mentre si bagnava su una spiaggia brasiliana.Nel 1985 il suo corpo venne identificato e i successivi esami del Dna, fatti nel 1992, confermarono che il corpo era proprio quello del dottor Mengele.</p>
<p><strong> </strong></p>
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<p><strong> </strong></p>
Posted in Nazismo Tagged: Gli Ovitz, i sette nani di Mengele <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/paultemplar.wordpress.com/376/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/paultemplar.wordpress.com/376/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/paultemplar.wordpress.com/376/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/paultemplar.wordpress.com/376/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/paultemplar.wordpress.com/376/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/paultemplar.wordpress.com/376/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/paultemplar.wordpress.com/376/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/paultemplar.wordpress.com/376/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/paultemplar.wordpress.com/376/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/paultemplar.wordpress.com/376/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=376&subd=paultemplar&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Mastro Titta, il boia di Roma</title>
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		<pubDate>Fri, 29 May 2009 05:46:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[il boia di Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Mastro Titta]]></category>

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		<description><![CDATA[ 

Campo de fiori,a Roma,dove operava Mastro Titta



Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati.
Con queste parole inizia un libro inusuale,le memorie di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=374&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em> </em></p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://www.fotoeweb.it/sorrentina/Foto/Roma/giordano%20bruno%20a%20campo%20di%20fiori.jpg" alt="" width="375" height="498" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Campo de fiori,a Roma,dove operava Mastro Titta</strong><em><br />
</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati</em>.</p>
<p>Con queste parole inizia un libro inusuale,le memorie di mastro Titta,un nome che nella Roma papalina e clericale del 1800 incuteva paura e timore reverenziale. Non era un criminale, Mastro Titta, tuttavia il suo compito era uccidere;era il boia incaricato delle esecuzioni a Roma,e nel periodo dal 1796,in cui svolse il suo primo lavoro,come abbiamo letto nell’introduzione del suo libro,fino al 1864,quando andò in pensione,dopo aver lavorato ben 68 anni,giustiziò 516 persone.</p>
<p>Giovanni Battista Bugatti era nato nel 1779  a Senigallia,ed era entrato al servizio dello stato Vaticano all’età di 19 anni;un lavoro ben pagato ma di sicuro non visto con simpatia dalla gente,il, suo.All’epoca in cui iniziò il suo mestiere,al boia era vietato entrare nella <strong>città</strong>;in una Roma divisa in due parti,una delineata dalla cinta vaticana,l’altra abitata dal popolo,al boia era fatto divieto di attraversare i ponti per entrare in città;per mastro Titta fu fatta una deroga,e quando doveva entrare in città,la popolazione sapeva in anticipo che ci sarebbe stata un’esecuzione.</p>
<p>Le esecuzioni,infatti,venivano fatte generalmente in Campo dè Fiori o a Piazza del Popolo,in mezzo alla gente comune,sia come monito per il futuro,sia perché le esecuzioni richiamavano moltissima gente;una cosa macabra e triste,ma in ogni secolo le esecuzioni capitali hanno esercitato sulla gente un fascino sinistro.Mastro Titta svolgeva con diligenza il suo lavoro; prima delle esecuzioni capitali chiamava un prete e si confessava.Dopo di che, indossata la divisa del boia,con il tradizionale cappuccio rosso,saliva sul patibolo,dove lo attendeva il condannato a morte.</p>
<p>Che di certo viveva gli ultimi istanti della sua vita nel terrore più cieco;i più fortunati venivano appesi per il collo,agli altri era riservata la mazzolatura,con la quale il boia sfondava il cranio del condannato,o anche lo squartamento;i qualche caso il boia usava l’ascia,con la quale decapitava il condannato.Erano spettacoli molto truculenti,che,come detto,attiravano una moltitudine di curiosi;alla fine dell’esecuzione era di prassi una strana usanza.</p>
<p>Ogni padre o madre dava un ceffone al figlio,per ammonirlo,così,a seguire sempre la strada della rettitudine,per non finire un giorno in pasto a Mastro Titta.Furono diversi i viaggiatori famosi che assistettero alle esecuzioni di Bugatti;fra essi c’era anche Lord Byron,che così raccontò la sua avventura romana in Campo de Fiori:</p>
<p>«<em>La cerimonia, &#8211; compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell&#8217;ascia, lo schizzo del sangue e l&#8217;apparenza spettrale delle teste esposte &#8211; è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop e dell&#8217;agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi</em>».</p>
<p>Anche il grande scrittore inglese Dickens si espresse con parole dure:</p>
<p>“<em>Uno spettacolo brutto, sudicio, trascurato, disgustoso; che altro non significava se non un macello, all&#8217;infuori del momentaneo interesse per l&#8217;unico disgraziato attore». Quando il cadavere fu portato via, la lama detersa, e il boia s&#8217;allontanava ripassando il ponte, lo scrittore amaramente così concludeva le sue riflessioni: lo spettacolo continua</em>….”.</p>
<p>Mastro Titta morì 90 enne,nella sua Senigallia,e lasciò,come detto,un piccolo libro in cui raccontava non solo la sua carriera di boia,ma fatti di cui era venuto a conoscenza,storie nere,ma anche argute e soprattutto a sondo sexy;in fin dei conti molti delitti avvenivano per una delle motivazioni più antiche al mondo,il sesso.</p>
<p>Ecco uno dei racconti di mastro Titta:</p>
<p>“Molto interessante ed eminentemente drammatico fu invece il processo di Domenico Treca, che, in seguito a sentenza del tribunale che lo condannava alla forca, fui chiamato ad impiccare in Subiaco, come di fatto lo impiccai la mattina del 4 luglio 1801.</p>
<p>Domenico Treca era un giovinotto che si guadagnava la vita facendo il merciaio ambulante, girando per villaggi e frequentando i mercati e le fiere. Lucrava discretamente, e tutti i suoi denari li spendeva intorno alla moglie, che amava svisceratamente, e che ben meritava d’essere amata per l’incomparabile sua bellezza.</p>
<p>Si chiamava costei Felicita ed era dotata di un personale molto appariscente: densa di forme, ma aggraziata, col petto torreggiante, le anche poderose, ben tornite e candide le braccia e pingui i lacerti. La testa avvenentissima, impiantata sopra un collo taurino, di niveo splendore, aveva movenze seducentissime. Ricca, prolissa e naturalmente ondeggiata la bruna e lucida capigliatura. La bocca sempre sorridente. Le gote pienotte e rosee, gli occhi pieni di un fascino irresistibile. Le orecchie piccole, diafane, ben disegnate, che invitavano a sussurrarvi dolci parole d’amore.</p>
<p>Quando Domenico era fuori, stava in casa con Felicita una vecchia parente. L’aveva voluto ella stessa, per allontanare qualsiasi sospetto da parte del marito, il quale valutava adeguatamente i suoi pregi, e benché la sapesse onesta, ne era naturalmente geloso.</p>
<p>Molti fra i più bei giovani di Subiaco avevano tentato di avvicinarsi a Felicita, ma da brava ed onesta moglie ella li aveva sdegnosamente respinti.</p>
<p>- <em>È proprio la perla delle spose</em>, dicevano tutti, uomini e donne, non senza una punta di gelosia.</p>
<p>Se nonché Felicita era pia e devota: frequentava la chiesa; ascoltava messa tutti i giorni, tutte le settimane si confessava e comunicava, ed era il curato stesso che aveva presa la sua direzione spirituale.Quando una donna è giovane e bella è di leggieri sospettata. Le pettegole, che non potevano soffrire la superiorità fisica e morale di Felicita incominciarono a notare l’assiduità di lei alla chiesa, e commentarla e malignarne. Si diedero a spiare i suoi passi e la sua casa, e giunsero a sapere che il curato la visitava e si intratteneva con lei lungamente.</p>
<p>- <em>C’è in casa la parente</em>, obbiettavano coloro che volevano assumerne le difese.</p>
<p>- <em>Le farà da mezzana</em>, ripetevano le male lingue.</p>
<p>E così, in breve, di bocca in bocca, si diffuse la notizia che Felicita era l’amante del curato.Domenico, come sempre accade, fu l’ultimo ad essere informato delle voci che correvano in paese</p>
<p>intorno sua moglie. Quando glie ne giunse contezza provò uno schianto al cuore: egli comprese che tutto era finito per lui; non più felicità, né pace, non più avvenire, poiché felicità, pace, avvenire per lui si compendiavano nella donna adorata e infedele. Meditò la vendetta. Ma prima di compierla volle sincerarsi delle cose per filo e per segno. Il castigo doveva scendere inesorabile su tutti i colpevoli. La sua vita era infranta? Avrebbe infrante pur quelle dè suoi traditori tutti.Con una forza di dissimulazione della quale soltanto l’odio più acerrimo potea renderlo capace, chiuse il suo segreto negli imi penetrali della sua anima piagata. Non uno sguardo, non un gesto, non una parola rivelò in lui, né alla moglie, né ad altri, la terribile cognizione della sua rovina morale, cagionatagli dal tradimento. Attese. Attese finché gli fu dato di raccogliere tutti i particolari della sua sventura.</p>
<p>Un giorno partì come di consueto colla carrozzella che gli serviva per il trasporto delle sue merci, annunziando che recavasi ad una fiera, la quale doveva durare otto giorni. Ma la notte medesima tornò pedestre, ad insaputa di tutti, a Subiaco, penetrò nella sua casa e si nascose in una stanza vicina alla camera da letto.Vide giungere il curato ed entrarvi: vide tutti gli apprestamenti di una baldoria fatti da sua moglie e dalla parente di lei e non si mosse; udì il tintinnio dei bicchieri cozzanti e i lieti evviva e i propositi fescennini che uscivano dalla bocca del curato mezzo ebbro, e non si mosse; assisté al trasporto dei resti della cena e alla preparazione del nido d’amore e non si mosse.</p>
<p>Solo quando ebbe la materiale certezza che il curato si trovava nelle braccia di sua moglie, uscì dal nascondiglio e armato di un lungo pugnale, si avviò nel buio, alla camera nuziale. In quel mentre tornava la parente con un lume: il terrore le tolse la parola. Non poté mandare un grido, ma si gettò attraverso la porta per contenderne l’accesso all’oltraggiato marito.</p>
<p>Domenico Treca non disse verbo: gli infisse il pugnale nel cuore fino all’elsa e lo ritrasse fumante di sangue; quindi, con un balzo di pantera fu addosso al prete, che era sceso dal letto, al rumore prodotto dalla caduta della parente, e pur d’un colpo lo spense.</p>
<p>- <em>Menico! Pietà! Pietà</em>! &#8211; urlò Felicita levandosi a sedere seminuda sul letto maritale contaminato &#8211; protendendogli le bellissime braccia, quasi in atto d’invitarlo ad un amplesso.</p>
<p>Treca stette un momento a guardarla. Forse la lasciva donna, satura di fluido magnetico, esercitò un fascino erotico sopra i suoi sensi e gli fece balenare il pensiero orribile di godersi ancora una volta l’amore di quella femmina, intriso del sangue che per lei aveva versato. Ma lo respinse tosto, perché colla passione si risvegliò subito in lui il furore geloso.</p>
<p>- <em>No! No</em>! &#8211; esclamò, con un rantolo di morte che gli serrava la gola. No!</p>
<p>E precipitandosi su Felicita gli piantò il pugnale nel petto, sfiorandole prima il braccio col quale la disgraziata aveva tentato di farsi schermo. Ma, per quanto fiero, il colpo non la uccise tosto, e con quella fittizia energia che dà la disperazione tentò la lotta contro l’assassino.</p>
<p>Ma il contatto di quelle carni che egli avrebbe voluto coprir di baci, accendeva vie maggiormente la rabbia del tradito.Treca non era più un uomo, era una belva inferocita.</p>
<p>Continuò a straziare quel corpo bellissimo coprendolo di ferite. Il sangue spillando con violenza gli aveva soffuso il viso e bagnate le labbra. Treca ne gustava il sapore e se ne ubbriacava.Il delirio omicida gli durò finché non cadde estenuato e privo di sensi al suolo.</p>
<p>Rinvenuto dopo parecchio tempo, gli parve svegliarsi da un sogno: si alzò, si guardò attorno e tutta la tremenda verità gli apparve dinanzi agli occhi. Un senso di ribrezzo l’invase; volle fuggire, inciampò nel cadavere del curato e cadde; si rialzò, mosse alcun frettoloso passo ed inciampò ancora nel cadavere della parente. Si rialzò un’altra volta e barcollante giunse sulla via, sempre col pugnale stretto nella destra.</p>
<p>Albeggiava e la luce smorta piovendogli sul volto contraffatto da convulsioni spasmodiche dei muscoli visuali, lo rendeva cadaverico. Pareva un colpito da mala morte, che uscisse dal sepolcro. Il sangue che gli grondava dai vestiti, cosparsi di grossi grumi, compiva il quadro scellerato.Alcune donne che lo videro prime in quello stato fuggirono gridando spaventate e facendosi il segno di croce; alcuni uomini che pur lo scorsero non ebbero il coraggio di accostarsegli e andarono in traccia dei birri, i quali giunsero di corsa e mentre lo ammanettavano e legavano solidamente, gli chiesero:</p>
<p><em>- Che avete fatto?</em></p>
<p>Quella fredda domanda parve ridargli la conoscenza dell’esser suo.</p>
<p>- <em>Mi sono vendicato</em> &#8211; rispose e non aggiunse verbo.<br />
Tratto in carcere dormì parecchie ore d’un sonno affannoso. Solo quando si svegliò, dopo il riposo, ebbe il beneficio delle lagrime, che salvò la sua ragione vacillante.</p>
<p>Proruppe in dirotto pianto e chiese instantemente di essere subito giustiziato.</p>
<p>- <em>Mi pesa troppo la vita</em>! mormorava.</p>
<p>Ma dovette attendere che le formalità del processo si esaurissero. Non durarono però molto, essendo confesso, e il 4 luglio 1801 lo impiccai a Subiaco, con immenso concorso di gente.</p>
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		<title>Il tesoro della regina Hethepheres</title>
		<link>http://paultemplar.wordpress.com/2009/05/06/il-tesoro-della-regina-hethepheres/</link>
		<comments>http://paultemplar.wordpress.com/2009/05/06/il-tesoro-della-regina-hethepheres/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 06 May 2009 10:16:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Il tesoro della regina Hethepheres]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il giorno della fortunata scoperta

Le più grandi scoperte archeologiche sono state, nel passato, anche frutto del caso o, se vogliamo, della fortuna. Basti pensare alla scoperta più importante di sempre, come la tomba di Tutankamon, al ritrovamento della venere di Milo o del busto di Nefertiti. Non fa eccezione quella della tomba di Hetepheres, regina [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=369&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3598/3348256035_16ac1b7f45.jpg?v=0" alt="" width="398" height="251" /></span><br />
<span style="font-family:Georgia;font-size:x-small;"><em><strong>Il giorno della fortunata scoperta</strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Le più grandi scoperte archeologiche sono state, nel passato, anche frutto del caso o, se vogliamo, della fortuna. Basti pensare alla scoperta più importante di sempre, come la tomba di Tutankamon, al ritrovamento della venere di Milo o del busto di Nefertiti. Non fa eccezione quella della tomba di Hetepheres, regina d&#8217;Egitto della IV dinastia, moglie di Snefru (o Snofru) e madre del più enigmatico faraone della millenaria storia d&#8217;Egitto, Cheope. Una tomba ben visibile, conosciuta da almeno tre millenni, eppure inspiegabilmente trascurata; una tomba che sorge ad est della grande piramide, e che è conosciuta dall&#8217;antichità, assieme alle altre che la affiancano, come la tomba della regina.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3459/3349088604_0d68c1bc94.jpg?v=0" alt="" /></span><br />
<span style="font-family:Georgia;"><em><strong>L&#8217;ingresso dimenticato</strong></em></span></p>
<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3552/3348256441_535eb37a69.jpg?v=0" alt="" /><br />
<span style="font-family:Georgia;"><em><strong>Le prove del passaggio di ladri di tombe</strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Ed era una regina, Hetepheres. Moglie di Snofru, secondo Manetho o Manetone, il fondatore della IV dinastia, quella che diede all&#8217;umanità la testimonianza più preziosa dell&#8217;ingegno e della cultura egiziana, costituita anche dalle grandi piramidi e dalla Sfinge, e da quel poco che è sopravissuto alle spogliazioni dei ladri di tombe, alle quali non si è sottratta, parzialmente, anche la tomba della grande regina. Figlia, con molte probabilità, di Huny, ultimo faraone della dinastia precedente, visse accanto a Snofru, faraone la cui fama era nell&#8217;antichità molto vasta. E&#8217; l&#8217;uomo che costruì due piramidi di oltre 90 metri di altezza a Dahsur, località vicino a Saqqara, famosa per la presenza della piramide a gradoni di re Zoser, progettata e costruita dal Leonardo d&#8217;Egitto, Imhotep. Ed è anche il faraone ricordato per aver riportato due grandi vittorie sui popoli vicini, una in Nubia e l&#8217;altra in Libia, vittorie che fruttarono un colossale bottino in uomini e bestiame.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3634/3349088258_bee6a73558.jpg?v=0" alt="" width="286" height="388" /></span></div>
<div><span style="color:#000000;font-size:x-small;"><em><span style="font-family:Georgia;"><strong>Alcuni monili della regina</strong></span></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;">Hetepheres visse quindi in un momento storico straordinario, in cui il livello della civiltà egizia cresceva esponenzialmente; eppure di lei si conosce ben poco, per una serie di motivi. Il più importante dei quali è l&#8217;abituale ritrosia dei biografi egizi a focalizzare l&#8217;attenzione oltre la figura del faraone; inoltre, cosa più importante, il grandissimo lasso di empo passato dalla morte della regina ad oggi. Non dimentichiamo, infatti, che la stessa cronologia dei re egizi ha richiesto uno sforzo sovrumano per essere ricostruita, partendo spesso dalla lista di Manetho o dalla Pietra di Palermo, a loro volta incompiute o meglio, giunte a noi in forma incompleta. Solo il lavoro paziente degli archeologi, la loro passione e la loro competenza ha permesso di far luce su un periodo altrimenti condannato all&#8217;oblio.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3453/3348256115_6600412fe5.jpg?v=0" alt="" width="419" height="243" /></span><br />
<span style="font-family:Georgia;font-size:x-small;"><em><strong>La preziosa portantina</strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Basti pensare, per esempio, che della vita di Cheope, il costruttore della grande piramide, conosciamo poco e nulla; in realtà non conosciamo nemmeno il suo aspetto, visto che a noi è arrivata solo una minuscola statuetta che forse lo raffigura.Una donna, Hetepheres, che sicuramente ebbe influenza a corte e sulle decisioni del marito, e che alla sua morte venne sepolta con tutti gli onori nella piana di Giza, dove sarebbero sorte, di li a poco, le tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3455/3349088348_3f922e3bd9.jpg?v=0" alt="" width="429" height="181" /></span><br />
<span style="font-family:Georgia;font-size:x-small;"><em><strong>Lo splendido letto di Hetepheres</strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Il suo nome sarebbe rimasto con ogni probabilità menzionato solo come regina consorte se il caso, come già detto all&#8217;inizio, non avessedeciso di aiutare un anonimo fotografo, Mohamadien Ibrahim, che lavorava, quel 2 febbraio 1925 per l&#8217;equipe del professor George Andrew Reisner, archeologo dell&#8217;Università di Harvard davanti alla tomba della regina. Mentre montava il cavalletto per effettuare delle riprese, urtò accidentalmente contro la parete di una piccola buca. Si chinò per vedere se il cavalletto aveva dei danni e vide uno strato di intonaco affiorare a pelo dalla buca. Incuriosito, decise di scavare nella piccola fossa, e vide che lo strato era posto a protezione di un&#8217;apertura; lasciò tutto com&#8217;era e corse a chiamare Alan Rowe che era assistente di George Reisner</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3436/3348256175_dc4d3e7471.jpg?v=0" alt="" /></span></div>
<div><span style="color:#000000;"><em><strong><span style="font-family:Georgia;font-size:small;"><span style="font-size:x-small;">George Reisner</span></p>
<p></span></strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;">G700 x, come venne denominato il ritrovamento, era in realtà l&#8217;anticamera della tomba della regina Hetepheres; era stato risigillato, perchè, come scopriranno in seguito gli archeologi di Reisner, in un remoto passato i soliti ladri di tombe erano penetrati all&#8217;interno. E l&#8217;effrazione era avvenuta durante il regno di Snefru, che aveva fatto sistemare e risigillare la tomba.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3452/3348256475_5c8c2fe592.jpg?v=0" alt="" /></span><br />
<span style="font-family:Georgia;"><em><strong>Splendidi vasi in alabastro, il corredo funebre di Hetepheres</strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
A marzo del 1925 le speranze di Reisner e della sua equipe divennero certezze: una tomba probabilmente inviolata della IV dinastia stava per rivelare i suoi misteri dopo 3000 anni. A venticinque metri sotto terra giaceva il sarcofago della regina: gli archeologi stabilirono che si trattava di Hetepheres, ma ricevettero una prima cocente delusione, perchè all&#8217;interno dello stesso non c&#8217;era il corpo mortale della donna</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3424/3348256275_8e4e8da9a5.jpg?v=0" alt="" width="428" height="247" /></span><br />
<span style="font-family:Georgia;color:#000000;font-size:x-small;"><em><strong>La piramide di Hetepheres</strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Dopo la naturale delusione, tuttavia, gli studiosi si resero conto immediatamente della portata del ritrovamento: all&#8217;interno c&#8217;era il tesoro più importante di sempre, fatto non di oggetti preziosi, o almeno non soltanto di quelli, ma di oggetti d&#8217;uso comune, di offerte agli dei, che permisero di gettare uno sguardo inedito su usi e costumi di 30 secoli addietro. Come racconta Reisner, l&#8217;emozione fu davvero enorme:</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3601/3348256527_17019f6aa6.jpg?v=0" alt="" /></span></div>
<div><span style="color:#000000;font-size:x-small;"><em><strong><span style="font-family:Georgia;">Il sarcofago</span></strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
&#8220;“Questa tomba intatta ha rappresentato per la prima volta nella storia degli scavi egizi, un&#8217;occasione di studio della sepoltura di grande personaggi, di un periodo antecedente 1500 anni le tombe reali del nuovo regno. (&#8230;)Osservando dentro da una piccola apertura, abbiamo visto un bel sarcofago di&#8217;alabastro regolarmente coperto. Il sarcofago era decorato con  parecchi strati di oro intarsiati  e sul pavimento c&#8217;era la massa confusa di mobili e oggetti  d&#8217;oro.„</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3439/3349088472_85c3b887a7.jpg?v=0" alt="" /></span><br />
<span style="font-size:x-small;"><em><strong><span style="font-family:Georgia;">I </span><span style="font-family:Georgia;">vasi Canopi</span></strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Una descrizione che ricorda quella emozionante , lapidaria, fatta da Carter qualche anno dopo davanti ad una scena per certi versi simile, un muro d&#8217;intonaco che copriva da secoli la tomba di un oscuro faraone, Tutankamon: &#8220;Vedo cose meravigliose&#8221; Ma, al momento, la scoperta dell&#8217;equipe di Reisner avevano una valenza ed una portata straordinaria.<br />
Dopo aver dovuto sopportare i rischi di stabilità del sito, con un crollo che mise in pericolo la vita degli archeologi, gli stessi si trovarono di fronte al rischio di deterioramento dei reperti. Se per i manufatti d&#8217;oro il pericolo era inesistente, con i reperti in legno e in altri materiali il rischio concreto era quello di vedere svanire in un attimo secoli di storia.Con pazienza certosina, gli archeologi restitu irono alla storia un letto con baldacchino intarsiato d&#8217;oro, piatti, oggetti d&#8217;oro, uno scrigno in cui riporre i gioielli che sarebbero serviti alla regina Hetepheres per affrontare il suo viaggio nell&#8217;aldilà e renderla bella, una lettiga per il suo trasporto&#8230;. un tesoro senza precedenti e sopratutto inestimabile dal punto di vista storico.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3634/3349088516_4958d44cca.jpg?v=0" alt="" /></span><br />
<span style="color:#000000;font-size:x-small;"><em><strong>Un visitatore illustre: la regina di Romania</strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Quello che tuttavia incuriosì di più gli archeologi fu lo stato di confusione che regnava all&#8217;interno, così come appariva inesplicabile la mancanza del corpo della regina.<br />
Quello che tuttavia incuriosì di più gli archeologi fu lo stato di confusione che regnava all&#8217;interno, così come appariva inesplicabile la mancanza del corpo della regina. Reisner ipotizzò che alla morte di Hetepheres la stessa fosse stata sepolta nella tomba, ma dopo un tentativo di furto, il marito avesse deciso di trasportare il corpo in un posto più sicuro.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3585/3349088548_02bb92ef2f.jpg?v=0" alt="" /></span><br />
<span style="font-family:Georgia;"><em><strong>Il professor Reisner e la sua equipe</strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Lo stesso Reisner ipotizzò dell&#8217;altro, come la misteriosa sparizione del corpo durante il trasporto alla tomba effettiva, ma sono solo teorie. Quello che accadde non lo sapremo mai, a meno di ritrovamenti particolari, come biografie su papiro o altro. Quello che davvero conta è la mole di reperti ritrovati, che ancora oggi risultano essere i più importanti attribuibili alla IV dinastia. La tomba di Hetepheres continua a mantenere i suoi segreti, vecchi di millenni, così come il buio avvolge la figura di questa regina, diventata famosa, come Tutankhamon, solo per il ritrovamento degli arredi della sua tomba.</span></p>
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		<title>La piramide di Micerino</title>
		<link>http://paultemplar.wordpress.com/2009/04/23/la-piramide-di-micerino/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2009 06:01:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[La piramide di Micerino]]></category>

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		<description><![CDATA[
La piramide di Micerino a Giza
La IV dinastia, che tanto lustro aveva dato all&#8217;Egitto, per opera sia dei faraoni che ne avevano fatto parte, sia per le immani costruzioni da essi stessi portate a termine, finisce con Micerino, o Menkaura, secondo la esatta pronuncia egizia, il costruttore della terza piramide, in ordine di grandezza, tra [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=361&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://files.splinder.com/a49511fd3d01c5e534321fc7d74fd0e2.jpg" alt="" /></span></div>
<div><span style="color:#000000;"><em><strong><span style="font-family:Georgia;font-size:small;">La piramide di Micerino a Giza</span></strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;">La IV dinastia, che tanto lustro aveva dato all&#8217;Egitto, per opera sia dei faraoni che ne avevano fatto parte, sia per le immani costruzioni da essi stessi portate a termine, finisce con Micerino, o Menkaura, secondo la esatta pronuncia egizia, il costruttore della terza piramide, in ordine di grandezza, tra quelle presenti nella piana di Giza. Anche sulla vita di Micerino ci sono più zone d&#8217;ombra che di luce: di lui sappiamo quel poco raccontato da Erodoto, peraltro poco affidabile, vista la tendenza a prendere per buone storie tramandate da duemila anni, e chiaramente false ( clamorosa quella della figlia di Cheope che si prostituiva in cambio di una pietra per costruire la piramide del padre!), e quel poco che sappiamo è chiaramente insufficiente a spiegarci quello che avvenne durante il suo regno. A dar retta ad Erodoto, fu di gran lunga il più amato faraone della IV dinastia; pare che fosse un uomo giusto e retto, dedito agli dei e ad una vita morigerata. Prendiamo con le pinze il resoconto del grande viaggiatore dell&#8217;antichità e andiamo avanti. Secondo il canone di Torino, un papiro risalente forse ai tempi di Ramsete II, recuperato dal geniale Drovetti e oggi visibile al museo egizio di Torino, alla morte di Chefren salì sul trono Menkaura.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://files.splinder.com/c761abf558c295e75987f7bae848cefd.jpg" alt="" /></span></div>
<div><span style="color:#000000;"><em><strong><span style="font-family:Georgia;font-size:small;">Il rivestimento originario</span></strong></em></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"> La lista di Manetone, sacerdote vissuto durante i tempi di Tolomeo I, per secoli l&#8217;unica fonte attendibile della cronologia faraoina egizia, a salire sul trono sarebbe stato Bicheris, che avrebbe regnato uno o due anni, prima di lasciare il posto a Menkaura. Sul regno di quest&#8217;ultimo, chiamato da Erodoto alla maniera greca, Mikerynos, da Manetone Menkheres e dagli autori del Canone di Torino, della lista di Abydos e da quella di Saqqara con la denominazione poi adottata di Menkaure (a), non ci sono dubbi di sorta, e gli studi successivi alla decifrazione dei geroglifici ha confermato la bontà delle fonti. Il suo nome egizio era Horo Kakhet, e il suo regno coprì all&#8217;incirca un lasso di tempo di 18-19 anni, durante i quali, come già detto, la cosa più importante che fece ( che almeno noi conosciamo), fu la costruzione nella pianura di Giza della più piccola delle tre piramidi.Alta 65 metri, quindi meno della metà di quella di Cheope (137 metri),larga alla base 108 metri per lato, venne rivestita per circa un terzo di elegante granito rosso, ma venne inspiegabilmente lasciata così.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://files.splinder.com/b37fa8b9e9107673414862682e8540f6.jpg" alt="" /></span></div>
<div><span style="color:#000000;"><strong><span style="font-family:Georgia;font-size:small;">Il tempio di Micerino</span></strong></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;">Forse la morte del faraone, forse la fine dell&#8217;età dell&#8217;oro, forse un ridimensionamento della potenza e dell&#8217;autorità del faraone portarono ad una scelta che lasciò incompiuta l&#8217;opera. Di certo al suo interno venne posto un magnifico sarcofago di basalto che venne caricato sulla Beatrice, una nave che doveva trasportarlo in Inghilterra, al British museum. Al largo della Spagna una furibonda tempesta provocò l&#8217;affondamento della nave stessa, e il sarcofago e alcune casse contenenti altri reperti importanti finirono, per una sinistra ironia, sul fondo del mare, dopo aver resistito venticinque secoli ai tentativi di sottrazione dei ladri di tombe. Nella piramide vennero costruiti due diversi ambienti: una dedicata al faraone e alle sue necessità, un&#8217;altra che non venne completata.<br />
Al lato della piramide vennero costruiti anche un tempio funerario, quasi completamente perduto e un viale riservato alle processioni; un&#8217;operazione importante, che mostra come in realtà tutto facesse parte di un disegno molto ampio, probabilmente inteso ad una maggiore glorificazione divina del faraone.</p>
<p></span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://files.splinder.com/fc7b47a8f5c4d0162b4e1ba1f5fc1e90.jpg" alt="" /></span></div>
<div><span style="color:#000000;"><strong><span style="font-family:Georgia;font-size:small;">La meravigliosa triade</span></strong></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
Alcune curiosità:<br />
- fu il colonnello Richard William Howard-Vyse a trovare il nome di Micerino scritto su un soffitto di una delle piramidi delle regine. E fu sempre lui ad inaugurare la triste stagione dell&#8217;utilizzo della dinamite per aprire varchi nei monumenti egizi, cosa che venne ripresa in seguito da Giovanni Belzoni.Fu probabilmente il primo bianco a mettere piede nella piramide, dopo naturalmente gli immancabili arabi che, alla ricerca di tesori, avevano da tempo profanato la costruzione, lasciandola, tra l&#8217;altro, stracolma di immondizia. Il colonnello rinvenne, nel sarcofago, uno scheletro avvolto sommariamente in un bendaggio rudimentale. Il tutto, spedito al British, venne analizzato successivamente, con la scoperta che non si trattava di uno scheletro del periodo dinastico, ma di datazione nell&#8217;era cristiana;<br />
-una delle opere più belle dell&#8217;antichità egizia è una lastra in scisto  che rappresenta il faraone (posto ovviamente al centro della composizione), tra la dea Hathor e una dea che personifica un nomo locale. L&#8217;opera è di una bellezza e raffinatezza che lasciano senza fiato, e che testimoniano il grado eccelso raggiunto dall&#8217;arte egizia;<br />
-Reisner, il fortunato professore che la cui equipe scoprì il tesoro della regina Hetheperes, madre di Cheope, individuò, nel 1913, una zona a sud della piramide che serviva per il seppellimento di sacerdoti che vissero durante il regno di Menkaura.</p>
<p></span></p>
<div><span style="color:#000000;"><strong><span style="font-family:Georgia;font-size:small;">Paul Templar</span></strong></span></div>
<p><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><br />
</span></p>
<div><span style="font-family:Georgia;color:#0000ff;font-size:small;"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3452/3250228947_b5e4f5fdc5.jpg?v=0" alt="" /></span></div>
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		<title>Il caso Graziosi</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 06:03:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Il caso Graziosi]]></category>

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		<description><![CDATA[

Arnaldo Graziosi



Lui, un musicista di 32 anni; lei, una casalinga di 24. In mezzo una bambina di tre anni. Una famiglia come tante, all’apparenza felice, una delle tante che nell’ottobre del 1945 guardavano al futuro con speranza, dopo aver vissuto la grande tragedia della guerra. Forse è per questo,per dimenticare le bombe e la fame, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=359&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3455/3268964545_afa18dc999.jpg?v=0" alt="" /><br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><span style="color:#000000;">Arnaldo Graziosi</span><br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT">Lui, un musicista di 32 anni; lei, una casalinga di 24. In mezzo una bambina di tre anni. Una famiglia come tante, all’apparenza felice, una delle tante che nell’ottobre del 1945 guardavano al futuro con speranza, dopo aver vissuto la grande tragedia della guerra. Forse è per questo,per dimenticare le bombe e la fame, la paura e la tristezza che lui, Arnaldo Graziosi, lei, Maria Cappa e la piccola di tre anni si recarono a Fiuggi.</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT">Una sera come tante, quella del 21 ottobre 1945, passata senza l’incubo delle sirene antiaeree, senza l’angoscia di dover dormire vestiti, con un occhio aperto e le orecchie tese per paura dei bombardamenti.<br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3348/3269785394_a4aa481020.jpg?v=0" alt="" /><br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT">I coniugi Graziosi vanno a dormire nel loro letto matrimoniale, con in mezzo la piccola Andreina, una consuetudine. L’indomani mattina, Arnaldo Graziosi, vestito di tutto punto, inappuntabile, si reca nella hall dell’albergo, e all’esterrefatto portiere dice che la moglie giace nel suo letto, morta con una ferita da arma da fuoco alla tempia. “E’ un suicidio, aggiunge”</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<div><img src="http://farm4.static.flickr.com/3304/3268964451_6e67c3b964.jpg?v=0" alt="" /><br />
<span style="font-size:small;"><strong>La mamma della Cappa al processo</strong></span></div>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"></span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT">Vengono chiamati i carabinieri, che giungono sul luogo del fatto, interrogano il marito e fanno i primi rilievi. “Si è uccisa per la vergogna”, dice Graziosi ai carabinieri, “aveva contratto la sifilide prima di sposarci, e si sentiva in colpa per averla trasmessa a me e alla bambina” E mostra ai carabinieri quella che è l’ultima lettera scritta prima della morte, prima di quel gesto assurdo. Per i carabinieri il quadro della storia appare da subito confuso; una donna sceglie di uccidersi, e lo fa nel letto matrimoniale, accanto alla figlia che dorme. Sia la bambina, che l’uomo, non sentono lo sparo e continuano placidamente a dormire. E l’indomani mattina Graziosi trova il tempo di vestirsi in modo inappuntabile, di scendere nella hall e di parlare freddamente al portiere dell’accaduto. Dubbi consistenti, quindi, sulla versione fornita dall’uomo. Dubbi che aumentano fortemente quando alle orecchie degli inquirenti arrivano voci su una relazione che l’uomo avrebbe con una giovanissima pianista sua allieva. C’è anche biglietto della presunta suicida, non firmato, e che dice testualmente :<br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3428/3268964579_20cda9c4f0.jpg?v=0" alt="" /></span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3329/3268964621_08a6bd0f9c.jpg?v=0" alt="" /></span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><span style="color:#000000;">La lettera della Cappa</span><br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT">«<em><span style="font-family:&quot;">Quando leggerete queste righe il mio martirio sarà finito. Troppo a caro prezzo sto pagando la sola leggerezza della mia vita. Per mia figlia e per quelli che mi amano io debbo andarmene. Ora sono stanca mortalmente: basta con tutto. Desidero che tutti quelli che mi conoscono non sappiano di questo e abbiano sempre un buon ricordo di Maria</span></em>».”</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT">Altro particolare assolutamente discordante è la telefonata alla giovanissima Anna Maria Q., la sua allieva; Graziosi si giustifica dicendo che l’ha chiamata per avvertirla della disgrazia e per annullare un appuntamento con lei. Ma i sospetti dei carabinieri aumentano, confortati anche dal ritrovamento di un diario in cui la ragazza confessa alle pagine dello stesso il suo travolgente amore per Arnaldo. Anche se non ci sono prove assolutamente inconfutabili, per gli inquirenti non ci sono dubbi: l’assassino è lui, e ha ucciso la moglie non per gelosia o per avergli trasmesso la sifilide, ma semplicemente perché voleva liberarsi dell’ostacolo al suo amore per Anna Maria.</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<div><img src="http://farm4.static.flickr.com/3392/3269785450_e32ff1d420.jpg?v=0" alt="" /></p>
<p><span style="font-size:small;"><strong>Arnaldo Graziosi entra in tribunale</strong></span></div>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"></span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT">Graziosi viene arrestato e inizia un processo che vedrà una larghissima partecipazione del pubblico, che si appassionerà schierandosi in innocentisti e colpevolisti, soprattutto per la fortissima eco che la notizia ebbe sui quotidiani. Il processo, quello che oggi definiremmo assolutamente indiziario, si trasformò, ben presto, in una palestra di oratoria, nella quale gli avvocati sfoggiarono un repertorio aulico e forbito: da un lato c’era la difesa, che sosteneva come la sifilide potesse assumere un ruolo patologico così forte da creare nell’individuo la tendenza<span> </span>al suicidio, dall’altro l’accusa, che puntava tutto sulla tesi dell’omicidio volto a permettere al Graziosi di continuare la sua relazione con la giovane Anna Maria. In aula arrivò la mamma della Cappa, che disse alla corte che la figlia era “pura e illibata” il giorno delle nozze; la donna prima di uscire dall’aula, urlò un assassino, rivolto al genero, che sicuramente ebbe un suo peso nella sentenza finale. Fu effettuata una perizia calligrafica sull’ultima lettera della Cappa, che escluse, anche se non in maniera assoluta, che la stessa fosse stata scritta dalla donna.<br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3376/3268964677_2076d096a6.jpg?v=0" alt="" /></span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3309/3268964729_4c4046f116.jpg?v=0" alt="" /></span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><span style="color:#000000;">Le prime pagine dei giornali</span><br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT">Considerando il periodo storico, il dubbio che senza contro perizia della difesa si sia agito con una certa leggerezza è legittimo; tuttavia la corte arriva alla sentenza, una sentenza che, nonostante la disperata difesa dell’uomo, che si professa innocente, condanna Arnaldo Graziosi a 24 anni di galera. Così, due anni dopo la morte di Maria Cappa, le porte di Regina Coeli si aprirono per il Graziosi.<br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3409/3269785794_acf7c54e49.jpg?v=0" alt="" /></span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><span style="color:#000000;">La giuria e il giudice</span><br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT">Un anno dopo la Cassazione stabilì che il processo era stato regolare, e confermò la pena. Arnaldo Graziosi non resistette all’annuncio, e tentò la fuga. Venne ripreso e iniziò a scontare la sua pena. Sarebbe rimasto in carcere fino al 1981, se la figlia Andreina, che credeva nell’innocenza del padre, non avesse disperatamente combattuto per la sua libertà; ottenuto il perdono dei famigliari della Cappa, la ragazza si rivolse al presidente della repubblica Gronchi, che nel 1959 graziò il detenuto. Graziosi uscì quindi dal carcere e riprese quella che era una vita normale. Lavorò come compositore, si sposò con una cantante lirica spagnola e visse con discrezione la sua vita privata, fino al marzo del 1977; quando all’età di 84 anni si uccise, lanciandosi dal balcone della sua abitazione di Grottaferrata.<br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3338/3268988241_81d90dc8b8.jpg?v=0" alt="" /></span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT"><span style="color:#000000;">Il carcere di Rebibbia</span><br />
</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&quot;" lang="IT">Era vestito di tutto punto, come quella lontana mattina del 1945, quando era sceso nella Hall dell’albergo Igea di Fiuggi. In paese nessuno sapeva di quella terribile storia, ed era conosciuto come una persona distinta e tranquilla, che impartiva lezioni private di musica a giovani allievi. Graziosi si portava dietro la verità su quella storia, mai pienamente trovata, e probabilmente nemmeno provata con certezza, visto che la sentenza di condanna dell’uomo non fu all’ergastolo, come sarebbe stato lecito aspettarsi, ma ad una pena sensibilmente inferiore.</span></span></strong></p>
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	</item>
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		<title>Pia Bellentani, omicidio nell&#8217;alta società</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 07:49:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Pai Bellentani]]></category>

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		<description><![CDATA[
Pia Bellentani



Nell’immediato dopoguerra il caso di Rina Fort, la belva di via San Gregorio, aveva sconvolto il paese per la sua efferatezza , mentre il caso Graziosi aveva appassionato l’opinione pubblica per il suo alone di mistero. Il caso di Pia Bellentani divenne invece un emblema, quello della classe ricca e borghese in cui i [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=357&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="MsoNormal" align="center"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span><img src="http://farm4.static.flickr.com/3083/3161916619_a1cd9fafc3.jpg?v=0" alt="" width="397" height="242" /></span></span></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span><em><strong>Pia Bellentani</strong></em><br />
</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span><br />
</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span>Nell’immediato dopoguerra il caso di Rina Fort, la belva di via San Gregorio, aveva sconvolto il paese per la sua efferatezza , mentre il caso Graziosi aveva appassionato l’opinione pubblica per il suo alone di mistero. Il caso di Pia Bellentani divenne invece un emblema, quello della classe ricca e borghese in cui i tradimenti e gli adulteri si consumavano fra feste e champagne, in una classe sociale in cui i problemi della quotidianità, che affliggevano la stragrande maggioranza degli italiani, erano distanti, in un paese che faticosamente tentava di riprendere a vivere dopo la tragedia della guerra. Fu nella ricca e ovattata classe borghese che avvenne l’omicidio di Carlo Sacchi, gaudente e impenitente don Giovanni, ucciso la sera del 15 settembre 1948 dalla giovane amante Pia Caroselli Bellentani, moglie di un industriale che produceva prosciutti. Un omicidio senza misteri,chiaro in tutte le sue fasi, nella modalità d’esecuzione, con tanto di movente e di arma del delitto.</span></span></p>
<p class="MsoNormal">
<div><img src="http://farm4.static.flickr.com/3088/3162750938_3343c66597.jpg?v=0" alt="" width="420" height="240" /></p>
<p><em><strong><span style="color:#0000ff;font-size:small;">Carlo Sacchi</span></strong></em></div>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span>Pia era nata da una famiglia benestante a Sulmona, il 29 gennaio del 1916, ed era cresciuta senza particolari problemi, educata in un istituto religioso;a 22 anni conosce il conte Lamberto Bellentani, di quarant’anni, un industriale del settore insaccati. Un uomo ricco, anche se non fisicamente attraente. L’uomo la corteggia, e Pia accetta il suo corteggiamento,per sposarlo poi nel 1938. Dal matrimonio nascono due figlie, e Pia sembra una donna appagata. Una sera conosce ad una festa Carlo Sacchi, un playboy sposato con tre figlie, che colleziona avventure e amanti; la donna ritroverà l’uomo dopo il trasferimento a Cernobbio, durante il quale si innamora di lui e inizia una relazione adulterina. Una relazione che proseguì nel tempo, anche se, ad un certo punto, Pia Bellentani si rese conto che Sacchi continuava tranquillamente la sua vita da bohemienne, inanellando relazioni una dietro l’altra.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span><img src="http://farm4.static.flickr.com/3090/3161916691_74eb1ac47d.jpg?v=0" alt="" width="389" height="227" /><br />
</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span> Una di queste provocò dure scenate di gelosia della giovane contessa; Sacchi compariva sempre più frequentemente al fianco di Sandra, moglie separata di un industriale. Per Pia era un affronto intollerabile, e la gelosia esplose drammaticamente la sera del 15 settembre, durante una serata di gala a villa Este, a Cernobbio. C’era una sfilata di moda, quella sera, un avvenimento mondano a cui partecipava la crema della società; e naturalmente c’era lei, la contessa, in compagnia del marito. La situazione precipitò quando Pia vide il Sacchi in compagnia della nuova fiamma; lo seguì nel guardaroba e lo affrontò.</span></span></p>
<p class="MsoNormal">
<div><img src="http://farm4.static.flickr.com/3262/3162751040_f4cd1522e1.jpg?v=0" alt="" width="393" height="215" /></p>
<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3260/3162751078_853ae73596.jpg?v=0" alt="" width="394" height="224" /></p>
<p><em><strong><span style="color:#0000ff;font-size:small;">Villa d&#8217;Este, lo scenario del dramma</span></strong></em></div>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span>Da questo momento in poi l’unica versione che abbiamo della vicenda è raccontata dalla Bellentani; non ci furono testimoni, perché la festa era in pieno svolgimento. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Pia affrontò, pazza di gelosia, il Sacchi, e lo minacciò con una pistola. L’uomo rise, dandole della terrona, e a quel punto la donna sparò. Un solo colpo, ma bastò a centrare al cuore il Sacchi, che si accasciò con le mani sporche di sangue. Il rumore dello sparo fece accorrere delle persone, e c’è chi testimoniò che la donna tentò di spararsi un colpo, ma che la pistola si inceppò.</span></span></p>
<p class="MsoNormal">
<div><img src="http://farm4.static.flickr.com/3119/3161916737_7ab35fc1a8.jpg?v=0" alt="" width="393" height="217" /></p>
<p><em><strong><span style="color:#0000ff;font-size:small;">Pia Bellentani poco prima dell&#8217;omicidio</span></strong></em></div>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span>Lo scandalo dilagò immediatamente. I giornali si tuffarono sulla vicenda, descrivendo un mondo, quello ricco e borghese, quello della nobiltà viziosa e dissoluta, come un<span> </span>mondo amorale, in cui i valori tradizionali venivano calpestati e infranti, in cui si viveva senza veri sentimenti e con molta ipocrisia. Ecco alcuni stralci tratti da settimanali e giornali dell’epoca, che testimoniano lo scenario e l’antipatia evidente dei giornalisti nei confronti dei protagonisti della storia:</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span>“<em>Il lago di Como, teatro incomparabile di tante passioni storiche, nido di ardenti e combattuti amori, come disse un antico poeta, ha riaperto improvvisamente i suoi battenti e li ha riaperti con una compagnia di primo cartello e con un programma d&#8217;eccezione: anche i palati più esigenti non possono lamentarsi. Constatiamo per cominciare che, dal punto di vista strettamente estetico, un delitto più allettante di questo sarebbe difficile trovarlo. Esso possiede tutto per piacere, per intrigare e per commuovere chi lo segue. La protagonista del dramma è anzitutto una bella ed elegante donna, e questo non guasta mai: non troppo giovane né troppo vecchia: nel primo caso avrebbe forse ispirato compassione, nel secondo il disgusto; invece la contessa Pia Bellentani, con i suoi 32 anni, è all&#8217;esatto centro della vita della donna: è per così dire l&#8217;Amante per antonomasia! Meno interessante sotto diversi aspetti e per diverse ragioni è la vittima. Naturalmente la morte lo eleva; persino quel suo ultimo e probabilmente involontario ghigno di cui tutti i testimoni hanno parlato e che la foto del cadavere lascia ancora intravedere, gli conferisce una lieve patina satanica che certo non può spiacere al pubblico femminile: molte donne, lo si sa, amano essere dominate e soffrire; in ogni caso preferiscono piangere sotto la sferza e magari l&#8217;insulto dell&#8217;uomo che amano, che ridere: la passione non va mai molto d&#8217;accordo con le risate. Sacchi era; da quanto ci risulta, un uomo che, quando lo voleva, sapeva essere superlativamente esasperante per non dire addirittura antipatico: lo si può constatare facilmente attraverso tutto quanto ci è noto di lui. Anche se il poveretto ha pagato con la morte quel suo abituale cinismo, anche se si è mostrato sovente generoso ed umano coi suoi simili (circostanza che anch&#8217;essa appare dalle testimonianze) doveva essere, da vivo, qualcosa di intermedio fra il volgare, l&#8217;ironico e il vissuto. Era probabilmente giunto a questo complesso attraverso i denari guadagnati facilmente, la poca cultura e la limitata raffinatezza intellettuale; molto, anche, attraverso la possibilità con la quale quel denaro gli permetteva di piegare ai suoi desideri molte e svariate donne. Era l&#8217;uomo che quando l&#8217;amica, forse per un momento perduta nel suo sogno, tentava di portare la conversazione intima su quesiti astratti o sentimentali, rispondeva, senza dubbio convinto di essere molto spiritoso</em>….”</span></span></p>
<p class="MsoNormal">
<div><img src="http://farm4.static.flickr.com/3111/3162751132_096bcfebee.jpg?v=0" alt="" width="399" height="229" /></p>
<p><em><strong><span style="color:#0000ff;font-size:small;">Il processo</span></strong></em></div>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span>Ecco la ricostruzione che fece l’inviato del Tempo nell’articolo del 25 settembre 1948:</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span>“<em>Il Sacchi fece una smorfia di disprezzo. Era livido in volto, ma di noia, di stanchezza. Capiva di avere giocato troppo a lungo. Vide l&#8217;arma dirigersi adagio verso di lui. I soliti terroni spacconi. Poi, più forte: Terrona!. Il signor Bouyeure è un ex paracadutista. Non poteva equivocare sulla natura di una detonazione. Si volse di scatto. Sua moglie, impietrita, vide la donna davanti a sé, con la pistola in mano; e la mano che si alzava rapida verso la tempia. Il signor Leopoldo Surr, che si trovava alle spalle di Pia Bellentani, fece per afferrarla al polso. Pia aveva la pistola alla tempia. Si udì il suo urlo: Non spara più, non spara più. Il gemito rauco che il Sacchi aveva emesso cadendo riverso a terra, rovesciato dall&#8217;urto del proiettile calibro 9, non lo aveva udito nessuno. Bouyeure balzò su Pia e le diede tre schiaffi tremendi. Surr le teneva il polso, Sacchi, a terra, aveva una smorfia orribile rappresa sulla faccia. Tre donne gli si buttarono addosso urlando: la sorella, la moglie e la Guidi di Monteolimpino. Fu uno spettacolo di pochi istanti, ma atroce. La signora Locatelli fu la prima a rialzarsi: Assassina, gridò. Porca, gridò da terra la moglie tedesca. La signora Locatelli puntò il dito contro Lamberto Bellentani: Tu lo sapevi, lo sapevi che era l&#8217;amante di mio fratello! Qualcuno trascinava via Pia Bellentani. Una ragazza giovane si precipitò verso l&#8217;atrio gridando: Hanno ammazzato un uomo! Si teneva il lungo strascico di seta nera all&#8217;altezza del busto. Pia, nella saletta della Direzione, balbettava parole incomprensibili. Sta sopravvenendo il collasso. No, non era ubriaca. Lo negherà più tardi. Diceva: Datemi la rivoltella. Il marito arrivò, disse: Ada in questo momento mi ha detto che tu sei l&#8217;amante del Carlo da tanto tempo. È vero?. No, disse Pia, con un filo di voce. Ma cosa ti ho fatto? Avevi tutto ciò che potevi desiderare&#8230; Perché l&#8217;hai fatto?. Perché ero stanca, stanca, stanca.”</em></span></span></p>
<p class="MsoNormal">
<div><img src="http://farm4.static.flickr.com/3118/3161916981_b3c377a6f1.jpg?v=0" alt="" width="372" height="207" /></p>
<p><em><strong><span style="font-size:small;">La perizia psichiatrica secondo la Domenica del Corriere</span></strong></em></div>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span><em></em></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span>Il processo iniziò il 4 marzo del 1952 presso la corte d’Assise di Como; il caso era senza misteri, visto che c’era un assassina reo confesso, un’arma del delitto e un movente. La difesa, di fronte all’evidenza dei fatti, giocò la carta della seminfermità mentale. Venne chiamato un famoso perito, il professor Saporito, a visitare la donna. E la sua perizia risultò decisiva: secondo Saporito la donna aveva un male ereditario, che la rendeva temporaneamente incapace di distinguere le sue azioni, un corto circuito mentale che ne aveva alterato la percezione della realtà.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span><img src="http://farm4.static.flickr.com/3083/3162751170_dcf74657a5.jpg?v=0" alt="" width="377" height="208" /><br />
</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span> Il contro perito, chiesto dall’accusa, confermò sostanzialmente la diagnosi, e così il 12 marzo venne emessa la sentenza:Pia Bellentani era condannata a 10 anni di reclusione (tre le vennero condonati) di cui tre da trascorrere in un manicomio criminale. In appello le ridussero la pena di altri tre anni, e venne così trasportata nel manicomio criminale di Aversa.<br />
</span></span></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span><img src="http://farm4.static.flickr.com/3261/3162751202_b70fd93cc5.jpg?v=0" alt="" width="384" height="211" /><br />
</span></span></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><em><strong><span style="color:#0000ff;"><span style="font-size:small;">Giornalisti fu</span>ori dal carcere di Aversa</span></strong></em><span style="color:#0000ff;font-size:small;"></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span>Non era una detenuta qualsiasi, e difatti le vennero concessi numerosi privilegi, fra i quali quello di poter tenere con se un pianoforte. Così, nel carcere in cui era prigioniera, tra le altre, la belva di via San Gregorio, Rina Fort, echeggiavano, nelle monotone giornate, le note dei compositori preferiti dalla contessa. Nel 1955, a distanza di soli tre anni dall’accaduto, il presidente della repubblica le concesse la grazia, e la contessa potò tornare in libertà. Il giorno della sua liberazione non parlò con il nugolo di cronisti che la attendevano fuori dal carcere, ma salì su un auto e corse via, destinazione una località dell’Abruzzo.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span><img src="http://farm4.static.flickr.com/3263/3162751304_e72d662e61.jpg?v=0" alt="" width="386" height="216" /></span></span></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span><img src="http://farm4.static.flickr.com/3107/3161917053_3417c2f3d7.jpg?v=0" alt="" /></span></span></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span><em><strong>Le prime pagine dei settimanali</strong></em><br />
</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#0000ff;font-size:small;"><span> Ad attenderla c’erano le sue due figlie; attorno a lei venne creata una barriera che impedì qualsiasi contatto a giornalisti e fotografi. Visse nell’anonimato più completo fino al giorno della sua morte, nel 1980.</span></span></p>
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		<title>La tomba di Mausolo</title>
		<link>http://paultemplar.wordpress.com/2009/03/16/la-tomba-di-mausolo/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 19:02:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Monumenti]]></category>
		<category><![CDATA[La tomba di Mausolo]]></category>

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		<description><![CDATA[
Una raffigurazione del Mausoleo di Alicanasso 
Subito dopo la conquista di Alicarnasso, dopo un duro e lungo assedio, Alessandro il Grande volle recarsi a vedere da vicino una costruzione che si ergeva, imponente, dentro la città, e della quale aveva sentito decantare la magnificenza. Lo spettacolo che vide lo lasciò senza fiato. Il mausoleo eretto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=350&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm3.static.flickr.com/2035/1871541549_07f574519e.jpg?v=0" alt="" width="392" height="500" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Una raffigurazione del Mausoleo di Alicanasso </strong></p>
<p>Subito dopo la conquista di Alicarnasso, dopo un duro e lungo assedio, Alessandro il Grande volle recarsi a vedere da vicino una costruzione che si ergeva, imponente, dentro la città, e della quale aveva sentito decantare la magnificenza. Lo spettacolo che vide lo lasciò senza fiato. Il mausoleo eretto da Mausolo e completato dalla moglie- sorella Artemisia si ergeva per oltre quaranta metri di altezza, con un basamento superiore ai venti metri, sopra il quale c’era un colonnato su cui erano alloggiate probabilmente duecento statue, alto circa tredici metri, a sua volta sormontato da una costruzione piramidale, sulla cima della quale c’era una quadriglia tirata da cavalli, nella quale originariamente dovevano trovar posto uno o due conducenti.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.ilpaesedeibambinichesorridono.it/images/meraviglie/antico/mausoleo/mausoleodehalicarnaso_jpg.jpg" alt="" width="351" height="259" /></p>
<p>Alla costruzione della tomba avevano lavorato i più famosi architetti della Grecia antica, Satiro e Pilide,  e vi avevano lavorato i più grandi scultori del tempo, come Prassitele, Skopa, Leochares e Binasside.        Una costruzione che era diventata famosa in tutto il mondo antico; era sorta probabilmente durante la fine del regno di Mausolo, satrapo persiano della regione della Caria, che aveva regnato in quelle zone dal 377 Ac al 352, anno della sua probabile morte. La vedova, Artemisia, sorella del re, inconsolabile per la sua morte, portò a termine la costruzione che, con ogni probabilità, era già in stato avanzato. Le sue dimensioni imponenti, la sua bellezza divennero proverbiali, tanto che venne coniato il termine mausoleo per indicare dapprima sepolture di grandi dimensioni e in seguito per indicare qualsiasi costruzione che contenesse spoglie, ornamenti e sculture in profusione. Con il passare dei secoli la costruzione attirò i cacciatori di pietra, mentre il colpo di grazia lo dettero i Cavalieri di Rodi, che, per costruire il castello, che ancora oggi è presente nell’odierna Bodrum,saccheggiarono la tomba di Mausolo; gli stessi cavalieri vennero poi sconfitti da Solimano il magnifico che ampliò la fortezza.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://turchia2007.blog.lastampa.it/photos/bodrum/bodrum_castello_vista_mare.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Il Castello di Bodrum, l&#8217;antica Alicarnasso</strong></p>
<p><strong> </strong> Ancora oggi è possibile vedere molte pietre del mausoleo incastonate nella costruzione; le architravi, lunghe due metri e novanta, hanno permesso di calcolare l’esatta grandezza della parte superore del mausoleo, oggi ridotto ad un cumulo di rovine. La presenza di una quantità impressionante delle stesse ha suggerito agli studiosi che la base della tomba di Mausolo in realtà era piena, e non vuota, dando l’esatta dimensione dell’imponenza della stessa. Alla distruzione della tomba sopravvisse ben poco; i resti dei cavalli e della quadriga, recuperati, vennero trasportati al British museum, dove sono esposti anche fregi della costruzione.</p>
<p style="text-align:center;"><strong><em>Visita il mio blog mirror:</em></strong></p>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#0000ff;"><strong>www.misteriemisteri.splinder.com</strong></span></p>
Posted in Monumenti Tagged: La tomba di Mausolo <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/paultemplar.wordpress.com/350/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/paultemplar.wordpress.com/350/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/paultemplar.wordpress.com/350/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/paultemplar.wordpress.com/350/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/paultemplar.wordpress.com/350/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/paultemplar.wordpress.com/350/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/paultemplar.wordpress.com/350/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/paultemplar.wordpress.com/350/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/paultemplar.wordpress.com/350/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/paultemplar.wordpress.com/350/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=350&subd=paultemplar&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>I falsi diari di Hitler</title>
		<link>http://paultemplar.wordpress.com/2009/03/07/i-falsi-diari-di-hitler/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2009 11:46:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[I falsi diari di Hitler]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il sogno di ogni storico che si rispetti è imbattersi in materiale inedito di qualsiasi personaggio storico;poterne riscrivere la vicenda umana,politica,personale,alla luce di quella che è la fonte principe a cui attingere,l’autobiografia.  E quando nel 1983 Gerd Heidemann

Nella foto Gerd Heidemann
giornalista tedesco molto accreditato,mise le mani su alcuni diari risalenti ai vent’anni precedenti la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=334&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="aligncenter" src="http://www.welt.de/multimedia/archive/00204/caf_Hitler_DW_Polit_204814g.jpg" alt="" width="480" height="320" /></p>
<p>Il sogno di ogni storico che si rispetti è imbattersi in materiale inedito di qualsiasi personaggio storico;poterne riscrivere la vicenda umana,politica,personale,alla luce di quella che è la fonte principe a cui attingere,l’autobiografia.  E quando nel 1983 Gerd Heidemann</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.museumofhoaxes.com/day/dayimages/heidemann.jpg" alt="" width="175" height="135" /></p>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#0000ff;"><em><strong>Nella foto Gerd Heidemann</strong></em></span></p>
<p>giornalista tedesco molto accreditato,mise le mani su alcuni diari risalenti ai vent’anni precedenti la fine della seconda guerra mondiale,sicuramente deve aver provato una babele di sensazioni;gioia,timore,ma soprattutto la certezza di poter riscrivere la storia di uno dei miti in negativo del secolo scorso,Adolf Hitler.  La storia incomincia proprio nel 1983,quando Heidemann viene contattato da un pittore, Konrad Kujau,che,in via confidenziale,racconta al giornalista di essere in possesso dei diari autografi del Fuhrer,scritti tra il 1932 e il 1945;62 volumi,in tutto,recuperati da un aereo precipitato a Börnersdorf,piccolo centro vicino a Dresda,nell’allora DDR.  Kujau chiede una somma enorme per la vendita dei diari di Hitler:10 milioni di marchi,all’incirca 10 miliardi delle vecchie lire.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://germanhistorydocs.ghi-dc.org/images/Stern%20cover.jpg" alt="" width="325" height="420" /></p>
<p>Heidemann parlò con i suoi capi,al giornale Stern,chiedendo il permesso di poter trattare l’affare;e i dirigenti,pur perplessi,diedero il via libera al giornalista,chiedendo prima che sottoponesse i diari a qualche storico autorevole,che ne avallasse sia l’autenticità che il valore storico.  Il giornalista si rivolse a Hugh Trevor-Roper,direttore del Times Newspaper,personaggio dal passato adamantino,che alla fine della guerra era stato incaricato dal governo di sua maestà di descrivere gli ultimi dieci giorni della vita di Hitler per confutare le pretese sovietiche che Hitler fosse ancora vivo,e che aveva poi scritto dei libri sul Fuhrer.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://s3.amazonaws.com/hoaxipedia/kujau.jpg" alt="" width="200" height="137" /><span style="color:#0000ff;"><strong>L&#8217;autore dei falsi, Konrad Kujau</strong></span></p>
<p>Trevor Roper studiò i diari,e durante una conferenza stampa tenuta nell’aprile del 1943,dichiarò pubblicamente:  « Sono sufficientemente certo che i documenti sono autentici, che la storia dei loro viaggi dal 1945 sia vera; di conseguenza, è chiaro che le tesi fino ad oggi accertate sullo stile di scrittura di Hitler, sulla sua personalità e persino, forse, su alcuni eventi storici  possano essere sottoposte a revisione. »</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://www.crimelibrary.com/graphics/photos/criminal_mind/scams/hitler_diaries/12-1-page-of-forged-diary.jpg" alt="" width="246" height="307" /><strong>Una pagina dei diari</strong></p>
<p>Tuttavia non tutti condividevano l’ottimismo dello storico,e molti,prima di esprimere un parere,decisero prudentemente di attendere l’esito delle perizie effettuate sulla carta,sull’inchiostro e sulla grafia di diari.  Ed ebbero ragione.  Il 5 maggio l’esito delle perizie non lasciò nessun margine al dubbio:carta e inchiostro erano da attribuire ad un periodo molto posteriore alla fine della seconda guerra mondiale.  Non solo; i diari altro non erano che un resoconto di alcuni dei discorsi pubblici di Hitler,con aggiunti piccoli particolari inediti ma assolutamente marginali;in più l’autore dei falsi aveva grossolanamente sbagliato anche il monogramma di Hitler.  Lo scandalo travolse la dirigenza del giornale Stern,mentre Heidemann e Kujau vennero arrestati con l’accusa di aver ordito una colossale frode.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://sniggle.net/Images/irving2.jpg" alt="" width="304" height="326" /><strong>David Irving</strong></p>
<p>Una pagina del diario  Kujau confessò immediatamente di essere l’autore dei falsi diari;era considerato un falsario abbastanza esperto,tanto da aver riprodotto lo stile pittorico di Hitler più volte,oltre ad aver imparato ad imitare la calligrafia del Fuhrer.  Il falsario se la cavò con una condanna mite,e quando uscì dal carcere trovò modo anche di guadagnarci su,raccontando il modo in cui aveva ordito la truffa.  Viceversa,Heidemann,accusato di aver intascato parte della somma pattuita per l’acquisto dei diari,si prese una condanna più dura.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.fpp.co.uk/bookchapters/Torpedo/cover.gif" alt="" width="300" height="416" /></p>
<p>E va detto,ingiusta.  Il giornalista aveva agito in buona fede,come testimoniato in seguito da alcune registrazioni di telefonate,che però non furono ammesse come prova a discarico durante il processo;Heidemann morì nel 2000,e oggi i suoi eredi hanno chiesto la revisione del processo.  Trevor Roper vide clamorosamente macchiata la sua reputazione,mentre incredibilmente,un falso diario dei 62 originari è stato battuto ad un’asta per la somma di 6000 euro.</p>
<h2 style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://www.asbafo.net/gif_ani/libro_ospiti/ospiti004.gif" alt="" width="139" height="123" /><span style="color:#0000ff;">www.misteriemisteri.splinder.com</span></h2>
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		<title>Imhotep, il Leonardo d&#8217;Egitto</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 06:27:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paultemplar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[il Leonardo d'Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Imhotep]]></category>

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Tutti gli appassionati di storia e archeologia egizia sognano di andare,almeno una volta,a vedere la piramide di re Zoser (o Djoser) a Saqqara,piccola località distante circa 30 km da Il Cairo.
Perché la piramide a gradoni che fa bella mostra di se nella piana è opera di uno degli ingegni più grandi dell’umanità,l’architetto,medico e astrologo Imhotep.
Conosciamo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paultemplar.wordpress.com&blog=3126747&post=331&subd=paultemplar&ref=&feed=1" />]]></description>
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</div>
<p class="MsoNormal">Tutti gli appassionati di storia e archeologia egizia sognano di andare,almeno una volta,a vedere la piramide di re Zoser (o Djoser) a Saqqara,piccola località distante circa 30 km da Il Cairo.</p>
<p class="MsoNormal">Perché la piramide a gradoni che fa bella mostra di se nella piana è opera di uno degli ingegni più grandi dell’umanità,l’architetto,medico e astrologo Imhotep.</p>
<p class="MsoNormal">Conosciamo pochissimo o nulla della sua vita,se non che è coincisa con il regno del faraone Zoser,e quindi presumibilmente tra il 2260 e il 2240,periodo nel quale progettò la piramide a gradoni.Quando sia nato,la data della sua morte sono quindi collocabili in un’epoca che spazia tra il 2230-40 e il 2240-2260 AC.</p>
<p class="MsoNormal">Ma quello che conta è il mirabile ingegno di un uomo che,in un’epoca oscura,appena affacciatasi alla civiltà,riuscì a stupire i contemporanei,e in seguito per molti secoli i successori,con le sua doti di medico,oltre che di architetto.A tal punto che molti anni dopo la sua morte venne deificato,caso unico nella storia egizia,e innalzato a livello del pantheon delle divinità egizie,come Dio della medicina.</p>
<p class="MsoNormal">Lo stesso fecero i greci,che lo venerarono con il nome di Esculapio,rendendolo,di fatto,il dio della medicina.</p>
<p class="MsoNormal">La costruzione della piramide a gradoni di Zoser inizia con un progetto che prevedeva l’innalzamento di una mastaba (panca) ad un piano;a cui furono aggiunte altre mastabe di dimensione inferiore,fino a raggiungere la caratteristica forma che hanno ancora oggi.Imhotep provvide anche a dotare la piramide di un recinto murario di 500 metri per 280 e alto pressappoco 10 metri;all’interno,vennero poste statue una delle quali raffigura il faraone Zoser che è una delle cose più belle rinvenute in Egitto.</p>
<p class="MsoNormal">La sua fama percorse in breve l’Egitto,e fu associata anche alla sua indiscussa abilità medica.Nei pressi della piramide di Zoser,infatti,venne costruito un qualcosa che assomiglierebbe oggi ad un pronto soccorso,e che i greci chiamarono Asklepleion.</p>
<p class="MsoNormal">Ed è in questa zona che probabilmente fu sepolto;con una tecnica così raffinata da permettere al suo ideatore di sfuggire a predatori e tombaroli.Generazioni di archeologi,avventurieri,studiosi,hanno tentato,fino ad adesso inutilmente,di trovare la sua sepoltura.</p>
<p>E’ notizia di qualche mese fa del ritrovamento,nella piana di Saqqara,di mummie di Ibis,uno degli animali sacri ad Imhotep.Dopo quella di Tutankamon,la scoperta della sua tomba rappresenterebbe il colpo più importante dell’egittologia.</p>
<h1 style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/2ea106543d95b6a8671a8e884b7de930.jpeg" alt="" width="200" height="158" /><span style="color:#0000ff;"><strong>Visita:</strong></span></h1>
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